Citation: 6P.218/2006 30.03.2007 E. 4

4. Ricorso per cassazione (6S.486/2006) 4.1 Nonostante l'entrata in vigore il 1° gennaio 2007 delle nuove disposizioni della parte generale del Codice penale, queste non sono ancora applicabili dinanzi al Tribunale federale. Infatti, nell'ambito di un ricorso per cassazione, il Tribunale federale esamina unicamente la questione di sapere se l'autorità cantonale ha correttamente applicato il diritto federale (art. 269 cpv. 1 PP), ossia il diritto in vigore al momento in cui essa ha pronunciato la sentenza impugnata (DTF 129 IV 49 consid. 5.3 pag. 51 e seg. e rinvii). 4.2 Il ricorso per cassazione può essere proposto unicamente per violazione del diritto federale (art. 269 cpv. 1 PP). Incombe al ricorrente esporre in modo conciso quali sono le norme di diritto federale violate e in che cosa consiste la violazione (art. 273 cpv. 1 lett. b seconda frase). La Corte di cassazione penale del Tribunale federale è vincolata dagli accertamenti di fatto dell'autorità cantonale (art. 277bis cpv. 1 seconda frase PP). Essa deve pertanto fondare il proprio giudizio sui fatti accertati dall'ultima istanza cantonale oppure dall'autorità inferiore, ma solo nella misura in cui quest'ultimi siano ripresi perlomeno implicitamente nella decisione impugnata (DTF 129 IV 246 consid. 1). Il ricorrente non deve criticare accertamenti di fatto né proporre eccezioni ed impugnazioni nuove (art. 273 cpv. 1 lett. b ultima frase PP). Qualora una censura sia stata dichiarata inammissibile dall'autorità cantonale, essa non può essere riproposta nell'ambito di un ricorso per cassazione, a causa del mancato previo esaurimento delle istanze ricorsuali cantonali (art. 268 n. 1 PP; DTF 123 IV 42 consid. 2a). 4.3 Contestata nel gravame è esclusivamente la commisurazione della pena. In base all'art. 63 CP il giudice commisura la pena essenzialmente in funzione della colpevolezza del reo. Questa disposizione non elenca in modo dettagliato ed esauriente gli elementi pertinenti per la commisurazione della stessa. Essi sono tuttavia oggetto di una consolidata giurisprudenza, da ultimo illustrata in DTF 129 IV 6 consid. 6.1, alla quale si rinvia. In questa sede è sufficiente ribadire come il giudice di merito, più vicino ai fatti, fruisca di un'ampia autonomia. Il Tribunale federale interviene solo quando egli cade nell'eccesso o nell'abuso del suo potere di apprezzamento, ossia laddove la pena fuoriesca dal quadro edittale, sia valutata in base a elementi estranei all'art. 63 CP o appaia eccessivamente severa o clemente (DTF 127 IV 101 consid. 2c; 123 IV 150 consid. 2a; 122 IV 156 consid. 3b). 4.3.1 Il ricorrente sostiene anzitutto che le precedenti istanze, valutando la gravità della colpa, sono incorse in una manifesta incongruenza. Mentre nelle conclusioni sull'accertamento dei fatti la sentenza di primo grado indica che le molestie si sono ripetute con frequenza almeno mensile, nell'esame della gravità della colpa è stata ritenuta una frequenza mediamente settimanale. La pena è stata dunque fissata partendo da un assunto errato; la frequenza da considerare era semmai mensile. La gravità della colpa ne risulta ridimensionata e la pena deve quindi essere fortemente ridotta. Nella sentenza impugnata, la CCRP non ha mai menzionato la frequenza almeno mensile degli abusi, ma ha ritenuto unicamente una frequenza settimanale. Questo è un accertamento di fatto che vincola la Corte di cassazione (art. 277bis cpv. 1 PP). Pertanto, nella misura in cui l'insorgente si scosta dai fatti accertati dall'ultima autorità cantonale, la sua censura si rivela inammissibile (art. 273 cpv. 1 lett. b PP). 