Citation: 1P.365/1999 24.02.2000 E. 7.-

La CRP ha negato un risarcimento per il torto morale, ritenendo che dovesse essere riconosciuto solo all' accusato che dimostri di aver subito una grave lesione del- la sua personalità, evenienza negata in concreto. A mente della ricorrente, per contro, la gravità della lesione avrebbe dovuto essere presa in considerazione per determinare l'ammontare dell'indennità. La ricorrente in- travede nelle argomentazioni della sentenza impugnata un'arbitraria applicazione dell'art. 317 CPP e fa altresì valere una violazione degli art. 5, 6 e 8 CEDU. a) Riguardo all'indennità per torto morale, preli- minarmente si ricorda che dal diritto federale non è possi- bile dedurre simile diritto neppure per le pretese di in- dennizzo relative a pregiudizi subiti in conseguenza di un provvedimento legittimo adottato nell'ambito di un procedi- mento penale (DTF 113 Ia 177 consid. 2d, 108 Ia 13 consid. 3; Hauser/Schweri, op. cit., n. 2 pag. 488). Una pretesa di risarcimento per detenzione formalmente legale non è nemme- no prevista dalla CEDU, il cui art. 5 n. 5 prescrive unica- mente che nel caso di arresto o di detenzione illegali l'ente pubblico è tenuto al risarcimento del danno materia- le e morale (DTF 119 Ia 221 consid. 6; Frowein/Peukert, EMRK-Kommentar, 2aed., Kehl 1996, pag. 146 e segg., n. 158 e segg.; cfr. anche la sentenza della Corte europea dei di- ritti dell'uomo nella causa Brogan del 29 novembre 1988, Publications de la Cour, Série A, vol. 145, n. 66 seg.). Il quesito di sapere se il Cantone Ticino accordi una siffatta pretesa, deve quindi essere vagliato esclusi- vamente secondo il diritto cantonale. Quale diritto supple- tivo, per la valutazione e il giudizio della lesione della personalità sono applicabili gli art. 42 e segg. CO, in particolare gli art. 43, 44 e 49 CO ( Hauser/Schweri, op. cit., n. 7 pag. 490). Ora, l'art. 49 CO prevede che un'in- dennità è concessa nel caso in cui la gravità dell'offesa alla personalità lo giustifichi e questa non sia stata ri- parata in altro modo. Bisogna tener conto delle circostanze del caso concreto, in particolare del pregiudizio recato all'integrità fisica, psichica o alla reputazione dell'ac- cusato, della gravità dell'accusa, del numero di persone venute a conoscenza dei fatti, come pure della situazione famigliare e professionale dell'accusato (cfr. DTF 125 III 70 consid. 3a, 113 IV 98, 112 Ib 446 consid. 5 e rinvii). L'interpretazione data dall'istanza cantonale all' art. 317 CPP si trova nel solco della giurisprudenza e dot- trina citate ed è esente da critiche. In particolare, la gravità della lesione della personalità deve essere presa in considerazione per determinarsi anzitutto sul principio del riconoscimento all'accusato di un'indennità e non solo, contrariamente a quanto sostenuto nella memoria ricorsuale, ai fini della valutazione dell'ammontare dell'indennità stessa. b) Le censure di violazione degli art. 5, 6 n. 2 e 8 CEDU rivestono un carattere essenzialmente appellatorio e di per sé sarebbero inammissibili (art. 90 cpv. 1 lett. b OG). La ricorrente si limita infatti a elencare una serie di episodi che porterebbero alla violazione dei citati ar- ticoli, senza tuttavia specificare in che misura dette norme sarebbero state violate e per quale motivo. In ogni modo, le censure sono prive di fondamento anche nel merito. aa) La ricorrente ritiene violato l'art. 5 CEDU perché il ritiro del passaporto e il divieto di lasciare il Ticino sarebbero paragonabili alla detenzione preventiva. Certo in casi particolari è possibile paragonare determina- te misure alla detenzione preventiva (DTF 107 Ia 206 con- sid. 2). Nella fattispecie tuttavia tali estremi non si ve- rificano. Infatti, come rettamente sottolineato dai Giudici cantonali, la ricorrente non ha contestato il ritiro del passaporto e non appena ne ha fatto richiesta, ha potuto riottenerlo. Oltretutto la stessa afferma, nell'istanza trasmessa all'autorità cantonale, di essersi assunta l'im- pegno di non lasciare il Cantone Ticino. Una violazione del citato disposto convenzionale deve essere, in queste circo- stanze, negata. bb) La ricorrente si ritiene poi vittima di una violazione del principio della presunzione dell'innocenza sgorgante dall'art. 6 n. 2 CEDU a seguito di determinate misure adottate dal Ministero pubblico quali il sequestro di un conto bancario per sei mesi, perquisizioni e seque- stri presso la E.