Citation: 1P.139/2000 26.05.2000 E. 4

4.- Nel merito i ricorrenti criticano la base legale sulla quale poggia la restrizione alla loro proprietà. Essi sostengono inoltre che l'espropriazione non sarebbe giustificata da un interesse pubblico preponderante e che non rispetterebbe il principio della proporzionalità. a) L'espropriazione è compatibile con la garanzia della proprietà - prevista dall'art. 26 Cost. , che riprende essenzialmente il previgente art. 22ter vCost. (FF 1997 I 161) - solo se si fonda su una base legale sufficiente, se è giustificata da un interesse pubblico preponderante e se rispetta il principio della proporzionalità (art. 36 cpv. 1-3 Cost. ; sentenza inedita del 16 marzo 2000, nella causa T.I., consid. 3a; 121 I 117 consid. 3b, 119 Ia 362 consid. 3a, concernenti l'art. 22ter vCost. ; Jörg Paul Müller, Grundrechte in der Schweiz, 3a ed., Berna 1999, pag. 607). Nel caso di una restrizione grave alla proprietà il Tribunale federale esige una base legale chiara e univoca ed esamina liberamente se questa condizione è adempiuta (DTF 124 I 6 consid. 4b/aa, 121 I 117 consid. 3b/bb; sentenza del 25 giugno 1998 nella causa F., consid. 2, pubblicata in ZBl 101/2000, pag. 143 segg.). Una restrizione è grave segnatamente nel caso di soppressione forzata della proprietà fondiaria, oppure qualora prescrizioni positive o divieti rendano impossibile, o quantomeno molto più difficile, un' utilizzazione, presente o futura, del fondo conformemente alla sua destinazione (DTF 121 I 65 consid. 2a inedito, 115 Ia 363 consid. 2a; Walter Kälin, Das Verfahren der staatsrechtlichen Beschwerde, 2a ed., Berna 1994, pag. 180). aa) Certo, ci si potrebbe chiedere se in concreto la restrizione alla proprietà subita dai ricorrenti non debba essere considerata come non particolarmente grave, ritenuto che l'espropriazione, riguardante delle servitù prediali, non sembrerebbe pregiudicare in modo rilevante l'attuale utilizzo del fondo (cfr. sentenza inedita del 5 maggio 1982 nella causa F.G., consid. 3d). In tal caso, il Tribunale federale dovrebbe limitarsi a esaminare il requisito della base legale dal ristretto profilo dell'arbitrio (DTF 121 I 65 consid. 2a, inedito, 115 Ia 363 consid. 2a). La questione può tuttavia rimanere indecisa, visto l'esito del ricorso. bb) Il Tribunale federale esamina inoltre liberamente le esigenze dell'interesse pubblico e della proporzionalità, ma valuta con riserbo le circostanze locali, meglio conosciute dalle autorità cantonali, e le questioni di spiccato apprezzamento (DTF 119 Ia 88 consid. 5c/bb, 117 Ia 141 consid. 2a, 115 Ia 363 consid. 2a e rinvii). b) Secondo l'art. 1 cpv. 1 LEspr/TI, su cui le autorità cantonali hanno fondato l'espropriazione litigiosa, la LEspr/TI regola l'occupazione temporanea o l'acquisizione della proprietà fondiaria, di diritti reali o di diritti personali relativi ai fondi in vista dell'attuazione di opere di interesse pubblico. Il diritto d'espropriazione per tali opere spetta al Cantone nonché ai Comuni nell'ambito della loro giurisdizione (art. 2 cpv. 1 LEspr/ TI). Il Cantone, sentito il preavviso del Municipio del Comune ove si prevede di costruire l'opera, può conferire il diritto d'espropriazione agli altri enti di diritto pubblico (art. 2 cpv. 2 e 3 cpv. 1 LEspr/TI). I ricorrenti riconoscono che, di per sé, la citata norma cantonale costituisce una base legale sufficiente per l'espropriazione. In concreto il piano regolatore comunale consentirebbe tuttavia unicamente l'edificazione di una "chiesa", come previsto dal vincolo di interesse pubblico, non quella di un "centro parrocchiale". L'autorità cantonale avrebbe quindi conferito a torto alla Parrocchia il diritto di espropriare in vista dell'edificazione di un'opera non conforme al piano regolatore. Anche il Tribunale cantonale amministrativo avrebbe perciò esteso arbitrariamente la nozione di "chiesa" a quella di "centro parrocchiale". aa) Secondo la giurisprudenza del Tribunale federale, la costituzionalità del piano regolatore, in concreto