Citation: 1A.62/2006 27.06.2006 E. 5

5.1 Il ricorrente ritiene che il mancato riconoscimento a suo favore della tutela del terzo non implicato nel procedimento penale estero e l'affermazione del MPC, secondo cui la concessione dell'assistenza non presuppone che l'interessato nei cui confronti la domanda è rivolta coincida con l'inquisito o l'accusato nella procedura aperta nello Stato richiedente, sarebbero contrari alla dottrina. L'assunto è privo di consistenza. La criticata affermazione del MPC corrisponde infatti alla costante prassi (DTF 118 Ib 547 consid. 3a in fine). L'eventuale qualità di persona, fisica o giuridica, non implicata nell'inchiesta all'estero non consente quindi a priori di opporsi alle misure di assistenza. Basta infatti che sussista una relazione diretta e oggettiva tra la persona o la società e il reato per il quale si indaga e ciò senza che siano necessarie un'implicazione nell'operazione criminosa e ancor meno una colpevolezza soggettiva ai sensi del diritto penale (DTF 120 Ib 251 consid. 5a e b; Zimmermann, op. cit., n. 227). Il fatto che il ricorrente non figuri tra le persone per le quali è stato chiesto il rinvio a giudizio all'estero non è pertanto decisivo, come non lo è la circostanza che il MPC nei suoi confronti non ha aperto un procedimento penale interno per titolo di riciclaggio. D'altra parte, il ricorrente disattende che l'art. 10 cpv. 1 AIMP, concernente la sfera segreta di persone non implicate nel procedimento penale, che del resto non costituiva una norma applicabile in una causa retta dalla CEAG (DTF 122 II 367 consid. 1e), è stato abrogato con la modifica dell'AIMP del 4 ottobre 1996. Per di più, i titolari di conti bancari usati, anche a loro insaputa, per operazioni sospette non potevano comunque prevalersi di quella disposizione (DTF 120 Ib 251 consid. 5b, 112 Ib 576 consid. 13d pag. 604; Zimmermann, op. cit., n. 227 pag. 250). Insistendo sulla sua estraneità ai prospettati reati, il ricorrente disattende che il quesito della colpevolezza non dev'essere esaminato nella procedura di assistenza (DTF 118 Ib 547 consid. 3a in fine pag. 552, 117 Ib 64 consid. 5c pag. 88, 112 Ib 576 consid. 14a pag. 605). 5.2 Il ricorrente adduce l'inutilità "pratica" dei documenti litigiosi per il procedimento penale italiano, poiché da questa documentazione risulterebbe, al suo dire, che le sue relazioni personali con l'inquisito R.________, intestatario e beneficiario del conto yyy, non avrebbero nulla a che fare con i fatti oggetto del procedimento penale estero. Egli ammette che sul suo conto, come indicato nel complemento in esame e nella decisione impugnata, vi sono stati cinque accrediti (documenti 58, 59, 67, 70 -72, 96 e 109) tra il 1998 e il 1999 in provenienza dal conto yyy per un totale di USD 750'000.--. Egli e l'inquisito si conoscono dai primi anni novanta, allorquando egli programmava il cinema e la fiction presso un'emittente televisiva, mentre il secondo rivestiva il ruolo di responsabile acquisti presso il Gruppo G.________, attività che lasciò alla metà degli anni novanta per operare in veste di "free lance" nell'ambito del settore degli acquisti, della coproduzione e della vendita di serie televisive. I loro contatti professionali e commerciali si concretarono nel senso che il ricorrente prestò all'inquisito una consulenza su prodotti filmici e cinematografici. Nell'aprile del 1997 il ricorrente lo informò sulla necessità di un'emittente di Stato di disporre di una serie televisiva esistente sul mercato americano, difficilmente accessibile perchè controllato dal Gruppo U.________. Il ricorrente precisa che l'eventuale compenso dell'inquisito doveva essere erogato dal venditore della serie attraverso una congrua provvigione. L'inquisito manifestò nei confronti del ricorrente l'intezione di dividere con lui il compenso che avrebbe conseguito. In effetti l'inquisito divise l'importante cifra ricevuta con il ricorrente, addebitando il conto yyy e accreditando quello xxx. Furono poi proposti altri acquisti di serie televisive. Gli accrediti litigiosi, come risulterebbe dalla documentazione contrattuale da lui prodotta, costituirebbero quindi il suo compenso per dette attività e non per quelle enunciate nelle ipotesi investigative estere: le transazioni litigiose concernerebbero quindi acquisizioni effettive di diritti televisivi e riguarderebbero un periodo temporale successivo alle sospettate acquisizioni fittizie. 5.3 In tale contesto, l'assunto ricorsuale secondo cui si sarebbe in presenza di una ricerca indiscriminata di prove (cosiddetta "fishing expedition"; cfr. su questo tema DTF 125 II 65 consid. 6b/aa pag. 73, 122 II 367 consid. 2c, 121 II 241 consid. 3a pag. 243, 118 Ib 547 consid. 