Citation: H 318/02 03.05.2004 E. 5

Nel merito, la ditta ricorrente, richiamandosi alla sentenza 11 gennaio 2002 di questa Corte, è dell'avviso che la buona fede le debba essere riconosciuta anche per gli anni 1994 e 1995 in quanto le decisioni della Cassa del 24 novembre 1998, riferita agli anni 1993/94, e del 19 dicembre 2000, per il 1995, precederebbero nel tempo la sentenza definitiva del Tribunale federale delle assicurazioni sul principio dell'imposizione, relativa agli anni 1988/92. In altri termini, l'insorgente ritiene che se è vero e costituisce un dato di fatto che la Cassa, per la prima volta, ha manifestato il 20 settembre 1993 un parere discordante dalla prassi che lei stessa e la D.________ SA seguivano in precedenza, è però ugualmente vero che quel parere non era immediatamente esecutivo, perché impugnato con i rimedi di legge. La ricorrente continua nella sua tesi liberatoria asserendo che la sentenza 11 gennaio 2002 avrebbe forza di cosa giudicata secondo l'art. 38 OG, motivo per cui sarebbe stata annullata la decisione amministrativa 20 settembre 1993, atteso però che la questione fondamentale concernerebbe la possibilità di ritenere che una decisione annullata senza riserve possa costituire un precedente tale da escludere la buona fede del destinatario. Detto altrimenti, si tratterebbe di sapere se l'amministrato deve comunque attenersi a un parere manifestato dall'autorità competente, benché questo sia poi dichiarato inoperante nella procedura di ricorso. 5.1 Ora, dagli atti contenuti nell'inserto della causa, e in particolare dal rapporto sul controllo dei datori di lavoro riferito al periodo dal 1° gennaio 1993 al 31 dicembre 1994, redatto dagli ispettori della Cassa G.________ e P._________, emerge che i rimborsi spese avevano subito una significativa riduzione rispetto alla revisione precedente, in quanto veniva operata una maggior vigilanza per appurare se sul luogo di lavoro il prestatore d'opera aveva la possibilità di usufruire di una mensa aziendale o di ritornare al proprio domicilio. Dello stesso tenore è anche il rapporto riferito al 1995. Gli ispettori hanno pure evidenziato che dall'esame del quoziente percentuale spese salari si notava una riduzione marcata. Infatti, mentre la media percentuale rimborso spese sulla revisione precedente si aggirava attorno al 30%, per il 1993 essa era diminuita al 20,85%, per il 1994 al 16,05% e per il 1995 al 13,40%. Dal verbale di udienza 14 maggio 2002 risulta poi come l'amministratrice unica della D.________ SA abbia asserito di non avere modificato le modalità operative della società nella convinzione di non commettere truffa, aggiungendo però che oggi si controllerebbe più a fondo presso il cliente il luogo dove il collaboratore deve prestare servizio. L'interessata afferma inoltre di non essere in possesso di documenti giustificativi relativi alle spese che la ditta ha riconosciuto ai collaboratori e conclude dichiarando che alla ricezione delle direttive UFAS la D.________ SA avrebbe ammesso le spese solo per il personale mobile, mentre per coloro che lavoravano fissi presso un cliente della ditta non venivano più riconosciuti. Dagli atti si evince inoltre che, in risposta alle domande sottopostegli dal Tribunale cantonale delle assicurazioni, il 20 giugno 2002, l'ex ispettore della Cassa P.________ ha asserito di aver ricevuto l'ordine (dai suoi superiori) di procedere a controlli per campionatura, di fotocopiare un certo numero di casi e di materiale contabile e, se esistevano ancora rimborsi spese a regime forfetario, di riprendere il totale di dette spese, dato che era ancora pendente un ricorso contro la revisione precedente. Ha pure precisato che operava in tal modo per continuare la stessa linea adottata nelle precedenti revisioni. Con atto del 18 luglio successivo l'interessato ha poi specificato che la direttiva ispettiva impartitagli dai superiori era di verificare la prassi in uso per il rimborso delle spese e, qualora detta prassi fosse rimasta immutata rispetto alle revisioni precedenti, di procedere ad una ripresa integrale. Infine, emerge dagli atti che, in risposta alle ordinanze 14 agosto e 11 settembre 2002 del Tribunale cantonale, la Cassa ha ribadito che la prassi adottata in occasione dei controlli imposti dalla legge era costante ed univoca per tutti i datori di lavori ad essa affiliati, senza tuttavia rivelare il nome di altre società operanti nel medesimo settore della ricorrente e ciò in applicazione dell'art. 50 LAVS che impone di mantenere il segreto nei confronti di terzi. 