Citation: 4C.5/2007 01.06.2007 E. 8

Nel ricorso adesivo l'attore assevera in primo luogo che la sola causa naturale e adeguata del danno da lui subito sul conto personale è la negligenza della convenuta, la quale ha omesso di verificare i sospetti che nutriva nei confronti del suo consulente. In secondo luogo egli contesta l'accresciuto dovere di diligenza che la Corte cantonale gli ha imposto a dipendenza della sottoscrizione dei formulari per "istruzioni telefoniche" e "corrispondenza fermo banca"; a suo modo di vedere, ammettere un simile obbligo sarebbe in contrasto con l'art. 400 CO, che riconosce al mandante un diritto al rendiconto, ma non gli impone obblighi. L'attore precisa in seguito che, in ogni caso, contrariamente a quanto fatto dai giudici cantonali, non può essergli addebitata alcuna negligenza per non aver verificato l'ammontare effettivo dei propri averi in occasione delle sue visite in banca - la prima nel luglio 1996, all'apertura del conto, e la seconda nel 1999, al momento della sua chiusura-: D.________ ha infatti iniziato il saccheggio solo nell'agosto 1997, per terminarlo alla fine del 1998. Sia come sia - conclude l'attore - la colpa della convenuta è talmente grave da rendere irrilevante qualsiasi sua eventuale negligenza, che consisterebbe semmai, più che altro, nell'essersi fidato della banca. 8.1 Come già spiegato nel quadro dell'esame del ricorso principale, la possibilità di procedere a una riduzione del risarcimento secondo l'art. 44 cpv. 1 CO presuppone l'esistenza di un nesso causale naturale e adeguato fra il comportamento del danneggiato e il pregiudizio da lui patito. Nel quadro dell'attuale rimedio occorre stabilire se vi è un nesso causale fra il comportamento dell'attore nella gestione del suo conto personale e il danno patito su questo medesimo conto. 8.2 Riferendosi alla giurisprudenza, i giudici cantonali hanno ritenuto che l'estrema passività mostrata dall'attore nel contesto della relazione bancaria personale - che prevedeva la trattenuta della corrispondenza e permetteva ordini telefonici - aveva limitato le possibilità oggettive di vigilanza della convenuta e contribuito a creare una situazione rischiosa che aveva favorito l'insorgenza del danno. Essi non hanno invero trattato espressamente il tema della causalità in questo ambito. Implicitamente hanno però ammesso perlomeno il legame naturale, accertando in sostanza che il danno non si sarebbe prodotto - o sarebbe stato minore - se l'attore fosse stato più vigile. Questo accertamento di fatto vincola il Tribunale federale (cfr. quanto già esposto sopra al consid. 2). 8.3 La soluzione deve tuttavia essere diversa con riferimento al nesso di causalità adeguato, per il quale valgono di nuovo le considerazioni già sviluppate al consid. 5. In forza dell'art. 101 cpv. 1 CO la convenuta deve infatti lasciarsi ascrivere il comportamento del dipendente D.________ come se fosse il proprio. L'autorità cantonale ha evocato questo principio, ma non ne ha tratto le debite conseguenze. Non si è cioè avveduta che, per effetto dell'art. 101 cpv. 1 CO, la spoliazione del conto personale dell'attore è avvenuta ad opera della banca e che un risultato del genere non trova assolutamente conforto nel corso ordinario delle cose e nell'esperienza generale della vita, neppure nei confronti del cliente che dà solo ordini telefonici e fa trattenere la corrispondenza senza controllarla; ne va della fiducia elementare che sta alla base di tutti i contratti della pratica bancaria. 8.4 La giurisprudenza citata nel giudizio impugnato non conduce ad altre conclusioni. 8.4.1 La prima sentenza è quella pronunciata il 15 maggio 1989 dal Tribunale federale, pubblicata in Rep 1981 pag. 7. In quel caso il cliente era stato chiamato a risarcire, per responsabilità aquiliana, parte del danno che una banca aveva subito per opera di due suoi dipendenti: l'atto illecito del cliente risiedeva nell'aver omesso d'informare la banca delle malversazioni che i due dipendenti stavano commettendo, delle quali egli era a conoscenza, contravvenendo così alle regole della buona fede. È in tale contesto - del tutto diverso, dunque, da quello qui in esame - che al cliente era stato rimproverato di avere lasciato credere alla banca, grazie anche ad accordi concernenti ordini telefonici e telegrafici, che tutto fosse corretto, impedendole così di scoprire le malversazioni compiute dai due dipendenti. 