4.3.2 Nel caso concreto, l'autorità cantonale ha condannato il ricorrente ad una pena di due anni e tre mesi di detenzione. Riferendosi alla sentenza del primo giudice, essa ha preso in considerazione la colpa grave del ricorrente, la ripetitività degli atti compiuti su un lungo arco di tempo (dal 1989 al 1995) e l'assenza di rincrescimento. In favore del reo, la Corte ha nondimeno tenuto conto dell'incensuratezza, del fatto che egli ha sempre avuto un lavoro e che, una volta posto in libertà provvisoria, ha trovato un nuovo impiego e si è rifatto una vita risposandosi. A ciò si sono aggiunte la buona condotta tenuta dall'ultimo fatto rimproveratogli, la durata del carcere preventivo e l'incarcerazione per qualche giorno presso le dure carceri pretoriali di Mendrisio. Oltre a queste circostanze attenuanti, la CCRP gli ha riconosciuto altresì l'attenuante del tempo relativamente lungo trascorso dal reato, riducendo di tre mesi la pena inizialmente irrogata dal Presidente della Corte delle assise correzionali. 4.3.2.1 A mente del ricorrente, i giudici non hanno attribuito sufficiente importanza al principio cardine della risocializzazione del reo. Egli oggi ha 50 anni e negli oltre dieci anni trascorsi dai fatti oggetto del procedimento si è ricostruito una vita. L'espiazione della pena di due anni e tre mesi avrebbe degli effetti devastanti e ostacolerebbe il processo di reinserimento, già avviato, nella vita sociale e familiare. Inoltre, nella prospettiva dell'allora imminente entrata in vigore della nuova parte generale del Codice penale, l'equità avrebbe richiesto che la CCRP tenesse in considerazione lo spirito del nuovo sistema delle sanzioni e dei criteri meno severi per la sospensione condizionale, comminando una pena inferiore e sospesa, oppure rimandando di tre mesi il giudizio. A mente dell'insorgente, la commisurazione della pena inflittagli, a soli tre mesi dall'entrata in vigore del nuovo diritto più mite, costituirebbe una violazione dell'art. 63 CP inammissibile dal profilo dell'equità e del senso di giustizia, poiché gli avrebbe precluso ogni possibilità di beneficiare dell'effetto più mite e risocializzante del nuovo sistema delle pene. 4.3.2.2 L'idea ventilata dal ricorrente, secondo cui la CCRP avrebbe dovuto attendere l'entrata in vigore delle nuove disposizioni penali per statuire sul suo caso, non può essere condivisa. Tale modo di procedere sarebbe in aperto contrasto con il principio della celerità (art. 29 cpv. 1 Cost., 6 n. 1 CEDU e art. 14 n. 3 lett. c Patto ONU II). Nell'interesse dello Stato, come pure in quello dell'imputato e della vittima dell'infrazione, è infatti necessario che la procedura segua il suo corso senza ritardi (Gérard Piquerez, Précis de procédure pénale suisse, Losanna 1994, n. 928). 4.3.2.3 Per quanto concerne, invece, il presunto eccesso del potere di apprezzamento nella commisurazione della pena, giustamente l'insorgente osserva che la Corte cantonale non poteva formalmente applicare normative non ancora in vigore. Ciò nonostante, avrebbe dovuto prendere in considerazione lo spirito del nuovo sistema delle pene. La pena inflitta al ricorrente di due anni e tre mesi di detenzione si situa nell'ampia cornice edittale prevista dal reato di atti sessuali con fanciulli. La CCRP non ha trascurato nessun elemento nel commisurare la pena. In particolare, il principio della risocializzazione non è stato ignorato, ma la gravità della colpa dell'accusato è stata giudicata tale da non giustificare una riduzione della pena per renderla compatibile con la sospensione condizionale. È certo doveroso, nell'ambito della commisurazione della pena, evitare nella misura del possibile sanzioni che ostacolino il reinserimento del condannato, tenendo conto tra l'altro degli effetti della condanna sulla sua vita (DTF 128 IV 73 consid. 