5.2 Secondo la giurisprudenza di questa Corte, il principio della buona fede, sancito dall'art. 9 Cost., tutela la legittima fiducia dell'amministrato nei confronti dell'autorità amministrativa quando, ossequiate determinate condizioni, egli abbia agito conformemente alle istruzioni o alle dichiarazioni della stessa autorità, atteso altresì che di regola un'informazione erronea è vincolante quando l'autorità, intervenendo in una situazione concreta nei confronti di persone determinate, era competente a rilasciarla, il cittadino non poteva riconoscerne l'inesattezza e, sempre che l'ordinamento legale non sia mutato nel frattempo, fidente nell'informazione ricevuta egli abbia preso delle disposizioni non reversibili senza pregiudizio (DTF 127 I 36 consid. 3a, 126 II 387 consid. 3a; RAMI 2000 no. KV 126 pag. 223, no. KV 133 pag. 291 consid. 2a; cfr., riguardo al previgente art. 4 cpv. 1 vCost., la cui giurisprudenza si applica anche alla nuova norma, DTF 121 V 66 consid. 2a). Detto altrimenti, il principio della buona fede conferisce al giudice la facoltà di non applicare una norma di diritto quando ne conseguisse un risultato iniquo o comunque in contrasto con l'ordinamento giuridico preso nel suo complesso o con il comune sentimento di giustizia. In senso lato, la buona fede va intesa, nel diritto pubblico, come un principio generale che vieta all'autorità e ai privati di servirsi, in ogni ambito delle loro relazioni, di procedimenti sleali e di agire con abuso di diritto e con attitudini contraddittorie (vedi fra le altre sentenza del Tribunale federale del 29 ottobre 2001 nella causa 2A.261/2001 consid. 2d/aa). 5.3 Con la decisione 20 settembre 1993, emanata a seguito di una verifica sul rimborso degli importi orari supplementari concessi per spese di "trasferta e vitto", riferita al periodo dal 1988 al 1992, la Cassa aveva comunicato alla D.________ SA che non ammetteva più il rimborso di tali spese se non erano comprovate o perlomeno rese verosimili, seppur sotto forma di un forfait. Dunque, a far tempo da questa data la ricorrente, pur avendo ricorso contro la decisione amministrativa, doveva prendere atto del cambiamento e adeguarsi alle nuove direttive della Cassa, prendendo le cautele necessarie nel suo interesse in attesa della decisione giudiziaria. In altre parole, l'insorgente non aveva motivi validi a quel momento per escludere che la tesi della Cassa fosse errata. Era pertanto suo preciso dovere tutelarsi nei confronti dei dipendenti, trattenendo precauzionalmente l'importo per contributi da versare all'amministrazione nel caso in cui le spese per trasferta e vitto non fossero state riconosciute nell'entità numerica prevista. Per sentenza 11 gennaio 2002 questa Corte, riconoscendo in linea di principio la buona fede alla D.________ SA, aveva voluto evidenziare come l'autorità amministrativa non potesse, dopo anni di utilizzo di un determinato criterio di calcolo, mutare improvvisamente orientamento a danno dell'assicurata. La ditta, tuttavia, dal settembre 1993 sapeva che a partire da questo momento avrebbe dovuto modificare le modalità di computo delle spese di trasferta e vitto, documentandole con validi giustificativi di riferimento, nell'ipotesi che non intendesse rischiare di dover pagare a seguito della ripresa salariale di spese non ammesse. Non si può seguire la ricorrente quando pretende che le venga riconosciuta la sua buona fede anche per le decisioni 24 novembre 1998 (riferita però al solo 1994) e 19 dicembre 2000 (riferita al 1995), interpretando in modo soggettivamente estensivo la nozione di buona fede sviluppata nel pregresso pronunciato di questa Corte. La D.