Citation: 6B_26/2007 31.05.2007 E. 2

II ricorrente lamenta anzitutto un diniego di giustizia formale in quanto il giudice cantonale si è rifiutato di assumere alcuni mezzi di prova intesi a provare che una possibilità di inganno, pur con I'utilizzo delle etichette incriminate, andava esclusa. 2.1 II diritto di essere sentito, sancito esplicitamente dall'art. 29 cpv. 2 Cost., comprende il diritto per I'interessato di offrire mezzi di prova su punti rilevanti e di esigerne I'assunzione, di partecipare all'assunzione stessa o perlomeno di potersi esprimere sui suoi risultati, nella misura in cui essi possano influire sulla decisione (DTF 131 I 153 consid. 3; 126 I 15 consid. 2a/aa; 124 I 49 consid. 3a, 241 consid. 2). Tale diritto non impedisce all'autorità di procedere a un apprezzamento anticipato delle prove richieste, se è convinta che non potrebbero condurla a modificare la sua opinione (DTF 124 I 208 consid. 4a; 122 II 464 consid. 4a; 120 Ib 224 consid. 2b). Nell'ambito di tale valutazione anticipata delle prove, segnatamente riguardo alla rinuncia a interrogare determinati testimoni, all'autorità compete un vasto margine di apprezzamento e il Tribunale federale interviene soltanto in caso d'arbitrio (DTF 131 I 153 consid. 3 e rinvii). La pretesa violazione del diritto di essere sentito, riferita in concreto alla mancata assunzione di alcune prove, coincide quindi con la censura di arbitrio. Per motivare l'arbitrio, la cui incompatibilità con I'ordine giuridico è sancita dall'art. 9 Cost., non basta però criticare semplicemente la decisione impugnata né contrapporle una versione propria, per quanto sostenibile o addirittura preferibile. Occorre piuttosto dimostrare per quale motivo la mancata assunzione della prova sarebbe manifestamente insostenibile, quindi arbitraria. Un accertamento dei fatti o un apprezzamento, anche anticipato, delle prove è arbitrario solo quando il giudice ha manifestamente disatteso il senso e la rilevanza di un mezzo probatorio, ha omesso, senza fondati motivi, di tener conto di una prova importante, idonea a influire sulla decisione presa, oppure quando, sulla base degli elementi raccolti, egli ha fatto delle deduzioni insostenibili (DTF 129 I 8 consid. 2.1 e rinvii). 2.2 Nel suo pregresso ricorso in sede cantonale l'insorgente ha effettivamente richiesto l'assunzione di testi e il richiamo di documenti dell'Ufficio federale dell'agricoltura che avrebbero dovuto, a ben intendere il ricorrente, provare che le etichette incriminate, utilizzate per i vini di sua produzione, non avrebbero potuto trarre in inganno il consumatore. Il Pretore non ha accolto tali richieste di prova, asserendo che gli atti di causa sarebbero stati sufficientemente chiari e completi da permettere la formazione del suo convincimento. Nondimeno, secondo il ricorrente, il Pretore non si sarebbe nel seguito del suo giudizio confrontato davvero con il quesito posto dalla possibilità di trarre effettivamente in inganno il consumatore, circostanza a suo dire oggettivamente costitutiva della contravvenzione imputatagli. Orbene, il Presidente della Pretura penale, anche se succintamente, ha indicato i motivi che Io hanno indotto a rifiutare le prove offerte. Egli ha spiegato, giustamente, che le prove richieste dal ricorrente riguardavano l'apprezzamento di un concetto giuridico indeterminato, ossia l'attitudine a suscitare nel consumatore una falsa concezione circa l'origine della derrata, non un fatto, attività questa che compete esclusivamente all'autorità giudicante (sentenza impugnata pag. 3). Del resto, il ricorrente stesso ha sempre riconosciuto, come fa ancora in questa sede, di aver messo in commercio i suoi vini con le etichette incriminate, di modo che il giudice cantonale disponeva di sufficiente materiale probatorio per respingere, senza il rischio di cadere nell'arbitrio, le prove offerte dall'imputato. L'effetto sui consumatori della messa in commercio dei vini con le etichette incriminate, oggetto della richiesta di prova del ricorrente, non è circostanza che possa essere né provata né smentita dalla testimonianza di chicchessia. L'attitudine a trarre in inganno o a suscitare confusioni non è, infatti, un fatto da accertare, bensì una questione di diritto che dev'essere esaminata dal giudice, indipendentemente dalle conseguenze concrete della messa in commercio dei vini così etichettati. Il Presidente della Pretura penale poteva quindi rinunciare ad assumere le prove richieste senza per questo incorrere in arbitrio. La censura del ricorrente si rivela pertanto infondata.