Citation: 5C.110/2006 14.09.2006 E. 5

5.1 Per quanto attiene alla possibilità delle parti di provvedere da sole al proprio mantenimento, la Corte cantonale ha innanzi tutto rilevato che sussiste una presunzione refragabile secondo cui non è possibile pretendere da un coniuge di riprendere un'attività lucrativa, se questi ha superato i 45 anni e non ha per lungo tempo esercitato un'attività lavorativa. I giudici cantonali hanno poi constatato che la convenuta al momento del divorzio aveva 48 anni e risulta essere invalida al 50%. Prima del matrimonio, ella aveva conseguito un diploma di nurse e aveva svolto l'attività di bambinaia fino al 1981. Dopo tale data ella aveva iniziato una formazione bancaria ed ha lavorato - in istituti di credito - fino alla fine del 1994, e cioè fino al mese susseguente al matrimonio. Nell'aprile 2002, 6 mesi prima della separazione effettiva delle parti, la convenuta ha aperto un atelier di ceramica da cui non risulta alcun profitto. La Corte d'appello ha pure espresso dubbi, a causa degli 8 anni di assenza dal mondo della formazione professionale e del lavoro, sulle possibilità della convenuta di reinserirsi nel settore bancario o parabancario e ha indicato che in ogni modo nemmeno l'attore - a cui spettava rovesciare la summenzionata presunzione - ha saputo allegare e rendere verosimile un'attività lucrativa che avrebbe potuto essere svolta dall'ex moglie. La Corte cantonale ha tuttavia ritenuto che la convenuta non può pretendere di gestire per tempo indeterminato un atelier di ceramica, senza ricavarne alcun provento. Essa ha pertanto considerato che tale attività dovrà, nella peggiore delle ipotesi dopo una decina d'anni, essere in grado di fornire alla convenuta quanto le manca per coprire da sola il suo fabbisogno esistenziale. Per l'eventualità che dall'atelier dovesse risultare più rapidamente un reddito apprezzabile, anche inferiore a fr. 1'000.--, i giudici d'appello hanno suggerito all'attore di chiedere la modifica del contributo alimentare. 5.2 Secondo l'attore la Corte cantonale avrebbe violato sia il principio del "clean break" sancito dall'art. 125 CC, sia quello della solidarietà che sarebbe previsto dall'art. 163 cpv. 2 CC. Essa avrebbe sottovalutato che la convenuta, prima ancora che le parti si fossero definitivamente separate, ha liberamente scelto un'attività imprenditoriale che le cagiona unicamente spese. L'attore sostiene inoltre che non può essere da lui preteso che egli aiuti l'ex coniuge a sopportare "le conseguenze di una autonoma, arbitraria ed egoistica scelta" professionale. 5.3 La censura appare del tutto inconferente. Da un lato l'attore non contesta l'applicabilità della presunzione indicata nella sentenza impugnata, né afferma di averla sovvertita. D'altro canto, insistendo sul fatto che l'ex moglie aveva già aperto l'atelier prima della separazione effettiva delle parti, l'attore non fa altro che porre l'accento su un argomento che depone per l'erogazione di un contributo alimentare, atteso che durante la convivenza i coniugi avevano manifestamente una ripartizione dei compiti che non prevedeva che la moglie dovesse partecipare al sostentamento della famiglia (art. 125 cpv. 1 CC; DTF 130 III 537 consid. 3.4). Si può infine aggiungere che se è vero che secondo il principio del "clean break" ogni coniuge deve provvedere nella misura del possibile da solo ai suoi bisogni, è nondimeno possibile che per poter pervenire a tale autonomia, che può essere stata compromessa dal matrimonio, una parte sia costretta, come nella fattispecie, a fornire un contributo alimentare all'altra: i coniugi devono sopportare in comune le conseguenze della ripartizione dei compiti adottata durante il matrimonio (DTF 127 III 136 consid. 2a).