Citation: 1P.786/2003 27.05.2004 E. 2

I ricorrenti fanno valere una violazione dell'art. 6 n. 1 CEDU, rimproverando alla Corte cantonale di avere a torto limitato all'arbitrio il proprio potere di cognizione. Sostengono ch'essa - disattendendo anche gli art. 61 e 62 della legge cantonale di procedura per le cause amministrative, del 19 aprile 1966 (LPamm) - non avrebbe accertato correttamente la fattispecie, omettendo in particolare di considerare la presenza di numerosi tetti piatti nel comprensorio del nucleo. 2.1 Secondo l'art. 6 n. 1 CEDU, ogni persona ha diritto ad un'equa e pubblica udienza davanti a un tribunale indipendente e imparziale costituito per legge, al fine della determinazione dei suoi diritti e dei suoi doveri di carattere civile. I ricorrenti ritengono, a ragione, che questa garanzia si applichi anche alla fattispecie: in effetti, il diniego della licenza edilizia e l'ordine di ripristino hanno conseguenze dirette sull'esercizio dei loro diritti di proprietà e riguardano quindi "diritti di carattere civile" (DTF 127 I 44 consid. 2a e rinvii, 117 Ia 522 consid. 3c/bb). L'art. 6 n. 1 CEDU esige quindi che i ricorrenti siano giudicati da un tribunale indipendente e imparziale, ciò che è di certo adempiuto mediante la facoltà di ricorso al Tribunale cantonale amministrativo, purché quest'ultimo abbia pieno potere cognitivo riguardo alle questioni di fatto e di diritto. In quest'ambito, la norma convenzionale non impone, per contro, un controllo dell'adeguatezza della decisione impugnata (DTF 120 Ia 19 consid. 4c, 119 Ia 321 consid. 6a/cc, 117 Ia 497 consid. 2e). 2.2 La Corte cantonale ha esposto diffusamente la nozione di alterazione di sito pittoresco secondo il decreto legislativo sulla protezione delle bellezze naturali e del paesaggio, del 16 gennaio 1940 (DLBN), e il suo regolamento di applicazione (RBN). Ha quindi accertato che il nucleo di Ascona costituisce un sito pittoresco soggetto ai vincoli di protezione, segnatamente al divieto di alterazione. Ha poi condiviso le valutazioni operate dalle istanze inferiori, rilevando che lo squarcio nel tetto, di 5,30 m per 3,10 m, non si integrava convenientemente nel contesto delle costruzioni del nucleo, costituendo un elemento suscettibile di modificare in modo percettibile il carattere del sito pittoresco e gli armoniosi equilibri delle sue componenti, in modo particolare se visti dalla collina o dagli edifici circostanti. I Giudici cantonali hanno ritenuto che l'effetto dell'apertura sul tetto, provocata dalla terrazza, era chiaramente documentato dalla fotografia aerea agli atti e hanno considerato irrilevante l'ubicazione dell'edificio al margine del nucleo, ritenuto che la protezione si estendeva all'intero sito. Né era determinante il fatto che la terrazza fosse visibile solo dalla collina, siccome l'armoniosa modulazione delle falde dei tetti del nucleo era tutelata nel suo insieme in quanto percepibile dall'alto. Pure la circostanza secondo cui tale componente architettonica non veniva notevolmente alterata dall'intervento edilizio e quella secondo cui, prima dell'entrata in vigore del piano regolatore, nel nucleo erano stati realizzati alcuni tetti piani ad uso terrazza, non erano determinanti, decisivo essendo il fatto che lo squarcio nel tetto a falde era unico nel comparto territoriale interessato e non vi si inseriva armoniosamente: le coperture degli edifici, costituite in massima parte da tetti a falde, configuravano nel loro insieme un elemento urbanistico omogeneo, in cui l'inserimento della terrazza risultava estraneo alle tipologia delle costruzioni esistenti. La Corte cantonale ha inoltre ritenuto che, sia tenendo conto della latitudine di giudizio dell'autorità comunale nell'interpretazione del proprio diritto, sia esaminando la fattispecie con pieno potere cognitivo, il Municipio poteva ritenere il manufatto in contrasto con l'art. 17 delle norme di attuazione del piano particolareggiato del nucleo tradizionale (NAPRNT), che per tetti e sottotetti esige coperture che concorrono a creare un'immagine di unitarietà di forme e di materiali. Risulta quindi dalle esposte argomentazioni che la Corte cantonale non ha limitato all'arbitrio la propria cognizione, ma ha statuito liberamente sulla fattispecie, conformemente