Citation: 1A.151/2000 07.07.2000 E. 5

5.- Il ricorrente fa valere infine che, essendo stato condannato con sentenza contumaciale, i suoi diritti di difesa sarebbero stati violati, in particolare poiché non gli sarebbe stata comunicata la decisione, impedendogli in tal modo di impugnarla. a) Il ricorrente non invoca né l'art. 3 n. 1 del Titolo III del Secondo Protocollo addizionale alla CEEstr, conchiuso il 17 marzo 1978, ratificato ed entrato in vigore sia per l'Italia che per la Svizzera (RS 0.353. 12; sulla portata di questa disposizione v. DTF 117 Ib 337 consid. 5; Claude Rouiller, L'extradition du condamné par défaut: illustration des rapports entre l'ordre constitutionnel autonome, le "jus cogens" et le droit des traités, in: Etudes en l'honneur de Jean-François Aubert, 1996, pag. 647 segg.), né l'art. 37 cpv. 2 AIMP, che vi si ispira (FF 1995 III 21). Nell'ambito del ricorso di diritto amministrativo il Tribunale federale deve nondimeno tener conto del diritto internazionale determinante (art. 114 cpv. 1 OG; DTF 123 II 241 consid. 3g). Le citate norme dispongono che l'estradizione è negata se la domanda si basa su una sentenza contumaciale e la procedura giudiziale non ha rispettato i diritti minimi della difesa, eccetto quando lo Stato richiedente offra garanzie ritenute sufficienti per assicurare alla persona perseguita il diritto a un nuovo processo che salvaguardi i diritti della difesa. b) L'art. 3 del Titolo III del Secondo protocollo addizionale alla CEEstr concerne, in materia estradizionale, le garanzie offerte dall'art. 6 CEDU (sulla prassi della Corte europea dei diritti dell'uomo e del Tribunale federale in materia di condanne in contumacia v. DTF 126 I 36 consid. 1). Secondo la giurisprudenza degli organi di Strasburgo, l'art. 6 CEDU è violato se il condannato che non ha avuto conoscenza della sua citazione ai dibattimenti e non ha cercato di sottrarsi alla giustizia non può ottenere di far riassumere il processo che alla condizione di provare d'essere stato impedito, per forza maggiore, di presentarsi. L'accusato ha pertanto il diritto a essere presente al processo, come prescritto dagli art. 6 CEDU e 14 n. 3 lett. d del Patto ONU II; quando ciò non si verifica, egli ha il diritto di chiedere la revoca della sentenza contumaciale (Zimmermann, op. cit. , n. 452 - 454, pag. 348 segg.). L'attuale giurisprudenza del Tribunale federale si basa sulle medesime concezioni (DTF 117 Ib 337 consid. 5b). Riguardo all'art. 3 del Titolo III del Secondo protocollo, lo Stato richiesto, nell'accertare se la procedura contumaciale abbia o meno salvaguardato i diritti della difesa, dispone di un vasto potere di apprezzamento, che dipende dalle circostanze del caso concreto (DTF 117 Ib 337 consid. 5c in fine). c) Dalla sentenza dell'11 novembre 1996 si evince che il ricorrente, detenuto per altra causa in Svizzera, era "assente per rinuncia"; il Tribunale di Chieti, nel quadro dell'udienza contro gli altri membri dell'associazione a delinquere, preso atto che il ricorrente era detenuto in Svizzera e che non era comparso all'udienza dibattimentale, aveva proceduto alla separazione dei giudizi, stralciandone quello che lo concerneva. Il 21 luglio 1995 è stato emanato il decreto di citazione a giudizio, per il 23 febbraio 1996, nei soli confronti del ricorrente, ed è stata inoltrata una richiesta di assistenza internazionale in materia penale alla Svizzera secondo l'art. 727 CPP italiano; questa rogatoria è stata eseguita il 13 dicembre 1995. Dalla rogatoria è risultato che il ricorrente, reso edotto dell'inizio del dibattimento, dopo aver letto la documentazione "ha espressamente consentito la celebrazione del dibattimento in sua assenza"; durante il dibattimento, nel quale sono stati assunti, tra l'altro, i verbali di interrogatorio del ricorrente, il suo difensore ne ha chiesto l'assoluzione, in subordine il minimo della pena con i benefici di legge. Ne segue ch'egli è stato regolarmente citato e che, in maniera univoca, ha rinunciato volontariamente a partecipare al dibattimento, facendosi rappresentare dal suo difensore, per cui i diritti minimi della difesa non sono stati violati (DTF 117 Ib 337 consid. 5a, 106 Ib 400 consid. 7; Zimmermann, op. cit. , n. 453 pag. 350). d) La sentenza di condanna è poi stata depositata il 23 novembre 1996, ed è divenuta irrevocabile il 21 gennaio 1997. Il ricorrente si limita a sostenere che la sentenza non gli sarebbe stata notificata e non avrebbe quindi potuto impugnarla. Secondo l'art. 548 comma 3° CPP italiano, l'avviso di deposito con l'estratto della sentenza è in ogni caso notificato all'imputato contumace, e ciò per garantirgli di esercitare il suo diritto di impugnazione entro il termine prescritto (Giovanni Conso/Vittorio Grevi, op. cit. , n. IV 1 ad art. 548; cfr. anche l'art. 128 CPP italiano, secondo cui l'avviso di deposito è notificato a tutti coloro cui la legge attribuisce il diritto di impugnazione). Secondo la dottrina italiana, la notifica dell' avviso di deposito con l'estratto della sentenza all'imputato contumace, e non anche al suo difensore, non può essere sostituita con alcun altro atto equipollente, stante la tassatività della disposizione dell'art. 548 comma 3° secondo cui tale notifica deve essere effettuata "in ogni caso"; la sua mancanza, pertanto, non fa decorrere i termini d'impugnazione e non fa diventare la sentenza irrevocabile (Conso/Grevi, op. cit. , n. IV 6 - 8 ad art. 548 e n. II 6 ad art. 585, il cui comma 2° lett. d concerne i termini per l'impugnazione da parte dell'imputato contumace). Inoltre, in caso di nullità di notificazione - visto che proprio per il fatto della sussistenza di tale nullità non si verifica la decadenza del termine - potrebbe entrare in linea di conto un'impugnazione tardiva (cfr. Conso/Grevi, op. cit. , n. I 2 e 3 ad art. 175 concernente la restituzione nel termine). Ora, il ricorrente non fa minimamente valere d'aver esaurito i mezzi di difesa offertigli dalla normativa italiana e dall'art. 6 n. 1 CEDU. In siffatte circostanze si può ritenere che i diritti minimi della difesa sono stati rispettati (sentenza inedita del 21 ottobre 199 in re K., consid. 4d).