Citation: 2A.363/2006 06.09.2006 E. 4

4.1 Il ricorrente fa valere di avere ricevuto nel 2002 dalla Sezione degli stranieri un opuscolo in cui i coniugi stranieri di cittadini svizzeri erano, in caso di separazione, trattati alla pari dei cittadini europei soggiacenti agli Accordi bilaterali. Al riguardo contesta che la citata autorità abbia, come sostenuto dalla Corte cantonale, modificato nel frattempo la propria prassi, cambiamento di cui comunque non sarebbe stato avvisato, nonché lamenta la violazione della propria buona fede, in quanto si sarebbe fidato delle assicurazioni contenute nel citato opuscolo. 4.2 Il principio della buona fede (art. 5 cpv. 3 e art. 9 Cost.), tutela innanzitutto la fiducia riposta dal cittadino in un'informazione ricevuta dall'autorità quando quest'ultima sia intervenuta in una situazione concreta, quando tale autorità era competente a rilasciare l'informazione o il cittadino poteva ritenerla competente sulla base di fondati motivi, quando affidandosi all'esattezza dell'informazione egli abbia preso delle disposizioni non reversibili senza subire un pregiudizio e quando non siano intervenuti mutamenti legislativi posteriori al rilascio dell'informazione stessa (DTF 129 II 361 consid. 7.1; 129 I 161 consid. 4.1; 127 I 31 consid. 3a; 121 II 473 consid. 2c). Questo principio vincola anche il legislatore, segnatamente quando ha assicurato nella legge che la stessa non sarebbe stata modificata o sarebbe stata mantenuta uguale per un certo periodo, fondando in tal modo un diritto acquisito (DTF 128 II 112 consid. 10b/aa e rinvii). Nel caso concreto, il ricorrente non dimostra che le competenti autorità in materia di diritto degli stranieri gli abbiano rilasciato delle assicurazioni concrete riguardo al proprio statuto nel futuro. In altre parole, egli non dimostra che vi sia stato un intervento dell'autorità in una situazione concreta nei suoi propri confronti: la censurata violazione va quindi disattesa. Egli non dimostra nemmeno che le autorità abbiano espressamente escluso la possibilità di un'eventuale modifica della prassi adottata all'epoca, sicché il riconoscimento di un diritto acquisito a suo favore non entra in considerazione. A titolo del tutto abbondanziale si può ancora precisare che, come già rilevato da questa Corte (sentenza inedita 2A.519/2004 del 23 novembre 2004, consid. 3.2), quand'anche le autorità ticinesi avessero mantenuto la loro prassi, il ricorrente non avrebbe comunque potuto dedurne un diritto al rilascio di un'autorizzazione di soggiorno, suscettibile di aprire la via del ricorso di diritto amministrativo al Tribunale federale giusta l'art. 100 cpv. 1 lett. b n. 3 OG. Da un lato perché i Cantoni non possono creare simili diritti legiferando, tale competenza spettante alla Confederazione (art. 121 Cost.; cfr. anche Pascal Mahon, in Petit commentaire de la Constitution fédérale de la Confédération suisse du 18 avrile 1999, Zurigo 2003, nota 11 all'art. 121). Dall'altro, perché se si volesse conferire ad una prassi cantonale la portata di una norma, la stessa non potrebbe comunque essere trattata come diritto federale ai sensi dell'art. 100 cpv. 1 lett. b n. 3 OG. Visto quanto precede, anche da questo profilo il ricorso si rivela infondato e dev'essere respinto. Per il resto, si può rinviare ai pertinenti considerandi della sentenza cantonale (art. 36a cpv. 3 OG), che vanno qui interamente condivisi, segnatamente per quanto concerne l'ALC.