agli art. 61 e 62 LPamm, esaminando in modo esteso sia l'accertamento dei fatti sia l'applicazione del diritto. La causa comportava del resto la concretizzazione di nozioni giuridiche indeterminate e l'esercizio del potere di apprezzamento, ciò che consentiva ai Giudici cantonali di tenere conto di una certa latitudine di giudizio delle autorità inferiori (cfr. art. 61 cpv. 2 LPamm). Il fatto poi che nell'applicazione delle norme edilizie comunali viene riconosciuto al Comune un margine di valutazione e di apprezzamento, che gli compete in virtù della sua autonomia e che è assai ampio in questo campo, non contrasta con l'art. 6 n. 1 CEDU (DTF 117 Ia 497 consid. 2e, 103 Ia 468 consid. 2; sentenza 1P.593/1996 del 27 febbraio 1997 consid. 4, parzialmente pubblicata in RDAT II-1997, n. 21, pag. 62 seg.). Nelle esposte circostanze, ricordato che gli art. 29a, 191b e 191c Cost. accennati dai ricorrenti non sono tuttora in vigore (cfr. RU 2002, pag. 3147 segg.), la Corte cantonale non ha quindi disatteso l'invocata garanzia convenzionale. 2.3 I ricorrenti non sostengono esplicitamente che la Corte cantonale avrebbe accertato in modo arbitrario le dimensioni e le caratteristiche del terrazzo, come pure la tipologia prevalente delle coperture degli edifici più vicini, ma insistono sulla mancata assunzione di altri mezzi probatori, segnatamente del sopralluogo, che avrebbero consentito di constatare la presenza di numerosi tetti piani nella zona del nucleo. Ora, i Giudici cantonali non hanno negato l'esistenza nel nucleo di altri tetti piani ad uso terrazza, ma hanno ritenuto irrilevante tale circostanza, determinanti essendo le caratteristiche del manufatto controverso e il suo mancato inserimento armonioso nel contesto delle coperture, a falde e sostanzialmente omogenee, che caratterizzano gli edifici immediatamente circostanti. A giusta ragione la precedente istanza ha quindi rilevato che la situazione dei luoghi e dell'oggetto litigioso emergeva con sufficiente chiarezza dai piani e dalla fotografia aerea, che permettono di valutare adeguatamente dal profilo dell'estetica l'inserimento dell'opera in relazione ai tetti a falde vicini. La Corte cantonale, che poteva di principio procedere a un apprezzamento anticipato delle prove richieste se era convinta ch'esse non avrebbero potuto condurla a modificare la sua opinione, non ha pertanto violato né il diritto di essere sentiti dei ricorrenti, né il divieto dell'arbitrio rinunciando all'esperimento di un sopralluogo o all'assunzione di altre prove (DTF 124 I 208 consid. 4a, 122 II 464 consid. 4a). La possibilità di un apprezzamento anticipato delle prove è rispettosa anche dell'art. 6 n. 1 CEDU, che a questo proposito non conferisce garanzie più estese rispetto a quelle sancite dalla Costituzione (DTF 122 V 157 consid. 2b e riferimenti). 2.4 D'altra parte, a prescindere dal fatto che i ricorrenti non fanno valere, perlomeno con una motivazione conforme all'art. 90 cpv. 1 lett. b OG e alla giurisprudenza (DTF 129 I 113 consid. 2.1, 127 I 38 consid. 3c e rinvii), una violazione del principio della parità di trattamento, la sola presenza di taluni edifici con il tetto piano nel comprensorio del nucleo non permette di concludere che l'autorità ha trattato, senza motivi oggettivi, in modo diverso casi analoghi (cfr., sul principio, DTF 125 I 173 e rinvii). Nella fattispecie si tratta del resto della formazione di una nuova terrazza, di dimensioni non irrilevanti, mediante un'apertura in un tetto a falde, di modo che neppure il richiamo - fatto in sede di replica - della decisione governativa del 27 gennaio 2004, riguardante il cambiamento di destinazione in terrazzo di un tetto piano esistente sul fondo adiacente, è pertinente. Tanto più che, in quest'ultimo caso, il Governo ha ritenuto la copertura piana comunque in contrasto con le norme di piano regolatore relative al nucleo tradizionale e ha esaminato quindi l'intervento edilizio specificamente sotto il profilo dell'art. 39 del regolamento di applicazione della legge edilizia, del 9 dicembre 1992. Questa disposizione - che consente di riparare, mantenere e, a determinate condizioni, trasformare edifici ed impianti esistenti in contrasto con il nuovo diritto - non entra qui in discussione.