l'inserimento dei citati fondi nella zona per edifici di interesse pubblico per costruirvi un centro parrocchiale, può essere contestata, in linea di principio, al momento dell'adozione del piano. Una contestazione successiva, sollevata, in via pregiudiziale, nell'occasione di un'applicazione concreta, può avvenire solo eccezionalmente, e cioè, quando il proprietario colpito non si fosse potuto rendere pienamente conto, al momento dell'adozione del piano, della limitazione impostagli, quando la procedura non gli avesse offerto in quella sede la possibilità di tutelare adeguatamente i suoi diritti e quando si pretenda che le circostanze, segnatamente l'interesse pubblico, che avevano giustificato l'adozione del piano e le sue restrizioni fossero nel frattempo radicalmente mutate (cfr. DTF 123 II 337 consid. 3a, 116 Ia 207 consid. 3b, 115 Ia 1 consid. 3; Kälin, op. cit. , pag. 139 segg.). Nessuno di questi presupposti è adempiuto in concreto. La Corte cantonale ha in effetti rilevato che la nozione di "centro parrocchiale" figurava in alcuni atti pianificatori, segnatamente nella relazione tecnico-economica del 23 dicembre 1983, che concorreva alla costituzione del piano regolatore. A questo proposito i ricorrenti si limitano a osservare che tale atto aveva unicamente valore indicativo. Non dimostrano tuttavia di non avere potuto assumere le dovute informazioni che avrebbero permesso loro di rendersi conto dell'asserita discrepanza tra la nozione di "chiesa" e quella di "centro parrocchiale" e, conseguentemente, di contestare il vincolo in discussione. In effetti, secondo l'art. 17 cpv. 1 della previgente legge edilizia cantonale del 19 febbraio 1973 (vLE), la relazione tecnico-economica costituiva una componente del piano regolatore. Quest'ultimo è inoltre stato pubblicato presso la Cancelleria comunale (cfr. art. 18 vLE), ove poteva essere consultato anche dai ricorrenti, ai quali, in quanto proprietari di un fondo nel territorio di Breganzona, incombeva peraltro il compito di informarsi costantemente riguardo alla situazione giuridica della loro particella (cfr. DTF 106 Ia 310 consid. 1a; sentenza del 18 febbraio 1999 nella causa L., consid. 6b e c, apparsa in RDAT II-1999, n. 9, pag. 35 segg.). Avuta notizia della revisione del piano regolatore, spettava infatti ai ricorrenti - in virtù del principio della buona fede - assumere le necessarie informazioni circa la natura della zona EP in questione e, se del caso, contestare il contenuto del piano secondo l'art. 19 vLE, segnatamente in presenza di eventuali divergenze tra le sue componenti (cfr. DTF 107 Ia 72 consid. 4a, 102 Ib 91 consid. 3). Del resto, i precedenti proprietari dei fondi ora appartenenti alla Parrocchia avevano tempestivamente criticato l'inserimento delle loro particelle in quella zona, e il Consiglio di Stato, nella decisione del 2 giugno 1993 di approvazione del piano regolatore, aveva tra l'altro rilevato che esse erano destinate alla realizzazione di una chiesa e di un centro parrocchiale e sociale. Inoltre, contrariamente a quanto sostengono i ricorrenti, il fatto che il messaggio municipale del 15 giugno 1999 - che specificava la destinazione della zona EP litigiosa in modo più dettagliato e ne definiva i parametri edificatori - non ha raccolto il voto affermativo della maggioranza assoluta dei membri del Consiglio comunale nella seduta dell'11 ottobre 1999, non costituisce una mutazione delle circostanze che avevano allora giustificato l'inserimento dei fondi in quella zona. Questa circostanza non comporta quindi la possibilità di contestare ora il piano regolatore. bb) A titolo abbondanziale va comunque rilevato che, certo, l'art. 45 delle norme di attuazione del piano regolatore prevede unicamente che nella zona EP la tipologia edilizia è determinata dallo scopo delle costruzioni e che la distanza minima dal confine del fondo adiacente deve essere quella prevista dall'art. 9 cpv. 2 delle stesse norme. Tuttavia, come rilevato dalla Corte cantonale, dalla rappresentazione grafica del piano