Citation: 1P.333/2002 12.02.2003 E. 3

Il ricorrente sostiene inoltre che i contestati accertamenti-ragionamenti della CCRP, sbagliati in diritto, poggerebbero su presupposti tali da far escludere la possibilità di applicare l'art. 316 vCP (accettazione di doni): in realtà, non sarebbero stati accertati i fatti giuridicamente rilevanti e pertinenti per poter distinguere l'accettazione di doni dalla corruzione passiva. La critica, di natura appellatoria, non regge. Secondo il ricorrente, il presupposto da cui è partita la prima Corte non lascerebbe sussistere alcuno spazio di applicazione, né teorico, né pratico, dell'art. 316 vCP; egli elenca poi le distinzioni dottrinali e giurisprudenziali tra gli art. 315 e 316 vCP e sostiene che il semplice fatto di accettare un dono, o la promessa di un dono, per un atto futuro, non sarebbe costitutivo di corruzione passiva. La censura, concernente la (contestata) applicazione del diritto penale federale, doveva essere sollevata, se del caso, con un ricorso per cassazione. Pure inammissibile, per gli stessi motivi, è la critica secondo cui per una condanna secondo l'art. 315 vCP, ma non secondo l'art. 316 vCP, occorrerebbe la prova concreta dell'atto contrario al dovere d'ufficio. Del resto, come si è visto, la CCRP ha accertato in maniera non arbitraria la sussistenza di un atto contrario a questi doveri.