Citation: 1B_288/2007 30.09.2008 E. 3

3.1 Nella sentenza impugnata, l'istanza precedente ha rettamente ricordato che l'avvocato non può prevalersi del segreto professionale per impedire il sequestro di documenti relativi ad attività prevalentemente commerciali. Ha poi rilevato che la documentazione litigiosa è composta di una quarantina di incarti, contenenti ognuno centinaia di documenti, segnatamente di estratti conto. Allo scopo di anonimizzare i nomi dei clienti legittimati a invocare la tutela del segreto professionale, occorrerebbe sapere se essi figurino tra le persone per le quali gli indagati pretendono di aver fornito una prestazione tipica dell'avvocato. I listati da loro prodotti sono tuttavia poco precisi, per cui occorrerebbe avere a disposizione gli incarti concernenti dette prestazioni: questi fascicoli non fanno però parte della documentazione sequestrata. Per di più, detto complesso esame dovrebbe essere svolto migliaia di volte: l'anonimizzazione implicherebbe quindi un considerevole carico di lavoro che, "per evidenti ragioni di tempo e logistiche (assenza di personale) non può essere imposto alla I Corte dei reclami penali". Sempre secondo l'istanza precedente, pure la possibilità di fare ricorso a un esperto esterno sarebbe inutile, trattandosi da una parte di una questione di diritto il cui giudizio spetta alla Corte, e comportando dall'altra onorari sproporzionati. Essa ha quindi ritenuto che l'anonimizzazione dei documenti non poteva essere ragionevolmente pretesa. 3.1.1 La I CRP ha poi suddiviso gli incarti in due categorie: quelli relativi ai conti propri degli indagati (studio legale o privati) e quelli concernenti i conti clienti. Riguardo ai primi, ha ritenuto che i listati prodotti sono estremamente succinti e la descrizione delle prestazioni fornite difficilmente verificabile. L'esame dell'effettiva esistenza di un segreto da proteggere e la susseguente anonimizzazione di migliaia di nomi di clienti costituirebbero "misure troppo dispendiose e assolutamente sproporzionate in relazione alla presunta utilità della documentazione in questione ai fini dell'indagine". La Corte ha quindi stabilito, richiamando genericamente il principio della proporzionalità, di versare agli atti unicamente gli estratti bancari trimestrali o semestrali, procedendo all'anonimizzazione dei nomi ivi contenuti, senza verificare l'effettiva esistenza di un segreto professionale da proteggere. Per i documenti restanti, unitamente agli atti anteriori al 1993, ne ha ordinato la restituzione agli indagati. 3.1.2 Riguardo alla documentazione bancaria dei conti clienti, l'istanza precedente ha ribadito che anche in questo ambito l'anonimizzazione dei nomi dei clienti comporterebbe migliaia di ore di lavoro e costituirebbe quindi una misura "troppo dispendiosa e decisamente sproporzionata". Ha poi rilevato che l'argomentazione dell'AFC, secondo cui questa documentazione è necessaria per verificare l'esistenza di operazioni bancarie effettuate dallo studio legale, è convincente: l'esame di singoli incarti ha infatti permesso di evidenziare la natura sospetta di alcune operazioni avvenute su questi conti. La Corte ha quindi deciso di versarli agli atti, in versione non anonimizzata, vietando all'AFC di utilizzarli per altri procedimenti. Questa conclusione, oggetto della causa 1B_286/2007, non è litigiosa. 3.2 Già nella decisione del 20 febbraio 2007 la I CRP, pronunciandosi sui documenti contabili dello studio legale, adduceva la predetta argomentazione, sostenendo che la loro anonimizzazione imponeva un lavoro considerevole di dubbia proporzionalità. Esponeva che sarebbe stato impossibile distinguere i clienti protetti dal segreto professionale dell'avvocato, da quelli che non lo erano, ciò che avrebbe costituito un "impedimento oggettivo all'anonimizzazione degli incarti". Aggiungeva, che la confusione fra l'attività tipica di avvocato e quella di fiduciario commercialista non permetteva ai ricorrenti di appellarsi al segreto professionale dell'avvocato e che, all'epoca, gli indagati non avevano stilato una lista dei loro clienti non commerciali. 