________ SA, l'I.________ e la casa priva- ta di Origlio, telex trasmessi alle banche ticinesi con la designazione della ricorrente quale oggetto di un procedi- mento penale, nonché altre misure prese dalla Magistratura. La censura è infondata. La presunzione d'innocenza non può infatti ostare, di per sé, all'avvio di un procedi- mento penale, né quindi all'assunzione di informazioni pre- liminari che consentano al Procuratore pubblico di promuo- vere l'accusa o di desistere dal processo (decisione del 12 gennaio 1990 in re V parzialmente pubblicata in SJIR [dal 1991 SZIER] 1990 pag. 243; Haefliger/Schürmann, op. cit., pag. 209, Hauser/Schweri, op. cit., n. 21 pag. 224). Nella fattispecie, le misure prese dal procuratore pubblico e il coinvolgimento della ricorrente nella procedura aperta con- tro suo marito non violano dunque il principio citato. Vi- sta la gravità delle accuse contenute nella denuncia, non si può inoltre ritenere che tali provvedimenti fossero sproporzionati. cc) La ricorrente ritiene poi violato l'art. 8 CEDU concernente il rispetto della vita privata e famiglia- re, in particolare a seguito della sorveglianza della cor- rispondenza e del telefono, del divieto di lasciare il Ti- cino e del ritiro del passaporto, nonché di altri interven- ti e atteggiamenti del Ministero pubblico. Ora, la citata norma prevede la possibilità di ingerenza nella vita priva- ta da parte di una pubblica autorità, se è prevista dalla legge e se costituisce una misura necessaria, tra l'altro, alla difesa dell'ordine e alla prevenzione di infrazioni penali ( Villiger, op. cit., n. 545 e segg.). Nella fatti- specie la ricorrente non afferma che le misure prese erano prive di base legale. Inoltre risulta chiaramente che que- ste sono state adottate nell'ambito di un procedimento pe- nale. Non possono nemmeno essere considerate sproporzionate visto che erano dettate dalla gravità delle accuse contenu- te nelle denunce presentate al Ministero pubblico. Ne di- scende pertanto che nemmeno l'art. 8 CEDU è stato violato. dd) Infine, la ricorrente sostiene che, essendo la procedura durata più di nove anni e mezzo, è stato violato l'articolo 6 n. 2 CEDU (recte 6 n. 1) e di conseguenza il risarcimento per torto morale sarebbe dovuto anche in base all'art. 41 CEDU. Sul principio della celerità del processo già si è detto al consid. 3, al quale si rimanda. In concreto la CRP ha rilevato che il procedimento penale aperto nei confronti della ricorrente è stato con- giunto con quello principale a carico di suo marito e in- globato in una serie di esposti successivi che hanno reso più complessa la situazione fattuale e giuridica e ritarda- to l'evasione delle singole denunce, impegnando i tribunali di varie istanze ricorsuali. I Giudici cantonali hanno inoltre sostenuto che la ricorrente non ha mai contestato la congiunzione del suo procedimento con gli altri, né sol- lecitato l'evasione della sua denuncia, né fatto uso di mezzi di impugnazione atti a porre termine all'asserito ri- tardo (sulla prassi degli organi di Strasburgo relativa alla celerità del processo cfr. Villiger, op. cit., n. 467 e 468). In queste circostanze, dall'esame di questi elemen- ti, e in particolare tenuto conto della complessità della procedura e dell'attitudine dimostrata dalla ricorrente, a ragione la CRP ha negato un'indennità per violazione del