Citation: 2A.208/2001 12.10.2001 E. 4

4.- Resta dunque da determinare se la decisione litigiosa, fondata dal punto di vista dell'art. 10 cpv. 1 lett. a e b LDDS, sia pure rispettosa, in maniera generale, del principio di proporzionalità e, in particolare, delle esigenze poste dagli art. 11 cpv. 3 LDDS e 16 cpv. 3 ODDS. a) Il ricorrente, nato nel 1945, è entrato nel nostro Paese nell'ottobre 1984, all'età di trentanove anni, e vi risiede ininterrottamente da allora, cioè da quasi sedici anni. Il fatto di aver soggiornato in Svizzera durante un periodo di tempo così lungo costituisce un elemento di sicuro peso nell'ambito della ponderazione degli interessi che entrano in gioco per valutare la proporzionalità di una misura d'espulsione. Vi è però da prendere in considerazione il comportamento generale del ricorrente, il quale, pur non avendo commesso dei reati di particolare gravità, ha comunque mostrato un'incapacità pressoché totale di sapersi adattare alle regole vigenti nel nostro Paese (cfr. consid. 3e). b) Dal 1984 il ricorrente è sposato con una cittadina svizzera, con la quale ha avuto tre figli, ugualmente cittadini svizzeri i quali hanno oggi, rispettivamente 19, 16 e 14 anni. Per quanto concerne i suoi famigliari va osservato in primo luogo che appare poco probabile potere esigere da loro che seguano il marito, rispettivamente padre, in Croazia, paese dove non hanno mai vissuto, di cui non parlano la lingua e i cui usi e costumi sono molto differenti di quelli ai quali sono abituati in Svizzera. Va poi rilevato che, nell'ambito della ponderazione degli interessi, l'intensità del legame coniugale costituisce un criterio molto importante. Più questo legame è intenso, più il rifiuto di concedere un'autorizzazione di soggiorno dev' essere pronunciato con ritegno. Su questo punto il ricorrente afferma che, contrariamente all'assunto dei giudici cantonali, la sua relazione coniugale ha ripreso dall'agosto 1999 e da allora è effettivamente vissuta. Sostiene che ciò sarebbe comprovato da documenti figuranti agli atti e rimprovera pertanto ai giudici cantonali di aver accertato in modo manifestamente inesatto i fatti, violando inoltre regole essenziali di procedura, in particolare gli art. 18 e 19 della legge ticinese di procedura per le cause amministrative, del 19 aprile 1966 (LPamm), nonché gli art. 29 Cost. e 6 CEDU, in quanto sarebbero state rifiutate le prove da lui offerte per provare quanto avanzato, segnatamente l'audizione della moglie e dei figli. La Corte cantonale, rilevando che il ricorrente viveva separato dalla propria famiglia dal 1997, ha considerato che l'affermazione secondo cui era tornato a vivere con i suoi famigliari dall'agosto 1999, corroborata da dichiarazioni scritte di questi ultimi, appariva costruita con meri fini processuali e non poteva essere tutelata. A suo parere, il ricorrente - il quale sapeva dall'inizio della procedura che il suo permesso non era stato rinnovato poiché non conviveva più con la moglie e i figli - se avesse effettivamente ripreso la vita comune come sostenuto, ne avrebbe immediatamente informato le istanze interessate invece di aspettare più di un anno per farlo, come accaduto in concreto. In queste condizioni non ha ritenuto necessario sentire la moglie e i figli in quanto la loro testimonianza, a suo avviso, non avrebbe portato alcun elemento di rilievo per il giudizio, dato che agli atti figuravano sufficienti prove sulla sussistenza del legame coniugale e la residenza effettiva dello straniero. c) Come già rilevato in precedenza, quando, come in concreto, la decisione querelata emana da un'autorità giudiziaria, il Tribunale federale è vincolato dall'accertamento dei fatti, salvo se questi risultino manifestamente inesatti o incompleti oppure siano stati accertati violando norme essenziali di procedura (art. 105 cpv. 2 OG). Nella fattispecie concreta, è incontestato che il ricorrente, dopo più di 13 anni di matrimonio, si è separato dalla moglie, anche se non è possibile determinare con esattezza quando ciò sia accaduto. In effetti egli stesso ha affermato, da un lato, essersi separato nella primavera 1997 (cfr. osservazioni del 17 maggio 1999 al Consiglio di Stato, pag. 2) e, dall'altro, nel maggio 1998 (cfr. verbale del 26 marzo 1999 della pretura di Lugano, sezione 6; verbale di interrogatorio del 16 settembre 1998 della polizia cantonale di Lugano). Al riguardo va rilevato che quest'ultima data corrisponde al momento in cui sua moglie ha locato in proprio nome un nuovo appartamento in via X.________, a Viganello. Non va tuttavia negletto il fatto che quest' ultima, unitamente ai figli, ha percepito prestazioni assistenziali dal dicembre 1997, ciò che porterebbe a pensare che la separazione è intervenuta già nel 1997. Dagli atti risulta pure che dal maggio del 1998 il recapito del ricorrente è sempre stato quello di via X.