Citation: 6S.56/2006 15.06.2006 E. 3

Il ricorrente censura anche il fatto che l'autorità cantonale nella valutazione della sua colpevolezza non abbia volutamente ritenuto a suo favore la situazione generale relativa alla canapa, creatasi in Svizzera, e in modo particolare in Ticino a partire dal 1996/1997 fino all'improvviso avvio delle operazioni della magistratura ticinese denominate "Indoor", avvenuto nella primavera 2003. In sostanza i giudici avrebbero esplicitamente omesso di considerare, nell'ambito della commisurazione della pena, il clima di disorientamento generale verso il fenomeno canapa oggettivamente esistente in Ticino prima dell'avvio delle operazioni in questione, caratterizzato da tolleranza e permissivismo instauratisi alla fine degli anni Novanta, e sempre più evidenti a far tempo dal 2000. 3.1 In base all'art. 63 CP il giudice commisura la pena essenzialmente in funzione della colpevolezza del reo. Tale disposizione non elenca in modo dettagliato ed esauriente gli elementi pertinenti per la commisurazione della stessa. Essi sono tuttavia oggetto di una consolidata giurisprudenza, da ultimo riepilogata in DTF 129 IV 6 consid. 6.1, alla quale si rinvia. In questa sede è sufficiente ribadire come il giudice di merito, più vicino ai fatti, fruisca di un'ampia autonomia. Il Tribunale federale interviene solo quando egli cade nell'eccesso o nell'abuso del suo potere di apprezzamento, ossia laddove la pena fuoriesca dal quadro edittale, sia valutata in base a elementi estranei all'art. 63 CP o appaia eccessivamente severa o clemente. 3.2 Nel caso concreto l'autorità cantonale ha condannato il ricorrente ad una pena di tre anni di reclusione per violazione aggravata alla legge federale sugli stupefacenti, rimproverandogli di avere agito per puro spirito di lucro, senza farsi scrupolo di ottenere il finanziamento iniziale da un losco personaggio, di avere proceduto secondo modalità imprenditoriali e di non avere esitato a coinvolgere la figlia nell'operazione. Ciò aveva consentito a lui e alla figlia di raggiungere una cifra d'affari complessiva di oltre fr. 4'000'000.-- e di conseguire un guadagno di almeno fr. 300'000.--. In favore del reo la Corte ha nondimeno tenuto conto della sostanziale buona condotta, della situazione familiare di sicuro disagio, della collaborazione prestata agli inquirenti, del comportamento processuale corretto e del fatto ch'egli non abbia commerciato droghe pesanti. Tali considerazioni non sono contestate dal ricorrente, il quale si limita a far valere come fattore di diminuzione della pena il clima di tolleranza e permissivismo che avrebbe imperato nel Ticino a far tempo dal 2000 fino al marzo del 2003, quando ad un tratto le operazioni "Indoor" lo hanno portato in carcere preventivo. 3.3 A questo proposito l'ultima istanza cantonale ha dapprima rilevato come vi sia da domandarsi se nei confronti del ricorrente la magistratura abbia davvero tardato a intervenire, come l'interessato pretende. Egli ha cominciato l'attività di coltivatore vero e proprio nell'agosto-settembre del 2001 e ha aperto a Chiasso il primo negozio di canapaio nel dicembre successivo. Già nel maggio del 2002 tuttavia la polizia lo ha obbligato a chiudere, salvo lasciargli riaprire nel giro di alcuni giorni dopo avere ricordato esplicitamente alla figlia, B.________, la quale gestiva il negozio, che vendere la canapa come stupefacente è reato. A dispetto di ciò, nello stesso mese di maggio, il ricorrente ha rilevato un secondo negozio analogo, sempre a Chiasso, che è rimasto in esercizio fino al marzo del 2003, quando egli è finito in carcere preventivo. Che quindi a far tempo dal 2000 le autorità ticinesi possano avere mostrato indulgenza verso i produttori e i venditori di canapa, come il ricorrente afferma, non toglie che nel lasso di poco più di sei mesi l'imputato si sia visto chiudere il negozio e sentir ricordare per il tramite della figlia che vendere la canapa come stupefacente è reato. Ad ogni buon conto, aggiunge l'autorità cantonale, se si volesse anche ritenere che, lasciandogli smerciare altri 360 kg di canapa (dopo i 240 kg venduti fino al maggio del 2002), gli inquirenti abbiano dato prova di tolleranza e permissivismo, nella fattispecie il ricorrente non potrebbe ricavarne beneficio. Da un lato perché egli non nega di avere agito con piena cognizione di causa, dall'altro perché non può pretendere che nella fattispecie la tolleranza e il permissivismo dell'autorità giustifichino nei suoi confronti una riduzione di pena. Il comportamento passivo dello Stato può essere fatto valere da chi invochi un errore di diritto, allorché sostenga di avere creduto in buona fede, vista la passività degli inquirenti, che un determinato atto fosse (ormai) lecito o non perseguibile. A questo proposito i giudici ticinesi hanno scartato ogni possibile equivoco sulla liceità dell'atto, ciò che il ricorrente non discute peraltro. A mente della CCRP il comportamento passivo dello Stato potrebbe dare adito a riduzioni di pena, quand'anche l'autore abbia cognizione dell'illecito, soltanto in tre ipotesi: quando lo Stato contravvenga al principio di celerità, quando faccia uso di agenti infiltrati (seppure questi mantengano un ruolo correttamente passivo) e quando accade che un suo funzionario, rimasto solo e senza adeguato controllo di fronte a responsabilità più grandi di lui, cada nel reato. Secondo l'ultima autorità cantonale nessuna delle tre previsioni trova un benché minimo riscontro nella fattispecie e invano il ricorrente crede di ravvisarne una quarta nel suo caso. Quand'anche nella fattispecie gli inquirenti possano avere denotato esitazioni iniziali nel reprimere la vendita di canapa ad alto tenore di THC, il ricorrente non potrebbe dunque giovarsene per quanto riguarda la commisurazione della pena (sentenza impugnata pag. 7 e seg.). 