Citation: 1P.608/1999 25.09.2000 E. 7

7.- Il ricorrente contesta le conclusioni che i Giudici cantonali hanno tratto sia riguardo all'impossibile presenza di terzi al momento del delitto per l'accertata mancanza nell'abitazione di tracce di scasso e di impronte digitali estranee, sia riguardo all'identificazione di materiale genetico non compatibile con le caratteristiche della vittima o dell'accusato o di terzi identificabili, sia riguardo alle tracce di sangue - non rilevate - e di DNA sulle forbici, di cui egli si sarebbe servito per ferire la vittima prima di ucciderla. Considera infine arbitrarie anche le valutazioni date dalle Corti cantonali in merito alle macchie di sangue rilevate sul suo giacchettino e in merito al materiale biologico trovato sotto l'unghia dell'anulare sinistro della vittima, risultato compatibile con il suo. a)aa) Anzitutto occorre rilevare che la CCRP non ha esaminato nel merito tutte le censure sollevate dal ricorrente a questo proposito. Come emerge dalla sentenza impugnata, la Corte cantonale ha dichiarato inammissibili, perché appellatorie, le critiche ricorsuali relative alla non riscontrata presenza di impronte digitali di terzi al di fuori della sala da bagno e sulle principali entrate e finestre (cfr. consid. 5 pag. 11 della sentenza impugnata), come pure le critiche relative alle tracce di DNA rinvenute sulle forbici verosimilmente usate per ferire la vittima, rispettivamente quelle inerenti all'assenza di tracce di sangue su tale oggetto (cfr. consid. 7 pag. 13/14). Ora, il ricorrente non spiega, secondo i requisiti di motivazione dell'art. 90 cpv. 1 lett. b OG, perché a torto la CCRP avrebbe ritenuto il carattere appellatorio delle sue censure e quindi la loro inammissibilità, cadendo in un diniego di giustizia contrario alla Costituzione. Egli si limita a ribadire, riproponendo le argomentazioni già formulate in sede cantonale, la sua interpretazione dei fatti e la sua valutazione delle prove. In tali circostanze le sue censure non possono essere esaminate dal Tribunale federale, ritenuta, per questi aspetti, la mancanza di esaurimento delle istanze cantonali (art. 87 e 86 OG). Si rileva, a titolo del tutto abbondanziale, che non sarebbe comunque manifestamente insostenibile ritenere, come hanno fatto i Giudici della Corte d'assise, che le forbici ritrovate nell'acqua, sulle quali era presente materiale genetico compatibile con quello del ricorrente, dovevano esser state impugnate poco prima del delitto, a lungo e con intensità, tanto che l'acqua non ne aveva deterso le tracce. Inoltre, se si pon mente al fatto che, secondo il perito, patologo cantonale, proprio queste forbici avrebbero causato le lesioni alla vittima, la conclusione dei Giudici cantonali resisterebbe a maggior ragione alle critiche ricorsuali. bb) Stessa conclusione si impone per la critica relativa al graffio al naso e al modo in cui il ricorrente se lo si sarebbe procurato (con l'orologio, o durante i soccorsi prestati alla vittima, o ancora con un rasoio). La CCRP, al considerando 8 pag. 15 della sentenza impugnata, riassumendo i fatti accertati a questo proposito dalla Corte del merito, conclude che il ricorrente non dimostra l'asserito arbitrio nel quale essa sarebbe caduta, limitandosi a riproporre la sua versione e la sua interpretazione dei fatti. Visto il carattere appellatorio di tali censure, la CCRP le ha pertanto dichiarate inammissibili senza procedere ad un loro esame. Anche in questo caso il ricorrente doveva spiegare nel suo gravame al Tribunale federale perché a torto la Corte di cassazione non avrebbe esaminato il ricorso su questo punto, pena la sua inammissibilità. Una motivazione conforme all'art. 90 cpv. 1 lett. b OG manca nella presente impugnativa, per cui anche questa censura deve essere dichiarata inammissibile. cc) In ogni caso, e a prescindere dalle citate considerazioni e conclusioni, le critiche ricorsuali riguardo al materiale genetico asportato da sotto l'unghia dell'anulare della mano sinistra della vittima, messe da entrambe le Corti cantonali in relazione con il graffio al naso del ricorrente, sarebbero pretestuose e infondate. Il ricorrente pretende che dai risultati delle analisi eseguite su questo materiale, malgrado l'accertata compatibilità con il suo DNA, non si potrebbe dedurre nessuna sua colpevolezza: infatti, a tal fine, sarebbero stati necessari ulteriori calcoli (di probabilità) per determinare la verosimiglianza dell'ipotesi sostenuta dall'Accusa che questo materiale genetico appartenga effettivamente a lui. Secondo il ricorrente, visto che tali accertamenti