Citation: 1B_47/2007 28.06.2007 E. 4

4.1 I ricorrenti criticano poi il rimprovero mosso loro di carenza di diligenza, per non aver separato l'attività tipica dell'avvocato da quella commerciale, poiché non vi sarebbe alcuna norma che imporrebbe a uno studio legale di tenere due contabilità distinte (cfr. tuttavia, riguardo agli intermediari finanziari, come la ricorrente, per esempio l'art. 7 della legge federale relativa alla lotta contro il riciclaggio, del 10 ottobre 1997; RS 955.0, concernente l'obbligo di allestire documenti; Michael Pfeifer, in Walter Fellmann/Gaudenz G. Zindel [editori], Kommentar zum zum Anwaltsgesetz, Zurigo 2005, n. 35 e 36 all'art. 13). Accennano inoltre, in maniera generica, alla violazione del principio della proporzionalità, poiché nella decisione impugnata il criterio qualitativo soccomberebbe a quello quantitativo. Sostengono poi che il divieto imposto dall'istanza precedente all'AFC di utilizzare o trasmettere a terzi le informazioni potenzialmente protette dal segreto professionale sarebbe inidoneo e, di fatto, non verificabile. Essi censurano l'affermazione dell'istanza precedente (consid. 4.3) secondo cui gli incarti in sospeso non risultano manifestamente inutili all'inchiesta, "ciò che gli imputati d'altronde non contestano": essi non cercano tuttavia di dimostrare l'arbitrarietà di detto accertamento. 4.2 Nella decisione impugnata l'istanza precedente si è limitata ad affermare che "l'anonimizzazione di tutti gli atti in questione imporrebbe un lavoro considerevole di dubbia proporzionalità", ritenendo che "determinante nella fattispecie è la constatazione dell'impossibilità, per la Corte dei reclami penali - ma anche per un eventuale esperto designato dall'autorità - di distinguere i clienti protetti dal segreto professionale dell'avvocato da quelli che non lo sono", ciò che costituirebbe un "impedimento oggettivo all'anonimizzazione degli incarti restanti". Essa ha poi stabilito che la giurisprudenza del Tribunale federale dovrebbe essere compresa nel senso che la distinzione tra ciò che dev'essere restituito al detentore delle carte poste sotto suggello, inutili all'inchiesta, e quanto dev'essere versato agli atti, se del caso in forma anonimizzata, "deve aver luogo sin quando tale operazione è possibile. Quando la stessa diviene impossibile, perché l'avvocato non ha separato in maniera diligente l'attività tipica dell'avvocato dall'attività commerciale" il segreto professionale non sarebbe più tutelato. 4.3 Questa tesi, sbrigativa e superficiale, non può essere condivisa già per il fatto che nella fattispecie non sono ravvisabili impedimenti oggettivi alla cernita che, come stabilito all'udienza di levata dei sigilli del 27 luglio 2006, la Corte, a conoscenza della mole degli incarti da esaminare, aveva deciso di effettuare autonomamente applicando lei stessa la citata procedura in tre fasi, rinunciando, con l'accordo delle parti, alla procedura in contraddittorio. La circostanza che i ricorrenti non abbiano separato diligentemente l'attività tipica dell'avvocato da quella commerciale (cfr. al riguardo DTF 114 III 105 consid. 3b e c) e non abbiamo prodotto la nota lista, non comporta di per sé la decadenza della cernita e del segreto professionale (al riguardo vedi DTF 132 IV 63 consid. 2.3 e 2.4 e 3.3.2 inediti; 132 II 103 consid. 2.1), ma, semmai, in caso di dubbio, che si concluda più facilmente sulla natura di attività commerciale, non soggetta al segreto. D'altra parte, dalle fatture prodotte dalla ricorrente si evince ch'esse in effetti indicano la natura dell'attività svolta: il loro esame non è quindi impossibile ma, ciò che è indubbio, implica un notevole, di per sé evitabile, dispendio di tempo. 4.4 In siffatte circostanze la I. Corte dei reclami penali, senza neppure procedere a una cernita sommaria, non poteva semplicemente limitarsi a rilevare che i motivi invocati dall'AFC sono "apparentemente fondati" e che gli incarti ancora in sospeso non risulterebbero manifestamente inutili all'inchiesta, ciò che gli imputati non contesterebbero (assunto peraltro non corretto, visto che nelle osservazioni del 9 febbraio 2007 hanno criticato le tesi dell'AFC e insistito sull'applicazione della menzionata procedura in tre fasi), versando quindi tutta la documentazione agli atti senza anonimizzarla. L'importante mole della documentazione da esaminare ed eventualmente da anonimizzare, quale criterio meramente quantitativo, e il relativo importante dispendio di tempo per procedervi, non possono infatti di per sé comportare un indebolimento della tutela del segreto professionale dell'avvocato e del notaio e la mancata applicazione della procedura scelta dall'istanza precedente con cognizione di causa, ricordato che la quantità della documentazione suggellata le era nota fin dall'inizio (cfr. Lorenz Erni, Anwaltsgeheimnis und Strafverfahren, in: Das Anwaltsgeheimnis, Zurigo 1997, pag. 32 n. 69). È nondimeno chiaro che il ricorrente, quale imputato, non può prevalersi del segreto professionale e che, viste le particolarità della fattispecie e le molteplici attività commerciali svolte dai ricorrenti e la loro carente collaborazione, l'anonimizzazione potrà limitarsi ai documenti che rientrano chiaramente nell'attività tipica dell'avvocato.