Citation: 1P.602/2003 23.02.2004 E. 4

4.1Il ricorrente sostiene che la Corte cantonale sarebbe incorsa nell'arbitrio anche per avergli negato un risarcimento per la perdita di valore delle azioni della C.________ SA. Critica le conclusioni della CRP secondo cui l'istante non avrebbe dimostrato di essere rimasto azionista unico della società anche nel periodo dal 1983 al 1999. Il ricorrente considera inoltre realizzato un nesso di causalità tra il procedimento penale e la diminuzione di valore e ritiene adeguato l'ammontare del danno patrimoniale fatto valere. 4.2Riguardo in particolare al diniego della causalità tra il procedimento penale e la perdita di valore delle azioni, il ricorrente sostiene che la cessazione dell'attività societaria sarebbe intervenuta già nel 1983, prima del suo trasferimento all'estero, e sarebbe riconducibile essenzialmente alla pubblicità negativa da parte dei mezzi d'informazione, ai sequestri e alle perquisizioni di conti bancari e postali ordinati nell'ambito dell'inchiesta. Ritiene che l'autorità cantonale non avrebbe considerato questi elementi fondandosi invece a torto sull'aspetto, a suo modo di vedere irrilevante, del trasferimento all'estero. Invero, la CRP ha tenuto conto nel suo giudizio delle argomentazioni addotte dal ricorrente riguardo alla diminuzione di valore del pacchetto azionario, ma ha ritenuto non dimostrato che la pubblicità negativa connessa al procedimento penale e le misure istruttorie quali in particolare i sequestri e le perquisizioni fossero la causa della perdita dell'intera clientela e della cessazione dell'attività. In questa sede, il ricorrente non spiega, con una motivazione conforme all'art. 90 cpv. 1 lett. b OG e alla giurisprudenza (DTF 129 I 113 consid. 2.1, 125 I 71 consid. 1c, 492 consid. 1b), perché la Corte cantonale avrebbe violato il divieto dell'arbitrio ritenendo la domanda d'indennità non sufficientemente documentata sotto il citato profilo. D'altra parte, senza incorrere nell'arbitrio, la CRP poteva tenere conto anche della partenza del ricorrente per l'estero e considerare questa circostanza rilevante per valutare e, in concreto, negare la causalità tra il procedimento penale e la perdita di valore delle azioni. Tanto più che, in quest'ambito, non è determinante un eventuale rapporto di causalità naturale, ma un nesso causale adeguato, che si realizza solo quando il procedimento penale è idoneo - secondo l'andamento ordinario delle cose e l'esperienza generale della vita - a produrre o a favorire un pregiudizio simile a quello verificatosi (Ruth Wallimann Baur, Entschädigung und Genugtuung durch den Staat an unschuldig Verfolgte im ordentlichen zürcherischen Untersuchungsverfahren, tesi, Zurigo 1998, pag. 90; cfr., sulla nozione di causalità adeguata, DTF 123 III 110 consid. 3a pag. 112, 123 V 98 consid. 3d e rinvii). Ora, premesso che il ricorrente non si esprime in modo esplicito sulla questione dell'adeguatezza, la CRP poteva, senza pronunciare un giudizio manifestamente insostenibile, ritenere gli accennati atti dell'inchiesta penale inadeguati a provocare il prospettato danno patrimoniale, visto che l'istante si era comunque presto trasferito all'estero abbandonando completamente la sua attività (cfr. Wallimann Baur, op. cit., pag. 91). Poiché, per le ragioni esposte, il diniego di un risarcimento per la perdita di valore delle azioni non risulta in ogni caso arbitrario nel suo risultato (DTF 129 I 8 consid. 2.1, 128 I 273 consid. 2.1 e rinvii), non occorre esaminare se, a ragione, la CRP ha pure considerato non dimostrati la proprietà delle azioni nel periodo dal 1983 al 1999 e l'ammontare del danno prospettato dall'istante.