Citation: 4C.5/2007 01.06.2007 E. 5

La convenuta ravvede nella sentenza impugnata una duplice violazione dell'art. 44 cpv. 1 CO, applicabile anche nell'ambito contrattuale in forza dell'art. 99 cpv. 3 CO. D'un canto essa ha interferito nell'ampio potere d'apprezzamento che la giurisprudenza concede al giudice del merito nell'applicazione di questa norma e, dall'altro, non ha tenuto debitamente conto della concolpa dell'attore, manifestatasi nella leggerezza - accertata dal Pretore e per buona parte confermata dalla Corte cantonale - con la quale egli ha condotto il conto yyy. A mente della convenuta, l'agire dell'attore non solo ha favorito, ma anzi ha istigato l'attività criminosa del consulente D.________ sul conto personale, dandogli la certezza che il suo operato non sarebbe mai stato oggetto di verifiche, neppure da parte dei superiori, ai quali tutto faceva credere che il dipendente agisse di concerto con il cliente. Traducendo questi argomenti in termini di casualità adeguata, la convenuta afferma che, secondo l'andamento normale delle cose e l'esperienza generale della vita, sarebbe bastato un minimo di vigilanza da parte dell'attore per impedire a D.________ di operare anche sul suo conto personale. Infine, la convenuta contesta pure il carattere indipendente attribuito dall'autorità cantonale al conto yyy rispetto al conto personale dell'attore. 5.1 La convenuta ha ragione quando afferma che la giurisprudenza lascia al giudice un potere d'apprezzamento ampio nell'applicazione dell'art. 44 cpv. 1 CO; tale latitudine di giudizio si riferisce però alla misura della riduzione del risarcimento (DTF 131 III 12 consid. 4.2 pag. 15, 511 consid. 5 pag. 528). Prima di affrontare la questione di un'eventuale riduzione del risarcimento occorre stabilire se al danneggiato - in concreto l'attore - sia imputabile una colpa concomitante. Come ha ricordato la sentenza cantonale, la colpa concomitante, quale condizione necessaria della riduzione, presuppone anzitutto un nesso causale naturale e adeguato tra il comportamento della parte lesa e il danno (DTF 126 III 192 consid. 2d pag. 197 con rinvii). Della causalità naturale già s'è detto. La causalità è anche adeguata quando un determinato comportamento, secondo l'ordinario andamento delle cose e l'esperienza generale della vita, è idoneo a provocare un risultato come quello che si è verificato, così ch'esso ne appaia in modo generale favorito (DTF 129 II 312 consid. 3.3 pag. 318). Decisivo è l'aspetto oggettivo: occorre chiedersi se era probabile che il fatto considerato avrebbe provocato il risultato che si è prodotto (DTF 112 II 439 consid. 1d pag. 442; cfr. anche DTF 132 III 122 consid. 5.2.2.1 non pubblicato). Stabilire l'esistenza della relazione di causa adeguata è questione di diritto, che il Tribunale federale riesamina liberamente nell'ambito del ricorso per riforma (DTF 132 III 715 consid. 2.2 pag. 718 con rinvii, 116 II 519 consid. 4a in fine). 5.2 A mente della convenuta, nella fattispecie in esame l'esistenza di un nesso causale adeguato andrebbe ammessa già a causa del legame che esisteva tra il conto yyy e il conto personale dell'attore. Sennonché la sentenza impugnata ha accertato - in fatto, in modo incontrovertibile e vincolante per il Tribunale federale - che le due relazioni bancarie erano del tutto indipendenti. Gli argomenti con i quali la convenuta contesta i diversi elementi distintivi ritenuti dalla Corte cantonale sono quindi irricevibili, perché o volgono contro accertamenti di fatto o si fondano su fatti diversi da quelli che emergono dal giudizio impugnato (cfr. quanto esposto sopra, al consid. 2). 5.3 L'autorità cantonale ha stabilito che "Nel caso di specie è indiscutibile che il comportamento negligente tenuto dall'attore rispettivamente dalla sua fiduciaria in occasione della gestione del conto yyy C.________ possa aver contribuito a provocare i danni che si sono poi prodotti in quella relazione bancaria" (sentenza impugnata consid. 7.1 pag. 4). Il passo successivo che compie la convenuta, la quale mette in relazione questo comportamento anche con le perdite verificatesi sul conto personale dell'attore può sembrare a prima vista sensato: in effetti, se D.________ non avesse potuto agire indisturbato e i suoi atti scellerati fossero stati scoperti, gli si sarebbe forse potuto impedire prima di delinquere. La tesi della convenuta è tuttavia inficiata da un vizio di fondo: essa dimentica infatti che il consulente bancario non era un terzo estraneo, che veniva a interferire sul corretto adempimento del contratto tra banca e cliente, bensì un suo ausiliario ai sensi dell'art. 101 cpv. 1 CO, del cui comportamento essa deve rispondere come se avesse agito lei stessa (DTF 130 III 591 consid. 5.5.4 pag. 604 seg. con rinvii giurisprudenziali e riferimenti dottrinali; cfr. anche sentenza inedita del 19 febbraio 2004 nella causa 4C.307/2003 consid. 5.2). La convenuta non può pertanto giustificarsi sostenendo ch'essa avrebbe adempiuto correttamente il mandato se l'attore avesse impedito o smascherato le malefatte di D.________: in virtù della finzione istituita dall'art. 101 cpv. 1 CO è infatti lei stessa - nella sua qualità di datore di lavoro - ad averle compiute e a doverne rispondere. Detto questo, l'assenza di causalità adeguata tra il comportamento dell'attore nell'ambito del conto yyy e il danno subito sul conto personale è evidente: il corso ordinario delle cose e l'esperienza generale della vita non vogliono affatto che le banche si approprino degli averi dei clienti che omettono di controllare il loro operato poiché ripongono in loro la massima fiducia; tanto meno se, come nel caso in esame, il comportamento del cliente e gli atti delittuosi della banca (compiuti per il tramite dell'ausiliario) riguardano conti diversi. 5.4 Su questo punto la Corte cantonale ha pertanto applicato correttamente il diritto federale.