Citation: 1B_643/2020 E. 2.4

2.4. La presidente della CARP ha ritenuto, rettamente, che dopo l'emanazione di due giudizi di condanna la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza non pone problemi. Riguardo all'esistenza di un pericolo di fuga, si è limitata a condividere le considerazioni espresse dal Giudice dei provvedimenti coercitivi (GPC) in una sua decisione del 29 luglio 2019, che rinvia a un'altra sua decisione del 24 giugno 2019, emanate quindi oltre un anno prima dell'istanza di scarcerazione. Le ha riprodotte richiamando l'art. 82 cpv. 4 CPP, ritenendo che si tratti dell'apprezzamento di fatto e di diritto dei fatti contestati all'imputato. Nella richiamata sentenza si osserva che il pericolo di fuga si applica anche a cittadini svizzeri con solidi e comprovati legami all'estero (per esempio possibilità di residenza e di mezzi economici), precisando che il ricorrente dispone di un alloggio in Italia, apparentemente occupato dalla madre. Si sostiene che, se scarcerato, egli potrebbe quindi facilmente recarsi in Italia, dove è nato, e sottrarsi al proseguimento del procedimento. In Italia egli potrebbe esercitare la sua professione, contribuendo al sostentamento della sua famiglia: la lontananza dalla stessa non sarebbe un deterrente importante, visto che poche ore di viaggio basterebbero al ricongiungimento familiare. Sottolineata l'importanza dei reati ipotizzati e la possibile pena (all'epoca non ancora stabilita), ne aveva concluso ch'egli potrebbe senz'altro preferire fuggire nel suo paese d'origine, ritenendo in maniera imprecisa che dall'emanazione della decisione del GPC del 29 luglio 2019 non sarebbero intervenute modifiche di rilievo. Si può aggiungere che dalla decisione impugnata non risulta se il ricorrente fruisce ancora della nazionalità italiana, ciò che impedirebbe una sua estradizione qualora fuggisse in Italia. In caso contrario, il fatto che il pericolo di fuga possa realizzarsi in un paese che potrebbe dare seguito a una domanda di estradizione formulata dalla Svizzera non sarebbe comunque determinante per negare detto pericolo (DTF 145 IV 503 consid. 2.2 pag. 507 e rinvii). Nella decisione impugnata si osserva che, adducendo l'assenza di contatti professionali nella vicina penisola, il ricorrente non avrebbe sostanziato l'esistenza di particolari impedimenti a esercitare la sua professione in Italia: ciò poiché egli avrebbe comunicato al perito psichiatra che "avrebbe ripreso a lavorare, in ambito psichiatrico, sotto la supervisione di uno psichiatra italiano", deducendone che ciò si scontrerebbe con l'asserita assenza di contatti professionali in Italia.