3.3 Nella sentenza 1B_47/2007 del 28 giugno 2007, il Tribunale federale aveva definito questa tesi sbrigativa, superficiale e non condivisibile, già per il fatto che non erano ravvisabili impedimenti oggettivi alla cernita. In effetti, come stabilito all'udienza di levata dei sigilli del 27 luglio 2006, la I CRP, a conoscenza della mole degli incarti da esaminare, aveva deciso di effettuarla autonomamente, applicando la nota procedura in tre fasi da essa proposta, rinunciando, con l'accordo delle parti, alla procedura in contraddittorio. Il Tribunale federale aveva rilevato che la mancata diligente separazione dell'attività tipica dell'avvocato da quella commerciale e la circostanza che gli indagati, all'epoca, non avevano prodotto la nota lista, non comportavano di per sé la decadenza della necessità della cernita e della tutela del segreto professionale, ma che, semmai, in caso di dubbio, permettevano di concludere più facilmente sulla natura commerciale, non soggetta al segreto, dell'attività. In effetti, l'importante mole della documentazione da esaminare ed eventualmente da anonimizzare, quale criterio meramente quantitativo, e il relativo importante dispendio di tempo per procedervi, non potevano di per sé comportare un indebolimento della tutela del segreto professionale dell'avvocato e del notaio e neppure la mancata applicazione della procedura in tre fasi scelta con cognizione di causa da detta Corte. Il Tribunale federale aveva anche precisato che il ricorrente, quale imputato, non poteva prevalersi del segreto professionale e che, viste le particolarità della fattispecie e le molteplici attività commerciali svolte dai due legali e la loro carente collaborazione, l'anonimizzazione poteva limitarsi ai documenti che rientravano chiaramente nell'attività tipica dell'avvocato (consid. 4.2-4.4). Oggetto del litigio è quindi in primo luogo la questione di sapere se i legali possano o no prevalersi del segreto professionale. 3.4 La ricorrente fa valere, rettamente, il mancato rispetto della citata sentenza. In effetti, l'istanza precedente si limita in sostanza a riproporre la medesima tesi sbrigativa e superficiale giungendo tuttavia, in maniera difficilmente comprensibile, al risultato opposto. Fondandosi sulla medesima motivazione, essa ha infatti adottato in maniera contraddittoria una decisione diametralmente opposta a quella precedente, decidendo di restituire gran parte dei documenti ai legali e di versare agli atti solo gli estratti bancari riassuntivi. Essa, pronunciandosi sui conti propri degli indagati e rilevato che i listati prodotti sono difficilmente verificabili, in pratica, come a ragione addotto dalla ricorrente, ha ritenuto che in caso di dubbio si sarebbe in presenza di documenti coperti dal segreto professionale, ma che la loro anonimizzazione, visto il dispendio di tempo richiesto, non potrebbe essere pretesa, limitandosi quindi a versare agli atti gli estratti bancari trimestrali o semestrali, anonimizzandoli poi senza neppure verificare l'effettiva esistenza del segreto. 3.5 Questo modo di procedere contraddice manifestamente quanto espresso dal Tribunale federale. In effetti, nel caso in esame, gli indagati, che contrariamente all'istanza inferiore avevano a disposizione gli incarti relativi a ogni fattura, dopo anni di procedura, hanno prodotto listati a ragione ritenuti insufficienti e di dubbia utilità. Le indicazioni da loro fornite in tale ambito sono infatti in larga misura del tutto generiche, del tipo "contenzioso e cons. contrattuali, ecc.", "cons. societarie", "cons. contrattuale", "contiene nominativi di clienti protetti da segreto". Considerata la loro qualità di imputati, la durata pluriennale dell'inchiesta, che senz'altro permetteva loro di dimostrare chiaramente quali documenti concernono o no l'attività tipica dell'avvocato, le molteplici attività commerciali da loro svolte e la confusione tra queste e l'attività prettamente legale, l'istanza precedente poteva escludere, per la gran parte dei documenti, la tutela del segreto professionale e limitarsi ad anonimizzare quelli che rientrano chiaramente e d'acchito nell'attività tipica dell'avvocato. Nelle descritte circostanze, spettava comunque agli opponenti indicare e dimostrare chiaramente i singoli atti rilevanti dall'attività tipica dell'avvocato, ciò a maggior ragione visto che la confusione tra le due citate attività è da ricondurre al loro modo di agire. In effetti, il Tribunale federale ha già rilevato che quando l'unione nella medesima persona delle funzioni di amministratore e di avvocato non permette più di distinguere chiaramente quanto rientra in ciascun tipo di attività, ciò preclude il richiamo alla tutela del segreto professionale dell'avvocato, ritenuto che le stesse, come nella fattispecie, non possono più essere dissociate (sentenza 8G.9/2004 del 23 marzo 2004 consid. 