Citation: BGE 150 IV 10 E. 5.7.3

Il ricorrente non censura la valutazione delle prove e l'accertamento dei fatti sulla base dei quali la Corte di appello ha ritenuto che egli ha sicuramente associato il filmato condiviso alla propaganda per lo "Stato islamico" e a ciò che all'epoca avveniva nei territori da esso occupati, e che egli ha quanto meno preso in considerazione di facilitare la rapida veicolazione del messaggio propagandistico condividendo il filmato sui social network. Orbene, ciò che l'autore sapeva, voleva o ha preso in considerazione sono questioni di fatto (DTF 141 IV 369 consid. 6.3; DTF 138 V 74 consid. 8.4.1), che vincolano di principio questa Corte, tranne quando i fatti sono stati accertati in modo manifestamente inesatto o in violazione del diritto (v. art. 105 LTF), ciò che in concreto l'insorgente non pretende. Egli si limita a lamentare al riguardo, in modo alquanto generico e laconico, un'asserita discriminazione e una violazione del rispetto alla vita privata in relazione, a quanto è dato di capire, ai riferimenti alla sua fede musulmana. La critica appare piuttosto pretestuosa. Infatti la Corte di appello ha dovuto determinare cosa il ricorrente sapesse, a fronte della sua pretesa ignoranza dello "Stato islamico" e della jihad. Pur precisando che, all'epoca dei fatti incriminati, lo "Stato islamico" e ciò che avveniva nei territori da esso occupati erano un tema d'attualità per tutta la comunità internazionale, compresa quella musulmana, l'autorità precedente ha vagliato la posizione del ricorrente in particolare. Essa non si è limitata a richiamare la sua fede, ma ha analizzato tutta una serie di elementi personali, tra cui: il ritrovamento nella sua abitazione di un libro dal titolo "Jihad, violenza, guerra e pace nell'islam", la sua attività di internauta (plauso a un gruppo Facebook di matrice jihadista, apposizione di "mi piace" a un gruppo Facebook jihadista, glorificazione della dottrina salafita al-Wala'wa-l-Bara, condivisione di un post di una fotografia di connotazione jihadista); la presenza nei suoi dispositivi elettronici di una foto di C., persona espulsa dall'Italia e dalla Svizzera a causa del pericolo che rappresentava per entrambi gli Stati e poi partita per combattere tra le fila dello "Stato islamico", peraltro ospitata dall'insorgente nella sua abitazione; le sue conversazioni con l'imam della sua moschea in occasione delle quali egli ha potuto sviluppare BGE 150 IV 10 S. 37 delle conoscenze dello "Stato islamico" con riferimento quanto meno al contesto globale nel quale tale organizzazione operava; la visione della trasmissione televisiva Falò che proponeva scene di diversi filmati propagandistici dello "Stato islamico" dalle caratteristiche simili a quello poi condiviso dal ricorrente. Sulla scorta di questi elementi la Corte di appello ha accertato che all'insorgente, contrariamente alle sue dichiarazioni, erano noti sia la nozione di jihad (armata e non) sia i gruppi "Al-Qaïda e/o Stato islamico", e che egli aveva riconosciuto che il filmato e il messaggio propagato fossero associabili allo "Stato islamico".