3.4 Il ricorrente è stato oggetto di un'operazione di polizia nel maggio del 2002, nel cui contesto l'autorità, per tramite della figlia che gestiva il negozio, lo ha esplicitamente reso attento sull'illegalità della vendita di canapa come stupefacente. Da quel momento egli non può certo sostenere che l'autorità abbia dato prova nei suoi confronti di un comportamento contraddittorio e disorientante. Continuando a vendere stupefacenti nonostante l'autorità gli avesse precedentemente chiuso un negozio proprio per questo motivo, egli ha mostrato di ignorare con piena consapevolezza gli avvertimenti dello Stato, basati per altro su chiare leggi in vigore, sia allora che oggi, per cui non può far valere in proposito nessun motivo concreto di mitigazione della pena. 3.5 Diverso è il discorso per lo stupefacente coltivato e venduto prima di tale operazione. A questo proposito l'autorità cantonale ha accertato che dal 1999 al 2002 solo una quindicina di negozi dediti alla vendita di canapa era stata chiusa per rapporto alle oltre 70 rivendite allora attive nel Ticino. La CCRP ha a questo proposito aggiunto che poco convince la spiegazione addotta in proposito dai primi giudici, secondo cui ciò andrebbe ricondotto unicamente alla difficile, laboriosa e onerosa raccolta delle prove circa l'uso illecito della canapa e dei derivati, visto che dopo il marzo del 2003 la magistratura ticinese con la suddetta operazione "Indoor" ha dimostrato di essere in grado di smantellare in qualche mese ben 75 rivendite (sentenza impugnata pag. 4). Che esistesse un problema "canapa" in Ticino prima della operazione in questione è del resto notorio. Il proliferare di un numero così grande di negozi nel giro di alcuni anni non sarebbe immaginabile senza ammettere l'esistenza da parte dello Stato di una certa passività nei confronti del fenomeno. Orbene, contrariamente a quanto considerato dalla CCRP, il comportamento dello Stato non è di rilievo per la commisurazione della pena esclusivamente nelle tre ipotesi da essa citate, con richiamo alla giurisprudenza illustrata nel Commentario basilese da Hans Wiprächtiger (n. 116-125 ad art. 63 CP), visto che quest'ultimo autore fa riferimento a tale triade di ipotesi solamente a titolo di esempio e non in termini esclusivi. Nella misura in cui il comportamento dello Stato può influire sul grado di colpevolezza del reo, non vi è del resto ragione di escludere l'esame di una simile circostanza oggettiva del reato dalle considerazioni in ambito di commisurazione della pena giusta l'art. 63 CP. 3.6 Nel caso in questione occorre dunque valutare se l'accertata titubanza dimostrata dall'autorità penale cantonale prima di intervenire coerentemente contro il proliferare del fenomeno dei canapai sia tale da giustificare una diminuzione della pena inflitta al ricorrente. Sotto questo profilo non va omesso di ribadire che le leggi in vigore erano comunque chiare e che sull'illegalità della condotta rimproverata al ricorrente non potevano sorgere dubbi (v. RDAT 2002 II n. 73 pag. 268, 6S.46/2002, consid. 3 e 4), a prescindere dall'operato concreto delle autorità di polizia e dalle discussioni allora in corso a livello federale su un'eventuale riforma della politica in ambito di stupefacenti (v. a quest'ultimo proposito la sentenza non pubblicata del Tribunale federale del 27 aprile 2006 nelle cause 6P.25/2006 e 6S.53/2006, consid. 3.1). L'atteggiamento delle autorità cantonali non era del resto caratterizzato da totale passività visto che dal 1999 in poi almeno una quindicina di canapai sono stati comunque chiusi, non senza eco nell'opinione pubblica (v. sentenza impugnata pag. 15). Ciò non toglie però che nella gran parte dei casi si è dovuto attendere il marzo 2003 perché la magistratura intervenisse in maniera sistematica ed efficace. Questo atteggiamento dello Stato non ha certo contribuito a fare chiarezza, per cui si può effettivamente parlare di una parziale inazione statale con tratti disorientanti e contraddittori, che in determinati soggetti può avere contribuito ad agevolare il passo verso la delinquenza e di conseguenza abbassare l'energia criminale effettivamente investita nel proprio agire. Negando a priori un influsso dell'inazione statale sul grado di colpevolezza del reo, l'autorità cantonale ha dunque omesso di considerare una circostanza che per una corretta applicazione dell'art. 63 CP andava perlomeno valutata. Su questo punto il ricorso è pertanto da accogliere e la sentenza impugnata va annullata. 3.7 Nell'ambito del nuovo giudizio in sede cantonale, la pena dovrà essere nuovamente commisurata valutando in che misura la parziale inazione dello Stato fino alla prima chiusura del negozio del ricorrente, avvenuta nel maggio 2002, abbia potuto concretamente influire sul grado di colpevolezza del reo. Nella fattispecie potrà però entrare in considerazione al massimo una riduzione della pena di un decimo (come nel caso dell'utilizzo di agenti infiltrati di cui in DTF 118 IV 115), tenuto conto del fatto che l'accertata inazione dello Stato non ha minimamente intaccato l'illegalità della condotta in esame, ma ha semplicemente creato un certo disorientamento nella società che ha facilitato l'incunearsi durevole e diffuso di condotte illecite che una coerente politica della droga avrebbe invece dovuto bloccare sul nascere.