________ SA sembra voler dimenticare non solo la portata della decisione 20 settembre 1993, resa dopo la revisione, riferita al periodo 1988/92, effettuata dapprima dall'ispettore G.________ e in seguito da R.________, economista della Cassa, ma anche che agli atti vi sono testimonianze attestanti come almeno a partire dal gennaio 1994 essa abbia prestato maggior attenzione al computo delle spese di "trasferta e vitto". Infatti, l'amministratrice unica dell'insorgente aveva asserito in occasione dell'udienza 14 maggio 2002 che oggi si controllerebbe più a fondo presso il cliente il luogo dove il collaboratore deve prestare servizio, soggiungendo che gli ispettori della Cassa avevano riscontrato in occasione del controllo per gli anni 1993/94 e 1995, oltre ad una maggior vigilanza per appurare se sul luogo di lavoro il prestatore d'opera ha la possibilità di usufruire di una mensa aziendale o l'opportunità di ritornare al proprio domicilio, anche il fatto che la percentuale spese/salari presentava una riduzione marcata. Infatti mentre la media percentuale rimborso spese nella revisione precedente si aggirava attorno al 30%, per il 1993 era diminuita al 20,85%, per il 1994 al 16,05% e per il 1995 a 13,40%. Ciò dimostra chiaramente che la ricorrente era ben cosciente del fatto che l'amministrazione non avrebbe più accettato, senza giustificativi, il metodo di calcolo da essa operato nell'ambito della rifusione delle spese. Va pure ricordato che, secondo la giurisprudenza, gli accertamenti dei revisori di una cassa devono essere ritenuti attendibili fino al momento in cui non vengono presentati documenti giustificativi dai quali traspaia in modo inequivocabile che taluni dati del relativo rapporto sono errati (RDAT 1992 II pag. 140 seg.). Nel caso di specie siffatta dimostrazione non è riuscita alla ricorrente, per ammissione stessa dell'amministratrice unica, la quale ha riferito di non essere in possesso di documenti giustificativi relativi alle spese che la ditta ha riconosciuto ai collaboratori, ben sapendo che vi era disputa giudiziaria in merito all'entità delle spese per trasferta e vitto deducibili dal salario. Inoltre, se è vero che la disciplina del rimborso spese a salariati di ditte di lavoro interinale è stata oggetto di vari interventi in via di circolare da parte dell'UFAS, è altrettanto esatto che da un'attenta lettura delle istruzioni di tale istituto alle casse di compensazione si evinceva che queste ultime, già a partire dal 1989, erano tenute a riconoscere le spese di trasferta e vitto solo se effettive e provate, atteso che se la prova rigorosa non era possibile, l'amministrazione doveva far capo ad una valutazione per apprezzamento sulla base dei dati del singolo caso. Erano pertanto possibili detrazioni forfetarie a titolo di rimborso spese per ogni salariato di ditte di lavoro interinale, benché si dovesse ammettere che siffatta valutazione non poteva mai corrispondere alla realtà della situazione (cfr. sentenza 11 gennaio 2002 di questa Corte, pag. 10 seg.). Se la Cassa non ha ritenuto fino al 1993 di conformarsi alle direttive dell'UFAS, ciò non significa che la ricorrente possa ora prevalersi a suo favore di una situazione di privilegio riconducibile ad una prassi ticinese contraria alle istruzioni dell'amministrazione federale, di cui le era comunque chiara almeno a partire dal 20 settembre 1993 l'interpretazione conforme data dalla Cassa. Anche per questo motivo a nulla giova il richiamo della ricorrente a casi in cui l'amministrazione sembra essersi dimostrata dimentica delle note istruzioni. Se vi sono stati casi in tal senso, la questione è di competenza del diritto disciplinare nei confronti dei funzionari e non del diritto delle assicurazioni sociali.