Citation: 6S.17/2004 22.07.2004 E. 4

4.1 Secondo il Procuratore pubblico il resistente si è reso colpevole di promovimento della prostituzione anche per avere leso la libertà di azione di C.________, D.________, B.________ e E.________, sorvegliandole nella loro attività di prostitute, imponendole il luogo, il tempo, l'estensione o altre circostanze inerenti all'esercizio della prostituzione (ricorso pag. 10 e seg.). 4.2 Anche su questo punto l'esame va limitato alle argomentazioni ricevibili in sede di ricorso per cassazione (v. supra consid. 1.1), escludendo dunque tutti i richiami all'incarto cantonale, le censure relative all'accertamento dei fatti, nonché i meri rinvii alle argomentazioni contenute nel ricorso alla CCRP. 4.3 Si rende colpevole di promovimento della prostituzione nella variante prevista all'art. 195 cpv. 3 CP chiunque lede la libertà d'azione di una persona dedita alla prostituzione sorvegliandola in questa sua attività oppure imponendole il luogo, il tempo, l'estensione od altre circostanze inerenti all'esercizio della prostituzione. Il bene giuridico protetto è in questo caso la libertà decisionale delle persone già attive nel settore della prostituzione. La disposizione reprime il comportamento di chi, trovandosi in una posizione di potere nei confronti delle persone che si prostituiscono, limita la loro libertà decisionale, stabilendo nel dettaglio le modalità secondo le quali esse devono esercitare tale attività, eventualmente costringendole addirittura ad osservare determinati comportamenti. La punibilità presuppone l'esercizio di una certa pressione sulla persona che si prostituisce, alla quale essa non può facilmente sottrarsi, di modo che non si può più parlare di una sua scelta completamente libera sui modi e le condizioni di esercizio della prostituzione (DTF 129 IV 81 consid. 1.2 pag. 84; 126 IV 76 consid. 2 e rinvii dottrinali; v. anche la sentenza 6P.162/2001 del 22 marzo 2002, consid. 6a, pubblicata in: Pra 2002 n. 136 pag. 743 e segg.). Dottrina e giurisprudenza concordano sul fatto che la gestione di un postribolo in quanto tale non comporta necessariamente lesione della libertà d'azione delle persone ivi attive. Decisivo è anche in questo caso se ed in che misura esse sono limitate nella loro autodeterminazione sessuale (DTF 126 IV 76 consid. 2 pag. 81 e rinvii dottrinali). A questo proposito occorre sempre ponderare le circostanze del caso concreto. Il Tribunale federale ha avuto occasione di sviluppare in merito un'ampia casistica ancora recentemente illustrata ed integrata in DTF 129 IV 81 consid. 1, con la quale la stessa CCRP si è accuratamente confrontata (sentenza impugnata pag. 23 e segg.) e di cui si dirà laddove necessario nel prossimo considerando. 4.4 Sulla base degli accertamenti di fatto operati in sede cantonale va prima di tutto preso atto che all'interno del bar X.________ esistevano, per volontà dello stesso resistente, determinate regole, come per esempio l'obbligo di presenza al bar dal tardo pomeriggio fino alle ore piccole, nonché l'obbligo di favorire le consumazioni. Si tratta, come rilevato dal primo giudice con l'avallo della CCRP, di regole dalle quali il prevenuto traeva vantaggi economici, per cui è verosimile che il resistente pretendesse il rispetto di tale consegne (sentenza impugnata pag. 28). I giudici cantonali non intravedono però in questo un comportamento penalmente rilevante, essenzialmente per il seguente motivo: "Pur ammettendo che simili disposizioni potessero limitare la facoltà delle ragazze di scegliere luoghi e tempi, come pure la facoltà di avvicinare liberamente i clienti, il primo giudice ha però sottolineato che grazie all'obbligo di presenza le ragazze potevano facilmente trovare i clienti che altrimenti avrebbero dovuto cercare altrove, con tutti i rischi connessi. Tolto l'orario di apertura del bar, il primo giudice ha rammentato però che le ragazze erano libere di praticare la prostituzione anche altrove, facoltà che nessuna si è mai vista precludere. La presenza obbligatoria al bar rispondeva per finire ai reciproci interessi delle parti e aveva carattere tutto sommato più consensuale che coercitivo, mentre nulla è dato sapere su come il prevenuto avrebbe reagito alla violazione di tali obblighi" (sentenza impugnata pag. 28). Per quanto riguarda l'obbligo di favorire le consumazioni i giudici cantonali fanno notare come esso debba venire valutato con cautela dato che i prezzi di tali consumazioni erano molto bassi per cui in un onere tanto limitato non sarebbe ravvisabile alcun estremo penale, visto anche che tre delle quattro giovani, che il resistente avrebbe indebitamente sorvegliato nell'esercizio della prostituzione, avevano liberamente accettato di venire in Svizzera proprio per far bere clienti al bar (sentenza impugnata pag. 29). I giudici cantonali si chinano anche sulla questione delle tariffe imposte alle prostitute per le loro prestazioni sessuali, negando anche in questo caso rilevanza penale a questo fatto, in particolare argomentando come segue: "[...] eventuali indicazioni sulle tariffe da praticare da parte dell'accusato, che non partecipava in forma percentuale al fatturato delle ragazze, miravano solo a prevenire sgradevoli situazioni di concorrenza interna, che avrebbero danneggiato in primo luogo le ragazze stesse, e non avevano invece lo scopo di limitarne la libertà" (sentenza impugnata pag. 30). Non è stata invece accertata l'esistenza dell'obbligo, asserito dall'accusa, di accompagnarsi