Citation: 5A_93/2010 16.12.2010 E. 7

La parte lesa che ha proceduto con successo contro l'autore della pubblicazione lesiva del suo onore può chiedere, fra l'altro, la pubblicazione della sentenza ed il risarcimento del danno subito (art. 28a cpv. 2 e 3 CC). 7.1 La domanda di pubblicazione mira ad eliminare le conseguenze negative della violazione della personalità e si giustifica quando ciò non possa avvenire con altri mezzi. A tal fine, essa deve raggiungere per quanto possibile la medesima cerchia di persone che aveva avuto conoscenza della lesione della personalità. La norma di legge mette a disposizione diverse forme di pubblicazione, che possono anche essere combinate fra loro oppure cumulate; in ogni caso, la pubblicazione risp. la rettifica deve presentarsi quanto più simile possibile all'articolo lesivo, al quale deve essere contrapposta. Il principio della proporzionalità conferisce al giudice la facoltà di adattare la pubblicazione al grado di pubblicità richiesto (DTF 135 III 145 consid. 5.1; 126 III 209 consid. 5a). Nel caso di specie, il Tribunale di appello ha considerato idonea la pubblicazione del dispositivo e di un sunto dei motivi della sentenza. Facendo uso del proprio ampio margine d'apprezzamento, tenendo altresì conto delle obiezioni dei ricorrenti e delle osservazioni della qui opponente, esso ha profondamente rimaneggiato il testo redatto dal Pretore, dicendo inoltre che esso dovrà occupare l'intera pagina 16 (la stessa sulla quale appariva l'articolo incriminato) del numero di L'inchiesta successivo alla crescita in giudicato della sentenza. Alla luce dei principi esposti, la necessità di una pubblicazione della sentenza nella rivista che aveva ospitato l'articolo lesivo della personalità dell'opponente è ovvia: trattandosi di un periodico liberamente accessibile, non vi è altro modo per raggiungere la medesima cerchia di persone che aveva letto a suo tempo l'articolo. L'opportunità di accompagnare il dispositivo della sentenza con un testo riassuntivo dei motivi della medesima deriva sia dalla complessità dei fatti, sia dal lungo tempo trascorso dalla pubblicazione dell'articolo medesimo. Per volere del Tribunale di appello, la pubblicazione dovrà occupare uno spazio di una pagina, ovvero molto meno di quanto a suo tempo aveva occupato l'articolo incriminato: di certo non si può parlare, dunque, di una pubblicazione sproporzionata per dimensioni. Il Tribunale di appello ha infine redatto il sunto delle motivazioni della propria sentenza con lo scopo preciso di spiegare al lettore quali fatti erano stati accertati e i motivi che portavano a concludere che l'articolo impugnato era lesivo della personalità della banca. Ricordato l'ampio potere discrezionale del giudice nell'affrontare questo compito, e constatato che il riassunto dei motivi risponde pienamente alle attese prefissate, non vi è ragione di intervenire e modificare su questo punto la sentenza impugnata. Le obiezioni dei ricorrenti, nella ridotta misura della loro ammissibilità, non riescono a sovvertire quanto precede. In primo luogo, il qui reiterato diniego di una lesione illecita della personalità della banca opponente rappresenta la semplice opinione personale dei ricorrenti ed è pertanto appellatorio; peraltro, l'opinione dei ricorrenti è già stata confutata sopra (consid. 6.2). Parimenti, le ragioni subordinate che avanzano i ricorrenti sono l'immagine di una loro personalissima visione del diritto della personalità e della libertà di stampa, ma non poggiano né sulla legge né sulla giurisprudenza. Peraltro, quando non già confutate (l'irrilevanza del mancato esercizio del diritto di risposta, supra consid. 