Citation: 1P.510/2002 01.07.2003 E. 2.1

I ricorrenti sostengono che l'Autorità edilizia, non ritenendo valida la loro opposizione, avrebbe commesso un eccesso di formalismo e violato, pertanto, l'art. 9 Cost. e richiamano la giurisprudenza del Tribunale federale, secondo cui non si può assoggettare a requisiti troppo rigorosi ricorsi proposti personalmente da privati, uno scritto potendo essere considerato come ricorso quando da esso risulti chiaramente la volontà di far modificare o annullare una decisione (DTF 117 Ia 126 consid. 5d, 102 Ia 92 consid. 2). Essi rimproverano al Consiglio comunale e alla Corte cantonale di avere ritenuto a torto irricevibile un'opposizione tempestiva, ma fondata su una motivazione errata, ossia di diritto privato e non di diritto pubblico e di avere così preteso che due anziani cittadini fossero in grado di distinguere tra l'uno e l'altro. Rilevano che la loro volontà di opporsi alla tettoia e al rilascio del permesso di costruzione era chiara e deducono che l'opposizione, provvista di una richiesta e di motivi, avrebbe dovuto essere esaminata nel merito, visto altresì che l'art. 87 della legge edilizia del Comune di Poschiavo (LE) non esige particolari forme di motivazione. 2.2 L'argomentazione non regge. Il Tribunale amministrativo non ha infatti protetto la tesi della Commissione comunale di ricorso, secondo cui il Consiglio comunale avrebbe dovuto assegnare agli opponenti un termine per correggere il vizio dell'opposizione, in applicazione analogica dell'art. 21 della legge cantonale sulla procedura nelle pratiche amministrative e costituzionali, del 3 ottobre 1982 (LPAC). La Corte cantonale ha in realtà ritenuto che l'opposizione, tempestiva, non era carente di motivazione, ma ne conteneva una di carattere privato e non pubblico; ha aggiunto che, in siffatte circostanze, non si doveva chiedere un suo completamento e concluso che l'art. 21 LPAC, limitato alla correzione delle esigenze formali dei ricorsi, non può estendersi agli aspetti materiali del litigio. I ricorrenti non dimostrano l'arbitrarietà di tale conclusione. 2.3 L'art. 87 LE, riguardo alle opposizioni, stabilisce, in particolare, che durante l'esposizione pubblica possono essere inoltrate opposizioni contro la domanda di costruzione all'autorità edilizia e che opposizioni fondate sul diritto privato devono essere inoltrate alla competente autorità civile. Anche se, dal profilo formale, a un'opposizione in materia edilizia non possono essere poste esigenze troppo severe (causa P.602/1981, sentenza del 3 aprile 1982, consid. 3b, apparsa in ZBl 83/1982 pag. 308), i ricorrenti non adducono né dimostrano, con un'argomentazione conforme all'art. 90 cpv. 1 lett. b OG (DTF 127 I 38 consid. 3c), perché il Consiglio comunale e la Corte cantonale avrebbero commesso arbitrio nel ritenere l'opposizione del 5 dicembre 2000 fondata unicamente su questioni di diritto civile. La censura è quindi inammissibile. 2.4 Certo, i ricorrenti sostengono che, di primo acchito, non sarebbe manifesto che i pregiudizi addotti (privazione di sole, luce e vista), lederebbero unicamente norme del diritto privato, visto ch'essi deriverebbero dal mancato rispetto delle distanze dal confine previste dal diritto pubblico. Aggiungono che il risarcimento del danno per privazione di luce o sole è ovviamente disciplinato dall'art. 95 della legge cantonale d'introduzione al Codice civile svizzero, del 12 giugno 1994, e che una siffatta pretesa dev'essere inoltrata al giudice civile; adducono nondimeno che la loro opposizione non tendeva a un simile risarcimento, la privazione di luce e sole costituendo piuttosto l'argomento a sostegno della sua fondatezza. Non esaminandola poiché la motivazione contenutavi era di natura puramente civile, la Corte cantonale sarebbe incorsa in un eccesso di formalismo. 2.5 Nella sentenza impugnata il Tribunale amministrativo ha stabilito che nessuna delle parti ha contestato il carattere civile delle argomentazioni contenute nell'opposizione del 5 dicembre 2000 (consid. 3a). I ricorrenti non adducono, né dimostrano, che questo accertamento fattuale sarebbe arbitrario (sulla nozione di arbitrio v. DTF 129 I 8 consid. 2.1); esso è pertanto vincolante per il Tribunale federale. La censura qui sopra riferita è nuova ed è pertanto inammissibile: nella procedura di ricorso di diritto pubblico, tranne eccezioni che non si verificano in concreto, non si possono infatti addurre fatti nuovi, far valere nuove censure o produrre nuovi documenti (DTF 118 Ia 20 consid. 5a; Spühler, op. cit., pag. 53 seg. n. 109 e 110). Del resto, i ricorrenti, limitandosi ad addurre che "a priori" la privazione di sole, luce e aria non concernerebbe solo prescrizioni di diritto privato, non hanno fatto valere che, secondo la normativa o la prassi comunale o cantonale, questi temi rientrerebbero, in una certa misura, (anche) nell'ambito del diritto pubblico, segnatamente in quello edilizio (cfr. al riguardo DTF 100 Ia 334 consid. 9b, 99 Ia 126 consid. 6 pag. 137 e consid. 8 concernente la svalutazione di edifici in seguito a un'importante perdita d'insolazione; causa 1A.32/1994, sentenza del 21 luglio 1994, consid. 2d, apparsa in RDAT I-1995 n. 20 pag. 42; cfr. anche DTF 115 II 434 consid. 3; sulla relazione fra la protezione da immissioni del diritto privato e quella del diritto pubblico cfr. DTF 126 III 223 e rinvii, 452).