Citation: 4A_47/2022 E. 4.3

4.3. Se le parti criticano la valutazione delle prove operata dal tribunale inferiore, il Tribunale federale interviene in tale ambito solo se essa è arbitraria. Secondo la giurisprudenza, l'arbitrio non è dato, se anche un'altra soluzione sia da considerare o sia addirittura preferibile, ma solo se la decisione impugnata è palesemente insostenibile, contraddice chiaramente la situazione reale, viola palesemente una norma o un principio giuridico indiscusso, o contraddice in modo scioccante il comune senso di giustizia (DTF 147 IV 73 consid. 4.1.2; 141 III 564 consid. 4.1; 140 III 16 consid. 2.1 tutte con rinvii). La valutazione delle prove non è quindi già arbitraria se non corrisponde alla rappresentazione del ricorrente, ma solo se è palesemente insostenibile (DTF 141 III 564 consid. 4.1; 135 II 356 consid. 4.2.1). Ciò si verifica se il giudice ha evidentemente frainteso il significato e la portata delle prove, se ha trascurato, senza alcuna ragione di fatto, prove importanti essenziali per la decisione o se ha tratto conclusioni insostenibili sulla base dei fatti accertati (DTF 148 I 127 consid. 4.3 pag. 135; 147 V 35 consid. 4.2; 140 III 264 consid. 2.3). Il ricorrente deve spiegare in modo chiaro e dettagliato nel gravame perché la valutazione delle prove è arbitraria (DTF 134 II 244 consid. 2.2; sentenza 4A_396/2021 del 2 febbraio 2022 consid. 2.3). In particolare, non è sufficiente citare singoli elementi di prova che devono essere ponderati diversamente rispetto alla decisione impugnata e sottoporre la propria opinione al Tribunale federale in modo appellatorio, come se potesse riesaminare i fatti liberamente (cfr. DTF 140 III 264 consid. 2.3; 116 Ia 85 consid. 2b; sentenza 4A_431/2021 del 21 aprile 2022 consid. 2.3). Nella fattispecie la critica ricorsuale di natura meramente appellatoria si rivela inammissibile. Con l'affermazione, peraltro priva di riscontri oggettivi, che le incomprensioni con il caposervizio avrebbero motivato il suo licenziamento, la ricorrente si limita ad opporre la sua opinione a quella dell'autorità inferiore. Ella nemmeno contesta il giudizio della Corte cantonale laddove evoca l'escussione di vari testi prima di concludere che la datrice di lavoro aveva "profuso un certo sforzo nella gestione delle resistenze sorte e delle tensioni insite nel processo di riorganizzazione aziendale avviato". Nemmeno indica un qualsiasi riscontro probatorio per l'asserto secondo cui la discussione dei problemi con il caposervizio sarebbe avvenuta in occasione di colloqui che avrebbero impedito agli interessati di esprimersi liberamente e compiutamente. Per far apparire arbitrari gli accertamenti della sentenza impugnata non basta neppure affermare che il direttore sanitario e il caposervizio abbiano nelle proprie deposizioni alluso a un solo colloquio o semplicemente negare che vi fosse una coincidenza temporale fra la disdetta del contratto e la richiesta di tutela della personalità. Ne segue che la ricorrente non è riuscita a dimostrare l'arbitrarietà dell'accertamento di fatto (DTF 136 III 513 consid. 2.3; 130 III 699 consid. 4.1 pag. 702) della Corte cantonale secondo cui la sua opposizione alla riorganizzazione aziendale fosse rilevante per il suo licenziamento e che questo dipendeva da circostanze aziendali e da scelte personali della lavoratrice e non era una rappresaglia, mancando in sostanza un nesso di causalità fra la disdetta e la richiesta di tutela della personalità (cfr. a tale proposito: sentenze 4A_215/2022 del 23 agosto 2022 consid. 4.1, con rinvii; 4A_293/2019 del 22 ottobre 2019 consid. 3.5.1, con rinvii).