Citation: 2C_438/2023 E. 5.5

5.5. Davanti a tale constatazione, l'insorgente lamenta che, avendo subito soltanto condanne di lieve entità, tra le quali figura una sola pena detentiva, peraltro non qualificabile nemmeno come pena detentiva di lunga durata ai sensi dell'art. 62 cpv. 1 lett. b LStrI, queste non sarebbero sufficientemente gravi per fondare una restrizione dei diritti derivanti dall'ALC. Senonché, una minaccia grave e attuale all'ordine pubblico va ammessa pure qualora la commissione di reati puniti con pene di lieve entità renda prevedibile una recidiva. Anche ripetute infrazioni alla legislazione sulla circolazione stradale, così come condanne per reati patrimoniali, sono suscettibili di giustificare una restrizione dei diritti derivanti dall'Accordo sulla libera circolazione delle persone qualora queste indichino un rischio di commissione di ulteriori reati. Sulla base dei fatti accertati in sede cantonale, l'esistenza di un tale rischio di recidiva va ammessa nel caso concreto. Il ricorrente, infatti, è stato condannato 8 volte dal suo arrivo in Svizzera nell'arco di circa 11 anni (agosto 2010-giugno 2021). In questo periodo, egli ha ripetutamente violato la legge, noncurante delle condanne che via via subiva e degli ammonimenti che le autorità migratorie gli hanno indirizzato nel 2011 e nel 2016. Emerge, quindi, una manifesta sottovalutazione dei reati compiuti e delle loro conseguenze dirette e potenziali, così come l'incapacità o l'assenza di volontà di astenersi dal ripeterli. Neanche la revoca dell'autorizzazione di soggiorno, decisa dalle autorità migratorie nel dicembre 2018, lo ha convinto a smettere di violare la legge. Al contrario, mentre era pendente la procedura dinanzi le autorità precedenti, egli ha commesso il reato più grave, vale a dire la truffa che gli è valsa una condanna a 6 mesi di reclusione. A tal proposito è del tutto inconferente la censura, che peraltro non rispetta del tutto l'art. 42 cpv. 2 LTF, secondo cui la limitata gravità di detta condanna dovrebbe essere desunta dal fatto che il Ministero pubblico non ha ordinato la sua espulsione dalla Svizzera giusta l'art. 66a CP. Infatti, come chiarito dal Tribunale federale (sentenze 7B_278/2022 del 15 dicembre 2023 consid. 2.5; 6B_688/2022 del 14 giugno 2023 consid. 4.2), il reato di truffa ai sensi dell'art. 146 cpv. 1 CP comporta l'espulsione obbligatoria giusta l'art. 66a CP soltanto quando questa è commessa ai danni di un'assicurazione sociale o dell'aiuto sociale (art. 66a cpv. 1 lett. e CP) oppure nell'ambito dei tributi di diritto pubblico (art. 66a cpv. 1 lett. f CP) e non, come nel caso concreto, in ambito professionale privato. In ogni caso, anche qualora l'insorgente avesse commesso uno dei reati indicati all'art. 66a cpv. 1 lett. a-p CP, spetterebbe al giudice penale pronunciarne l'espulsione, tale possibilità essendo invece preclusa al Ministero pubblico in caso di emissione di un decreto d'accusa (sentenze 2C_302/2022 del 25 ottobre 2022 consid. 5.2; 2C_945/2019 del 15 gennaio 2020 consid. 2.2.1; 2C_628/2019 del 18 novembre 2019 consid. 7.4; cfr. Messaggio del Consiglio federale del 26 giugno 2013 concernente la modifica del Codice penale e del Codice penale militare [Attuazione dell'art. 121 cpv. 3-6 Cost. sull'espulsione di stranieri che commettono reati] FF 2013 5163 n. 1.2.11). Infine, sebbene la giurisprudenza di questa Corte non abbia escluso che, nell'ambito della procedura di decreto d'accusa, il Ministero pubblico possa in linea di principio stabilire che le condizioni per rinunciare all'espulsione siano date, dal profilo del diritto degli stranieri una tale decisione non sarebbe comunque vincolante per le autorità amministrative (cfr. sentenze 2C_915/2021 del 3 maggio 2022 consid. 3; 2C_728/2021 del 4 marzo 2022 consid. 5 e riferimenti).