Citation: 6P.8/2003 21.05.2003 E. 5

Giusta l'art. 266 CPP/TI nella sentenza di condanna la Corte d'assise, ad istanza della parte civile, decide contemporaneamente sulle pretese di diritto civile; se la Corte non stima sufficienti i dati del processo per tale decisione, rimette la parte civile al foro civile (art. 267 CPP/TI). Tali disposizioni riflettono quanto previsto a livello federale dall'art. 60 cpv. 1 lett. c CP per il quale, se in seguito ad un crimine o a un delitto una persona ha subito un danno non coperto da nessuna assicurazione e se è prevedibile che l'agente non risarcirà il danno, il giudice penale assegna alla persona lesa i risarcimenti richiesti, fino all'importo accertato giudizialmente o mediante transazione. Con l'adozione della LAV e la contestuale modifica dell'art. 60 CP, il 1° gennaio 1993, il legislatore federale ha voluto migliorare su due punti la posizione della parte lesa per quanto attiene alle sue richieste di risarcimento: da una parte, se le condizioni sono date, l'assegnamento alla parte lesa non è più affidato all'apprezzamento del giudice, bensì diviene obbligatorio; dall'altro, sono state eliminate le condizioni restrittive dalle quali dipendeva, nel diritto previgente, l'assegnazione dell'importo della multa (FF 1990 II 744). Malgrado queste modifiche, ne resta nondimeno che, come sotto l'egida del precedente diritto, la richiesta di indennizzo avanzata dalla vittima deve essere già sufficientemente determinata e liquida per poter essere decisa in ambito penale; in assenza di tali presupposti il rinvio al foro civile si avvera ancora necessario. 5.1 La ricorrente sostiene che nella fattispecie le condizioni per assegnare alla parte lesa il risarcimento richiesto erano date già nell'ambito del procedimento penale, per cui il giudice penale non poteva - senza violare le menzionate disposizioni e il principio dell'economia procedurale - demandare la questione in sede civile. La Corte cantonale ha invece ritenuto di non poter decidere sulla domanda di risarcimento portante sulla differenza tra il valore residuo delle quote del fondo AFF al 31 gennaio 1995 e quello che avrebbero avuto alla medesima data senza gli atti illeciti commessi dall'accusato. Essa ha obiettato che al risarcimento di queste pretese fa anzitutto ostacolo la posizione finanziaria ed economica alquanto compromessa dell'accusato, che risulta oberato di debiti e implicato in numerose procedure esecutive (v. sentenza impugnata, pagg. 14-15); sulla liquidità delle pretese, la Corte ticinese ha inoltre asserito che i valori residui delle quote indicati dalla perizia in atti non possono essere utilizzati quale base di calcolo della perdita causata dall'agire illecito dell'imputato perché nelle perdite subite computate dal perito ve ne sarebbero alcune non direttamente legate alla gestione del fondo, quali quelle causate da una speculazione sull'argento. Il giudice cantonale ha infine avanzato dei dubbi anche sulla titolarità dell'azione risarcitoria (v. sentenza impugnata p. 17). 5.2 La prima argomentazione della Corte cantonale risulta infondata. La precaria posizione finanziaria ed economica dell'autore dei reati non dovrebbe in principio ostare al riconoscimento delle pretese risarcitorie delle parti civili già in sede penale; anzi, a ben vedere, il testo medesimo dell'art. 60 CP suggerisce piuttosto l'ipotesi contraria, visto che uno dei presupposti per l'assegnamento di indennizzi alla parte lesa è proprio la prevedibilità che l'agente non risarcirà il danno (art. 60 cpv. 1, prima frase). Pretendere che solo gli autori solvibili possano essere condannati al risarcimento delle pretese delle parti civili sarebbe arbitrario poiché in palese contrasto con la norma citata (v. Jörg Paul Müller, Grundrechte in der Schweiz, 3a ed., Berna 1999, pag. 473, lett. cc). 5.3 Infondati sono pure i dubbi espressi dal giudice penale in merito alla mancata titolarità del credito da parte della A.________ (e di altre parti civili); a prescindere dall'avvenuta o meno liquidazione del fondo AFF, si osserva infatti che nella sentenza impugnata la Corte delle assise correzionali ha accolto senza riserve la domanda degli investitori costituitisi parte civile concernente il rimborso del valore residuo delle quote del fondo, riconoscendo alla ricorrente un'indennità di US$ 69'600.-- da prelevarsi sull'importo sequestrato in corso di istruttoria (v. sentenza impugnata, pag. 17, terzo considerando). Mal si comprende dunque perché alle stesse parti dovrebbe essere negata la facoltà di far valere ulteriori risarcimenti dei danni causati dall'agire illecito dell'accusato. 5.4 Punto centrale della vertenza è però quello di stabilire se la richiesta di risarcimento avanzata dalla ricorrente sia già sufficientemente determinata o determinabile da poter essere decisa contestualmente al giudizio penale. Su questo punto, la Corte delle assise correzionali ha, forse un po' frettolosamente, ritenuto di non poter utilizzare le cifre indicate nella perizia giudiziaria quale base di calcolo delle perdite causate dall'agire illecito dell'accusato e quindi per stabilire i risarcimenti alle parti lese. A torto. Il perito ha infatti potuto accertare che le operazioni fittizie (e scorrette) dell'accusato negli anni 1994 e 1995 hanno causato perdite complessive a danno dei sottoscrittori di quote del fondo AFF per US$ 3'682'447.38, suddivisi in US$ 1'384'983.75 per sottoscrizioni del fondo American Growth Fund (AGF) avvenute a scapito del fondo AFF, US$ 1'134'158.60 per riscatti fittizi di quote del fondo AFF, US$ 900'000.-- per investimenti (in parte fittizi) sul mercato dell'argento e US$ 263'305.03 per il riscatto di quote AFF a valori superiori a quelli effettivi (v. in dettaglio le pag. 17-21, nonché la tabella riassuntiva a pag. 22 della perizia doc. A). Per quanto attiene ai litigiosi investimenti sull'argento, la perizia indica chiaramente che sin dall'impostazione della cosiddetta operazione "Silver", l'intenzione reale dell'accusato era quella di far affluire ulteriori capitali nel fondo AGF, in gravi difficoltà, sottraendoli al fondo AFF; solo 400'000 dei 900'000 dollari USA prelevati sul fondo AFF sono inoltre stati effettivamente impiegati per operazioni su questo metallo prezioso (v. perizia doc. A pagg. 19 e 20). Tali capitali, è utile precisarlo, erano comunque definitivamente usciti - giacché illecitamente stornati - dal fondo AFF, per cui anche un eventuale successo della speculazione sull'argento non avrebbe mutato la situazione di questo fondo. Il perito ha infine pertinentemente distinto le perdite di capitale del fondo AFF che potevano essere attribuite alle operazioni scorrette eseguite da B.________ da quelle derivanti dalla corrente gestione del fondo, ossia determinate dal cattivo andamento degli investimenti, di cui egli non può invece essere tenuto responsabile (v. pag. 29 del rapporto peritale doc. B).