6.2) o fondate su fatti che non emergono dalla sentenza impugnata, le ragioni dei ricorrenti si appalesano manifestamente contrarie alla lettera ed allo spirito della legge nella misura in cui appaiono tutte volte a giustificare un lavoro giornalistico superficiale e tendenzioso, ponendo sulle spalle della vittima il compito di rettificare informazioni errate e lesive; sia ribadito con la massima chiarezza che né rettifiche a posteriori né prese di posizione successive della parte lesa sono atte a sanare una violazione della personalità consumata con la pubblicazione di un articolo. E l'eventuale pubblicazione volontaria della sentenza del Tribunale federale non supplisce alla pubblicazione di quella cantonale, nei modi previsti dalla legge (art. 28a cpv. 2 CC). Dovendo poi disquisire sugli aspetti grafici della pubblicazione ordinata dal Tribunale di appello, si porrà in evidenza che l'opportunità di orientare la stessa ai criteri validi per il diritto di risposta dell'art. 28h e 28k CC è opinione personale dei ricorrenti, i quali nemmeno spiegano quali conseguenze tale loro visione dovrebbe avere nel caso concreto. Relativamente agli aspetti estetici della pubblicazione, poi, non risulta dalla sentenza impugnata che i ricorrenti abbiano proposto in sede cantonale le obiezioni qui esposte, pertanto nuove ed inammissibili. Infine, le obiezioni formulate dai ricorrenti nei confronti del contenuto del testo riassuntivo della sentenza ordinato dal Tribunale cantonale, segnatamente che la massima autorità giudiziaria cantonale li obbligherebbe a dire cose non vere, non sono altro che la scusa per riproporre - ancora una volta - la loro opinione personale sui fatti oggetto dell'articolo incriminato, già giudicata fallace e lesiva della personalità della qui opponente; queste obiezioni meritano di essere definite esplicitamente temerarie. 7.2 L'art. 28a cpv. 3 CC riserva le azioni di risarcimento del danno, di riparazione morale e di consegna dell'utile. Il giudice stabilisce forma ed entità del risarcimento del danno in applicazione dell'art. 43 cpv. 1 CO, tenendo conto delle circostanze del caso e della colpa dell'autore. Danno ai sensi della legge è la differenza fra il patrimonio del danneggiato dopo l'evento dannoso e il patrimonio che egli avrebbe senza lo stesso evento, rispettivamente fra i guadagni realizzati dopo l'evento dannoso e quelli che si sarebbero verificati senza il medesimo (DTF 132 III 359 consid. 4). Il calcolo del danno è questione di fatto, l'impiego dei corretti criteri di calcolo è invece una questione di diritto (DTF 127 III 403 consid. 4a). 7.2.1 Riferendosi alle circostanze di fatto che costituiscono la colpa dei ricorrenti, il Pretore aveva ritenuto che al giornalista andava imputato di aver pubblicato le falsità nel frattempo accertate, mentre editore e redattore responsabile avevano omesso ogni verifica al riguardo. Il Tribunale di appello ha scartato le obiezioni tirate dal presunto decadimento delle misure cautelari e dal mancato esercizio del diritto di risposta, ricordando altresì la presa di posizione della banca e negando di conseguenza una qualsiasi concolpa della parte lesa. Esso ha poi ribadito che il danno fatto valere dall'opponente - di certo non creato ad arte per mera rivalsa - era ovviamente conseguenza delle fallaci asserzioni contenute nell'articolo, e che i ricorrenti medesimi non avevano affermato di aver adempiuto gli obblighi di verifica e prudenza dettati dalla gravità delle affermazioni riportate. Visto quanto accertato dal Tribunale di appello, senza che gli sia stato rimproverato arbitrio in proposito, le obiezioni dei ricorrenti circa l'assenza di ogni loro colpa sono nuove e dunque inammissibili. Nel merito, esse sarebbero al più infondate laddove non temerarie. Attribuire alla sfortuna l'errore di impaginazione, segnatamente lo scambio di persona fra Keller ed il prof. Schmid, quando invece anche in esso si manifesta - nella migliore delle ipotesi - un'evidente carenza di controllo almeno da parte del redattore responsabile Cheda, non è comunque di soccorso ai ricorrenti, se si pensa che la mera negligenza è una forma di colpa sufficiente per una condanna al risarcimento dei danni (DTF 126 III 161 consid. 