Citation: 2C_875/2019 E. 2.2

2.2. Esaminando poi il caso dal profilo del diritto interno la Corte cantonale ha osservato che i requisiti posti dall'art. 50 cpv. 1 lett. a LStrI per continuare a beneficiare di un permesso di dimora dopo lo scioglimento del matrimonio non erano dati. Sebbene l'unione coniugale fosse durata più di tre anni, l'interessato non poteva definirsi integrato. Egli si esprimeva con grosse difficoltà in italiano e dipendeva dall'aiuto sociale dal mese di settembre 2015 (fr. 105'074.75 percepiti, cfr. estratto conto del 16 agosto 2019 dell'Ufficio del sostengo sociale e dell'inserimento). Riguardo ai problemi di salute che, secondo le sue dichiarazioni, gli avrebbero impedito di continuare a lavorare e che l'avrebbero costretto a chiedere l'assistenza pubblica per mancanza di introiti, i giudici cantonali hanno rilevato che la domanda di rendita d'invalidità presentata nel 2015 era stata respinta nel 2017, l'Ufficio AI avendo accertato che egli disponeva di un'abilità lavorativa residua del 50 %. Il fatto poi che, con progetto di decisione del 7 gennaio 2019 la citata autorità prevederebbe di assegnarli una rendita d'invalidità intera dal 1° gennaio 2019 nulla mutava, un degrado dello stato di salute essendo stato accertato soltanto dall'agosto 2018, ossia più di un anno dopo il diniego del rinnovo del permesso di dimora. Infine l'interessato era oberato di debiti privati (64 procedure esecutive aperte per complessivi fr. 65'268.35 e 130 attestati di carenza beni per un totale di fr. 123'547.10). Il Tribunale cantonale amministrativo ha poi negato che fossero dati gli estremi per riconoscere un caso personale di rigore (art. 50 cpv. 1 lett. b e cpv. 2 LStrI), il reinserimento sociale dell'interessato nel paese d'origine non apparendo fortemente compromesso: vi era nato e cresciuto, vi aveva frequentato le scuole e vissuto fino all'età di 43 anni e vi rientrava regolarmente. Per quanto concerne i suoi problemi di salute che renderebbero inesigibile il suo trasferimento in patria, i giudici ticinesi hanno osservato che il paese d'origine non era sprovvisto di adeguate strutture sanitarie medico-psichiatriche-assistenziali pubbliche di qualità, di modo che poteva senz'altro essere curato anche lì. In ogni caso incombeva alle autorità di esecuzione di controllare nuovamente le condizioni di salute dell'interessato al momento dell'allontanamento e di procurargli, se necessario, il trattamento e l'accompagnamento necessari per garantire un rinvio conforme all'art. 3 CEDU (RS 0.101). Infine l'insorgente non poteva appellarsi all'art. 8 CEDU poiché, come illustrato, non era integrato, e non si trovava in rapporto di dipendenza con il figlio, maggiorenne dal settembre del 2016, con il quale, come da lui stesso ammesso, non aveva rapporti stretti ed intensamente vissuti. Premesse queste considerazioni un rientro in patria, dove poteva continuare a beneficiare della rendita AI di cui fruirebbe dal 1° gennaio 2019, era esigibile nonché rispettoso del principio della proporzionalità.