Citation: 2A.76/2002 31.07.2002 E. 7

Resta a questo punto da esaminare la proporzionalità del provvedimento litigioso. A.________ è arrivato in Svizzera - legalmente - nel 1994, all'età di 26 anni. Nel momento in cui l'autorità amministrativa cantonale si è rifiutata di rinnovargli il permesso di soggiorno risiedeva sul nostro territorio da 7 anni. Si deve però considerare che egli non è mai riuscito ad integrarsi pienamente nella realtà del nostro Paese. Ciò è dimostrato soprattutto dai numerosi e in parte anche gravi reati commessi durante questo periodo. Se ne deve dunque dedurre che è verosimilmente in Kosovo, Paese nel quale è nato ed ha trascorso la maggior parte della sua vita, che possiede ancora i propri legami culturali più stretti. In caso di ritorno nella sua patria d'origine, egli non si troverà dunque confrontato con particolari difficoltà di adattamento. In ogni caso detti inconvenienti non possono prevalere sull'interesse della collettività al suo allontanamento. Gli asseriti intensi legami del ricorrente con il Cantone Ticino non sono suscettibili di sovvertire questa conclusione. Sotto questo profilo la decisione impugnata appare pertanto rispettosa del principio di proporzionalità e conforme al diritto federale. Alcuni problemi potrebbero per contro sorgere da questo punto di vista per la moglie, qualora dovesse decidere di seguire il marito all'estero. Quest'ultima, sebbene di nazionalità italiana, è sempre vissuta in Svizzera, dapprima nei Grigioni, poi, da quando nel 1993 ha conosciuto il marito, in Ticino, dove sono nati i due figli. In questo senso, le ipotesi formulate dal Tribunale cantonale amministrativo in merito alle sue possibilità di adattamento in Kosovo non possono essere completamente condivise. A ragione l'insorgente obietta che non bastano alcuni brevi soggiorni in uno stato estero per riuscire ad assimilarne gli usi e i costumi. Si deve tuttavia considerare che B.________ non solo era a conoscenza della posizione irregolare di colui che sarebbe poi diventato suo marito, ma ha anche partecipato attivamente in due occasioni ai reati che egli ha commesso. In primo luogo ne ha favorito il soggiorno illegale in Svizzera, ospitandolo saltuariamente a Coira e a Melide tra il 1992 e il 1994; in secondo luogo, in correità con il coniuge (il quale per questi fatti è stato condannato il 1° dicembre 1997) ella ha favorito ripetutamente l'entrata illegale di cittadini iugoslavi, trasportandoli dalla zona di confine di Bogno a Zurigo e a Bulle. Questa condotta personale tutt'altro che irreprensibile della moglie rende superflua ogni disquisizione su cosa ella sapesse effettivamente, al momento del matrimonio, riguardo al rischio che correva il ricorrente di non più potere risiedere in Svizzera. Contrariamente a quanto questi sostiene, è infatti la somma delle condanne penali e degli ammonimenti subiti, e quindi non solo l'ultima sentenza penale del 14 febbraio 2001, ad avere indotto le autorità ticinesi a non rinnovargli il permesso di dimora. Tutto ciò permette di affermare che i giudici cantonali hanno soppesato correttamente la fattispecie anche sotto il profilo dell'art. 8 CEDU, rilevando in definitiva che, visto il comportamento mantenuto dalla moglie del ricorrente, l'interesse pubblico ad allontanare il marito di quest'ultima debba prevalere anche sulle eventuali difficoltà che ella potrebbe dover affrontare per vivere altrove. Per quanto riguarda poi i figli, questi sono ancora piccoli, per cui il problema di un loro eventuale sradicamento dalla realtà svizzera non si pone nemmeno. Contrariamente a quanto tenta di dimostrare il ricorrente, non sussistono nemmeno dei motivi di salute straordinari che esigano per il figlio maggiore, C.________, delle cure possibili solo in Svizzera. I certificati medici prodotti davanti al Consiglio di Stato attestano infatti unicamente che il bambino ha avuto una crisi di asma bronchiale di origine allergica, provocata probabilmente da un fattore emotivo.