scientifici non sono stati eseguiti, l'indizio verrebbe forzatamente a cadere. È vero che dall'esame eseguito non scaturisce la prova certa che il materiale genetico sotto l'unghia appartiene al ricorrente. Da questo fatto è semplicemente possibile dedurre che non è escluso che questo materiale biologico possa appartenergli. Contrariamente a quanto asserito nel ricorso, questa circostanza non è mai stata messa in discussione e i Giudici cantonali hanno valutato i risultati delle analisi genetiche unicamente quale ulteriore indizio - e non già quale prova certa o molto verosimile o altamente probabile - che, assieme ad altri, ha permesso ai Giudici di raggiungere il convincimento della colpevolezza del ricorrente. Per la natura di un processo indiziario, e nel modo in cui questo specifico indizio è stato valutato, non è certamente arbitraria la conclusione dei Giudici cantonali, secondo cui il materiale genetico, comunque risultato compatibile con il DNA del ricorrente, possa essere messo in relazione con il graffio sul naso che questi si è procurato la mattina stessa del delitto. Il ricorrente vorrebbe eliminare questo indizio a suo carico perché non sarebbe stato fatto un calcolo delle probabilità per accertare la verosimiglianza dell'ipotesi accusatoria. Dimentica tuttavia che il procedimento e i risultati di altre analisi genetiche effettuate secondo i medesimi criteri sono stati da lui stesso ritenuti validi: si pensi ad esempio alle tracce k' e m', dalle quali risultano caratteristiche genetiche non compatibili con il DNA del ricorrente e che sono state oggetto di ampie considerazioni e valutazioni nel ricorso quali prove in suo favore, al fine di dimostrare la sua innocenza. Del resto, la critica non potrebbe comunque essere accolta anche perché non risulta dagli atti dell'istruttoria che il ricorrente o il suo patrocinatore si sia opposto, nei modi previsti dalla legge, all'utilizzazione di tali mezzi di prova al processo (cfr. art. 227 cpv. 2 CPP). Quando un accusato, al più tardi al dibattimento principale, rinuncia a prevalersi dei diritti a lui concessi, si può presumere che egli vi abbia, perlomeno tacitamente, rinunciato. Invocare solo più tardi l'irregolarità dell' assunzione di una prova o la sua incompletezza, è contrario al principio della buona fede processuale (cfr. la dottrina e la giurisprudenza citate al consid. 2b e la decisione inedita del Tribunale federale del 19 luglio 1989 in re Z. consid. 3b/cc). b) La CCRP ha accertato che il giacchettino indossato dal ricorrente il giorno del delitto presentava tre macchie di sangue, rivelatesi compatibili con il DNA della vittima, sulla parte posteriore della manica sinistra. Ha rilevato che la Corte del merito poteva ritenere senza cadere nell'arbitrio che i coniugi F.________ non avevano notato quelle macchie di sangue, non già perché non erano presenti sul giacchettino, ma piuttosto perché non erano visibili a prima vista. Tale conclusione può senz'altro essere confermata anche in questa sede, tenuto conto della posizione e della dimensione delle macchie, nonché del tessuto variopinto del giacchettino. La Corte di cassazione a ragione ha dunque respinto le censure ricorsuali su questo punto, e non ha attribuito, come già i Giudici di prima istanza, queste macchie all'attività di soccorso prestata dal ricorrente alla vittima, bensì a un evento verificatosi prima del suo rientro a casa. Su quest'ultimo aspetto, la CCRP ha inoltre osservato che il ricorrente non ha saputo spiegare né perché le tracce sarebbero compatibili solo con la sua attività di soccorso, né perché quelle macchie, in quella posizione, avrebbero dovuto necessariamente lasciare una traccia anche sul sedile dell'automobile. Accertata la palese natura appellatoria della critica, la precedente istanza non è tuttavia entrata nel merito della questione. Occorre pertanto esaminare in questa sede se a ragione la Corte di cassazione e di revisione penale poteva limitarsi, sulla base delle motivazioni addotte dal ricorrente, a dichiarare inammissibile il ricorso, o se, al contrario, essa avrebbe dovuto procedere all'esame della censura. aa) La conclusione dei Giudici cantonali può essere seguita. Le uniche argomentazioni determinanti portate dal ricorrente davanti alla CCRP per confutare l'interpretazione data dalla Corte del merito alle tracce di sangue della vittima sono infatti raccolte in poche righe: "Proprio le dimensioni e la posizione delle tracce di sangue (lato posteriore della manica sinistra) avrebbero dovuto permettere di ritrovare tracce di sangue sullo schienale del sedile