Citation: 2C_609/2021 E. 6.3.3

6.3.3. L'insorgente ritiene che la limitazione della sua libertà economica non è proporzionata (art. 36 cpv. 3 Cost.). Il ricorrente, che afferma di non contestare gli art. 8 e 20 LFid/TI in quanto tali, sostiene che gli atti delittuosi alla base della condanna italiana "risalgono al più tardi al febbraio 2003" e che egli ha, in seguito, tenuto una condotta irreprensibile. Con tale argomentazione, l'insorgente non si avvede tuttavia che la proporzionalità di un provvedimento fondato su una valida base legale può essere esaminata nella misura in cui la norma applicata in concreto conferisce all'autorità un potere di apprezzamento (cfr. sentenza 2C_536/2009 del 21 giugno 2010 consid. 4.2, relativa proprio a una revoca dell'autorizzazione a esercitare la professione di fiduciario nel Cantone Ticino). L'art. 20 cpv. 1 LFid/TI non lascia però spazio alcuno all'autorità di vigilanza per la pronuncia di misure meno incisive, imponendo a quest'ultima di "revoca[re] il diritto di esercitare la professione se il fiduciario non adempie più alle condizioni poste dalla legge per il rilascio dell'autorizzazione". Ciò è segnatamente il caso se l'interessato non gode di ottima reputazione e non garantisce un'attività irreprensibile (art. 8 cpv. 1 lett. b LFid/TI), in particolare se è stato condannato in Svizzera per reati intenzionali contrari alla dignità professionale, negli ultimi dieci anni, ad una pena pecuniaria superiore a 180 aliquote giornaliere oppure ad una pena detentiva superiore a sei mesi (art. 8 cpv. 2 lett. a LFid/TI), essendo precisato che questo vale per analogia nel caso di condanne subite all'estero, per reati contemplati dal diritto svizzero (art. 8 cpv. 3 LFid/TI). Nella fattispecie, il ricorrente è stato condannato in via definitiva in Italia per gravi reati finanziari di varia natura (in merito ai quali l'insorgente non contesta più che siano contemplati anche dal diritto svizzero; la sentenza impugnata [pag. 9] menziona in proposito gli art. 164, 166, 251 e 325 CP) a una pena di sei anni e undici mesi di reclusione ed è quindi indubbio che egli non adempie più i requisiti legali per essere autorizzato a esercitare la professione di fiduciario commercialista. A dispetto delle sue critiche su questo punto, non si vede infatti come una condanna di tale gravità, dopo una "corretta trasposizione nel diritto svizzero", avrebbe potuto corrispondere in Svizzera a una pena detentiva inferiore a sei mesi, come da lui sostenuto. A tal proposito, giova ricordare che, secondo i fatti constatati dal Tribunale amministrativo, la partecipazione dell'insorgente alle operazioni finanziarie illegali è stata "di rilevanza causale decisiva per la realizzazione degli obiettivi delittuosi" riconducibili agli altri autori dei reati finanziari in discussione e che "le operazioni contestate sono state perpetrate su più anni, mediante ripetizione di medesimi meccanismi e sempre per il tramite delle società riconducibili all'insorgente e da lui amministrate" (sentenza impugnata, consid. 9). Oltretutto, le argomentazioni del ricorrente si fondano in buona parte su quanto constatato in sede civile dal Pretore nella sentenza del 15 febbraio 2010, la quale - come detto (supra consid. 4.2) - non è pertinente nel caso di specie. In definitiva, in presenza di una simile condanna, all'autorità competente non restava altro da fare che constatare, in applicazione degli art. 20 cpv. 1 cum 8 cpv. 2 lett. a LFid/TI (dei quali non è qui in discussione un controllo accessorio; cfr. sentenza 2C_536/2009 del 21 giugno 2010 consid. 6), che uno dei requisiti che deve adempiere il detentore di un'autorizzazione risultava essere venuto meno, e ordinare la revoca della stessa. Ne consegue che, non adempiendo il ricorrente più le condizioni personali previste, la revoca dell'autorizzazione in concreto ordinata non può essere considerata in contrasto con gli art. 27 cum 36 cpv. 3 Cost.