Citation: 5A_166/2020 E. 3.1.2

3.1.2. Contrariamente all'opinione ricorsuale, l'istanza inoltrata dall'opponente consiste in un cumulo di pretese ai sensi dell'art. 90 CPC. La prova più evidente risiede nella constatazione che ognuna di esse è riferita ad un periodo preciso di obbligo contributivo, relativamente al quale il qui opponente adduce il giudizio di condanna e produce la prova degli importi versati, deducendo dalla contrapposizione dei predetti dati l'eccedenza di cui chiede la restituzione. È incontestabile che l'opponente avrebbe potuto inoltrare azioni separate per ogni singola pretesa restitutoria, e che ogni singola pretesa avrebbe avuto un destino proprio, indipendente da quello delle altre. Certo, la giurisprudenza citata in precedenza ( supra consid. 2.1 in fine) porta quale esempio pretese di natura diversa - canone di locazione rispettivamente indennità per occupazione dell'immobile, costi di messa in mora e di richiamo, opposizione a due precetti esecutivi e sfratto. Ma non è corretto dedurne che pretese riconducibili alla medesima causa, o fondate sulla medesima disposizione di legge, formino necessariamente un'unica pretesa, come invece sembra argomentare la ricorrente: basta accennare qui al concetto di oggetto di lite ("Streitgegenstand"), che definisce il complesso di fatti e pretese per rapporto ai quali un giudizio ha forza di cosa giudicata (v. DTF 142 III 210 consid. 2.1), per il quale anche la dimensione temporale importa. Inoltre, la ricorrente erra quando ritiene che l'ammissione parziale di una pretesa costituisca una decisione in equità: nel presente caso, il giudice di prime cure si è infatti limitato a verificare calcoli precisi, ammettendo la richiesta laddove essa si dimostrava aritmeticamente corretta. Di non maggiore spessore è l'obiezione ricorsuale relativa al calcolo degli interessi di mora. Certo, la conferma da parte del Tribunale di appello della soluzione adottata dal Pretore aggiunto è meno evidente che per le pretese relative agli importi versati in eccesso, che il giudice di prime cure ha potuto dedurre dai documenti prodotti, mentre con riferimento agli interessi di mora esso ha dovuto determinare il momento di decorso della mora stessa, accogliendo l'eccezione sollevata dalla qui ricorrente di carenza di valide interpellazioni. La ricorrente si limita a eccepire in termini generici che si tratta di una modifica delle conclusioni attoree, come tale irrita. Ora, questa obiezione è infondata, visto che nulla impedisce al giudice adito in applicazione della procedura ex art. 257 CPC di ammettere anche solo parzialmente una pretesa, nei limiti in cui la medesima è manifestamente comprovata, e di dichiarare la stessa inammissibile, nella misura in cui essa non lo è. Infondato è, infine, l'argomento ricorsuale tirato dall'estensione e dall'asserita complessità dell'istanza e della replica dell'opponente. La giurisprudenza esposta alla DTF 141 III 23 va letta nel suo contesto, quello di una lite incentrata sulla pretesa di restituzione di documenti fondata sull'art. 339a cpv. 1 CO: questa norma garantisce segnatamente il diritto del datore di lavoro di richiedere la restituzione di documenti ricevuti dal dipendente (o da questi prodotti) durante il rapporto di lavoro. Ma parte istante, in quel caso, aveva chiesto genericamente la restituzione di tutti i documenti acquisiti dal dipendente anche dopo la fine del rapporto di lavoro, senza distinguere gli uni dagli altri (DTF 141 III 23 consid. 3.4). È questa promiscuità ad aver condotto il Tribunale federale alla reiezione del ricorso, e con ciò all'inammissibilità dell'istanza, non potendosi costringere il giudice a compiere la cernita che invece spettava alla parte istante. Certo, la sentenza 5A_768/2012 del 17 maggio 2013 consid. 4.3, già citata, che è menzionata come quella che per prima ha formulato l'esigenza dell'ammissione di tutte le conclusioni proposte da parte istante quale condizione di ricevibilità dell'istanza a tutela giurisdizionale nei casi manifesti, può suscitare l'impressione che la mole di informazioni richieste (in quel caso ex art. 170 CC) basti per dichiarare inammissibile l'istanza; ma una sua più attenta lettura permette di comprendere che l'insufficiente chiarezza dei fatti era dovuta anche alla natura delle informazioni richieste, suscettibili di esigere l'amministrazione di prove ad esempio circa la titolarità rispettivamente la qualità di avente diritto economico su determinate relazioni bancarie. Comunque, in quel caso l'ampiezza delle informazioni richieste, esposte su 90 pagine, era straordinaria: certamente non paragonabile al caso di specie, in cui - come precisa la ricorrente medesima - le conclusioni tengono posto su una sola pagina, mentre la motivazione ne consta quindici.