Citation: 1A.153/2001 13.02.2002 E. 3

Le ricorrenti sostengono che la domanda non adempirebbe i requisiti formali posti dall'art. 14 CEAG, dall'art. 27 n. 1 lett. c della Convenzione sul riciclaggio, la ricerca, il sequestro e la confisca dei proventi di reato (RS 0.311.53) e dall'art. 28 AIMP. Lamentano in particolare l'assenza di indicazioni sulla data, il luogo e le modalità di esecuzione dei reati nonché riguardo alle persone coinvolte e alla natura dei valori patrimoniali oggetto dei reati. 3.1 Secondo la giurisprudenza, il Tribunale federale deve attenersi all'esposizione dei fatti contenuta nella domanda e nella documentazione allegata, a meno che essa risulti manifestamente erronea, lacunosa o contraddittoria (DTF 118 Ib 111 consid. 5b pag. 121 segg., 117 Ib 64 consid. 5c pag. 88). L'esame della colpevolezza è riservato al giudice straniero del merito, non a quello svizzero dell'assistenza (DTF 113 Ib 276 consid. 3a, 112 Ib 576 consid. 3 pag. 585). L'Autorità richiedente non ha l'obbligo di provare la commissione di un reato, ma soltanto quello di esporre in modo sufficiente le circostanze sulle quali fonda i propri sospetti, per permettere all'Autorità richiesta di distinguere un'inammissibile istanza volta alla ricerca indiscriminata di prove (DTF 118 Ib 111 consid. 5b pag. 121 segg., 116 Ib 89 consid. 4 pag. 95, 115 Ib 68 consid. 3b pag. 77 segg.). In particolare, trattandosi di reati patrimoniali, non occorre che le Autorità italiane dimostrino il danno realizzato e la sua consistenza (cfr. sentenza inedita del 18 agosto 1993 nella causa C., consid. 3b). Né si può pretendere dallo Stato richiedente che la fattispecie, la quale è oggetto del suo procedimento penale, sia del tutto esente da lacune: in effetti uno Stato chiede la cooperazione internazionale proprio allo scopo di chiarire, per il tramite di documenti o informazioni che si trovano nello Stato richiesto, punti rimasti fin allora oscuri (DTF 117 Ib 64 consid. 5c pag. 88). Il procedimento penale condotto dalle Autorità italiane è diretto contro un alto numero di accusati e appare laborioso e complesso. Riguardo in particolare a A.A.________, risulta dal decreto del 25 febbraio 1998 che dispone il giudizio, trasmesso dall'Autorità richiedente a completamento della domanda, che egli, dal 1984 al 1996, in concorso con altri imputati, avrebbe tra l'altro acquisito illecitamente appalti pubblici corrompendo organi istituzionali. In particolare, per le opere di progettazione e realizzazione "dell'asta X.________", l'accusato avrebbe allestito documentazione falsa maggiorando e fatturando il costo di lavori in realtà mai eseguiti, inducendo così in errore gli enti pubblici appaltanti; egli avrebbe inoltre approfittato dello stato di bisogno di diverse persone, prestato loro ingenti somme di denaro con tassi d'interesse varianti dal 2 % al 10 % mensile e riciclato il denaro proveniente dalle attività illecite con operazioni bancarie volte a ostacolare l'identificazione dell'origine degli importi incriminati. La domanda non precisa invero nei dettagli le modalità di esecuzione dei reati, né indica tutte le operazioni sospette e le persone indagate. Tuttavia, nelle citate circostanze, tenuto altresì conto della complessità della fattispecie, i fatti essenziali risultano in modo sufficientemente chiaro dagli atti trasmessi dall'Autorità italiana. La domanda rispetta quindi le citate esigenze ed è atta a far sospettare che i prospettati reati possano essere stati commessi anche utilizzando i conti litigiosi, con un saldo complessivo superiore a 23 miliardi di lire, sui quali potrebbero essere stati versati importi provenienti da possibili attività illecite. Il fatto che talune circostanze non siano state precisate e chiarite non permette ancora di ritenere lacunosa e contraddittoria, e quindi inammissibile, la richiesta estera: l'assistenza giudiziaria, del resto, deve essere prestata anche per acclarare se il reato fondatamente sospettato sia effettivamente stato commesso e non soltanto per scoprire l'autore o raccogliere le prove a suo carico (DTF 118 Ib 547 consid. 3a pag. 552). Da questo profilo, il fatto che il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha dichiarato, con ordinanza del 16 ottobre 1998, la parziale nullità del decreto che dispone il giudizio siccome non sufficientemente specificata la documentazione utilizzata per commettere i reati, l'ammontare del danno subito dagli enti pubblici, gli importi oggetto del reato di usura e l'identità delle persone offese, è irrilevante. Con ogni evidenza, le esigenze poste dai Giudici stranieri in applicazione dell'art. 429 del Codice di procedura penale italiano (CPP/it.) riguardo alla validità del decreto che dispone il giudizio non sono identiche a quelle stabilite dagli art. 14 CEAG e art. 28 AIMP - e dalla citata giurisprudenza del Tribunale federale - in materia di ricevibilità della rogatoria. 