Citation: 5C.261/2001 04.12.2001 E. 6

6.- a) Infine, il convenuto lamenta che i giudici cantonali non hanno a torto invalidato il contratto concluso dal rappresentante della società con sé stesso. b) La sentenza impugnata rileva che la società, cedendo la proprietà dell'inventario, non ha subito pregiudizi di sorta poiché di fronte alla rinuncia ai mobili ha visto diminuire i suoi debiti di complessivi fr. 250'000.-- (ossia, di fr. 126'000.-- mediante il soddisfacimento di crediti dell'attore, che aveva direttamente soddisfatto creditori della società e per fr. 124'000.-- mediante l'assunzione di un debito societario presso una banca), quando il valore di quei beni era stato stimato fr. 15'000.-- e lo stesso convenuto, qui ricorrente, si era accordato per ricavarne fr. 20'000.--. Il pregiudizio, concludono i giudici cantonali, avrebbe potuto, forse, essere individuato solo qualora il valore dei beni fosse stato superiore a quello della contropartita, ma nessuno sostiene una tale eventualità. c) La motivazione in diritto esposta dal giudizio impugnato può anche destare qualche perplessità: secondo la giurisprudenza del Tribunale federale (DTF 127 III 332 consid. 2a, 126 III 361 consid. 3a e rinvii) il contratto con sé stesso è per principio inammissibile, perché implica regolarmente un conflitto d'interessi. Di regola, il contratto con sé stesso comporta pertanto la nullità dell'atto, a meno che la natura di quest'ultimo escluda una possibilità di pregiudizio del rappresentato, ovvero il rappresentato stesso abbia esplicitamente autorizzato il rappresentante ad agire con sé stesso o abbia successivamente ratificato l'atto. Questa giurisprudenza si applica pure ai casi di rappresentanza di una persona giuridica tramite i suoi organi. Anche in questa evenienza occorre un'esplicita autorizzazione o una successiva ratifica da parte di un organo paritetico o superiore nei casi in cui esista la possibilità di un pregiudizio della società (DTF 127 III 332 consid. 2a). Nella fattispecie in esame, i giudici cantonali hanno escluso la realizzazione di un pregiudizio della società in seguito alla vendita dell'inventario all'attore: di per sé, però, il negozio poteva anche implicare un pericolo di sfruttamento della situazione da parte dell'organo, con conseguente pregiudizio della società. La natura del contratto concluso dall'organo con la società non era tale da escludere un possibile pregiudizio ai danni della società, come sarebbe invece il caso qualora si tratti di oggetti con un valore di mercato o di borsa prestabilito (R. Watter, Commento basilese, n. 19 all'art. 33 CO). Nondimeno, in concreto, l'amministrazione del fallimento, nell'ambito delle sue incombenze, ha riconosciuto la proprietà dell'attore sugli oggetti in contestazione ed ha quindi ratificato il contratto a suo tempo concluso. A questo atto di ratifica, avvenuto nell'ambito delle competenze che all'amministrazione del fallimento competono quale organo preposto alla tutela degli interessi della massa, ben può essere attribuita analoga portata della ratifica da parte di un organo societario nel periodo antecedente al fallimento. D'altra parte, i negozi con sé stesso sono proibiti nell'interesse della società; in questo contesto gli interessi dei creditori e quelli del pubblico sono invece senza rilievo. In particolare, com'è il caso in concreto, gli interessi dei creditori sono tutelati dalle possibilità che la legge offre a questi ultimi di agire in giudizio mediante le azioni pauliane o le azioni di responsabilità verso gli amministratori (D. Zobl, Probleme der organschaftlichen Vertretungsmacht, in: ZBJV 1989 289 segg. , pag. 312 lett. C). Le conclusioni dell'impugnato giudizio s'avverano pertanto corrette, anche se sulla scorta di una diversa motivazione giuridica e senza che occorra esaminare oltre la fattispecie, che coinvolge pure, almeno in parte, anche terze persone. L'acquisto degli oggetti contestati, infatti, è avvenuto parzialmente mediante l'assunzione di un debito societario verso una banca da parte dell'organo acquirente: nulla emerge che l'istituto di credito non fosse in buona fede, di guisa che ancora si sarebbe posta la questione inerente alla sua tutela in virtù di questa sua situazione (Zobl, op. cit. , pag. 307 seg.) nell'ipotesi in cui l'atto fosse stato considerato nullo.