con clienti imposti dal resistente o da lui scelti (sentenza impugnata pag. 30 e seg.). Trattandosi di un mero accertamento di fatto il Tribunale federale è vincolato a tale conclusione (art. 277bis cpv. 1 seconda frase PP). Più sfumata è infine la posizione in merito all'asserito divieto di non lasciare il locale senza il consenso del resistente, rispettivamente di non ospitare persone in camera fuori dall'orario di lavoro. La CCRP fa a questo proposito una formulazione ipotetica, da cui emergono dubbi sull'esistenza di siffatte regole, e nega comunque una loro rilevanza penale, ritenendo che esse fossero semmai finalizzate esclusivamente a garantire la sicurezza delle prostitute (sentenza impugnata pag. 31 con riferimento alla sentenza del primo giudice pag. 46 e seg.). Affermazione quest'ultima molto discutibile, visto che si tratterebbe di regole che comportano una sensibile ingerenza nella libertà individuale delle prostitute, impossibili da giustificare solo con argomenti di questo tipo. Tuttavia dato che gli accertamenti probatori non permettono di concludere in maniera univoca che tali regole esistessero davvero, va concesso al resistente il beneficio del dubbio. Alla luce di questi insindacabili accertamenti di fatto occorre dunque esaminare se vi sono sufficienti elementi per concludere che il resistente ha leso la libertà di agire di B.________, C.________, D.________ e E.________ sorvegliandole nell'attività di meretricio oppure imponendo loro il luogo, il tempo, l'estensione od altre circostanze inerenti all'esercizio della prostituzione. A tal proposito va anzitutto respinta la teoria, sostenuta dai giudici cantonali, secondo la quale gli obblighi e le regole accertati non sarebbero rilevanti perché non è dimostrato che esistessero sanzioni in caso di loro violazione. Determinante dal profilo penale è invece esclusivamente l'esistenza di regole cui le persone dedite alla prostituzione obbedivano effettivamente. La presenza o meno di sanzioni può essere naturalmente un indizio a riprova dell'effettiva obbedienza a tali regole, ma non rappresenta una condizione necessaria perché si possa parlare di regole vincolanti e lesive della libertà personale, visto che è possibile che il reo eserciti una forte presa psicologica sulla vittima, fondata sulla dipendenza e la manipolazione, tale da frustrare in nuce qualsiasi velleità di ribellione, rendendo addirittura superflua l'attivazione di sanzioni di sorta. A questa dimensione del problema occorre prestare grande attenzione a maggior ragione in casi come quello qui in esame, in cui questo tribunale ha già avuto modo di constatare l'esistenza di pressioni penalmente rilevanti nella fase di iniziazione alla prostituzione (v. supra consid. 3). In casu è accertato che le giovani donne dovevano essere presenti durante le ore di apertura del bar. Al di fuori di questi orari esse erano libere di prostituirsi anche altrove (sentenza impugnata pag. 28). Non vi sono accertamenti concernenti l'esistenza di altri obblighi che permettano di stabilire una relazione tra la presenza al bar e l'esercizio della prostituzione (per esempio quello di occuparsi di un certo numero di clienti). Quanto ai prezzi delle prestazioni delle prostitute la sentenza impugnata parla di "eventuali indicazioni sulle tariffe ..." (pag. 30). È invece accertato l'obbligo di favorire consumazioni, ma non necessariamente bevande costose (sentenza impugnata pag. 29). Rilevanti sono solo le regole inerenti alla prostituzione. Secondo la giurisprudenza essa consiste nell'offrire e mettere a disposizione il proprio corpo per il piacere sessuale altrui in cambio di soldi o altri vantaggi economici (DTF 129 IV 71 consid. 1.4 pag. 75). Non ricade dunque in questo ambito l'obbligo di favorire le consumazioni, visto che si tratta di un'attività solo collaterale o eventualmente preliminare alla prostituzione, da distinguere chiaramente dall'attività prostitutiva in senso stretto. Diversa è invece la situazione per quanto riguarda l'obbligo di presenza al bar e le indicazioni in ambito tariffario, visto che si tratta indubbiamente di regole inerenti all'esercizio della prostituzione. L'obbligo di presenza al bar, in assenza di altre direttive, non può comunque essere parificato a una limitazione della libertà dell'esercizio della prostituzione. Rimane la questione delle tariffe, che l'autorità cantonale ha però soltanto ipotizzato, senza accertare un vero e proprio obbligo di rispettare i prezzi imposti dal resistente. Le norme tariffarie da sole non basterebbero comunque per ritenere adempiuto l'art. 195 cpv. 3 CP, visto che esse, come sottolineato nella sentenza impugnata, possono avere anche una semplice finalità anti-dumping, di per sé non lesiva della libertà delle persone dedite alla prostituzione (DTF 126 IV 76 consid. 3 pag. 82). Esse diventano invece penalmente rilevanti non appena si trovano inserite in un universo disciplinare più ampio e dettagliato, fondato su rapporti di potere cui le persone che si prostituiscono hanno difficoltà a sottrarsi, come ad esempio nei casi giudicati in DTF 125 IV 269 consid. 2 pag. 271 e seg. oppure nella sentenza 6P.162/2001 del 22 marzo 2002 richiamata in DTF 129 IV 81 consid. 1.2 pag. 84. Si tratta di estremi qui non raggiunti, visto che dall'insieme degli accertamenti (vaghi) dell'autorità cantonale risulta che il mestiere era esercitato in modo relativamente libero. Su questo punto il ricorso è quindi da respingere e la sentenza impugnata viene confermata.