Citation: 1A.171/2004 06.10.2004 E. 4

4.1 In tale contesto il ricorrente richiama la Convenzione sul trasferimento dei condannati del 31 marzo 1983 (RS 0.343), che, secondo il suo preambolo, tende a favorire il loro reinserimento sociale fondandosi su considerazioni di natura umanitaria (v. al riguardo, DTF 118 Ib 137, 122 II 485 consid. 3c e 3d inediti; FF 1986 III 603 e segg., 608; cfr. anche il messaggio concernente il Protocollo addizionale alla stessa, FF 2002 3864, 3867; FF 2004 4161). Il ricorrente adduce che le condizioni di applicazione di questa Convenzione tra l'Italia e i Paesi Bassi sarebbero più restrittive di quelle vigenti tra la Svizzera e i Paesi Bassi, vista l'esclusione della procedura dell'art. 9 n. 1 lett. b concernente la conversione della condanna da parte dell'Italia (riserva n. 1), mentre la Svizzera l'esclude soltanto nei casi in cui essa è Stato d'esecuzione e non di condanna (riserva all'art. 3 n. 3), procedendo in tal caso all'esecuzione della pena. 4.2 Il richiamo non è decisivo. In effetti, conformemente alla citata Convenzione, lo straniero detenuto in Svizzera può esprimere soltanto il "desiderio" (art. 2 n. 2 secondo periodo) di essere trasferito nello Stato di cui è cittadino per subirvi l'esecuzione della pena inflittagli, la Convenzione non conferendo al condannato un diritto al trasferimento (DTF 126 II 506 consid. 1b, 118 Ib 137 consid. 3). Come rilevato nel messaggio del Consiglio federale, la Convenzione non comporta alcun obbligo per gli Stati contraenti di acconsentire a richieste di trasferimento: essa non contiene quindi motivi di accoglimento o di rifiuto dell'istanza, e lo Stato richiesto non deve motivare la sua decisione (DTF 118 Ib 137 consid. 2b; FF 1986 III 609). Lo Stato d'esecuzione è inoltre libero di scegliere, riguardo all'art. 9 n. 1 della Convenzione, di proseguire l'esecuzione della condanna (lett. a) o di convertirla mediante un procedimento giudiziario o amministrativo (lett. b), e di escludere pertanto una di queste due procedure (art. 3 n. 3 della Convenzione; DTF 126 II 506 consid. 2a; FF 1986 III 613). 4.3 Certo, in caso di proseguimento dell'esecuzione, ritenuto che l'Italia non prevede la conversione della condanna, lo Stato d'esecuzione è vincolato dalla natura giuridica e dalla durata della sanzione risultanti dalla condanna (art. 9 n. 1 lett. a in relazione con l'art. 10 n. 1 della Convenzione). Il ricorrente disattende, tuttavia, che qualora la natura o la durata della sanzione fossero incompatibili con la sua legislazione, o se la sua legislazione lo esigesse, lo Stato di esecuzione può, mediante una decisione giudiziaria o amministrativa, adattare questa sanzione alla pena o alla misura previste dalla propria legge per reati della stessa natura (art. 10 n. 2 della Convenzione sul trasferimento dei condannati; al riguardo v. DTF 126 II 506 consid. 2d; FF 1986 III 613). Contrariamente all'assunto ricorsuale, non è quindi di massima escluso che l'Italia possa tener conto della condanna pronunciata in Svizzera, adeguando se del caso tale sanzione (cfr. in tal senso, Giovanni Conso/Vittorio Grevi, Profili del nuovo codice di procedura penale, 4a ed., Padova 1996, pag. 836 seg.) o considerandola nel nuovo, eventuale giudizio di condanna. 4.4 Non si è pertanto di fronte a una lesione dell'ordine pubblico svizzero e internazionale, riserva contenuta all'art. 10 n. 2 della citata Convenzione (DTF 126 II 506 consid. 2d/aa), e dell'art. 2 lett. a AIMP, censura peraltro non sollevata dal ricorrente. Quest'ultima norma persegue lo scopo di evitare che la Svizzera presti il suo concorso a procedimenti che non garantirebbero alla persona perseguita un livello di protezione minimo corrispondente a quello offerto dal diritto degli Stati democratici, definito in particolare dalla CEDU e dal Patto ONU II, o che contrasterebbero con norme riconosciute come appartenenti all'ordine pubblico internazionale (DTF 129 II 268 consid. 6.1, 126 II 324 consid. 4a, 125 II 356 consid. 8a; Zimmermann, op. cit., n. 469 seg.). La Svizzera contravverrebbe ai suoi obblighi internazionali estradando una persona a uno Stato nel quale sussistono seri motivi per ritenere che un rischio di trattamenti contrari alla CEDU o al Patto ONU II minacci l'interessato (DTF 129 II 268 consid. 6.1, 126 II 258 consid. 2d/ aa). L'art. 2 AIMP si applica a tutte le forme di cooperazione internazionale (DTF 129 II 268 consid. 6.1). L'esame delle questioni poste dall'art. 2 AIMP implica un giudizio di valore sugli affari interni dello Stato richiedente, in particolare sul suo regime politico, sulle sue istituzioni, sulla sua concezione dei diritti fondamentali e sul loro rispetto effettivo, come pure sull'indipendenza e sull'imparzialità del potere giudiziario (DTF 129 II 268 consid. 