8.4.2 La seconda sentenza citata è quella emanata dal Tribunale federale il 30 maggio 2005, nella causa 4C.378/2004. In questa si legge effettivamente che il cliente che sceglie l'opzione "fermo banca" accetta - fatto salvo l'abuso di diritto - di lasciarsi opporre la ratifica tacita degli avvisi che gli sono notificati secondo tale modalità e assume pertanto un rischio (consid. 2.2), accentuato se per di più si disinteressa della gestione dei propri averi (consid. 2.3). Gli addebiti in discussione in quel caso s'inserivano nei rapporti intricati tra la società titolare del conto, l'avente diritto economico e il suo ex coniuge. Ora, una cosa è opporre al cliente - che non si premura per anni di verificare la corrispondenza "fermo banca" - le operazioni eseguite sul suo conto da persone a lui vicine, ma esterne alla banca; altra cosa è imputare al cliente passivo una colpa concomitante nell'ambito di un giudizio sulle conseguenze delle malversazioni commesse a suo scapito dal dipendente/ausiliario dell'istituto al quale egli ha affidato i propri averi. 8.4.3 Nemmeno le sentenze citate nella pronunzia di primo grado portano a conclusioni diverse. La DTF 130 III 591 riprende soltanto il principio della riduzione o soppressione del risarcimento per colpa concomitante del danneggiato, enunciato dall'art. 44 cpv. 1 CO (consid. 5.2 pag. 600 seg.); per il resto, questa decisione approfondisce un tema senza relazione con il caso in esame (la colpa concomitante commessa per il tramite dell'ausiliario della parte lesa). Qualche analogia, ma non di rilievo, c'è con la fattispecie esaminata nella sentenza del 25 febbraio 2005, nella causa 4C.363/2004, ove un cliente chiedeva a una fiduciaria - assimilata a una banca - il risarcimento del danno consecutivo a un investimento presso una società panamense finito male. Il Tribunale federale ha confermato, d'un canto, la colpa predominante della fiduciaria, la quale aveva consigliato l'investimento senza verificare l'affidabilità del destinatario dei fondi e, dall'altro, la colpa concomitante del cliente che, essendo esperto in materia commerciale, non poteva ignorare il carattere speculativo e quindi rischioso dell'investimento (consid. 6). Nemmeno in questo caso, quindi, era la convenuta ad essersi appropriata illecitamente dei soldi del cliente. 8.5 Da tutto quanto esposto si deve concludere che non vi è un nesso causale adeguato fra il comportamento dell'attore e il danno subito sul suo conto personale. Anche se l'art. 101 CO non esclude, di per sé, la possibilità di tenere poi conto, nel quadro della fissazione del risarcimento, della colpa concomitante del danneggiato (Luc Thévenoz in: Commentaire romand, n. 25 e 32 ad art. 101 CO), nella fattispecie in esame il dolo commesso dal consulente D.________ nell'appropriarsi degli averi del conto personale del cliente - che la convenuta deve lasciarsi imputare come suo in applicazione dell'art. 101 CO, appunto - è talmente enorme da privare di qualsiasi rilevanza, sotto il profilo della causalità adeguata, il comportamento dell'attore. Ciò vale a maggior ragione se si considera il fatto che, stando a quanto accertato nella sentenza impugnata, egli - sebbene non avesse "ragioni particolari per dover verificare lo stato del suo conto" - aveva sempre chiesto ragguagli telefonici, "quasi una volta al mese (...) ottenendo risposte (fallaci) sempre positive". Al dolo mediato si aggiunge infine la colpa propria della convenuta, la quale, sempre secondo gli accertamenti dell'autorità cantonale, non aveva neppure "dato seguito ai sospetti che nutriva nei confronti del proprio dipendente". 8.6 Nella misura in cui ha dato per scontata l'esistenza del nesso causale adeguato fra il comportamento dell'attore e la perdita intervenuta sul suo conto personale, la sentenza impugnata lede quindi il diritto federale. Ciò comporta l'accoglimento del ricorso adesivo, senza che sia necessario esaminare le rimanenti censure proposte dall'attore.