3.2 Le ricorrenti contestano la ricevibilità della domanda sostenendo che il PP e la CRP non avrebbero tenuto sufficientemente conto del fatto che, con ordinanze del 16 ottobre 1998 e dell'11 aprile 2000, il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha dichiarato la nullità del "decreto che dispone il giudizio" riguardo alle imputazioni di truffa, usura e riciclaggio nei confronti di A.A.________ e che, con sentenza del 21 novembre 2000, lo ha prosciolto dall'accusa di associazione di tipo mafioso. Le ricorrenti rilevano pure che una sentenza di non luogo a procedere riguardante tra gli altri A.A.________ è stata emanata il 25 febbraio 1998 dal Tribunale di Napoli e concludono che contro di lui non sarebbe quindi più pendente alcun procedimento penale: la rogatoria configurerebbe, in tali circostanze, una ricerca indiscriminata di prove. Con tali argomentazioni le ricorrenti censurano, in sostanza, una violazione del principio "ne bis in idem", secondo cui nessuno può essere perseguito o condannato penalmente per un'infrazione per la quale sia già stato assolto o condannato con sentenza definitiva conforme alla legge. Questo principio è sancito dall'art. 4 n. 1 del Protocollo n. 7 alla CEDU, del 22 novembre 1984 (RS 0.101.07) e dall'art. 14 n. 1 del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, del 16 dicembre 1966 (RS 0.103.2; cfr. DTF 122 I 257 consid. 3, 119 Ib 311 consid. 3a e rinvii) e osta, di massima, in virtù dell'art. 2 lett. b CEAG, alla concessione dell'assistenza (cfr. DTF 123 II 134 consid. 3a inedito; sentenza inedita del 21 agosto 1995 nella causa B., consid. 4b). Quest'ultima disposizione tutela in primo luogo la persona perseguita nel procedimento penale estero. La persona interessata dalla misura di assistenza, senza tuttavia avere la veste di accusato in quel procedimento, come risulta essere qui il caso, può invocare l'art. 2 lett. b CEAG unicamente in quanto faccia valere che il provvedimento di assistenza violi i suoi diritti fondamentali; essa non è per contro legittimata a far valere interessi di terzi (cfr. sentenza del 21 agosto 1995 citata, consid. 4b). Ne consegue che, ove le ricorrenti si limitano a insistere sull'asserito definitivo abbandono del procedimento contro A.A.________, le censure ricorsuali sono inammissibili. Comunque, a prescindere da ciò, non risulta chiaramente dagli atti che l'azione penale pendente contro A.A.________ dinanzi alle Autorità italiane sia estinta, in particolare riguardo a tutte le fattispecie per cui l'assistenza è stata chiesta. Certo, emerge dalla certificazione 30 novembre 2000 del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, che l'accusato sarebbe stato prosciolto con sentenza del 21 novembre 2000 dal reato di "associazione di tipo mafioso". Tuttavia, quantomeno riguardo alle ulteriori imputazioni, non risulta che il procedimento si sia nel frattempo concluso con un giudizio definitivo (cfr. DTF 113 Ib 157 consid. 5a pag. 166). In particolare le ordinanze del 16 ottobre 1998 e dell'11 aprile 2000, su cui insistono specificatamente le ricorrenti, non costituiscono un giudizio definitivo di abbandono: in effetti, con queste decisioni, i Giudici italiani hanno semplicemente dichiarato nullo il "decreto che dispone il giudizio" relativamente a determinate imputazioni (cfr. art. 429 n. 2 CPP/it.), ciò che non comporta però, di principio, l'estinzione dell'azione penale bensì unicamente il rinvio degli atti allo stadio precedente l'atto nullo (cfr. art. 185 CPP/it.). D'altra parte, l'inchiesta estera è condotta su vasta scala e interessa numerosi indagati: la domanda di assistenza potrebbe quindi tendere a chiarire anche la posizione di altre persone interessate, per esempio quali intermediarie o beneficiarie di versamenti sospetti. Inoltre, a questo proposito è decisivo il fatto che l'Autorità richiedente non ha ritirato o modificato la domanda; anzi, dando seguito a una richiesta del PP, la Procura della Repubblica ha confermato la continuazione dei procedimenti penali contro A.A.________. Ora, secondo la giurisprudenza, trattandosi di materiale probatorio, una procedura di assistenza aperta in Svizzera diventa priva d'oggetto di massima solo quando lo Stato richiedente la ritiri espressamente, ciò che non si verifica in concreto. Non v'è infatti ragione di ritenere che l'Autorità richiedente mantenga una domanda quando il processo all'estero si sia nel frattempo concluso con un giudizio definitivo. In considerazione di quanto esposto non si giustifica quindi di accertare se il giudizio assolutorio del 21 novembre 2000 riguardante il reato di "associazione di tipo mafioso" sia nel frattempo cresciuto in giudicato.