Citation: 6B_261/2023 E. 2.5

2.5. Le censure ricorsuali, per quanto ammissibili, sono infondate. La CARP ha esaurientemente motivato la pena pronunciata e correttamente ponderato tutti gli elementi rilevanti, indicando il loro peso in senso aggravante o attenuante, con riferimento a tutti i reati di cui risponde l'insorgente. L'autorità cantonale ha individualizzato la pena, commisurandola alla colpa ritenuta, con una metodologia conforme ai dettami giurisprudenziali. Contrariamente a quanto suggerito nel gravame, essa non era tenuta a giustificare le ragioni per cui si dipartiva dalla pena ipotetica indicata dai giudici di prima istanza. Nel contesto di un procedimento di appello, il tribunale esamina per estenso la sentenza di primo grado in tutti i punti impugnati (art. 398 cpv. 2 CPP), senza essere vincolata dalle motivazioni delle parti (art. 391 cpv. 1 CPP) e nemmeno da quelle della sentenza impugnata, tenuto conto dell'appello incidentale presentato dal pubblico ministero proprio sulla questione della pena. Rilevasi peraltro che il tribunale di primo grado ha stabilito la pena ipotetica a 3 anni e 6 mesi di detenzione, richiamandosi a una non meglio precisata "giurisprudenza vigente in materia", che neanche il ricorrente dettaglia oltre, pur prevalendosene. La CARP ha inoltre ritenuto, benché in modo invero succinto, privo di pregio il raffronto della difesa con casi pretesamente analoghi puniti con pene più miti, spiegando che tale esercizio si rivela regolarmente sterile, considerati i numerosi parametri della commisurazione della pena, e che in ogni caso il principio della legalità prevale in questo ambito su quello della parità di trattamento. Essa ha quindi considerato i casi menzionati dalla difesa inconferenti ai fini di una diversa commisurazione della pena nel caso concreto. Orbene, al riguardo l'insorgente si limita a lamentare una decisione insufficientemente motivata, ma non dimostra alcun arbitrio, in particolare non illustra perché i casi da lui invocati in sede cantonale presenterebbero tali analogie con il suo, anche riferite alle circostanze personali, che sarebbero al contrario pertinenti. Con riferimento alle circostanze personali, le censure di arbitrio si riducono a mere critiche appellatorie e risultano pertanto inammissibili (v. DTF 146 IV 88 consid. 1.3.1). Pur dando atto di una certa collaborazione dell'insorgente, la CARP ne ha relativizzato la portata attenuante alla luce di un comportamento processuale comunque reticente e poco trasparente volto a limitare le proprie responsabilità, costellato di dichiarazioni altalenanti e contraddittorie, adattate man mano alle risultanze dell'inchiesta. Ha illustrato questa conclusione su ben cinque pagine con tutta una serie di esempi non esaustivi, riportando le dichiarazioni del ricorrente sull'inizio dello spaccio, sul suo consumo di cocaina, sul denaro versato a contanti sui suoi conti bancari, nonché sui suoi guadagni. Su queste precise contestazioni, l'impugnativa sorvola completamente, non le rimette in discussione, né dimostra arbitrio di sorta nella valutazione delle diverse dichiarazioni rilasciate dal ricorrente in corso di inchiesta, limitandosi a definire la conclusione della CARP non corretta. Non v'è ragione quindi di attardarsi oltre su questo aspetto. Dalla collaborazione alquanto reticente, la Corte cantonale ha dedotto una mancata assunzione di responsabilità per tutto quanto commesso, e dalle motivazioni che hanno spinto l'insorgente ad avventurarsi nello spaccio di stupefacenti, l'assenza di una reale presa di coscienza e di pentimento. Ancora una volta il gravame contesta tale conclusione, senza tuttavia sostanziare arbitrio di sorta, il ri-corrente limitandosi a richiamare in modo generico le sue dichiarazioni rese alla fine del dibattimento, in modo inefficace, atteso che per invalsa giurisprudenza argomentazioni vaghe e semplici rinvii agli atti cantonali non sono ammissibili dinanzi al Tribunale federale (DTF 143 IV 122 consid. 3.3). Quanto alla precedente condanna dell'insorgente per titolo di grave infrazione alla LCStr, la CARP si è limitata a segnarla, precisando non trattarsi di un precedente specifico, e non le ha attribuito alcun effetto aggravante, contrariamente a quanto sostenuto nel gravame. L'autorità cantonale ha infine accordato un peso nullo all'invocata sensibilità del ricorrente alla pena. Ha osservato che il carcere non gli impedirebbe di studiare, di approfondire le sue conoscenze professionali e di presentare, a tempo debito, eventuali esami. La perdita del lavoro sarebbe poi una conseguenza insita nell'espiazione di qualsiasi pena detentiva e non concernerebbe unicamente l'insorgente che, al contrario di molti altri detenuti, avrebbe maggiori possibilità di ritrovare un lavoro, posto come suo padre sia proprietario di una ditta di impianti elettrici per il quale egli, consulente in sicurezza elettrica, ha già lavorato in passato. Al riguardo il ricorrente si prevale apoditticamente di una particolare sua sensibilità alla pena, ma non spiega i motivi per cui le considerazioni della CARP violerebbero il diritto su questo punto, in urto con l'obbligo di motivazione di cui all'art. 42 cpv. 2 LTF. Rilevasi comunque che la decisione risulta conforme alla giurisprudenza in materia. È infatti inevitabile che l'espiazione di una pena detentiva di una certa durata abbia delle ripercussioni sulla vita professionale e personale del condannato. Queste possono giustificare una riduzione della pena unicamente in presenza di circostanze straordinarie (v. sentenza 6B_240/2022 del 16 marzo 2023 consid. 2.5.2 e rinvii). In concreto l'insorgente non adduce alcuna circostanza straordinaria e nemmeno sostiene, e ancor meno dimostra, che la sua pretesa sensibilità alla pena gli renderebbe la sanzione inflittagli notevolmente più gravosa rispetto alla media degli altri condannati.