Citation: 2A.533/2003 18.02.2004 E. 4

4.1 In relazione al merito della vertenza, occorre premettere che laddove un determinato istituto giuridico viene invocato per realizzare degli interessi che il medesimo istituto non si prefigge di tutelare, vi è, secondo costante giurisprudenza, abuso di diritto (DTF 128 II 145 consid. 2.2; 127 II 49 consid. 5a; 121 I 367 consid. 3b; 121 II 97 consid. 4). Con riferimento all'art. 7 LDDS, ciò è il caso allorquando il coniuge straniero di un cittadino svizzero si richiama ad un matrimonio che sussiste solo a livello formale, unicamente per ottenere il rilascio o il rinnovo di un permesso di soggiorno: un simile scopo non risulta in effetti tra quelli tutelati dalla norma in questione (DTF 128 II 145 consid. 2.2; 127 II 49 consid. 5a). La prassi ha tuttavia precisato che l'esistenza di una situazione abusiva non dev'essere ammessa con leggerezza: in particolare non vi è abuso di diritto già per il fatto che i coniugi vivono separati o perché tra loro è pendente una procedura di divorzio. Nel formulare l'art. 7 LDDS, il legislatore ha infatti volutamente omesso di far dipendere il diritto del coniuge straniero di un cittadino svizzero all'ottenimento di un permesso di soggiorno dall'esistenza di una comunione matrimoniale di fatto (DTF 128 II 145 consid. 2.2 e rinvio): è per contro necessario che vi siano concreti indizi tali da indurre a ritenere che i coniugi non siano (più) intenzionati a condurre una vita comune e rimangano legati dal vincolo matrimoniale soltanto per ragioni di polizia degli stranieri (DTF 127 II 49 consid. 5a, con rinvii). 4.2 Nelle concrete evenienze, dagli atti emerge incontestabilmente che la relazione matrimoniale tra i coniugi A.________, sposatisi in Bosnia il 10 novembre 2001, è stata effettivamente vissuta per non più di qualche mese. Ottenuta la revoca dell'espulsione inflittale in precedenza, la moglie è infatti giunta in Svizzera per vivere con il marito, unitamente alla figlia nata da una precedente relazione, il 1° aprile 2002. Già dopo un paio di mesi il consorte ha tuttavia dato mandato ad un legale di intraprendere le pratiche di divorzio, che è stato formalmente chiesto all'inizio di novembre del medesimo anno. Dalla metà del mese successivo i coniugi si sono poi separati di fatto: la moglie ha preso in affitto un piccolo appartamento a Y.________ per sé e per la figlia, mentre il marito è rimasto al domicilio coniugale di X.________. Già le allegazioni ricorsuali della moglie dimostrano inoltre che il matrimonio è ormai svuotato di ogni contenuto e che una riconciliazione non è assolutamente ipotizzabile. Ella insiste infatti sulla necessità di vivere separata dal marito a causa delle asserite perversioni di quest'ultimo, delle violenze subite e dei timori per l'incolumità della figlia, senza nemmeno addurre di volersi adoperare per ricomporre il connubio. Dal profilo della polizia degli stranieri i motivi che conducono alla disunione sono tuttavia irrilevanti. L'accennato, presunto ravvedimento del marito, dedotto da una dichiarazione del 12 marzo 2003 con cui costui avrebbe riconfermato le garanzie prestate a favore della consorte, è invero smentito da svariate attestazioni successive del medesimo, di indirizzo diametralmente opposto. In ogni caso una dichiarazione di questo genere, che sembra peraltro costituire un inammissibile nuovo mezzo di prova (DTF 128 III 454 consid. 1; 128 II 145 consid. 1.2.1), non permette certo di rendere minimamente attendibile la ripresa di una vera vita coniugale. I fatti sono dunque eloquenti e non può sicuramente venir rimproverato alla Corte cantonale di averli accertati in maniera incompleta o arbitraria. Essa non ha pertanto violato il diritto federale nel concludere che A.A.________, abusando dei diritti che le derivano dall'art. 7 cpv. 1 prima frase LDDS, si richiama ad un matrimonio esistente soltanto sulla carta, al solo scopo di poter continuare a soggiornare in Svizzera. Con il mancato rinnovo del permesso di dimora alla madre vengono anche a cadere i presupposti affinché pure la figlia possa continuare a risiedere in Svizzera. Il soggiorno di quest'ultima era stato infatti autorizzato unicamente al fine di poter per l'appunto vivere con la madre, dalla quale, data la sua età, dipende peraltro ancora in larga misura. Anche da questo profilo la decisione impugnata non presta dunque il fianco a critiche di sorta, in particolare non configura né un diniego di giustizia né una violazione del diritto di essere sentito, senza che occorra esaminare ulteriormente la situazione personale della ragazza, segnatamente il suo grado di integrazione nel nostro Paese.