5b/aa). Quanto al danno, esso consiste manifestamente nelle spese legali sostenute dall'opponente e non, come pare doversi ritenere leggendo l'allegato ricorsuale, in altri generi di perdite; l'apodittico diniego di ogni e qualsiasi danno è pertanto manifestamente fuori tema. 7.2.2 Il Pretore prima ed il Tribunale di appello poi hanno considerato, quali poste del danno dell'opponente, i costi legali preprocessuali, quelli per il procedimento provvisionale (ripetibili dedotte) ed il costo delle prestazioni dell'ufficio di revisione della banca per le verifiche supplementari e le testimonianze. I Giudici d'appello hanno constatato, in fatto, che non sussistono indizi a favore della tesi dei ricorrenti, secondo la quale la fattura del legale della banca comprenderebbe pure il tempo dedicato alla querela penale contro Fusi, ed hanno ritenuto la tariffa oraria di fr. 400.-- non eccessiva. Quanto alla fattura dell'ufficio di revisione, i Giudici cantonali - premesso che le censure in appello erano in larga misura nuove e dunque irricevibili - hanno, apprezzando le testimonianze, ritenuto che l'intervento dello stesso era stato indispensabile, che dalle fatture emergeva che il lavoro svolto era in connessione con la vertenza in oggetto, e che i qui ricorrenti non avevano saputo dimostrare l'asserita inutilità delle trasferte a Lugano. Limitandosi a ribadire la propria lettura delle deposizioni e degli ulteriori mezzi di prova relativi alle fatture del legale della banca, senza minimamente confrontarsi con l'argomentazione dei Giudici cantonali, i ricorrenti propongono ancora una volta una critica meramente appellatoria, insufficiente a sostanziare l'arbitrarietà (nemmeno affermata) delle constatazioni di fatto dei Giudici di appello. L'apprezzamento di questi ultimi della tariffa oraria non ha fatto oggetto di critica alcuna. A proposito della fattura dei revisori, i ricorrenti contestano la reiezione in ordine della censura, tanto sarebbe evidente l'errore sui fatti, segnatamente in punto alla durata dei lavori di revisione. Essi non precisano, tuttavia, di quale importo la fattura andrebbe ridotta. In quanto censura in fatto, essa è pertanto insufficientemente motivata e va dichiarata inammissibile. 7.2.3 In diritto, i ricorrenti non menzionano alcun diritto costituzionale che la decisione dei Giudici di appello di non entrare nel merito della loro censura relativa ai tempi dell'attività dei revisori avrebbe violato. Peraltro, il divieto del formalismo eccessivo, sotto forma del diniego di giustizia (art. 29 cpv. 1 Cost.; DTF 135 I 6 consid. 2.1) - che potrebbe astrattamente entrare in linea di conto -, non intende negare l'opportunità di regole formali, anche rigorose, volte a canalizzare lo svolgimento delle procedure giudiziarie, bensì soltanto un'applicazione delle stesse con un rigore che nessun interesse degno di protezione possa giustificare, sì da rendere la procedura fine a se stessa e impedire o complicare eccessivamente l'applicazione della legge (DTF 132 I 249 consid. 5); ora, nel caso presente i ricorrenti nemmeno tentano di motivare in tal senso la propria censura. Temerario sofismo è, sempre in diritto, l'argomento dei ricorrenti secondo il quale l'intervento dei revisori a seguito del loro articolo dimostrerebbe l'interesse pubblico a divulgarlo: non vi è evidentemente alcun interesse a causare inutili verifiche divulgando un'informazione fallace, tanto meno quando vi sono regole precise che impongono verifiche in caso di reclamo.