Citation: 4A_379/2020 E. 3.2.1

3.2.1. La ricorrente contesta in particolare l'entità dell'indennizzo riconosciuto per licenziamento abusivo, che la Corte cantonale ha aumentato da una a tre mensilità e fa valere che le difficoltà tra la dipendente e la datrice di lavoro sarebbero state reali, che D.________, direttrice della sua succursale luganese, avrebbe confermato almeno dei richiami verbali alla dipendente e che un'altra persona non avrebbe potuto testimoniare a causa di una grave malattia. Rimprovera poi ai giudici cantonali di non aver spiegato perché la ricerca di un nuovo impiego per la dipendente sarebbe stata problematica, e asserisce che le difficoltà a trovare una nuova occupazione non sarebbero fatti notori, verificabili senza alcun accertamento. La Corte cantonale avrebbe altresì violato il diritto federale (art. 317 CPC), siccome nella petizione la lavoratrice non avrebbe alluso a problemi nel reperire un nuovo impiego. Da quanto precede risulta che nemmeno nella motivazione del suo gravame la ricorrente spiega come sia da riformare il giudizio impugnato, né formula una proposta di giudizio cifrata o determinabile. Su questo punto, pertanto, il ricorso si avvera inammissibile. Anche qualora si volesse ritenere che la ricorrente abbia inteso ottenere la riforma della sentenza impugnata nel senso di essere condannata al pagamento di un'indennità per licenziamento abusivo pari a un solo salario mensile, il rimedio giuridico si paleserebbe nondimeno inammissibile su tale questione per anche altri motivi. Non è dato di sapere, intanto, come e perché le dichiarazioni di D.________ siano suscettibili di influenzare il giudizio impugnato, a maggior ragione ove i problemi da lei evocati non sono confermati da alcun teste. Quanto alla ricerca di una nuova occupazione, i giudici cantonali hanno concluso (diversamente dal Pretore) che per una madre con obblighi di accudimento verso tre figli in età scolastica sarebbe stato difficile trovare un nuovo impiego "con le limitazioni e i vincoli che ciò comporta". A detta della ricorrente, l'opponente non avrebbe potuto alludere alla sua triplice maternità con l'appello per giustificare una maggiore indennità per licenziamento abusivo. Non consta, però, che l'insorgente abbia eccepito qualcosa di simile nella sua risposta all'appello, di modo che la sua doglianza è irricevibile in assenza dell'esaurimento effettivo delle vie di ricorso cantonali (sopra, consid. 2.1 cpv. 2). La difficoltà di trovare un impiego per il fatto di essere mamma, poi, non era che uno di vari fattori (attività soggetta ad autorizzazione cantonale, licenziamento senza particolari scrupoli dopo le richieste di spiegazione e l'avanzamento di pretese in buona fede, evocazione infondata di comportamenti scorretti da parte dell'opponente, rapporto di impiego valido da tre anni) che hanno indotto i giudici cantonali a fissare un'indennità maggiore rispetto a quella stabilita dal Pretore (cfr. sui criteri determinanti per fissare un'indennità secondo l'art. 336a CO: sentenza 4A_166/2018 del 20 marzo 2019 consid. 4.1, con rinvii; WOLFGANG PORTMANN/ROGER RUDOLPH, in: Basler Kommentar, Obligationenrecht I, 7a ed. 2020, n. 2 seg. ad art. 336a CO). Ciò posto, spettava alla ricorrente illustrare perché la Corte cantonale, che ha deciso secondo equità (cfr. DTF 123 III 246 consid. 6a pag. 255; sentenza 4A_699/2016 del 2 giugno 2017 consid. 5.2 con rinvii), avrebbe in concreto abusato del suo potere di apprezzamento. In simili fattispecie, infatti, il Tribunale federale non sostituisce il proprio apprezzamento a quello dell'autorità inferiore, ma interviene solo se questa ha abusato del suo potere di apprezzamento, vale a dire se si è basata su criteri inappropriati o se la decisione porta a un risultato manifestamente ingiusto o a un'iniquità scioccante (DTF 142 III 612 consid. 4.5; 136 III 278 consid. 2.2.1 con rinvii). Sotto questo profilo il gravame è insufficientemente motivato e si avvera irricevibile anche per tale motivo.