Citation: 4D_32/2021 E. 6.2

6.2. Se una parte presenta un mezzo di impugnazione, di cui non sono date le condizioni di ammissibilità, il giudice non entra in linea di principio nel merito del rimedio di diritto. Secondo la giurisprudenza e la dottrina, la conversione di un mezzo di impugnazione del CPC errato in quello corretto è in taluni casi possibile a condizione che i presupposti del rimedio che avrebbe dovuto essere utilizzato siano soddisfatti e che sia possibile convertire il rimedio nel suo insieme. Tale conversione risulta dall'applicazione del principio del divieto del formalismo eccessivo (art. 29 cpv. 1 Cost.; FABIENNE HOHL, Procédure civile, vol. II, 2a ed. 2010, n. 2228 pag. 408 seg.; YVES DONZALLAZ, Commentaire de la LTF, n. 1021 pag. 444; MARTIN H. STERCHI, in Berner Kommentar, Schweizerische Zivilprozessordnung, vol. II, n. 2 ad art. 311 CPC). Il formalismo eccessivo - la cui esistenza è esaminata liberamente - costituisce una forma particolare del diniego di giustizia, che si realizza quando la rigorosa applicazione di regole di procedura non è giustificata da alcun interesse degno di protezione, diviene fine a sé stessa, complica in maniera insostenibile la realizzazione del diritto materiale o ostacola in maniera inammissibile l'accesso ai tribunali (DTF 142 V 152 consid. 4.2; 130 V 177 consid. 5.4.1: 128 II 139 consid. 2a; 127 I 31 consid. 2a/bb; 125 I 166 consid. 3a). Non ogni applicazione rigorosa di norme procedurali viola l'art. 29 cpv. 1 Cost. (DTF 146 IV 332 consid. 1.4). Vi è in particolare la tendenza di considerare il rifiuto di conversione come contrario al divieto di eccessivo formalismo, quando la scelta del mezzo di impugnazione ammissibile presenta delle difficoltà e non è facilmente riconoscibile. Detto altrimenti, la conversione è ammessa se le condizioni per l'ammissibilità del rimedio giuridico corretto sono soddisfatte, se l'atto può essere convertito nel suo insieme, se la conversione non pregiudica i diritti della parte avversa e se l'errore non è il risultato di una scelta deliberata della parte rappresentata da un avvocato di non seguire il rimedio giuridico menzionato in calce alla decisione di prima istanza o di un errore grossolano. Una conversione è invece esclusa se l'insorgente, patrocinato da un difensore professionista, ha volutamente scelto una via di diritto, benché non potesse ignorare che era errata (sentenze 5A_46/2020 del 17 novembre 2020 consid. 4.1.2 con rimandi; 5A_786/2020 del 26 ottobre 2020 consid. 3.3.1; 5A_221/2018 del 4 giugno 2018 consid. 3.1.1). In concreto, come già rilevato, la stessa ricorrente ammette di aver avanzato con le conclusioni pretese per complessivi fr. 15'840.-- (cfr. sopra consid. 5.2). In simili condizioni, anche prescindendo dall'imputare sul valore di causa le spese di patrocinio (pre) processuale e quelle esecutive (cfr. sopra consid. 5.1), per la ricorrente, patrocinata da un avvocato, non potevano esservi dubbi sull'appellabilità della decisione impugnata, giacché la soglia di fr. 10'000.-- prevista dall'art. 308 cpv. 2 CPC era chiaramente superata. Contrariamente a quanto pare ritenere la ricorrente, infine, la Corte cantonale ha giustamente escluso un'inavvertenza manifesta, poiché l'insorgente ha denominato il mezzo di impugnazione "reclamo", ha proposto l'accoglimento del "reclamo", si è definita "reclamante" e ha così scientemente introdotto un reclamo al posto del rimedio giuridico ammissibile (cfr. sentenza impugnata, pag. 3 consid. 7). Non convertendo il rimedio proposto dalla ricorrente, la Corte cantonale non è quindi incorsa in un formalismo eccessivo. Nemmeno le sentenze cantonali, peraltro risalenti a una decina di anni fa, citate nel ricorso e di cui una - quella della massima autorità zurighese - pare peraltro riguardare un ricorso inoltrato da una parte non patrocinata, giustificano un cambiamento della giurisprudenza. Ne segue che la censura va respinta.