Citation: 2P.270/2000 26.01.2001 E. 3

3.- a) Il ricorrente invoca poi la lesione del diritto di essere sentito. A questo proposito rimprovera al Consiglio della magistratura di avere pronunciato la sua destituzione senza prima aver assunto le prove da lui tempestivamente offerte. Censura in particolare il fatto che l'autorità cantonale non ha voluto né attendere i risultati della perizia medica disposta dal Procuratore pubblico straordinario per accertare il suo stato di salute, né sentire i testi che egli aveva indicato nel suo scritto del 29 settembre 2000. Afferma che, così facendo, essa ha tralasciato di acquisire agli atti una serie di elementi determinanti per valutare il suo grado di colpa. Sostiene in effetti che il Consiglio della magistratura non poteva emanare nessuna sanzione disciplinare, senza prima aver stabilito in che misura la grave malattia che lo aveva colpito nella seconda metà del 1998 (cancro alla prostata) avesse influito sulla sua personalità e sui suoi comportamenti. b) Per costante giurisprudenza il diritto di essere sentito - dedotto dall'art. 29 cpv. 2 Cost. e sul cui rispetto il Tribunale federale si pronuncia con piena cognizione (DTF 121 I 54 consid. 2 con rinvii) - comprende varie facoltà, tra cui quella di fornire prove su fatti rilevanti per il giudizio, di partecipare alla loro assunzione, di prenderne conoscenza e di determinarsi in proposito. Di massima l'autorità deve quindi assumere le prove offerte tempestivamente e nelle forme previste dal diritto processuale (DTF 119 Ib 492 consid. 5b/bb e riferimenti). Essa può tuttavia rinunciarvi, qualora sia pervenuta ad un convincimento sui fatti rilevanti già in base alle prove assunte, o ritenga, procedendo in maniera non arbitraria ad un apprezzamento anticipato delle prove offerte, che le stesse non porterebbero nuovi chiarimenti (DTF 122 V 157 consid. 1d, 119 Ib 492 consid. 5b/bb e rinvii). Se intende rifiutare le prove offerte, l'autorità deve di principio spiegare i motivi per cui esse risultano inidonee o superflue (sentenza del 21 dicembre 1992, pubblicata parzialmente in: ZBl 94/1993 pag. 316, consid. 2; sentenza del 19 settembre 1989, pubblicata parzialmente in: RDAT 1990 n. 43 consid. 3b). c) aa) Il Consiglio della magistratura ha motivato il proprio rifiuto di assumere le prove notificate dal ricorrente, asserendo in sostanza che la rilevanza dei fatti da lui commessi intenzionalmente e, in parte, nell'esercizio delle sue funzioni di giudice del Tribunale d'appello e Presidente del Tribunale penale del Cantone Ticino era sufficiente ad evidenziare un grado di colpa tale da non lasciare in alcun modo spazio ad una sanzione meno incisiva di quella pronunciata, nemmeno nel caso in cui tali comportamenti fossero stati fortemente influenzati da una grave alterazione della personalità. Sempre secondo l'autorità di prime cure, con le sue azioni il ricorrente ha in effetti compromesso in modo irreparabile la sua credibilità quale magistrato, mettendo nel contempo a repentaglio la dignità dell'intero apparato giudiziario e l'immagine della giustizia ticinese, per cui si imponeva di procedere tempestivamente al suo allontanamento. bb) Così come nel diritto penale, anche in ambito disciplinare vige la regola secondo la quale può essere sanzionato soltanto chi ha agito (o omesso d'agire) colpevolmente (Imboden/Rhinow, Schweizerische Verwaltungsrechtsprechung, Basilea 1986, n. 54 B IVc). A questo proposito l'art. 82 LOG prevede che, nella commisurazione della misura, il Consiglio della magistratura deve tenere conto, oltre che della rilevanza del fatto e del comportamento anteriore del magistrato, anche della colpa a lui imputabile. Si deve tuttavia considerare che, come sottolineato anche dal Consiglio della magistratura, il diritto disciplinare persegue altri scopi rispetto al diritto penale. In particolare per quanto attiene all'amministrazione pubblica, esso mira principalmente a salvaguardarne il buon funzionamento e l'immagine presso il pubblico (Rhinow/Krähenman, Schweizerische Verwaltungsrechtsprechung: Ergänzungsband, Basilea 1990, n. 54 B I). Per questo motivo, i principi generali che reggono il diritto penale non trovano sempre identica applicazione in sede disciplinare. In particolare, allorquando si tratta di valutare la gravità dal punto di vista oggettivo e soggettivo di un'infrazione a determinati doveri di funzione, occorre in primo luogo tenere conto degli effetti che la medesima ha avuto sul corretto funzionamento del settore amministrativo nel quale si è verificata. Parimenti occorre tenere conto dei fini perseguiti dal diritto disciplinare anche per quanto attiene alla commisurazione del provvedimento da irrogare. La scelta della sanzione deve essere effettuata tenendo conto in primo luogo del fatto che la medesima dovrà principalmente permettere il ripristino dell'ordine e dell'efficienza nel settore pubblico interessato. In simili circostanze, i fattori di attenuazione della pena non hanno il medesimo peso che in ambito penale, né tantomeno è possibile prendere in considerazione in maniera approfondita tutti gli aspetti della personalità del colpevole, come è invece il caso nel diritto penale. cc) Nel caso di specie, il Consiglio della magistratura - fondandosi integralmente sulla versione dei