Citation: 2A.250/2005 13.09.2005 E. 1

1.1 In virtù dell'art. 100 cpv. 1 lett. b n. 3 OG, in materia di diritto degli stranieri il ricorso di diritto amministrativo non è proponibile contro il rilascio o il rifiuto di permessi al cui ottenimento la legislazione non conferisce un diritto. L'art. 4 della legge federale del 26 marzo 1931 concernente la dimora e il domicilio degli stranieri (LDDS; RS 142.20) sancisce che l'autorità competente decide liberamente, nei limiti delle disposizioni della legge e dei trattati con l'estero, in merito alla concessione dei permessi di dimora o di domicilio. Lo straniero ha quindi un diritto all'ottenimento di simili permessi solo laddove tale pretesa si fonda su una disposizione del diritto federale o su un trattato internazionale (DTF 130 II 388 consid. 1.1, 281 consid. 2.1). 1.2 Nella fattispecie, è pacifico che il diritto all'autorizzazione richiesta non possa venir dedotto da norme di una legge o di un'ordinanza federale. In linea di conto potrebbero invece entrare l'art. 8 n. 1 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, del 4 novembre 1950 (CEDU; RS 0.101), e l'art. 13 cpv. 1 Cost., di analoga portata (DTF 130 II 281 consid. 3.1; 126 II 377 consid. 7). Questi disposti garantiscono il diritto al rispetto della vita privata e familiare. Secondo costante prassi, il diritto al rispetto della vita familiare consente ad un cittadino straniero, a determinate condizioni, di opporsi all'eventuale separazione dalla famiglia e di ottenere un permesso di dimora. Se esiste in particolare una relazione stretta, intatta ed effettivamente vissuta, tale garanzia limita essenzialmente il potere d'apprezzamento conferito dall'art. 4 LDDS. In tale evenienza, il ricorso di diritto amministrativo risulta di conseguenza ammissibile (DTF 130 II 281 consid. 3; 127 II 60 consid. 1d/aa; 126 II 377 consid. 3b/aa). Le relazioni omosessuali non sono tutelate dal diritto al rispetto della vita familiare. Un legame affettivo tra persone del medesimo sesso può tuttavia, in determinate circostanze, rientrare nella sfera d'applicazione del diritto al rispetto della vita privata nel senso degli art. 8 n. 1 CEDU e 13 cpv. 1 Cost. (DTF 126 II 425 consid. 4b/aa, con numerosi riferimenti dottrinali). Anche in questo caso deve sussistere una relazione affettiva stretta, intatta ed effettivamente vissuta, ossia un rapporto qualificato. A quali condizioni una simile relazione possa essere ammessa, dipende dalle circostanze del caso specifico. Fondamentali sono la durata del legame affettivo, rispettivamente della comunione domestica. Accanto a ciò, l'intensità della relazione deve essere dimostrata in base ad elementi supplementari, come ad esempio il tipo e la portata di eventuali obblighi d'assistenza e di mantenimento reciproci convenzionalmente assunti, la volontà e la capacità d'integrarsi o l'accettazione nelle rispettive famiglie nonché nella cerchia dei conoscenti e degli amici (DTF 126 II 425 consid. 4c/bb; sentenza 2A.490/1999 del 25 agosto 2000, in: RDAT I-2001 n. 53, consid. 3a; cfr. anche, precedentemente, sentenza 2A.91/1991 del 22 maggio 1992, in: EuGRZ 1993 pag. 562, consid. 4). L'ammissibilità stessa del gravame dipende quindi dall'esistenza di una relazione di tale intensità (DTF 130 II 281 consid. 1; 126 II 425 consid. 4d; 122 II 1 consid. 1e; Alain Wurzburger, La jurisprudence récente du Tribunal fédéral en matière de police des étrangers, in: RDAF 1997 I pag. 267 segg., in part. pag. 349).