________, a Viganello, e che lo stesso era noto alle autorità ticinesi di polizia degli stranieri (cfr. numerosa corrispondenza agli atti tra varie autorità cantonali). Senonché, contrariamente a quanto affermato dall'interessato, tale elemento non è, di per sé, determinante per stabilire se vi sia stata o meno ripresa della vita coniugale - intervenuta secondo questi il 12 agosto 1999 - dato che questo indirizzo è stato indicato come recapito anche per il periodo in cui l'insorgente viveva separato dalla moglie (cfr. procura rilasciata il 25 marzo 1999) e non solo dal 12 agosto 1999, ossia da quando egli, secondo le sue dichiarazioni, sarebbe tornato a vivere con lei. Non va poi trascurato il fatto che, come osservato dai giudici cantonali, il ricorrente stesso ha atteso, senza fornire alcuna valida spiegazione in proposito, più di un anno prima d'informare le competenti autorità di questo elemento importante, disattendendo così il proprio dovere di collaborare attivamente all'accertamento della fattispecie. Su questo punto va anche constatato che, come emerge dall'inserto di causa, secondo le ricerche effettuate dalle autorità cantonali egli è risultato irreperibile nonché irraggiungibile a tale indirizzo (cfr. risposta del 12 agosto 1999 dell'Ufficio controllo abitanti di Viganello alla lettera del 6 agosto 1999 dell'Ufficio del sostengo sociale e dell'inserimento), senza che siano mai state fornite spiegazioni in proposito. Solo nel febbraio 2000 il ricorrente si è presentato personalmente all'Ufficio controllo abitanti di Viganello per confermare la sua presenza, dal 12 agosto 1999, all'indirizzo sopraindicato. Orbene, non va dimenticato che il solo fatto di dichiarare di vivere allo stesso recapito non può essere sufficiente per comprovare la volontà di continuare a fondare un'autentica comunità coniugale. Inoltre va anche rilevato che i suoi famigliari hanno percepito prestazioni assistenziali fino alla fine del 1999 ciò che sorprende, se effettivamente fossero già tornati a vivere tutti assieme. Infine, si può constatare che le lettere scritte dalla moglie e dai figli figuranti negli atti, nelle quali viene confermata l'effettiva esistenza di una comunione domestica, sono state redatte solo nel novembre 2000 e prodotte solo dinanzi alla Corte cantonale, allorché già le precedenti istanze interessate avevano rilevato nei loro giudizi la mancanza di un'effettiva convivenza. d) Da quanto teste esposto emerge, da un lato, che i fatti accertati dalla Corte cantonale non appaiono manifestamente inesatti, soprattutto se si considera che se vi sono degli elementi che non concordano, gli stessi sono dovuti in gran parte alle dichiarazioni contraddittorie rilasciate dal ricorrente medesimo; dall'altro, che non sono state disattese regole essenziali di procedura, in primo luogo l'art. 18 LPamm, che impone all'autorità cantonale un obbligo di accertamento, il quale in concreto risulta ossequiato. Va poi osservato che l'art. 6 CEDU non si applica alle contestazioni in materia di polizia degli stranieri (Frowein/Peukert, Europäische Menschenrechtskonvention, 2a ed. n. 52 ad art. 6 pag. 190; Soyer/De Salvia, La Convention européenne des droits de l'homme, Paris 1995, pag. 253; Vogler, Internationaler Kommentar zur Europäischen Menschenrechtskonvention, n. 252 ad art. 6; Velu/Ergec, La Convention européenne des droits de l'homme, Bruxelles 1990, n. 425 pag. 380). Infine, per quanto concerne la lamentata violazione del diritto di essere sentito dovuta alla mancata audizione dei famigliari del ricorrente (art. 29 Cost.) va osservato che i giudici cantonali potevano considerare, viste le lettere di costoro figuranti agli atti nonché tutti gli altri elementi ivi figuranti, che questi ultimi non avrebbero portato elementi di rilievo o nuovi per la causa. Un tale apprezzamento anticipato delle prove non risulta essere inficiato d'arbitrio. e) Visto quanto precede, ne discende che nell'ambito della ponderazione di tutti gli elementi determinanti, l'interesse pubblico ad allontanare il ricorrente dalla Svizzera risulta preponderante rispetto all'interesse privato di quest'ultimo a rimanere nel nostro Paese. Questi in effetti, malgrado la lunga permanenza, non sembra essere riuscito ad integrarsi: lo dimostrano le condanne, il fatto che abbia ripetutamente interessato le autorità di polizia e giudiziarie, il nutrito numero di attestati di carenza beni emessi a suo carico, gli ingenti debiti contratti. Inoltre, non essendovi più un legame coniugale intatto ed effettivamente vissuto, ne deriva che l'allontanamento del ricorrente dalla Svizzera non incide sulla sua vita di coppia. Per quanto concerne i figli, dei quali uno è ormai maggiorenne, va osservato che, anche se i contatti personali saranno forzatamente limitati, il ricorrente avrà comunque la possibilità di vederli nell'ambito di soggiorni turistici. In concreto, un'attenta ponderazione di tutti gli interessi in gioco permette di ritenere che sia il rifiuto del rilascio di un permesso di domicilio, sia quello di rinnovare il permesso di dimora annuale appaiono proporzionati, sia sotto il profilo dell'art. 7 LDDS, sia sotto quello dell'art. 8 CEDU (cfr. consid. 3c), anche se in assenza di una vita famigliare intatta ed effettivamente vissuta appare dubbio che il ricorrente possa invocare quest' ultimo disposto. Del resto il ricorrente, stante al curriculum vitae da lui prodotto il 5 marzo 1996 è rimasto in patria sino all'età di 19 anni, allorquando è partito per la Germania: il suo rientro nel paese natio, sebbene legato a notevoli inconvenienti, non pregiudica quindi in maniera eccessiva la sua risocializzazione. f) Per i motivi esposti, la decisione querelata si rivela giustificata: il ricorso, infondato, dev'essere respinto e il giudizio impugnato confermato.