Citation: 6S.509/2006 08.07.2007 E. 4

Il ricorrente censura poi la pena inflitta a B.________. A mente del Ministero pubblico, la pena teorica base di 24 mesi sarebbe anche in questo caso eccessivamente mite. Su questo punto, si può rinviare a quanto esposto per la pena di A.________ (v. consid. 3.2). Egli rimprovera dipoi all'ultima autorità cantonale di aver confermato la pena irrogata dal primo giudice sebbene quest'ultimo abbia omesso di richiamare l'applicazione dell'art. 68 n. 1 CP in relazione all'ulteriore imputazione di falsità in documenti. Su questo punto la CCRP ha tuttavia affermato che l'omesso richiamo, nella commisurazione della pena, al reato di falsità in documenti rimaneva senza conseguenze. Essa ha infatti ritenuto poco probabile, per non dire impensabile, che la Corte di merito si sarebbe scostata dalla pena base di 24 mesi di detenzione nel caso in cui avesse ripreso nel considerando sulla commisurazione della pena l'imputazione sfociata nella condanna di falsità in documenti. Con i falsi documenti, sempre secondo l'autorità cantonale, gli accusati hanno cercato solo di facilitare l'incasso degli assegni con una causale credibile ove gli istituti di credito svizzeri (che non risultano essere stati truffati) avessero sollevato obiezioni di fronte agli assegni presentati alla riscossione e costituenti il provento delle truffe. Il reato di falsità in documenti, conclude la CCRP, ha costituito in definitiva un'appendice alle truffe messe precedentemente in atto e in quanto tale non avrebbe permesso di rimettere in discussione la pena base di 24 mesi neppure qualora il primo giudice avesse correlato la pena - oltre alle truffe - alla falsità in documenti (sentenza impugnata consid. 8d pag. 10). L'ultima autorità cantonale ha quindi considerato che la falsità in documenti, reato di secondaria importanza rispetto alle principali imputazioni, non solo avrebbe influito in modo marginale sulla pena, ma anche che un tale concorso di reati, debitamente ritenuto a carico dell'accusato, era in realtà già stato valutato, quanto meno implicitamente, nel fissare la pena base a 24 mesi, prima di prendere in considerazione le attenuanti del caso. Stando così le cose, la sentenza impugnata merita tutela. Sebbene un simile modo di procedere sia poco rispettoso delle esigenze poste dalla giurisprudenza in materia di motivazione della pena, nondimeno si può ammettere che, il giudizio penale formando un'unità, il giudice, al momento di commisurare la pena, prenda in considerazione tutti gli elementi ivi contenuti (Bernard Corboz, op. cit., pag. 24). Anche in questo caso il gravame dev'essere disatteso.