di guida. Ricordiamo che i test d'individuazione di tracce di sangue eseguiti dalla Polizia scientifica sono sensibilissimi e permettono di identificare sangue in misure microscopiche (...)" (cfr. ricorso presentato alla CCRP, pag .27). Per contro, come ha rilevato la CCRP, il ricorrente non ha speso nemmeno una parola, nel ricorso presentatole, in merito alla possibilità da lui sostenuta che le macchie del giacchettino fossero compatibili solo con l'attività di soccorso. bb) Poiché il fatto di non aver trovato tracce sul sedile dell'auto non è mai stato contestato dalle parti in causa, ben poteva in tali circostanze la CCRP esimersi dal verificare la fondatezza della censura, che, così come sollevata, manifestava chiaramente un carattere appellatorio. Ritenuto che la CCRP non fruisce di un potere di cognizione illimitato e non può quindi riesaminare sotto ogni punto di vista i gravami che le vengono sottoposti, la conclusione dei Giudici cantonali non presta il fianco a critica. La censura ricorsuale deve pertanto essere respinta anche in questa sede, in quanto infondata. A nulla valgono le considerazioni riportate a questo proposito dal ricorrente nel presente gravame (cfr. n. 9.3.5 pag. 25). Esse non sono state sollevate in sede cantonale: visto il carattere di novità che presentano e considerata la natura del ricorso di diritto pubblico che non ammette, di regola, nuove argomentazioni (cfr. Kälin, Das Verfahren der staatsrechtlichen Beschwerde, 2a ed., Berna 1994, pag. 369 e segg. ), quelle conclusioni non possono fondare una censura di arbitrio. Del resto, il ricorrente nemmeno asserisce che questa mancanza di esame potrebbe configurare un diniego di giustizia contrario alla Costituzione. In tali circostanze, ci si potrebbe chiedere se la sua motivazione rispetti i requisiti di motivazione di cui all'art. 90 cpv. 1 lett. b OG: il quesito può nondimeno restare indeciso, ritenuto che, come si è visto, la censura deve essere comunque respinta. c) Secondo il ricorrente la CCRP sarebbe caduta in arbitrio confermando la sentenza della Corte delle assise, la quale ha sì accertato che per le tracce k' e m' le analisi del DNA hanno rivelato un'incompatibilità con le caratteristiche genetiche dell'accusato e della vittima (presenza degli alleli DQAlpha 1.1 estranei sia a loro due sia a terzi identificabili), ma ha tuttavia concluso che tali indizi concorrevano, assieme ad altri, decisivi, ad escludere la presenza di un terzo quale autore del reato. Poiché queste due tracce sono state riscontrate in punti ove, secondo l'accertamento della Polizia scientifica, è stata effettuata una pulitura di tracce di sangue, considerato inoltre che la traccia k' è risultata positiva al test indicativo di sangue "Luminol", e rilevata la mancanza dell'allele DQAlpha 1.2 comune sia alla vittima che al ricorrente, egli ritiene che l'unica possibile conclusione sarebbe che proprio nel luogo dove è stata rinvenuta la traccia k' il sangue trovato apparterrebbe forzatamente a un terzo non identificabile. Sempre secondo il ricorrente, sarebbe inoltre assai improbabile trovare materiale genetico lasciato da persone estranee alla famiglia, quindi non da utilizzatori abituali, in quei precisi luoghi del bagno, il DNA non essendo così resistente in ambienti umidi e caldi, dove la sua stabilità risulterebbe più compromessa. Da queste considerazioni, conformi alle risultanze peritali del dott. H.________, discenderebbe pertanto, a mente del ricorrente, che il materiale biologico rinvenuto nella sala da bagno e rivelatosi incompatibile con il DNA suo e della vittima - quindi appartenente a terzi non identificabili - dovrebbe necessariamente essere dell'autore del delitto: la sentenza della CCRP, ignorando i rilievi scientificamente provati, sarebbe pertanto inficiata di arbitrio. aa) Anzitutto occorre precisare che la Polizia scientifica, grazie al trattamento con il reattivo "Luminol", ha accertato sulla parete della sala da bagno ove sta l'unica finestra del locale una pulitura delle tracce di sangue (facciata C; cfr. la planimetria contenuta nell'allegato V dell'accertamento tecnico di cui al doc. 4, raccoglitore 2 degli atti dell'inchiesta). Per quanto riguarda invece la parete sopra il porta-carta WC (facciata D), lo stesso test ha dato esito negativo, rilevando unicamente la presenza di sangue in due punti, del resto già evidenziati mediante il test "Hemastix", ossia sul porta-carta e sulla spia della luce notte (prelievo traccia p'; cfr. allegato V citato). Contrariamente all'asserto ricorsuale, su questa parete non vi è dunque stata pulitura di