Citation: 1B_166/2017 E. 2.4

2.4. Il ricorrente, dopo essersi diffuso sulla "cronologia processuale", sostiene che la CARP non avrebbe debitamente considerato che nel caso di specie si tratterrebbe della sua vita privata protetta dall'art. 8 CEDU, al suo dire direttamente lesa dal prospettato reato; errata sarebbe anche la conclusione alla quale è pervenuto il Tribunale federale. Ciò poiché egli, fuggito dalla Bosnia ed Erzegovina con la sua famiglia per scampare ai crimini perpetrati all'epoca in quel Paese ai danni dei membri della sua etnia, sarebbe direttamente leso nei suoi diritti dal reato contestato all'imputato e quindi danneggiato ai sensi dell'art. 115 CPP. Egli sarebbe leso nella sua dignità umana (art. 8 CEDU) e avrebbe un interesse a partecipare al procedimento penale, allo scopo di non vedere disconosciute le sofferenze patite. Adduce che la DTF 143 IV 77, con la quale si confronta peraltro solo in maniera generica e indifferenziata, richiamato che nella stessa è proprio precisato che la criticata prassi si applica anche alla seconda parte della norma in esame (consid. 4.4), non sarebbe applicabile al caso in esame che rientra nella fattispecie dell'art. 261bis cpv. 4 CP seconda parte CP, ossia che punisce chi disconosce, minimizza grossolanamente o cerca di giustificare il genocidio o altri crimini contro l'umanità. Egli ha in effetti vissuto in prima persona i fatti storici negati e minimizzati dall'imputato. La qualità di danneggiato non sarebbe riconducibile unicamente al suo statuto di persona di origine bosniaca e di religione musulmana (sulla nozione di razza, etnia e nazione vedi sentenza 6B_610/2016 del 13 aprile 2017 consid. 2.3, destinata a pubblicazione), ma sulla base del suo vissuto personale negli anni della guerra in Bosnia, ritenuto che non sarebbe semplicemente un membro del gruppo etnico/religioso protetto dalla norma penale, ma soprattutto vittima diretta dei citati avvenimenti storici.