Citation: 9C_679/2009 03.05.2010 E. 4

Di conseguenza le censure sollevate dalla ricorrente per opporsi alla trasferibilità, in concreto, dell'obbligo di risarcimento danni giusta l'art. 52 LAVS sono infondate. 4.1 Già si è detto (v. sopra, consid. 3.3) che la responsabilità fondata su tale disposto non ha carattere penale. Contrariamente a quanto sostenuto nel ricorso, essa è infatti sprovvista di qualsivoglia carattere punitivo, il procedimento essendo soltanto finalizzato al risarcimento di contributi sociali (e quindi alla riparazione pecuniaria di un danno effettivo) non soluti dal datore di lavoro analogamente a quanto avviene nell'ambito di un processo civile per atto illecito. Di conseguenza, risulta vano ogni tentativo di invocare una violazione del principio della presunzione di innocenza garantito dall'art. 6 n. 2 CEDU. 4.2 Per quanto osservato (v. sopra, consid. 3.2 e consid. 3.3) non sarebbe inoltre nemmeno di rilievo il fatto che al momento dell'apertura della successione il debito non esistesse ancora, come sostiene la ricorrente (sul momento di insorgenza del danno e, di riflesso, anche del debito risarcitorio [DTF 123 V 12 consid. 5c pag. 16], e sulla responsabilità sussidiaria degli organi in caso di rilascio di un attestato di carenza di beni cfr. tuttavia DTF 113 V 256 segg.). Né la ricorrente può convincentemente sostenere che l'obbligo risarcitorio fondato sull'art. 52 LAVS sarebbe di natura strettamente personale e si estinguerebbe con la morte del responsabile in applicazione dell'art. 31 CC. A invalidare questa tesi, dottrina e giurisprudenza hanno infatti già avuto modo di sottolineare che il debito risarcitorio derivante dall'art. 52 LAVS non è di natura strettamente personale (così espressamente: DTF 119 V 165 consid. 3c pag. 168; cfr. pure Marco Reichmuth, Die Haftung des Arbeitgebers und seiner Organe nach Art. 52 AHVG, 2008, pag. 69, n. 283). 4.3 L'insorgente non può quindi validamente pretendere di essere (stata) privata della possibilità di condurre un equo processo per il motivo che, dopo non essere mai stata al corrente dell'attività del marito, non sarebbe ora in grado di fare valere elementi giustificativi o comunque di sua discolpa. A ben vedere, questa problematica è contingente alla situazione e si porrebbe negli stessi termini anche nell'ambito di un processo civile senza che ciò osterebbe all'ammissibilità del trasferimento degli obblighi (e dei diritti) per successione universale. A ciò si aggiunge che la ricorrente, patrocinata da un legale, ha avuto accesso a tutta la documentazione necessaria per esaminare la fattispecie e quindi anche per verificare (e contestare) l'esistenza dei presupposti della responabilità del defunto marito. 4.4 Quanto al fatto, infine, che la decisione amministrativa, emessa a quasi due anni dalla morte del marito, l'avrebbe altresì privata della possibilità di chiedere il beneficio d'inventario (art. 580 segg. CC) o di rinunciare alla successione (art. 566 CC), la ricorrente parte da un presupposto errato. Essa dimentica che è all'atto dell'apertura della successione che gli eredi devono porsi la questione di rifiutare l'eredità o di esigere l'allestimento dell'inventario entro i termini legali. Soprattutto se all'apertura della successione la situazione patrimoniale del de cuius non è chiara, gli eredi hanno la possibilità di cautelarsi da eventuali imprevisti limitando, con la richiesta del beneficio d'inventario, la propria responsabilità ai debiti inventariati (art. 589 seg. CC; cfr. pure Kurt Wissmann, in Basler Kommmentar, Zivilgesetzbuch II, 3a ed. 2007, n. 4 e 10 ad Vorbemerkungen agli art. 580-592 CC). Pertanto, nella misura in cui accettano o per lo meno lasciano decorrere infruttuosamente i termini, non possono più dolersi successivamente della loro scelta (o omissione), avendo accettato almeno implicitamente il rischio di assumere un'eredità indebitata o di comunque dovere far capo agli eventuali obblighi pecuniari del de cuius. Nel caso di specie, proprio il fatto - poc'anzi evocato - di non essere stata al corrente dell'attività del marito doveva indurre l'insorgente a particolare attenzione e a seriamente domandarsi se non fosse il caso di quanto meno chiedere il beneficio d'inventario. Non essendosi allora avvalsa di questo strumento protettivo, essa non può ora sfuggire alla sua (seppur derivata) responsabilità - per quanto gravosa sia - solo perché si è realizzato un rischio sconosciuto all'apertura della successione, dal quale, come detto, avrebbe potuto tutelarsi. Non soccorre pertanto alla ricorrente il richiamo alla sentenza 1A.273/2005, peraltro relativa a tutt'altra situazione.