6.1). In tale ambito, il giudice della cooperazione internazionale deve dar prova di una particolare prudenza. Non è infatti sufficiente che la persona accusata o condannata nello stato richiedente asserisca di essere minacciata da una situazione politico-giuridica speciale; egli deve rendere verosimile l'esistenza di un rischio serio e obiettivo di una grave violazione dei diritti dell'uomo nello Stato richiedente, suscettibile di pregiudicarlo concretamente (DTF 129 II 258 consid. 6.1 e rinvii). Come si è visto, queste condizioni non sono adempiute nella fattispecie. Del resto, il ricorrente non fa valere che l'eventuale mancata applicazione dell'art. 671 CPP italiano comporterebbe una pena a tal punto sproporzionata da dover essere considerata, per sé stessa, come una violazione dei diritti dell'uomo (cfr. al riguardo DTF 121 II 296 consid. 4a). D'altra parte, l'art. 10 n. 2 della menzionata Convenzione riguarda in primo luogo la natura dell'inflitta sanzione, come ad esempio il modo di eseguire la pena o la sua durata (DTF 126 II 506 consid. 2d/bb e cc). Ora, qualora la condanna svizzera dovesse risultare, per la sua durata, incompatibile con la legislazione italiana a causa della non applicazione dell'art. 671 CPP italiano, non parrebbe escluso che lo stato richiedente, in applicazione dell'art. 10 n. 2 della Convenzione, possa adattarla. 4.5 Il ricorrente sostiene, inoltre, che il perseguimento nell'ambito di due procedimenti penali distinti, di due fatti strettamente connessi compiuti dalla stessa persona sarebbe contrario al principio dell'unità dell'azione penale. Questa scissione dell'azione penale impedirebbe l'applicazione dei principi dell'art. 68 CP concernenti il concorso di reati e quindi una corretta commisurazione della pena. L'analoga regolamentazione del concorso formale prevista dalla legislazione italiana (art. 81 CP italiano) potrebbe essere applicata tuttavia, secondo la giurisprudenza, nel caso di più sentenze penali irrevocabili pronunciate in procedimenti distinti contro la stessa persona, conformemente all'art. 671 CPP italiano, soltanto nel caso di sentenze italiane. Ciò sarebbe, secondo il ricorrente, irrazionale dal profilo istruttorio e contrario al sistema, previsto da ambedue gli Stati, di limitazione delle pene nel caso di concorso di reati. 4.6 Certo, di massima, secondo l'art. 671 CPP italiano, in sede esecutiva, non si può applicare l'istituto della continuazione fra una condanna inflitta da un giudice italiano e un'altra pronunciata da un giudice straniero riconosciuta in Italia: ciò poiché la continuazione non può comprendere, fra gli effetti penali della condanna cui fa riferimento, la disciplina dei casi di riconoscimento delle sentenze penali straniere secondo l'art. 12 n. 1 CP italiano, limitata all'accertamento della recidiva o un altro effetto della condanna o per dichiarare l'abitualità o la professionalità nel reato o la tendenza a delinquere (Giovanni Conso/ Vittorio Grevi, Commentario breve al nuovo codice di procedura penale, complemento giurisprudenziale, Padova 1997, III n. 10 all'art. 671, pag. 1854 e n. II 2 all'art. 730, pag. 1982; Alberto Crespi/Federico Stella/Giuseppe Zuccalà, Commentario breve al codice penale, 4a ed., Padova 2003, n. V all'art. 12, pag. 58, ove si rileva che sugli effetti non espressamente previsti la giurisprudenza della Suprema Corte è oscillante). La circostanza che una sentenza di condanna, pronunciata in uno stato estero, sia stata riconosciuta in Italia esclusivamente agli effetti dell'art. 12 n. 1 CP italiano, non preclude tuttavia al condannato la possibilità di richiedere al giudice dell'esecuzione l'applicazione del beneficio della continuazione ai sensi dell'art. 671 CPP italiano, in quanto la sentenza straniera, a seguito del riconoscimento, deve comunque intendersi recepita nell'ordinamento italiano; inoltre, la decisione di riconoscimento è produttiva anche di effetti non previsti dall'ordinamento di provenienza o trascurati dal giudice straniero, pertanto diversi rispetto a quelli specifici per i quali è stata richiesta e pronunciata (Conso/Grevi, op. cit., III n. 10 all'art. 671, pag. 1854; sul riconoscimento delle sentenze penali straniere per gli effetti previsti dal codice penale e sul loro riconoscimento sulla base di accordi internazionali v. gli art. 730 e 731 CPP italiano; sulla determinazione della pena ai fini dell'esecuzione di una sentenza straniera v. l'art. 735 CPP italiano).