Citation: 2A.71/2000 25.05.2000 E. 2

2.- a) Conformemente alla giurisprudenza relativa all'art. 7 cpv. 1 LDDS, vi è abuso di diritto allorquando il coniuge straniero si appella ad un matrimonio che esiste solo formalmente con l'unico intento di ottenere un'autorizzazione di soggiorno, scopo che non è protetto dall'art. 7 LDDS (DTF 121 II 97 consid. 4a e richiami). L'esistenza di un eventuale abuso di diritto va valutata secondo le circostanze del caso concreto, dato che solo l'abuso manifesto può essere preso in considerazione. b) aa) La ricorrente rimprovera alla Corte cantonale di aver fondato il suo giudizio unicamente sui verbali di polizia nonché di averli interpretati in modo manifestamente errato e a solo suo discapito. Essa contesta che il suo sia un matrimonio fittizio; afferma di essersi sposata per amore, dopo due anni di frequentazione, nonché di aver mantenuto per i primi due anni di matrimonio domicilio comune con il marito, prima di separarsi di fatto. Aggiunge poi che la separazione è dovuta unicamente a suo marito e che la coppia non esclude una riconciliazione. Infine, contesta la proporzionalità del provvedimento impugnato. bb) Nella fattispecie in esame può rimanere indeciso se, come sostenuto dalla Corte cantonale, si tratta di un matrimonio fittizio che non è mai esistito, celebrato unicamente nell'intento di eludere le prescrizioni concernenti la dimora e il domicilio degli stranieri oppure se, come affermato dalla ricorrente, si tratta di un matrimonio d'amore. In effetti, quand'anche si volesse condividere la tesi formulata dalla ricorrente, va ricordato che, conformemente alla giurisprudenza, vi può essere abuso di diritto anche qualora il matrimonio non sia stato contratto allo scopo di aggirare le prescrizioni in materia di polizia degli stranieri (cfr. DTF 121 II 97 consid. 3b). È vero che per potere ammettere che vi sia abuso di diritto non è sufficiente che i coniugi si separano: il matrimonio deve invero essere mantenuto solo formalmente, al fine di permettere al coniuge straniero di conservare il proprio permesso di soggiorno. Ciò che, in base alle risultanze dell'inserto, è il caso nella concreta fattispecie. In effetti, come dichiarato dalla ricorrente medesima nel proprio gravame, lei e il marito, sposati formalmente dal 26 agosto 1994, si sono separati dopo due anni di convivenza. Da allora essi non si sono riconciliati, non hanno cioè mai ripreso la vita in comune. Al riguardo va osservato che dagli atti di causa non emerge nessun elemento che permetta di pensare che una tale riconciliazione sia prevista o voluta. La separazione appare dunque definitiva, non essendo stata manifestata la volontà - al di là del semplice parlato - di mantenere una vera unione coniugale. In proposito va rilevato che le spiegazioni fornite dalla ricorrente - sia in sede d'interrogatorio sia nel corso della susseguente procedura relativa al rinnovo del proprio permesso di soggiorno - per giustificare la durata della separazione della coppia non sono per nulla convincenti e non permettono di giungere ad una diversa conclusione. In queste condizioni, va ammesso che, da lungo tempo, la ricorrente e suo marito non hanno più la volontà di creare o di ricreare una vera comunione coniugale; ciò è d'altronde corroborato dalla ricorrente medesima, la quale nel ricorso dichiara che l'attuale relazione matrimoniale va considerata "bianca". La situazione dei coniugi A.________ non è quindi conforme allo scopo perseguito dall'art. 7 cpv. 1 LDDS. Richiamandosi ad un matrimonio che, da quasi quattro anni, esiste solo dal lato formale, la ricorrente commette pertanto un abuso di diritto (DTF 121 II 97 consid. 4 e rinvii). Da quanto precede, discende che il Tribunale cantonale amministrativo non ha violato il diritto federale considerando che la ricorrente non poteva pretendere il rinnovo del permesso di dimora. Su questo punto, il ricorso, infondato, va respinto. c) La ricorrente non può neanche appellarsi all' art. 8 CEDU. In effetti, per poter prevalersi delle garanzie sancite da tale norma, lo straniero deve dimostrare che tra lui e la persona che beneficia del diritto di risiedere in Svizzera, in casu il marito, esiste una relazione stretta, intatta ed effettivamente vissuta (cfr. al riguardo DTF 125 II 633 consid. 2e e riferimenti). Orbene, per i motivi appena citati (cfr. consid. 2b/bb), ciò non è manifestamente il caso in concreto. d) La ricorrente postula il rilascio di un permesso di domicilio. Giusta l'art. 7 cpv. 1 seconda frase LDDS, dopo una dimora regolare e ininterrotta di cinque anni, il coniuge straniero di un cittadino svizzero ha diritto al permesso di domicilio. Come risulta dagli atti e come rilevato dalla Corte cantonale, nella propria istanza del 15 giugno 1999 la ricorrente ha domandato unicamente il rinnovo del permesso di dimora, unico quesito d'altronde trattato durante tutta la procedura cantonale. Senonché sapere se, per tale motivo, detta conclusione sia ammissibile o no, può, in concreto, rimanere irrisolto. In effetti, conformemente alla giurisprudenza, dal momento che l'abuso di diritto rimproverato all'interessata esisteva già prima della decorrenza del termine di cinque anni di cui all'art. 7 cpv. 1 seconda frase LDDS, essa non può nemmeno pretendere il rilascio di un permesso di domicilio (cfr. DTF 121 II 97 consid. 4c). Anche su questo punto, il ricorso, infondato, dev'essere respinto.