3a) è manifestamente infondato, visto che gli accrediti litigiosi sono stati indicati nel complemento rogatoriale. D'altra parte, dalla citata descrizione dei fatti, risulta anche che i documenti sequestrati sono con ogni evidenza idonei a far avanzare il procedimento estero. Contrariamente all'assunto ricorsuale tra la richiesta misura d'assistenza e l'oggetto del procedimento penale estero sussiste pertanto, e chiaramente, una relazione sufficiente (DTF 129 II 462 consid. 5.3, 125 II 65 consid. 6b/aa pag. 73, 122 II 367 consid. 2c). 5.4 Priva di fondamento è pure la censura concernente l'asserita lesione del principio di proporzionalità, per avere il MPC ordinato la trasmissione dell'intera documentazione cartacea sequestrata. Al riguardo il ricorrente si limita a rilevare che, semmai, dovrebbero essere trasmessi soltanto i cinque accrediti indicati nel complemento litigioso. Con quest'argomentazione egli parrebbe misconoscere il noto principio dell'utilità potenziale per il procedimento estero dei documenti da trasmettere; utilità che non può manifestamente essere esclusa nella fattispecie (DTF 122 II 367 consid. 2c, 121 II 241 consid. 3a e b). Spetterà infatti al giudice estero del merito valutare la legalità delle causali dei versamenti litigiosi, provenienti dal conto di un inquisito e in relazione a persone e società inquisite. Per di più, spettava al ricorrente indicare dinanzi all'autorità di esecuzione quali singoli atti, e perché, sarebbero sicuramente irrilevanti per il procedimento estero, conformemente all'obbligo che gli incombeva secondo la costante pubblicata giurisprudenza (DTF 126 II 258 consid. 9b e c, 122 II 367 consid. 2d pag. 371 seg.). La necessità di poter disporre di tutti i documenti sequestrati per poter ricostruire compiutamente i complessi flussi finanziari oggetto d'inchiesta, e se del caso individuare ulteriori transazioni sospette, è evidente. La consegna di tutte le informazioni bancarie è chiaramente idonea a far progredire le indagini (DTF 126 II 258 consid. 9c). 5.5 Come riconosciuto da consolidata prassi, quando le autorità estere chiedono informazioni su conti bancari nell'ambito di procedimenti per reati patrimoniali, esse necessitano di regola di tutti i documenti, perché debbono poter individuare il titolare giuridico ed economico del conto e sapere a quali persone o entità giuridiche sia pervenuto l'eventuale provento del reato (DTF 129 II 462 consid. 4.4 pag. 468, 124 II 180 consid. 3c inedito, 121 II 241 consid. 3b e c; cfr. anche DTF 130 II 14 consid. 4.1; Zimmermann, op. cit., n. 478-1 pag. 517). Al riguardo non è quindi decisivo che gli accrediti in esame siano avvenuti in un'epoca posteriore a quella dei prospettati reati. La conclusione ricorsuale subordinata di limitare la trasmissione solo dei documenti relativi ai cinque citati accrediti dev'essere pertanto respinta, come quella di non comunicare le generalità del titolare e del beneficiario economico del conto, informazione decisiva per gli inquirenti esteri (DTF 130 II 14 consid. 4.1, 121 II 241 consid. 3b e 3c). 5.6 Ritenuta la necessità di trasmettere i documenti litigiosi, che permetteranno pure alle autorità estere di poter verificare l'addotta estraneità degli accrediti litigiosi ai prospettati reati, le asserite spiacevoli conseguenze sul piano personale del ricorrente per un'eventuale divulgazione da parte dei mass media italiani del suo casuale coinvolgimento nel procedimento penale italiano, non possono pertanto comportare il rifiuto dell'assistenza. Il ricorrente rileva che i pubblici ministeri italiani hanno l'obbligo di depositare l'attività integrativa di indagine da essi svolta dopo l'avviso di conclusione delle indagini preliminari; sostiene che questi atti verrebbero pubblicati dai mass media italiani, per cui sussisterebbe il rischio che anche informazioni attinenti alla sua sfera segreta finiscano sulla stampa italiana. Con questi accenni egli non dimostra tuttavia che si sarebbe in presenza di una violazione del segreto d'ufficio da parte dei magistrati esteri o che il procedimento estero non rispetterebbe concretamente i principi procedurali della CEDU e del Patto ONU II (su questo tema v. DTF 130 II 217 consid. 8.1 e 8.2, 129 II 268 consid. 6.1). D'altra parte, l'eventuale eco del procedimento estero sui mass media, circostanza sulla quale insiste il ricorrente, non costituirebbe comunque una grave deficienza ai sensi dell'art. 2 lett. d AIMP (DTF 115 Ib 69 consid. 6 pag. 86 seg., 110 Ib 173 consid. 6b pag. 182-184; sentenze 1A.286/2005 del 14 novembre 2005 consid. 2.2.2 e 2.3, 1A.212/2001 del 21 marzo 2002 consid. 5; Zimmermann, op. cit., n. 449). Inoltre, secondo il principio della specialità richiamato nella decisione impugnata e garantito dall'art. IV dell'Accordo, le informazioni ottenute grazie all'assistenza né possono essere utilizzate ai fini d'indagine né essere prodotte come mezzi di prova in qualsiasi procedura relativa a un reato per il quale l'assistenza è esclusa (DTF 124 II.184 consid. 5 e 6).