Citation: 4A_47/2022 E. 5.3.1

5.3.1. La ricorrente rimprovera alla Corte cantonale di aver violato il diritto federale per aver negato un'indennità fondata sulla discriminazione da lei subìta. L'azione di contestazione della disdetta, prosegue, sarebbe stata tempestiva, poiché il giorno di scadenza del termine di disdetta (30 settembre 2012) era una domenica e il termine si sarebbe riportato al 1° ottobre 2012, primo giorno feriale valido (art. 78 CO). In ogni caso il termine per l'introduzione dell'azione, di 180 giorni dalla cessazione del rapporto di lavoro, sarebbe stato rispettato. Ella avrebbe inoltre potuto chiedere un'indennità in virtù degli art. 5 cpv. 2 o 4 LPar o sull'art. 336 CO. Una simile istanza di indennizzo sarebbe stata fondata sia dal profilo dell'art. 336 cpv. 1 lett. d CO, sia da quello della disdetta discriminante. Pertanto, l'istanza di contestazione della disdetta e quella di indennizzo erano tempestive e la decisione impugnata violerebbe il diritto federale. 5.3.1.1. Nella fattispecie il Pretore ha confermato la tempestività dell'opposizione alla disdetta e dell'inoltro dell'istanza secondo gli art. 336 seg. CO e non in virtù degli art. 5 e 10 LPar. Ora, la questione a sapere se la ricorrente abbia rispettato il termine previsto dall'art. 10 cpv. 3 LPar, può qui rimanere indecisa, perché l'interessata non consta aver mai preteso (neanche nel suo ricorso in materia civile) che la disdetta fosse una reazione a un reclamo da lei sollevato in seno all'azienda per una discriminazione subìta (cfr. art. 10 cpv. 1 LPar). Se mai, il 6 giugno 2012, costei aveva manifestato alla datrice di lavoro il suo dissenso al "declassamento" a lei imposto, rivendicando una tutela della sua personalità (cfr. doc. G), dopo aver dibattuto durante vari incontri con il datore di lavoro sulla riorganizzazione aziendale e sui suoi rapporti, tesi, con il capoufficio. Per sua stessa ammissione, poi, con quello scritto aveva chiesto al datore di lavoro misure per appianare le frizioni sorte fra lei e il caposervizio, che a suo dire erano all'origine del suo licenziamento (cfr. ricorso, pag. 7-8). In concreto, pertanto, non vi sono elementi per ammettere che il datore di lavoro avesse disdetto il rapporto di impiego a causa di una richiesta di protezione presentata dalla lavoratrice per bloccare un'attitudine discriminante, come poteva essere quella del direttore sanitario. Pertanto non può essere discorso di una disdetta data per rappresaglia secondo l'art. 10 cpv. 1 LPar e non mette conto verificare il rispetto del termine previsto da tale disposizione. 5.3.1.2. Non si misconosce che la ricorrente abbia alluso alla predetta discriminazione (per la prima volta) nella petizione per sostenere una violazione del dovere di protezione del datore di lavoro (art. 328 CO) e la molestia subìta. Come accertato dalla Corte di appello senza essere stata smentita (cfr. sentenza impugnata, pag. 8 consid. 13), però, in causa ella ha preteso solo un'indennità di sei mesi per licenziamento abusivo giusta l'art. 336a CO. Non ha chiesto un indennizzo secondo gli art. 328 e 49 CO a causa di una violazione del dovere di assistenza (cfr. PORTMANN / RUDOLPH, op. cit., n. 53 seg. ad art. 328 CO; THOMAS PIETRUSZAK, in: Kurzkommentar Obligationenrecht, 2014, n. 20 ad art. 328 CO), né uno secondo l'art. 5 cpv. 2 LPar, che non avrebbe comunque potuto cumulare con l'indennità secondo l'art. 336a CO (cfr. sopra, consid. 5.2.2.3), a maggior ragione in concreto ove ella ha domandato l'importo massimo. Il rimedio è così infruttuoso.