Citation: 6B_786/2021 E. 3.4.1

3.4.1. Secondo gli accertamenti cantonali, l'opponente vive in Svizzera insieme al nucleo della sua famiglia, moglie e figli, con i quali sussiste un solido legame. Il ricorrente, che richiama le dichiarazioni rilasciate dalla consorte alle autorità inquirenti, sembra contestarlo. Benché alla luce di tali dichiarazioni l'accertamento possa certo apparire opinabile, l'insorgente non ne dimostra l'insostenibilità. In particolare non si confronta con la missiva inviata alla CARP dalla donna che, unitamente alla sua presenza al dibattimento, hanno indotto i giudici a ritenere una solida unione familiare. La moglie è titolare di un permesso di domicilio e ha dunque il diritto di risiedere durevolmente in Svizzera. Occorre pertanto chiedersi se sia ragionevolmente possibile attendersi dagli interessati che realizzino la loro vita familiare in Patria. Va al riguardo osservato che tale questione non dipende dai loro desideri o aspirazioni, bensì da una valutazione oggettiva della loro situazione personale e dell'insieme delle circostanze del caso (DTF 122 II 1 consid. 2). Peraltro, il fatto che le condizioni di vita e di educazione siano eventualmente migliori in Svizzera rispetto al Paese d'origine non costituisce un ostacolo alla realizzazione di una vita familiare all'estero (v. DTF 136 I 285 consid. 5.3). L'opponente è sposato con una connazionale, titolare di un permesso di domicilio, con cui vive insieme ai tre figli. Egli intrattiene pertanto una relazione stretta ed effettiva con i membri della sua famiglia, titolari di un diritto di presenza durevole in Svizzera. Tutti i componenti della famiglia hanno (anche) la nazionalità italiana. La nazionalità comune a tutti i membri costituisce già un indizio di rilievo per ritenere che le persone interessate possano condurre la loro vita familiare all'estero. In tal senso va inoltre osservato che i coniugi sono giunti in Svizzera in età adulta e vi risiedono da ormai 20 anni. Entrambi hanno vissuto in Italia; ne conoscono quindi la lingua, la cultura e le dinamiche sociali. Dalla sentenza impugnata non risulta che la moglie sia radicata in Svizzera al punto da renderle praticamente impossibile una partenza e una vita altrove. Si è sposata con l'opponente prima della commissione della lunga serie di reati. Tuttavia, già nel 2005, dopo appena 5 anni dal loro arrivo in Svizzera, al marito è stato rivolto un primo ammonimento in seguito alle sue condanne. Nel corso degli anni se ne sono poi aggiunti altri tre, senza contare la procedura di revoca del suo permesso di domicilio. La moglie non poteva dunque ignorare che il comportamento dell'opponente rischiava di compromettere la continuazione di una vita familiare in Svizzera. Qui sono nati e cresciuti i loro tre figli, i quali sono inseriti nel nostro Paese. Frequentano le scuole in Ticino e il primogenito ha chiesto e ottenuto la cittadinanza, mentre il secondogenito ha avviato la procedura a tal fine. Se il primogenito è ormai maggiorenne e la sua sorte non dipende più da quella dei genitori, così non è per gli altri. Certo, per loro le difficoltà non mancherebbero in caso di trasferimento all'estero, soprattutto per il secondogenito, non trovandosi quasi più in un'età propriamente evolutiva, e meno per il minore dei tre, solo alla soglia dell'adolescenza (v. sentenza 2C_228/2018 del 14 marzo 2019 consid. 5.4). Va tuttavia rilevato al riguardo che, oltre a non dover affrontare problemi linguistici, il Cantone Ticino e l'Italia avendo in comune la stessa lingua, un eventuale trasferimento in Italia non comporterebbe necessariamente una frattura delle loro relazioni sociali. La famiglia potrebbe infatti trasferirsi nella fascia di confine con il Ticino, ciò che permetterebbe ai ragazzi di mantenere i loro contatti sociali e alla moglie di continuare a lavorare nel territorio ticinese. Non si scorgono quindi difficoltà insormontabili in caso di partenza dalla Svizzera di tutta la famiglia né seri motivi per cui non sia ragionevolmente possibile attendersi che gli interessati realizzino la loro vita familiare all'estero, di modo che l'espulsione non può essere considerata un'ingerenza di una certa portata nel diritto alla vita familiare dell'opponente (v. supra consid. 2.2).