Citation: 6S.390/2005 27.02.2006 E. 1

3.1 A.________ è stato riconosciuto colpevole di ripetuta truffa (art. 146 cpv. 1 CP), ripetuta amministrazione infedele aggravata (art. 158 n. 1 cpv. 3 CP) e ripetuta falsità in documenti (art. 251 n. 1 CP). La pena irrogata - due anni e sei mesi di reclusione - si situa nell'ampia cornice edittale prevista dai reati menzionati, tenuto conto del concorso tra gli stessi (art. 68 n. 1 CP). Contrariamente a quanto sostenuto nel gravame essa, seppur mite, non è in contrasto con il diritto federale. L'ultima istanza cantonale, alle cui precise e dettagliate considerazioni si può senz'altro rinviare, ha giustamente confermato le considerazioni della Corte di merito sugli elementi oggettivi e soggettivi determinanti ai fini di una giusta commisurazione della pena. Il fatto che quest'ultima Corte abbia dato ampio risalto al ruolo di D.________ nelle vicende giudicate non è motivo di censura, visto che anche se la procedura penale a suo carico è stata oggetto di un decreto di abbandono cresciuto in giudicato, ciò non toglie che il tribunale aveva il dovere di ricostruire l'insieme dei fatti nella maniera più ampia ed articolata possibile, senza tralasciare l'esistenza di eventuali altre responsabilità penali o anche semplicemente morali ma tuttavia di rilievo per avere un quadro il più possibile oggettivo di quanto accaduto. Per tacere del fatto che un decreto di abbandono, riservata la prescrizione dell'azione penale, può essere oggetto di revoca nei termini previsti agli art. 221 e segg. CPP/TI, per cui dall'istruttoria dibattimentale potevano anche emergere fatti o mezzi di prova non scoperti nella precedente istruzione formale che avrebbero potuto giustificare la riassunzione del procedimento a carico di D.________. In questo senso la Corte di merito era nondimeno legittimata ad esprimere critiche o riserve sul suo scagionamento, nella misura in cui il ruolo di quest'ultimo getta comunque luce sull'intera ricostruzione dei fatti. L'uso del termine "ripartizione delle colpe", contenuto nella sentenza di primo grado e non censurato dalla CCRP, si riferisce del resto esclusivamente allo stato d'animo dell'accusato, privato appunto della comprensibile speranza di vedere anche altri rispondere per l'insieme delle vicende in questione. Da un'attenta lettura della frase in cui tale termine è inserito emerge come esso non sia utilizzato per insinuare in ambito penale una nozione, ad esso effettivamente estranea, come quella della ripartizione delle colpe invece tipica del diritto civile (v. art. 50 CO), ma semplicemente per meglio caratterizzare la situazione soggettiva del reo, conformemente a quanto prescritto dall'art. 63 CP. Per il resto l'autorità cantonale non ha tralasciato di considerare sia gli elementi a favore che quelli a sfavore del reo, giungendo alla conclusione che egli meritasse, nonostante la gravità oggettiva dei reati commessi, una pena mite. Certamente a fronte di un danno finanziario complessivo che si aggira attorno ai 9 milioni di franchi, con l'aggravante della reiterazione prolungata negli anni e dell'abuso della qualificata fiducia in lui riposta come direttore di banca, la pena inflitta risulta veramente clemente. Tuttavia l'autorità cantonale ha tenuto in considerazione a favore del reo, senza per questo cadere nell'abuso o nell'eccesso del suo potere di apprezzamento, numerosi elementi positivi legati alla sua vita anteriore, alle condizioni personali, alla condotta dibattimentale, nonché ai suoi sforzi per risarcire il danno, nel complesso atti a giustificare un contenimento della pena. In questo senso la pena litigiosa non appare eccessivamente mite al punto da essere abusiva. Contrariamente a quanto sostenuto nel gravame, l'autorità cantonale ha del resto ampiamente motivato la propria commisurazione della pena, esponendo in maniera chiara gli elementi da essa considerati decisivi e fornendo i necessari strumenti per verificare se e in quale modo tutti i fattori rilevanti, sia a favore che a sfavore del condannato, sono stati effettivamente ponderati. 3.2 Discende da quanto precede che, pronunciando una pena di due anni e sei mesi di reclusione, l'autorità cantonale non ha violato l'art. 63 CP, per cui il ricorso va disatteso.