Citation: 1P.738/2006 22.05.2007 E. 3

3.1 I ricorrenti lamentano l'arbitrio e l'eccesso del potere di apprezzamento da parte della Corte cantonale, sostenendo ch'essa non avrebbe potuto stabilire direttamente le clausole della licenza edilizia. Rimproverano ai giudici cantonali di avere sostituito il proprio potere di apprezzamento a quello del Comune, operando una valutazione di adeguatezza e di opportunità che di principio non spettava loro, violando in tal modo l'autonomia comunale. 3.2 Con la loro argomentazione i ricorrenti di per sé non fanno valere, perlomeno con una motivazione conforme all'art. 90 cpv. 1 lett. b OG, un'applicazione arbitraria delle disposizioni cantonali o comunali in materia di indice di sfruttamento, di SUL, di trasferimento delle quantità edificatorie (cfr. art. 37 segg. della edilizia cantonale, del 13 marzo 1991 [LE]) e di distanza tra edifici (cfr. art. 18 delle norme di attuazione del piano regolatore [NAPR]). Né essi censurano su questi aspetti eventuali accertamenti di fatto manifestamente insostenibili (cfr., sulle esigenze di motivazione, DTF 130 I 26 consid. 2.1, 258 consid. 1.3, 129 I 113 consid. 2.1, 127 I 38 consid. 3c). I ricorrenti sembrano anzi condividere le considerazioni di merito esposte nel giudizio impugnato, criticando in sostanza unicamente la circostanza che le clausole accessorie siano state imposte dal Tribunale cantonale amministrativo nell'ambito della procedura ricorsuale. Ora, argomentando in tal modo, i ricorrenti disattendono che, affinché il Tribunale federale annulli la decisione impugnata, occorre ch'essa sia arbitraria non solo nella motivazione, ma anche nel suo risultato (DTF 132 I 167 consid. 4.1, 131 I 217 consid. 2.1, 129 I 173 consid. 3.1). 3.3 Nel diritto ticinese il potere d'esame del Tribunale cantonale amministrativo è definito in primo luogo dall'art. 61 della legge cantonale di procedura per le cause amministrative, del 19 aprile 1966 (LPamm), secondo cui il ricorso è proponibile per la violazione del diritto, in particolare per l'errata o mancata applicazione di una norma stabilita dalla legge o risultante implicitamente da essa, per l'apprezzamento giuridico erroneo di un fatto, per l'eccesso e l'abuso di potere e per la violazione di una norma essenziale di procedura. La Corte cantonale, adita con un ricorso, può quindi esaminare la decisione inferiore e di riflesso quella comunale solo nel quadro delle citate violazioni, rispettando il margine di apprezzamento che compete alle autorità inferiori. Essa non può in particolare sostituire il proprio apprezzamento a quello della precedente istanza, scegliendo la soluzione che a suo avviso meglio risponde alle circostanze del caso (cfr. Marco Borghi/Guido Corti, Compendio di procedura amministrativa ticinese, Lugano 1997, pag. 318 segg.). 3.4 In concreto, la Corte cantonale ha rettamente esaminato il gravame sotto il profilo del diritto, applicando in particolare gli art. 38 e 38a LE e l'art. 18 NAPR, ravvisando in ultima analisi un superamento di 12,7 m2 della SUL massima disponibile e il mancato rispetto della distanza tra edifici. Ha ritenuto che le carenze del progetto non giustificavano comunque l'annullamento della licenza edilizia, siccome potevano essere sanate mediante l'imposizione delle criticate clausole. Procedendo in tal modo la Corte cantonale non ha prevaricato le competenze del Comune, poiché ne ha sostanzialmente confermato la decisione di rilascio del permesso di costruire, adottando direttamente solo le misure meno incisive, ragionevolmente idonee a correggere lievi carenze puntuali del progetto. Del resto, nemmeno in questa sede l'esecutivo comunale pretende che occorreva in concreto lasciargli un margine di intervento al fine di sanare in altro modo i ravvisati contrasti con il diritto edilizio. Il principio della proporzionalità giustifica infatti di non pronunciare il diniego della licenza edilizia quando una situazione conforme al diritto può essere conseguita già mediante l'imposizione di oneri o di condizioni, segnatamente nei casi in cui le manchevolezze rivestono, come in concreto, un'importanza secondaria (cfr. DTF 124 II 146 consid. 3b; Ulrich Häfelin, Georg Müller, Felix Uhlmann, Allgemeines Verwaltungsrecht, 5a ed., Zurigo 2006, pag. 189, n. 902; Adelio Scolari, Commentario, Bellinzona 1996, n. 684 all'art. 2 LE). L'unificazione dei due locali hobby in un unico vano comune e il trasferimento dell'eccedenza di 12,7 m2 di SUL a carico della particella vicina costituiscono interventi tutto sommato minimi, strettamente connessi con l'oggetto della licenza e limitati a quanto necessario per sanare il lieve contrasto del progetto sotto il profilo dell'indice di sfruttamento (cfr. sentenza 1A.96/1992, del 6 maggio 1993, consid. 3a, parzialmente pubblicata in: RDAT I-1994, n. 25, pag. 53 segg.). Contrariamente all'opinione dei ricorrenti e a prescindere dalla loro mancanza di legittimazione a contestare la demolizione del vecchio manufatto (consid. 2.2), anche la rimozione di tale opera, già in condizioni precarie, poteva essere disposta mediante la criticata clausola accessoria, trattandosi di un intervento di secondaria importanza - di principio rientrante nella procedura della notifica - prospettato dalle controparti medesime nel corso della procedura (cfr. art. 11 LE in relazione con l'art. 6 n. 5 del relativo regolamento di applicazione; Scolari, op. cit., n. 680 seg. all'art. 2 LE). In tali circostanze, stabilendo le contestate clausole, il Tribunale cantonale non è incorso nell'arbitrio né ha ecceduto nel proprio potere d'apprezzamento né ha quindi violato l'autonomia comunale.