Citation: 6B_1022/2019 E. 4.2

4.2. Si rende colpevole di falsità in documenti ai sensi dell'art. 251 n. 1 CP chi, al fine di nuocere al patrimonio o ad altri diritti di una persona o di procacciare a sé o ad altri un indebito profitto, forma un documento falso od altera un documento vero, oppure abusa dell'altrui firma autentica o dell'altrui segno a mano autentico per formare un documento suppositizio, oppure attesta o fa attestare in un documento, contrariamente alla verità, un fatto di importanza giuridica, o fa uso, a scopo d'inganno, di un tale documento. Sono documenti gli scritti destinati e atti a provare un fatto di portata giuridica nonché i segni destinati a tal fine. La registrazione su supporti d'immagini o di dati è equiparata alla forma scritta per quanto serva al medesimo scopo (art. 110 cpv. 4 CP). L'art. 251 n. 1 CP concerne sia la formazione di un documento falso (falsità materiale) sia quella di un documento menzognero (falsità ideologica). Il documento è falso quando il suo vero estensore non corrisponde all'autore apparente, il documento trae quindi in inganno sull'identità di colui dal quale esso emana in realtà. È invece menzognero il documento il cui contenuto non corrisponde alla realtà pur emanando dal suo autore apparente (DTF 142 IV 119 consid. 2.1). Tuttavia, non basta una semplice menzogna scritta per ritenere la falsità ideologica in documenti. Essa presuppone una menzogna scritta qualificata, che secondo la giurisprudenza è data quando il documento fruisce di un'accresciuta credibilità e il suo destinatario vi possa ragionevolmente prestar fede (DTF 144 IV 13 consid. 2.2.2; 142 IV 119 consid. 2.1). È ciò segnatamente il caso quando determinate assicurazioni oggettive garantiscono ai terzi la veridicità della dichiarazione. Può per esempio trattarsi di un dovere di verifica che incombe all'autore del documento, oppure di disposizioni legali che definiscono il contenuto del documento stesso (DTF 144 IV 13 consid. 2.2.2 e 2.2.3; 142 IV 119 consid. 2.1). Per contro, il semplice fatto che, secondo la comune esperienza, taluni scritti beneficiano di una particolare credibilità, segnatamente nella pratica commerciale, non è sufficiente per riconoscere la qualità di documento ai sensi degli art. 110 cpv. 4 e 251 n. 1 CP (DTF 142 IV 119 consid. 2.1 e rinvii). La giurisprudenza ha avuto modo di precisare che un certificato di salario o un conteggio del salario dai contenuti inesatti non fruiscono di un'accresciuta credibilità, nella misura in cui specifiche disposizioni legali non conferiscono loro un simile carattere (DTF 118 IV 363; sentenze 6B_382/2011 del 26 settembre 2011 consid. 2.2; 6B_390/2012 del 18 febbraio 2013 consid. 3.4; 6B_163/2016 del 25 maggio 2016 consid. 3.3.1 e rispettivi rinvii). Allo stesso modo, un contratto di lavoro allestito nella forma scritta semplice, dal contenuto menzognero, non riveste di massima un carattere probatorio accresciuto (DTF 123 IV 61 consid. 5c/cc pag. 68; 120 IV 25 consid. 3f pag. 29; sentenza 6B_382/2011, citata, consid. 2.2). Analogamente all'esposta giurisprudenza, anche la semplice indicazione delle ore lavorative prestate dal dipendente nel "time-sheet" aziendale, eseguita da una parte al contratto di lavoro, non fruisce di un'accresciuta credibilità, sicché un'eventuale menzogna scritta relativa al numero delle ore lavorative non realizzerebbe il reato di falsità ideologica in documenti ai sensi dell'art. 251 n. 1 CP. Il solo fatto che il conteggio orario litigioso sia stato prodotto nella causa civile non gli conferisce di per sé un carattere probatorio accresciuto e non è quindi decisivo. Se ciò fosse il caso, ogni atto menzognero che venisse a trovarsi nelle mani del giudice diventerebbe infatti automaticamente un falso ideologico (cfr. sentenza 6P.15/2007 del 19 aprile 2007 consid. 8.2.1). La tesi della ricorrente è pertanto infondata, sicché il decreto di abbandono è giustificato anche per quanto concerne il reato di falsità in documenti.