9.6.3-9.6.5; cfr. DTF 115 Ia 197 consid. 3d/bb; Patrick Stoudmann, Le secret professionnel de l'avocat: jurisprudence récente et perspectives, in: RPS 2008 pag. 144 e segg., pag. 153; Stefano Ghiringhelli, L'attività dell'avvocato nel settore finanziario, CFPG 9, 2007 pag. 3). In concreto l'attività commerciale e quella tipica dell'avvocato non possono essere chiaramente distinte, neppure sulla base dei predetti listati. 3.6 L'istanza precedente parrebbe scordare il coinvolgimento dei legali nell'inchiesta, che gran parte dei documenti concernono attività che esulano da quella tipica dell'avvocato e che tale distinzione, per i motivi esposti, non può essere operata in maniera chiara. In siffatte circostanze, l'interesse pubblico a perseguire le gravi sospettate infrazioni prevale sulla tutela del segreto professionale, per di più invocato in modo generico. Inoltre, detta tutela è limitata dall'abuso di diritto, ravvisabile segnatamente quando vi sono elementi concreti che dimostrino esservi stato, se del caso anche all'insaputa dell'avvocato, un abuso dell'infrastruttura dello studio legale (DTF 132 IV 63 consid. 2.4 inedito). Quest'ultima ipotesi non può chiaramente essere esclusa nel caso di specie, per cui l'assunto degli opponenti, secondo cui B.A.________ non sarebbe formalmente incriminata, non è decisivo. In effetti, nel parallelo ricorso essi fondano la loro legittimazione a ricorrere adducendo la loro "qualità di imputati" (causa 1B_286/2007 consid. 1.3). Era peraltro già manifesto che A.A.________ in nessun caso poteva invocare detto segreto e che gli atti bancari che lo concernono dovevano essere versati agli atti in forma non anonimizzata. La I CRP doveva per lo meno distinguere e separare semmai gli atti riconducibili ai due differenti studi legali: quello A.________ e D.________, nel quale B.A.________ ha esercitato dal 1986, e quello E.________, del quale il legale era titolare fino alla fine del 2000, studio poi di fatto ripreso dalla moglie (DTF 132 IV 63 consid. 3.2.1 inedito). Per lo meno fino a quest'ultima data, la tutela del segreto professionale potrebbe essere data solo per una minima parte degli atti in questione. 3.7 Gli atti litigiosi concernono attestati degli interessi bancari, estratti di conti correnti, avvisi di addebito e di accredito (S 28), estratti deposito e avvisi di addebito e accredito di differenti banche, concernenti diversi anni (p. es. S308, S317, S319, S329), o estratti di conti correnti postali (S417). In questi atti figurano movimenti concernenti lo studio legale di B.A.________: spettava tuttavia a quest'ultima, dopo anni di procedura, indicare chiaramente perché detti atti sarebbero chiaramente tutelati dal segreto professionale (cfr. sentenza 1B_104/2008 del 16 settembre 2008 consid. 2.2 e 4.5). D'altra parte l'istanza inferiore non spiega inoltre, ad esempio, perché importanti prelievi in contanti da una determinata relazione bancaria non interesserebbero la ricorrente (S406, S384), segnatamente allo scopo di poter ricostruire le entrate e le uscite sui diversi conti e individuarne le causali. Non si può d'altra parte seriamente sostenere che, considerate le particolarità della fattispecie, B.A.________ sarebbe del tutto estranea alle sospettate infrazioni fiscali commesse dal marito nel quadro dello studio legale (DTF 132 IV 63 consid. 3.2.1 inedito). Nemmeno l'ulteriore generico accenno dell'istanza precedente all'interesse di "certi" clienti alla non divulgazione della loro identità, può implicare la restituzione degli atti litigiosi, ma semmai, la loro anonimizzazione. È del resto evidente che la criticata conclusione di versare agli atti unicamente gli estratti bancari trimestrali o semestrali, senza i relativi avvisi di addebito e di accredito sui quali di regola sono indicate le causali delle singole transazioni, impedisce alla ricorrente di ricostruire compiutamente i flussi di denaro confluiti nella sostanza e nei redditi imponibili degli indagati.