4c). Ciò non toglie che l'elemento determinante resta comunque il grado di colpevolezza del reo (DTF 127 IV 97 consid. 3). In queste circostanze, non si può certo affermare che l'autorità cantonale abbia abusato del vasto potere di apprezzamento di cui fruiva. Essa poteva sì ispirarsi al nuovo diritto, segnatamente alla maggiore importanza accordata alla prevenzione speciale, per interpretare le disposizioni sulla commisurazione della pena (DTF 128 IV 3 consid. 4c pag. 9 e rinvii), ma la sorte del ricorrente non sarebbe in ogni caso cambiata. Infatti, perché egli potesse beneficiare della sospensione condizionale, la pena non avrebbe dovuto superare i 18 mesi di detenzione (art. 41 n. 1 CP). La legge stabilisce in modo chiaro il limite per poter sospendere l'esecuzione di una condanna a una pena privativa della libertà e non lascia spazio alcuno all'interpretazione (sentenza 6P.136/2005 del 27 febbraio 2006, consid. 12.2). Secondo la giurisprudenza, laddove il giudice prevede di pronunciare una pena poco superiore al limite fissato dall'art. 41 n. 1 CP (ossia 21 mesi al massimo), egli deve esaminare se le condizioni della sospensione condizionale sono adempiute e, in caso affermativo, ridurre la pena di modo che questa sia compatibile con la condizionale (DTF 127 IV 97 consid. 3 pag. 101; 118 IV 337 consid. 2c pag. 339 e seg.). Questa giurisprudenza non può essere estesa ad una pena di due anni e tre mesi. Infatti, la pena deve restare proporzionata alla colpa. Se si può ammettere che il giudice che prevede di infliggere una pena di 21 mesi possa ridurla a 18 mesi per concedere il beneficio della sospensione condizionale, mantenendo un giusto rapporto tra la colpa e la pena, questo non è più possibile per una pena di due anni e tre mesi. Nella fattispecie, la pena irrogata dai giudici cantonali è ampiamente al di sopra della soglia di 18 mesi posta dall'art. 41 n. 1 CP e una riduzione di nove mesi (vale a dire di un terzo) non può entrare in considerazione. Su questo punto il gravame del ricorrente va pertanto disatteso. 4.3.3 Da ultimo, l'insorgente ritiene che il riconoscimento dell'attenuante specifica del lungo tempo trascorso dal reato (circa 11 anni) imponeva una riduzione della pena maggiore dei soli tre mesi ritenuti dalla CCRP. Nell'applicazione dell'art. 64 CP, il giudice gode del medesimo potere d'apprezzamento riconosciutogli nell'ambito dell'art. 63 CP (DTF 107 IV 94 consid. 4c pag. 97; sentenza 6S.152/1996 del 5 giugno 1996, consid. 3d). Nella fattispecie, l'autorità cantonale, constatando che dalla perpetrazione dell'illecito all'emanazione della sentenza di primo grado sono trascorsi oltre i due terzi del termine previsto dall'art. 70 cpv. 1 lett. b CP, ha ridotto la pena inizialmente irrogata. Tuttavia, dal momento che nel fissare la pena il primo giudice aveva già preso in debita considerazione tutti gli elementi attenuanti compresa la buona condotta tenuta dalla perpetrazione del reato, per quest'ulteriore attenuante non poteva essere accordata una riduzione superiore a tre mesi (sentenza impugnata consid. 18f-g pag. 20 e seg.). Anche in questo caso, non si ravvisa, nelle motivazioni della CCRP, alcun abuso del suo potere d'apprezzamento, cosa che del resto nemmeno il ricorrente sostiene. La censura si rivela pertanto infondata. 4.4 Da tutto quanto esposto discende che la CCRP non ha violato il diritto federale, il gravame va quindi respinto nella misura della sua ammissibilità. Le spese processuali seguono la soccombenza (art. 278 cpv.1 PP). Per questi motivi, il Tribunale federale pronuncia: