Citation: 2A.549/2006 19.10.2006 E. 5

Secondo il ricorrente il rifiuto di rinnovargli il permesso di dimora violerebbe le garanzie di cui all'art. 8 CEDU, poiché si ripercuoterebbe in maniera importante sulle relazioni con la figlia. 5.1 Conformemente alla giurisprudenza, e come rammentato nel giudizio querelato, il cittadino straniero che non ha la custodia dei figli può già di per sé vivere soltanto in misura limitata le relazioni con la prole, ossia unicamente nel quadro dell'esercizio del diritto di visita riconosciutogli. A questo scopo non è indispensabile che egli viva stabilmente nello stesso paese del figlio e che disponga pertanto di un'autorizzazione di soggiorno in detto stato. Di principio il diritto di visita non implica quindi un diritto di presenza costante in Svizzera per il genitore straniero di un figlio che vi risiede in maniera regolare e durevole; le esigenze dell'art. 8 CEDU risultano rispettate già se il diritto di visita può venir esercitato nell'ambito di soggiorni di breve durata, adattandone se del caso le modalità (durata e frequenza). Un diritto all'ottenimento di un permesso di dimora può semmai sussistere solo se i rapporti con i figli sono particolarmente intensi dal profilo economico ed affettivo, se questi rapporti non potrebbero venir mantenuti a causa della distanza del paese d'origine del genitore e se il comportamento di quest'ultimo in Svizzera è stato irreprensibile (sentenza 2A.459/2005 del 10 gennaio 2006 consid. 4.1 e numersi rinvii). Soltanto a queste condizioni l'interesse pubblico ad una politica restrittiva in materia di soggiorno degli stranieri e d'immigrazione non risulta prevalente (DTF 120 Ib 1 consid. 3c; sentenza 2A.459/2005 citata e riferimenti). 5.2 Il ricorrente contesta gli accertamenti cantonali sia per quanto concerne il rispetto dei suoi obblighi finanziari che l'intensità della relazione esistente con la figlia ed allega al proprio gravame un'attestazione rilasciata dall'Istituto presso il quale hanno luogo gli incontri che elenca le visite svoltesi da gennaio 2006 fino a metà settembre 2006, così come diversi documenti (copie di certificati di salario, di ricevute di pagamento, ecc.) atti a provare, a suo avviso, la regolarità e spontaneità dei suoi pagamenti. Sennonché, oltre al fatto che parte di questi documenti si riferisce a circostanze di fatto avvenute dopo la pronuncia della sentenza impugnata, il ricorrente in ogni caso non spiega perché non ha fornito o non ha potuto fornire simili informazioni in sede cantonale: non è quindi possibile tenerne conto ai fini del giudizio (cfr. sulla possibilità di allegare nuovi fatti o di prevalersi di nuovi mezzi di prova, DTF 130 II 493 consid. 2, 149 consid. 1.2 e riferimenti). In queste condizioni gli accertamenti eseguiti dal Tribunale amministrativo, i quali non appaiono manifestamente inesatti o incompleti, sono vincolanti per questa Corte (art. 105 cpv. 2 OG). 5.3 Come emerge dalla sentenza cantonale, il ricorrente ha vissuto con la figlia dalla nascita, avvenuta il 7 gennaio 2004, fino a quando ella aveva poco più di otto mesi. In seguito alla separazione della coppia nel settembre 2004, egli ha beneficiato di un diritto di visita limitato nei confronti della bambina, nella misura di qualche ora un pomeriggio a settimana, sotto sorveglianza presso un istituto specializzato. Diritto che, come constatato dai giudici cantonali, ha esercitato in modo sporadico, dato che non ne faceva uso ogni settimana. Per quanto concerne il profilo economico, i giudici ticinesi hanno poi osservato che egli non aveva mai versato spontaneamente ed ancora meno regolarmente i contributi alimentari dovuti. Nelle descritte circostanze, poco importa che le difficoltà nell'instaurare un rapporto con la figlia sarebbero dovute, come affermato dal ricorrente, all'atteggiamento assunto dalla ex moglie. Oltre al fatto che egli non ha cercato aiuto presso le competenti autorità per ovviare a tale comportamento e far rispettare pienamente il suo diritto di visita, in ogni caso il legame con la figlia non può venir considerato come particolarmente intenso, nel senso prescritto dalla giurisprudenza. Non va poi tralasciato che, come emerge dalla sentenza contestata, egli non ha avuto un comportamento irreprensibile (decreto d'accusa per ripetute vie di fatto nei confronti della ex moglie; disoccupazione), che il suo soggiorno nel nostro Paese è di media durata e che il suo diritto di visita può comunque essere esercitato nell'ambito di soggiorni turistici. Premesse queste considerazioni l'interesse privato del ricorrente a rimanere in Svizzera non appare prevalente su quello pubblico: il diniego del permesso di dimora annuale oppostogli dalle autorità ticinesi non disattende di conseguenza l'art. 8 CEDU. Infine si può precisare che, secondo la prassi, dalla Convenzione sui diritti del fanciullo, del 20 novembre 1989 (RS 0.107), a cui fa accenno il ricorrente, non scaturisce alcun diritto al rilascio del permesso richiesto (DTF 124 II 361 consid. 3b). Visto quanto precede, il ricorso, nella misura in cui è ammissibile, dev'essere respinto e la sentenza impugnata confermata. La causa, sufficientemente chiara, va decisa secondo la procedura semplificata di cui all'art. 36a OG.