Citation: 2C_497/2015 E. 2.2.1

2.2.1. Al riguardo, dopo avere richiamato i diversi elementi che devono essere presi in considerazione nella valutazione della proporzionalità del provvedimento litigioso (cfr. sentenza contestata pag. 6 consid. 4.1 e 4.2), la Corte cantonale ha osservato in primo luogo che l'interessato aveva violato a diverse riprese l'ordinamento giuridico svizzero, in settori particolarmente sensibili dell'ordine pubblico, cioè l'integrità fisica (vie di fatto) e il mercato della droga, aggravando sempre più la propria situazione dal profilo penale. Al riguardo né l'ammonimento ricevuto nel 2010 né la presenza dei suoi famigliari (madre, moglie, figlia) l'avevano distolto dall'agire in modo delittuoso. La sua colpa andava pertanto considerata grave, tanto più che, con riguardo all'infrazione alla LStup, aveva agito unicamente per fine di lucro, non essendo un consumatore. Un tale atteggiamento dimostrava pertanto che non voleva o non era in grado di adattarsi al nostro ordinamento e che rappresentava un pericolo per l'ordine e la sicurezza pubblici: occorreva quindi esaminare se erano date circostanze particolari di ordine privato che permettevano di invertire tale valutazione. Ciò che non era il caso. Infatti, malgrado un lungo soggiorno in Svizzera, ove viveva dall'età di 14 anni, l'interessato non si era integrato con successo. Ciò risultava non solo dal suo comportamento delittuoso, ma anche dal fatto che non aveva mai portato a termine i due apprendistati iniziati e che non possedeva un diploma professionale così come dalla circostanza che aveva sempre lavorato solo saltuariamente ed era rimasto disoccupato per lunghi periodi. Il fatto che ora avesse un impiego poco contava di fronte alla gravità dei reati commessi. Non andava poi trascurata la sua situazione economica instabile: aveva accumulato diversi debiti - non da ultimo quello contratto con lo Stato per il mancato versamento degli alimenti alla figlia - di cui parte era sfociata in 74 attestati carenza beni, per complessivi fr. 55'866.55. Per quanto concerne invece la questione della reintegrazione sociale nel paese d'origine, il Tribunale cantonale amministrativo ha osservato che l'interessato vi era nato, vi aveva vissuto fino all'età di 14 anni, vi aveva seguito la scuola dell'obbligo e vi era tornato più volte da quando viveva in Svizzera. In queste condizioni, visto che aveva solo 33 anni, il suo reinserimento appariva senz'altro attuabile e ciò malgrado le qualche difficoltà iniziali alle quali era però confrontata la maggior parte degli stranieri costretti a rimpatriare dopo un prolungato soggiorno all'estero. Infine per quanto riguarda la relazione con la figlia, ricordato la prassi e le esigenze di cui all'art. 8 CEDU (cfr. sentenza impugnata pag. 11 seg. consid. 4.4.1), la Corte cantonale ha osservato che l'interessato aveva vissuto separato dalla figlia dalla sua nascita, nel 2005, fino al 2008 quando la famiglia si era riunita in Svizzera e poi di nuovo dall'inizio del 2012, quando i genitori si erano separati e che la madre ne aveva ottenuto la custodia. Ha poi rilevato che egli nulla aveva adotto sulle relazioni che intratteneva con la figlia da quel momento (frequenza degli incontri, esercizio del diritto di visita senza sorveglianza, ecc.), senza dimenticare che non aveva mai onorato il suo obbligo di versarle un contributo alimentare e che il fatto di avere una figlia non l'aveva trattenuto dal delinquere. In queste circostanze, dato che i motivi di ordine e di sicurezza pubblici per giustificare la revoca del suo permesso di domicilio risultavano preponderanti, gli incombeva sopportare le conseguenze dovute al suo comportamento e assumersi la responsabilità di mantenere i rapporti con la figlia via telefono, in forma scritta e nell'ambito di visite autorizzate. Premesse queste considerazioni il provvedimento contestato appariva del tutto proporzionato (vedasi sentenza querelata pag. 7 a 14).