Citation: 4P.76/2006 21.09.2006 E. 2

Come esposto nella parte dedicata ai fatti, il ricorrente pretende dall'opponente la restituzione dell'acconto versato - per il tramite dell'architetto D.________ - all'architetto E.________, da lui in buona fede considerato quale legittimo rappresentante dell'opponente. 2.1 Dall'istruttoria di causa è emerso - e nessuna delle parti contesta tali accertamenti - che l'opponente aveva incaricato l'architetto E.________ della progettazione e della direzione dei lavori di ristrutturazione della Residenza B.________, autorizzandolo anche ad agire quale suo rappresentante nell'ambito della procedura tendente all'ottenimento della licenza edilizia. Nel quadro di tale procedura egli si era avvalso della collaborazione dell'avv. F.________. Sempre stando a quanto accertato dai giudici ticinesi - e non contestato dalle parti - l'architetto E.________ non era stato per contro autorizzato ad occuparsi della vendita dell'immobile o di parti di esso. Ciò significa che quando ha incassato il denaro del ricorrente egli non ha agito quale legittimo rappresentante dell'opponente, nonostante abbia dato ad intendere il contrario. 2.2 La questione di sapere se la convenuta sia ciononostante vincolata dal suo agire va esaminata sulla base dell'art. 33 cpv. 3 CO, giusta il quale, se il rappresentato comunica la facoltà di rappresentanza ad un terzo, la sua estensione nei confronti di quest'ultimo è giudicata a norma dell'avvenuta comunicazione (cosiddetta "procura esterna apparente"; DTF 131 III 511 consid. 3.2 pag. 518; cfr anche Gauch/ Schluep/Schmid/Rey, Schweizerisches Obligationenrecht - Allgemeiner Teil, vol. I, 8a ed., n. 1389 segg.). Va detto che questa comunicazione può avvenire anche per atti concludenti, attraverso un comportamento che, interpretato secondo il principio dell'affidamento, può essere inteso quale comunicazione della facoltà di rappresentanza (Gauch/Schluep/Schmid/Rey, op. cit., n. 1394). Il rappresentato risulta allora vincolato non in forza di una reale volontà, bensì perché assume un atteggiamento dal quale la controparte può, in buona fede, dedurre l'esistenza di una siffatta volontà (DTF 120 II 197 consid. 2a). In questo caso la protezione del terzo soggiace dunque a due condizioni: la comunicazione della facoltà di rappresentanza da parte del rappresentato al terzo e la buona fede di quest'ultimo (DTF 131 III 511 consid. 3.2 pag. 518). 2.3 In concreto la buona fede del ricorrente è pacifica. Litigiosa è la questione di sapere se l'opponente abbia - esplicitamente o implicitamente - comunicato al ricorrente la facoltà di rappresentanza dell'architetto. 2.3.1 La Corte cantonale ha d'acchito escluso la possibilità di fondare la pretesa del ricorrente su di un comportamento che l'opponente avrebbe manifestato nei suoi confronti, non avendo le parti mai avuto alcun contatto diretto. Su questo punto la decisione è rimasta incontestata. 2.3.2 I giudici ticinesi hanno per contro esaminato se all'opponente potesse venir rimproverato di aver passivamente tollerato l'agire dell'architetto E.________ (cosiddetta "Duldungsvollmacht"; DTF 120 II 197 consid. 2b/bb pag. 201; Gauch/Schluep/Schmid/Rey, op. cit., n. 1411), rispettivamente di non aver fatto prova della diligenza che le avrebbe permesso di scoprire l'agire dell'architetto e precisare i limiti del suo potere di rappresentanza (cosiddetta "Anscheinsvollmacht"; DTF 120 II 197 consid. 2b/bb pag. 201; Gauch/Schluep/Schmid/Rey, op. cit., n. 1412). L'esame delle risultanze istruttorie li ha indotti a concludere che il ricorrente - gravato dall'onere probatorio - non ha saputo dimostrare né la conoscenza dell'agire dell'architetto da parte dell'opponente né di una sua negligenza in punto all'ignoranza di tale fatto. Il ricorso di diritto pubblico verte su questa conclusione.