Citation: 2P.31/2007 14.06.2007 E. 7

Secondo l'art. 4 cpv. 1 Lresp, l'ente pubblico risponde del danno cagionato illecitamente a terzi da un agente pubblico nell'esercizio delle sue funzioni, senza riguardo alla colpa dell'agente. Sui requisiti che devono essere adempiuti affinché questo disposto si applichi non vi è contestazione. In proposito ci si limita pertanto a rinviare alle esaurienti considerazioni introduttive del giudizio impugnato (cfr. sentenza cantonale pag. 5 consid. 6). 7.1 Nel diritto federale vi è causalità naturale quando un comportamento è la condizione "sine qua non" di un risultato (DTF 128 III 174 consid. 2b, 180 2d). Esso non deve necessariamente essere l'unica causa del danno; è sufficiente cioè che contribuisca a produrlo, se del caso insieme ad altre cause, ma in modo tale da non potere essere tralasciato senza che venga a mancare anche il risultato (DTF 119 V 335 consid. 1; sentenza non pubblicata 6P.13/2006-6S.34/2006-6S.36/2006 del 28 agosto 2006, consid. 4.4.1 e riferimenti). Il rapporto causale è altresì adeguato quando questo comportamento, secondo il corso ordinario delle cose e l'esperienza generale della vita, è idoneo a provocare un risultato come quello che si è verificato, di modo che tale risultato ne appaia in modo generale favorito (DTF 131 III 61 consid. 4.1; 129 II 312 consid. 3.3 e rispettivi richiami). È determinante l'aspetto oggettivo, che prescinde da ciò che l'agente, soggettivamente, poteva o doveva prevedere. In altre parole, occorre chiedersi se era probabile che il fatto considerato provocasse il risultato che si è prodotto (DTF 131 III 61 consid. 4.1; 112 II 439 consid. 1d e rispettivi rinvii). Più cause adeguate possono di per sé concorrere. Tuttavia il comportamento di un terzo - o della persona lesa - può eccezionalmente rompere il nesso causale adeguato. Decisivo è il raffronto dell'intensità dei rapporti causali in questione. Vi è infatti interruzione solo quando la colpa del terzo è talmente intensa, il suo atto così insensato, da imporsi come la causa più probabile e immediata dell'evento considerato e da rendere insignificante e relegare in secondo piano il comportamento dell'agente convenuto in giudizio, che diviene così inadeguato (DTF 130 III 182 consid. 5.4; 127 III 453 consid. 5d e richiami). 7.2 Queste regole del diritto federale integrano la legge ticinese in esame ed assumono la valenza di diritto pubblico cantonale suppletivo (art. 29 Lresp; Adelio Scolari, Diritto amministrativo, Parte speciale, Bellinzona/Cadenazzo 1993, n.1290 e 1307). Ne segue che nell'ambito di un ricorso di diritto pubblico l'applicazione fattane dall'autorità cantonale può essere riveduta soltanto sotto il ristretto profilo dell'arbitrio (su questa nozione cfr. consid. 3.2). Occorre poi rammentare che dall'esigenza che l'arbitrio debba manifestarsi non solo nella motivazione ma anche nel risultato deriva la facoltà per questa Corte di effettuare la cosiddetta sostituzione dei motivi, di giustificare cioè la costituzionalità della sentenza cantonale con argomenti diversi da quelli ritenuti dall'autorità che l'ha emanata (DTF 124 I 208 consid. 4a e riferimenti). 7.3 La Corte cantonale ha accertato che il 5 novembre 1997, quando il figlio è stato iscritto nel passaporto della madre, i coniugi A.________ non erano né divorziati né separati e disponevano entrambi dell'autorità parentale sul figlio. Il ricorrente non pretende che tale accertamento sia arbitrario. Anzi, pur alludendo genericamente ad una "separazione di fatto", conferma che il giudice civile aveva effettivamente autorizzato la vita separata dei coniugi e gli aveva affidato il figlio soltanto con decreto superprovvisionale del 16 giugno 1998, confermato il 17 agosto 1998 e che, comunque, quando è avvenuta l'iscrizione, i genitori esercitavano ancora congiuntamente l'autorità parentale. In simili circostanze, non è forse da escludere che l'errore dell'amministrazione possa stare in un rapporto di causa naturale perlomeno con il rapimento del bambino, nel senso che la sua iscrizione nel passaporto della madre potrebbe averne facilitato l'espatrio; occorrerebbe comunque ancora accertare le modalità concrete della fuga. Sennonché non è affatto arbitrario ritenere che difetta il rapporto causale adeguato, ossia negare che, secondo il corso ordinario delle cose e l'esperienza generale della vita, l'iscrizione del bambino sul passaporto della madre debba avere come conseguenza il suo rapimento e addirittura i maltrattamenti che gli sarebbero stati inferti in El Salvador. 7.4 Per quanto concerne invece la successiva mancata confisca del passaporto valgono considerazioni un po' differenti. Il ricorrente si dilunga sulle informazioni relative ai rischi di fuga che sarebbero state date all'uno o all'altro funzionario. La questione è tuttavia priva di rilevanza essendo, come detto, determinante la probabilità oggettiva che il risultato si producesse. Orbene è palese che il ricorrente minimizza con troppa leggerezza la portata del gesto scellerato della madre la quale, rapendo il figlio, ha trasgredito alle regole comportamentali più elementari, oltre che alle decisioni sull'affidamento del giudice civile. Di conseguenza è indubbiamente più che sostenibile considerare che l'incidenza causale di questo comportamento inaudito sia stata così intensa e preponderante da porre in secondo piano e rendere insignificante qualsiasi negligenza che potrebbero avere commesso i funzionari dello Stato convenuto. Le pretese del ricorrente appaiono poi temerarie in quanto addebitano a questi funzionari, oltre alla fuga, anche i maltrattamenti ai quali la madre avrebbe sottoposto il figlio.