Citation: BGE 150 IV 10 E. 5.7

Con riferimento all'aspetto soggettivo, l'insorgente contesta innanzitutto che la fattispecie possa essere commessa con dolo eventuale, l'azione di propaganda potendo essere concepita unicamente nella forma del dolo diretto. La propaganda costituirebbe infatti un tentativo deliberato e sistematico di influenzare l'opinione pubblica e sarebbe frutto di un preciso disegno. La diffusione di "un'informazione nuda e cruda", che potrebbe comportare l'effetto collaterale di pubblicizzare e favorire una determinata idea, non potrebbe configurare reato penale. In caso contrario, si renderebbero punibili i redattori di giornali e telegiornali, gli autori di documentari o di libri di storia. Il ricorrente sostiene in seguito di non aver mai avuto l'intenzione, né l'eventuale consapevolezza di fare della propaganda per lo "Stato islamico". Avrebbe agito con l'intento di "partecipare alla denuncia delle violenze", "prescindendo in modo assoluto dal credo e dalle ideologie", esattamente come per gli altri filmati condivisi sul suo profilo. La sua volontà di denuncia delle atrocità, perpetrate in nome delle più svariate ideologie, sarebbe il denominatore comune dei video da lui condivisi. La conclusione della Corte di appello sul dolo sarebbe arbitraria, violerebbe il suo diritto di essere sentito, il diritto al rispetto della sua vita privata, costituirebbe una discriminazione razziale e confermerebbe l'atteggiamento prevenuto dei giudici nei suoi confronti. Dalla lettura della sentenza impugnata BGE 150 IV 10 S. 35 trasparirebbe come la condanna dell'insorgente sia in realtà da ricondurre alla sua fede di musulmano praticante, al suo legame di parentela con B. e ai sospetti, rivelatisi infondati, su suoi legami con un presunto estremismo islamico.