Citation: BGE 150 IV 10 E. 4.6.2

Contestata è unicamente l'intenzione con riferimento al valore dei filmati condivisi. In sostanza al riguardo il ricorrente si prevale di un errore sui fatti, adducendo la sua convinzione del valore informativo dei filmati da lui condivisi. Giusta l'art. 13 cpv. 1 CP, chiunque agisce per effetto di una supposizione erronea delle circostanze di fatto è giudicato secondo questa supposizione, se gli è favorevole. È in preda a un errore sui fatti colui che non ha conoscenza di un elemento costitutivo di un reato o che si fonda su un'idea erronea di quest'ultimo. L'errore sui fatti esclude l'intenzione (DTF 129 IV 238 consid. 3.1). Dell'asserita convinzione del valore informativo dei filmati in questione non vi è traccia negli accertamenti della sentenza impugnata, senza che sia al riguardo sostanziato arbitrio di sorta. I filmati in quanto tali non forniscono informazioni sugli autori, le vittime e le cause, rispettivamente le ragioni degli atti di cruda violenza ripresi. Quanto alle didascalie si limitano a indicazioni di un'approssimazione estrema ben lungi dal fornire le informazioni assenti nei filmati e dal conferire al tutto un carattere documentaristico. Rilevasi peraltro che il filmato più cruento riporta una didascalia redatta in BGE 150 IV 10 S. 25 arabo, lingua che, secondo quanto accertato, il ricorrente non comprende. In simili circostanze non si scorge e l'insorgente non spiega come potesse credere al preteso valore informativo dei filmati. Quanto poi al suo intento di condividere i filmati per denunciarne la violenza, e quindi di renderli accessibili in un'ottica culturale, non trova ancora una volta riscontro nei fatti accertati, che vincolano questo Tribunale (art. 105 cpv. 1 LTF). La Corte di appello ha al contrario ritenuto inverosimile tale posizione, perché ai proclami non sono mai seguiti fatti, l'insorgente essendosi limitato a condividere i filmati con le scarne didascalie, senza aggiungere commenti al fine di sensibilizzare gli utenti alla violenza o di prevenirla e senza neppure selezionare le persone a cui rendeva accessibili i filmati. La sua asserita volontà di prevenire la violenza è stata peraltro ritenuta incompatibile con le differenti pagine promoventi immagini cruenti che il ricorrente seguiva, rispettivamente con la sua posizione rispetto a una persona rea di insulti blasfemi di cui riteneva necessaria la morte. Questi elementi non sono censurati, l'insorgente osserva tuttavia che non gli sarebbero mai stati contestati e lamenta una violazione del diritto di essere sentito e del principio accusatorio. Sennonché, anche su questo aspetto, non motiva oltre le sue critiche, che risultano pertanto inammissibili (art. 42 cpv. 2 e art. 106 cpv. 2 LTF). Rilevasi unicamente che egli non nega che tali elementi emergano dall'incarto e neppure di aver avuto accesso a tutti gli atti del procedimento. Quanto poi al principio accusatorio, si osserva che egli non è stato condannato per qualcosa di diverso da quanto circoscritto nel decreto d'accusa, ciò che nemmeno è insinuato nel gravame. Alla luce di quanto esposto, non v'è spazio per riconoscere un errore sui fatti ai sensi dell'art. 13 CP e a ragione la Corte di appello ha ritenuto realizzato anche l'aspetto soggettivo del reato di rappresentazione di atti di cruda violenza.