tracce di sangue. bb) Il ricorrente non può essere seguito nella sua conclusione, secondo cui, visto che quella parete è stata ripulita dal sangue, la constatata mancanza dell'allele DQAlpha 1.2, comune sia a lui che alla vittima, farebbe concludere per la presenza di sangue di un terzo. Certo, per il prelievo k' proveniente dalla parete sulla parte sinistra della finestra, ove effettivamente vi è stata una pulitura di tracce di sangue, gli accertamenti genetici hanno dato esito negativo per quanto riguarda la compatibilità con il DNA del ricorrente, della vittima e di terzi identificabili, per la presenza dell'allele DQAlpha 1.1. Tuttavia, dal rapporto dell'Istituto universitario di medicina legale di Losanna risulta unicamente che l'allele DQAlpha 1.2 per il prelievo k' non ha potuto essere né confermato né escluso (cfr. rapporto IUML del 21 gennaio 1998, pag. 4, doc. 1/4 raccoglitore 2 e rapporto IUML del 28 novembre 1997 pag. 2, allegato X al doc. 4 raccoglitore 2). Rettamente interpretata, tale constatazione non può pertanto condurre alla conclusione voluta dal ricorrente. Non si può quindi affermare che un terzo ha perso del sangue in quel punto e che questo sangue è stato ripulito dalla parete, non potendosi escludere a priori che quel sangue appartenesse alla vittima o al ricorrente. Le argomentazioni contenute nell'impugnativa a tal proposito devono pertanto essere respinte poiché contrarie ai risultati delle analisi genetiche. Come si è visto, per la traccia di sangue riscontrata sulla parete sopra il porta-carta WC, dal cui esame genetico risulta anche in questo caso un allele (DQAlpha 1.1) incompatibile con il DNA del ricorrente, della vittima o di terzi identificabili, il reattivo "Luminol" non ha rivelato alcuna pulitura di sangue. Questo fatto non permette di concludere che sia stato trovato sangue di un terzo, ma unicamente materiale biologico appartenente a un terzo non identificabile. cc) I Giudici del merito prima, e la CCRP poi, hanno ritenuto, sulla base della testimonianza del prof. H.________, medico patologo citato dalla difesa quale teste e perito di parte, che le due tracce di DNA di cui ai prelievi k' e m' potevano esser state lasciate nella sala da bagno già prima della commissione del delitto. Il patologo ha infatti spiegato che, in particolare in locali di questo genere, si possono trovare molte tracce ("Gebrauchsspuren") e residui di DNA, segnatamente ogni volta che materiali cellulari (sangue, saliva, capelli, sperma, ecc. ) restano su un oggetto. Ha ancora affermato che in ambienti secchi il DNA è molto stabile, mentre in ambienti più umidi e caldi, come appunto nella sala da bagno, il materiale genetico risulta meno resistente e la sua stabilità più compromessa. Ciò non significa tuttavia che le tracce scompaiano dopo poco tempo e comunque occorrerebbe eseguire una pulizia minuziosa. Da queste considerazioni i Giudici cantonali hanno inoltre dedotto che, per le circostanze in cui si è svolto il delitto e si sono prestati i soccorsi, sorprendente appariva il fatto che solo per due delle numerose tracce rilevate fosse stato trovato DNA non compatibile con l'addizione delle caratteristiche genetiche del ricorrente o della vittima o di terzi identificabili. Le censure ricorsuali su questo punto non possono essere accolte. Del resto, la Corte del merito ha ritenuto senza arbitrio che gli accertamenti scientifici costituiscono solo uno degli elementi, e non certamente quelli decisivi. I Giudici cantonali hanno comunque attentamente valutato, senza cadere nell'arbitrio, le precise e puntuali spiegazioni scientifiche riferite nel referto e in seguito confermate anche nel dibattimento, per concludere che le tracce di DNA di terzi, pur se localizzate in un ambiente umido e caldo e in un luogo dove vi è stata azione di pulitura, nemmeno troppo minuziosa, potevano essere preesistenti al giorno dei fatti. Le conclusioni dei Giudici sono sorrette in particolar modo dall'autorevole testimonianza del perito e non possono essere ritenute arbitrarie già per il solo fatto che il ricorrente cerca di interpretarle in modo diverso rispetto all'interpretazione data dalle Corti cantonali. In realtà le constatazioni dei fatti e la valutazione delle prove, in particolare della deposizione del perito, considerate nel loro complesso, messe a raffronto ed esaminate criticamente, fanno ritenere tutt'altro che manifestamente infondate le deduzioni cui sono giunti i Giudici cantonali. A ragione poteva dunque la CCRP confermare, senza cadere nell'arbitrio, la decisione della Corte di prima istanza su questo punto.