Citation: 2P.88/2006 30.03.2007 E. 3

3.1 In virtù di quanto precede, nel merito deve in sostanza essere esaminato unicamente se, adottando il punto 4 della risoluzione del 14 febbraio 2006, il Consiglio di Stato ticinese sia incorso in una violazione della libertà economica (art. 27 Cost.), della libertà della scienza (art. 20 Cost.) e del divieto d'arbitrio (art. 9 Cost.), come sostiene la ricorrente. Per la verità, quest'ultima ritiene essa stessa accettabile, e quindi non critica, la prima frase del punto 4 della risoluzione. Del resto, la constatazione che l'attività di formazione con adulti non è soggetta ad autorizzazione cantonale risulta ineccepibile e si riallaccia alla premessa della decisione, dove viene affermato che l'attività di formazione universitaria non richiede un'autorizzazione specifica, ma si fonda sulla libertà della scienza e sulla libertà economica. Le censure ricorsuali si concentrano quindi sulla seconda frase, la quale secondo l'insorgente sarebbe superflua ed ingenererebbe nel lettore il sentimento che il Cantone le abbia negato il diritto di dispensare una formazione di livello universitario, procurandole un inutile pregiudizio. 3.2 Come già rilevato nella precedente sentenza, l'art. 14 LUni si prefigge di evitare che le scuole private post-obligatorie siano confuse con le istituzioni cantonali che garantiscono un curricolo formativo riconosciuto. Tale distinzione intende tutelare il nome e la reputazione delle università pubbliche e, di riflesso, anche proteggere potenziali studenti da istituti d'insegnamento ambigui, che rilasciano titoli definiti universitari senza però accordare realmente una formazione di livello accademico, nel senso comune del termine (DTF 128 I 19 consid. 2b). A tale scopo, il primo capoverso della norma riserva le denominazioni di "Università della Svizzera italiana" e di "Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana" ai due enti autonomi di diritto pubblico istituiti dalla legge cantonale sull'università (cfr. art. 1 LUni). Il secondo capoverso sottopone invece ad autorizzazione l'uso della denominazione "università" e di termini simili (l'ordine dei due capoversi è stato invertito dopo la prima sentenza; cfr. BU/TI 33/2002 pag. 248). Il terzo capoverso infine, aggiunto con revisione del 9 novembre 2005, sancisce espressamente la competenza del Consiglio di Stato a vigilare affinché la denominazione degli istituti non crei confusione con le università accreditate (lett. a), le informazioni date agli studenti siano conformi all'effettivo valore dei titoli rilasciati (lett. b) e l'accreditamento sia basato unicamente sulle direttive e le decisioni dell'Organo di accreditamento e garanzia della qualità della Conferenza universitaria svizzera (lett. c). Nel precedente giudizio, il Tribunale federale ha ritenuto legittimo, o comunque non anticostituzionale, emanare una norma cantonale intesa, come l'art. 14 LUni, ad evitare confusioni ed a tutelare gli utenti. L'adozione di misure a questo scopo è stata infatti ritenuta una prerogativa rientrante nelle competenze di vigilanza dei cantoni e sorretta da ragioni pertinenti (DTF 128 I 19 consid. 2c e 2d, con riferimenti; cfr. anche DTF 97 I 116 consid. 4 e Herbert Plotke, Schweizerisches Schulrecht, 2a ed., Berna/Stoccarda/Vienna 2003, pag. 670 seg. e pag. 677 seg.). Il terzo capoverso della norma esplicita questi principi. Riguardo poi all'accreditamento, è effettivamente non ogni singolo cantone, ma la CUS, su proposta dell'Organo di accreditamento e di garanzia della qualità nel settore universitario, ad essere competente per il riconoscimento di istituti universitari o di determinati loro cicli di studio (cfr. gli art. 6 cpv. 1 lett. d e 7 LAU e gli art. 6, 7 e 18 a 23 della convenzione tra la Confederazione e i Cantoni universitari sulla cooperazione nel settore universitario, del 14 dicembre 2000 [RS 414.205]). 3.3 Ricordate le finalità dell'art. 14 LUni, si tratta ora di verificarne l'applicazione nel caso concreto. A questo proposito, occorre preliminarmente osservare che la decisione contestata non ostacola né tantomeno vieta l'attività economica, scientifica e di ricerca della ricorrente. Essa può infatti continuare ad operare liberamente nel campo della formazione per adulti, come evidenzia peraltro la prima frase del punto 4 della risoluzione stessa. Prova ne sia il fatto che i corsi organizzati continuano a svolgersi senza impedimento alcuno. Del resto, nemmeno l'eventuale esito negativo di una procedura d'accreditamento incide sulla possibilità di dispensare una determinata formazione. Una certa restrizione potrebbe semmai venir ravvisata nel punto 3 della risoluzione, che impone un obbligo informativo verso gli studenti sin dall'immatricolazione. Questo punto non è però contestato ed in ogni caso non è dato di vedere in che misura un simile dovere di trasparenza potrebbe risultare incostituzionale. Il punto 4 contiene per contro una semplice constatazione, con cui viene precisata la portata dell'autorizzazione a fregiarsi del titolo di "università". Ora, visto che non tange la libertà di cui gode l'insorgente nell'esercizio della sua attività, è perlomeno dubbio che tale constatazione possa venir considerata come una restrizione della libertà economica o della libertà della scienza garantite dalla Costituzione (cfr. DTF 128 I 19 consid. 