regolatore risulta che la zona per edifici di interesse pubblico è stata suddivisa, per l'intero territorio comunale, in tre distinte categorie, indicate con il relativo simbolo e denominate genericamente quali "uffici comunali", "istruzione" e "chiesa". Benché si tratti di nozioni estese, non si può ritenere che in concreto non si possa dedurre il fine perseguito dalle singole zone EP, segnatamente la portata dei bisogni pubblici e delle opere richieste. Non risulta infatti che il Comune si sia limitato a delimitare una zona EP senza sufficientemente chiarirne lo scopo di pubblica utilità (cfr. DTF 113 Ia 463 consid. 3, 114 Ia 335 consid. 2d; Adelio Scolari, Commentario, Bellinzona 1996, n. 174 all' art. 28 LALPT). Ne consegue che, tenuto segnatamente conto della modalità con cui il Comune ha fissato, con nozioni ampie, per le singole zone EP le loro funzioni, la Corte cantonale non ha violato la Costituzione per avere ritenuto che l'edificazione del contestato centro parrocchiale era prevista dalla relativa zona EP e che il Consiglio di Stato aveva conferito alla Parrocchia a ragione il diritto di espropriare. D'altra parte, come rilevato dalla Corte cantonale, un vincolo EP non decade per il fatto che gli edifici di interesse pubblico da realizzare non corrispondano più esattamente a quelli inizialmente previsti dal piano regolatore (DTF 121 II 305, consid. 3 inedito, pubblicata in RDAT I-1996, n. 45, pag. 127 segg; cfr. anche DTF 114 Ia 335 consid. 2c-d). c) Dalle considerazioni che precedono, viste le particolarità della fattispecie, risulta adempiuto anche il requisito dell'interesse pubblico per l'opera contestata (art. 36 cpv. 2 Cost.). La Parrocchia, analogamente al Comune e al Patriziato, assolve infatti essenzialmente compiti pubblici (Eros Ratti, La Parrocchia, Pregassona 2000, pag. 50). Contrariamente all'opinione dei ricorrenti, non soltanto l'edificio chiesastico, ma anche le costruzioni in stretta relazione con l'esercizio del culto, quali la casa e le sale parrocchiali, rispondono a un interesse pubblico e sono conformi alla destinazione della zona EP (cfr. DTF 110 Ia 30 consid. 4; Daniel Gsponer, Die Zone für öffentliche Bauten und Anlagen, tesi, Zurigo 2000, pag. 68; cfr. anche Alexander Ruch in Aemisegger/Kuttler/Moor/Ruch, editori, Kommentar zum Bundesgesetz über die Raumplanung, Zurigo 1999, n. 79 all'art. 22). d) L'espropriazione litigiosa non viola d'altra parte il principio della proporzionalità, il quale esige che le limitazioni della proprietà siano necessarie e idonee a raggiungere lo scopo previsto e che tra questo e i mezzi utilizzati sussista un rapporto ragionevole (DTF 125 I 441, consid. 3b, 474 consid. 3, 124 I 107 consid. 4c/aa; Heinz Hess/Heinrich Weibel, Das Enteignungsrecht des Bundes, Berna 1986, Vol. I, n. 25 segg. all'art. 1). Secondo questo principio, di massima, vanno espropriate innanzitutto quelle servitù il cui esercizio risulterebbe incompatibile con lo scopo dell'espropriazione (Grégory Bovey, L'expropriation des droits de voisinage, tesi, Berna 2000, pag. 89). In concreto, l'espropriazione è limitata alle servitù prediali costituite per permettere esclusivamente l'edificazione di ville o case signorili e la cui sussistenza sarebbe incompatibile con la costruzione del centro parrocchiale. Una misura meno incisiva non è data, per cui l'intervento litigioso rispetta il principio della proporzionalità. Certo, i ricorrenti sostengono in particolare che le servitù di limitazione di altezza delle piantagioni e di arretramento dai confini non impedirebbero la realizzazione dell'edificio litigioso. Tuttavia il principio della proporzionalità non esclude che la restrizione alla proprietà possa estendersi a quanto necessario, dal profilo tecnico e da quello giuridico, all'esecuzione adeguata dell'opera litigiosa. L'interesse pubblico impone infatti che i rapporti giuridici siano regolati in modo chiaro, semplice e preciso, al fine di evitare difficoltà ulteriori e oneri sproporzionati (DTF 105 Ia 187 consid. 6a erinvii).