fatti fornita dallo stesso ricorrente in sede d'inchiesta penale - ha in sostanza potuto accertare che nel mese di febbraio del 1999 egli, nella sua qualità di presidente del Tribunale penale ticinese, aveva ricevuto un'istanza, firmata dal Procuratore generale del Cantone Ticino, avv. Luca Marcellini, per la confisca di circa 3 milioni di franchi svizzeri appartenenti al cittadino italiano Francesco Prudentino e ad alcune società a lui vicine, in quanto ritenuti provento da attività criminale. Dopo una prima presa di contatto informale con il magistrato requirente al fine di valutare se questi fosse disponibile a trovare una soluzione in grado di porre termine, per ragioni di economia processuale, alla procedura in parola tramite una transazione, il 14 giugno 1999 il giudice Verda convocò le parti interessate ad un'udienza. In quell'occasione egli propose la confisca di all'incirca la metà dei beni posti sotto sequestro e la liberazione della quota restante per mancanza di prove sufficienti a dimostrarne l'origine criminosa. Ottenuto l'accordo sia del Procuratore generale che del patrocinatore di Prudentino, la transazione venne quindi trasposta nella sentenza resa il 24 giugno 1999 dallo stesso giudice Verda a conclusione del procedimento di confisca. Sennonché nel frattempo, e più precisamente il 14 maggio 1999, quest'ultimo si era recato insieme alla sua compagna (e ora moglie), Désirée Rinaldi, a Monte Carlo in quanto ospite di Gerardo Cuomo, un pregiudicato italiano con il quale da qualche mese aveva instaurato un rapporto d'amicizia. Qui il giudice Verda parlò al Cuomo del procedimento di confisca in atto nei confronti di Francesco Prudentino, mostrandogli una fotocopia dell'istanza introdotta dal Procuratore generale Marcellini dalla quale risultavano i singoli importi in gioco. Sempre secondo quanto ammesso dal ricorrente, in quell'occasione Cuomo, che era a conoscenza di una pesante posizione debitoria di Désirée Rinaldi, informò il magistrato ticinese - il quale non si oppose - della sua intenzione di prendere contatto con Francesco Prudentino per proporgli di lasciare a disposizione dello stesso Verda, ma per i bisogni della sua compagna, la metà della somma che quest'ultimo avrebbe dissequestrato al termine del procedimento di confisca. Gerardo Cuomo telefonò quindi seduta stante al Prudentino, il quale si dichiarò d'accordo con la proposta che gli venne formulata. Nelle settimane che fecero seguito a questo incontro, l'insorgente tenne aggiornato Gerardo Cuomo in merito all'evoluzione della procedura di confisca in corso. Tuttavia, una volta ottenuto il dissequestro parziale dei beni, Francesco Prudentino non rispettò gli accordi presi e trasferì i propri averi all'estero. Ora, il fatto che il Consiglio della magistratura si sia rifiutato - nell'ottica di un apprezzamento anticipato delle prove - di dar seguito ai complementi istruttori richiesti dall'insorgente sfugge alle censure formulate nel gravame. A questo proposito occorre considerare che gli avvenimenti sopra descritti nonché le varie risultanze istruttorie agli atti permettono di affermare che, per quanto lo stato di salute del ricorrente abbia potuto influire sulla sua personalità, questi ha comunque evidenziato durante le varie fasi della vicenda un comportamento tutto sommato coerente e razionale, che non permette di prendere in seria considerazione l'ipotesi secondo la quale egli era divenuto completamente incapace di comprendere l' effettiva portata dei propri atti. Tutt'al più si potrebbe ipotizzare che l'insorgente abbia agito in uno stato di scemata responsabilità, a causa della malattia che proprio nella primavera del 1999 aveva ripreso a manifestarsi. Ma anche in questo caso ben difficilmente il Consiglio della magistratura sarebbe potuto pervenire ad una conclusione diversa da quella qui in discussione. Si deve infatti considerare che dal profilo deontologico le infrazioni commesse dal ricorrente risultano estremamente gravi. È in effetti del tutto inammissibile, nonché contrario ai più elementari doveri di funzione, che un alto magistrato dell'ordine giudiziario si rechi all'estero con dei documenti inerenti ad un procedimento penale di sua competenza, mostri gli stessi a delle persone del tutto estranee alla causa e accetti, almeno per atti concludenti, di far beneficiare la propria compagna di determinati vantaggi pecuniari direttamente legati all'esito della lite su cui dovrà pronunciarsi. Ed è ancora inaccettabile che lo stesso magistrato giudicante comunichi informazioni in merito agli sviluppi di un processo in atto sempre a persone estranee al medesimo, sapendo oltretutto che queste sono in contatto con una delle parti attive nel procedimento. Ora, un simile modo d' agire appare a tal punto lesivo della dignità del magistrato che, sul piano delle responsabilità disciplinari, nulla muterebbe nella sostanza quand'anche si volessero riconoscere al ricorrente delle attenuanti per quanto riguarda la sua colpevolezza. Se ne deve dunque dedurre che è senza incorrere in nessuna forma di arbitrio che l'autorità cantonale ha ritenuto ininfluenti per l'esito della procedura disciplinare le prove offerte dal ricorrente. Di conseguenza, non sussistono gli estremi per ammettere una lesione del diritto di essere sentito.