3a e 3b). Le critiche ricorsuali vanno quindi esaminate in primo luogo sotto il profilo del divieto dell'arbitrio (sulla nozione d'arbitrio, cfr. DTF 131 I 217 consid. 2.1; 129 I 173 consid. 3.1, 49 consid. 4, 8 consid. 2.1). In ogni caso, anche se le specifiche libertà invocate fossero in gioco, per le ragioni indicate nel seguito la frase litigiosa non costituirebbe comunque un'ingerenza eccessiva. 3.4 In effetti, non vi è innanzitutto alcuna contraddizione tra la nuova decisione e le conclusioni tratte nella precedente sentenza. In quel caso il Tribunale federale aveva ritenuto che l'obbligo di posporre al nome della ricorrente l'indicazione "non accreditata" era sprovvisto di una base legale sufficientemente chiara e diretta, tenuto conto dell'effetto pregiudizievole provocato da una simile indicazione per un istituto neocostituito (DTF 128 I 19 consid. 4c/cc). Nella fattispecie attuale, non è per contro in discussione un complemento da aggiungere alla denominazione utilizzata, bensì una constatazione volta a specificare i limiti del permesso cantonale che autorizza la ricorrente a qualificarsi come "università". L'oggetto del litigio è pertanto assai diverso. 3.5 Nel merito, la constatazione litigiosa rispetta poi le condizioni per la restrizione dei diritti fondamentali previste dall'art. 36 Cost.: essa si fonda infatti su una base legale esplicita e puntuale, ovvero sulle competenze di vigilanza attribuite al Consiglio di Stato dall'art. 14 cpv. 3 lett. c LUni, è sorretta da un evidente interesse pubblico, e cioè l'interesse ad evitare rischi di confusione con istituti accreditati (cfr. consid. 3.2) e non appare infine lesiva del principio di proporzionalità (su tale principio ed i suoi aspetti, cfr. DTF 131 I 91 consid. 3.3; 130 II 425 consid. 5.2; 129 I 173 consid. 5). Sotto quest'ultimo profilo, premesso che, come già osservato, l'accreditamento nel sistema universitario nazionale è effettivamente di competenza della CUS, la precisazione non costituisce una fonte d'errori, come pretende la ricorrente. Al contrario, tale constatazione permette di capire appieno la valenza dell'autorizzazione cantonale, indicando espressamente che la stessa non sostituisce l'ottenimento dell'accreditamento. Essa rende pertanto palese che il permesso rilasciato è di natura puramente formale e non può venir inteso come certificazione della qualità dell'insegnamento dispensato. Certo, con la chiarezza che implica, la precisazione potrebbe rendere attente le persone di principio interessate a seguire una formazione presso la ricorrente, suscitando in loro qualche esitazione al momento di decidere se seguire i corsi proposti. L'insorgente non può però ragionevolmente lamentarsi del fatto che la decisione litigiosa permette di evitare dei rischi di confusione nel pubblico. La frase in esame fornisce inoltre un'informazione oggettiva e nemmeno ad una lettura distratta può essere interpretata come un divieto generale di esercizio o un'attestazione di illegalità. La stessa non è poi inutile o vessatoria, considerato che le autorità cantonali hanno allegato in maniera credibile di aver ripetutamente ricevuto richieste di chiarimenti sulla portata dell'autorizzazione o sull'uso di locuzioni quali "legalmente autorizzata" che figurano tra l'altro sulle pagine internet dell'istituto. Tali richieste sono del resto dimostrate anche dalla documentazione versata agli atti dalla ricorrente a sostegno dei presunti danni subiti. Per certi versi, è d'altronde proprio nella misura in cui l'insorgente attribuisce alla frase contestata potenziali effetti pregiudizievoli rispetto alla situazione preesistente che la frase stessa rivela la sua utilità. Non vi è infatti alcun interesse privato degno di protezione ad eliminare un'indicazione complementare suscettibile di impedire che la ricorrente possa eventualmente sfruttare dubbi ed ambiguità sulla portata dell'autorizzazione cantonale rilasciatale. 3.6 La constatazione al punto 4 della decisione impugnata appare dunque un'indicazione idonea, necessaria e proporzionata per evitare che l'autorizzazione all'uso della denominazione di "università" sia utilizzata, o anche solo interpretata, come un riconoscimento cantonale all'esercizio di un'attività formativa universitaria e al rilascio di titoli accademici, ossia come una decisione di accreditamento.