Citation: 1B_257/2022 E. 3.2

3.2. Al riguardo il ricorrente fa valere, in maniera del tutto generica, un accertamento inesatto dei fatti e un'erronea valutazione degli stessi. Il Tribunale federale fonda la sua sentenza sui fatti accertati dall'autorità inferiore (art. 105 cpv. 1 e 2 LTF). Secondo l'art. 97 cpv. 1 LTF, il ricorrente può censurare l'accertamento dei fatti soltanto se è stato svolto in modo manifestamente inesatto, vale a dire arbitrario (DTF 147 I 73 consid. 2.2; 145 V 188 consid. 2), o in violazione del diritto ai sensi dell'art. 95 LTF e l'eliminazione del vizio può essere determinante per l'esito del procedimento. Il ricorrente può quindi censurare l'arbitrio nell'accertamento dei fatti e nella valutazione delle prove, ma deve motivare la censura in modo chiaro e preciso (DTF 147 IV 73 consid. 4.1.2). Per motivare l'arbitrio non basta tuttavia criticare semplicemente la decisione impugnata contrapponendole, come in concreto, una versione propria, ma occorre dimostrare per quale motivo l'accertamento dei fatti o la valutazione delle prove sono manifestamente insostenibili, si trovano in chiaro contrasto con la fattispecie, si fondano su una svista manifesta o contraddicono in modo urtante il sentimento della giustizia e dell'equità (DTF 143 IV 241 consid. 2.3.1). Il ricorrente sostiene che il PP prima e la CRP poi riterrebbero a torto ch'egli in Italia potrebbe continuare a esercitare la professione d'avvocato nel suo studio legale. Ciò poiché al suo dire una tale attività non gli permetterebbe di poter vivere degnamente nella vicina penisola, visto che il suo sostentamento derivava quasi totalmente dai proventi del suo studio legale svizzero. Ora, non appare arbitrario ritenere che il ricorrente, in vista di un'eventuale pesante condanna in Svizzera, potrebbe effettivamente rendersi in Italia ed esercitare in quello Stato la sua attività, non più accessoriamente, ma a tempo pieno. Il fatto che il suo studio legale si troverebbe in Sicilia, e quindi lontano dal Cantone Ticino, è irrilevante, visto ch'egli non dovrebbe più recarsi in Svizzera. L'insorgente sostiene poi che anche l'accertamento secondo cui egli, prima della carcerazione, si recasse in Italia ogni due giorni, sarebbe inesatto, poiché la polizia lo avrebbe calcolato su un periodo temporale limitato di quattro giorni: una giornata sarebbe stata infatti dedicata a un'udienza a Milano mentre il sabato egli si recherebbe in Italia per la spesa settimanale. Questa circostanza non è comunque decisiva, determinante essendo il fatto ch'egli potrebbe esercitare la sua professione in Italia. Al riguardo egli sostiene che avendola esercitata solo sporadicamente in quel Paese, sarebbe ormai abituato alla legislazione e alla procedura svizzera. Questi accenni non dimostrano affatto che si sarebbe in presenza di un accertamento e di una valutazione addirittura insostenibili e quindi arbitrari dei fatti. Il ricorrente ha studiato giurisprudenza in Italia e fino alla sua carcerazione vi esercitava, seppure a tempo parziale, la professione di avvocato con uno studio legale proprio, attività che in caso di fuga potrebbe esercitare a tempo pieno (vedi per il caso contrario, dove occorreva considerare anche la scolarizzazione in Svizzera dei figli e il fatto che il ricorrente aveva già scontato gran parte della pena inflittagli, sentenza 1B_643/2020 del 21 gennaio 2021 consid. 2.4 e 2.5). Per di più, anche in Svizzera la maggior parte dei suoi clienti erano di nazionalità italiana. D'altra parte nulla parrebbe impedire alla moglie di seguirlo in Italia e di continuare a collaborare con lui nell'amministrazione della società a lui riconducibile o nel suo studio legale. Non è quindi ravvisabile nessun impedimento all'esercizio della sua professione in Italia. La CRP non si è pertanto fondata su semplici supposizioni, ma su circostanze concrete, coerenti, verosimili e condivisibili.