Citation: 1A.119/2005 13.07.2005 E. 4

4.1 Il ricorrente ravvisa poi un diniego di giustizia, poiché l'UFG si sarebbe rifiutato di esaminare le censure concernenti la pretesa violazione del principio della buona fede in relazione al suo asserito ruolo di agente infiltrato. La tesi è infondata, visto che l'Autorità federale ha esaminato questa censura (consid. 7d della decisione impugnata), stabilendo tuttavia che la stessa dev'essere addotta dinanzi alle autorità italiane rispettivamente ticinesi. 4.2 Dopo aver rilevato d'aver sempre negato i fatti rimproveratigli, eccetto nel quadro di un interrogatorio del 5 maggio 1994, durante il quale era assistito dai suoi difensori, il ricorrente asserisce d'essere diventato, dalla fine del 1986 sino all'inizio dell'anno successivo, un collaboratore di giustizia. Questo sulla base di un accordo non scritto, concluso nell'ambito del citato interrogatorio su proposta del Pubblico ministero italiano di giustizia, e alla presenza della polizia e un Procuratore pubblico sopracenerino, che gli avrebbe permesso di disporre tra l'altro di un vero "falso passaporto svizzero". Secondo l'asserito accordo, egli avrebbe dovuto confermare la versione di un pentito in cambio della sua definitiva scarcerazione e della rinuncia a fargli scontare qualsiasi ulteriore pena per fatti pregressi. L'esistenza di questo accordo sarebbe dimostrata sia dall'avvenuta scarcerazione, sebbene all'epoca la sentenza di Roma fosse nota e cresciuta in giudicato, sia dalla circostanza che sulla base dello stesso, fino all'emissione del mandato di arresto internazionale, egli avrebbe risieduto anche in Italia e sarebbe stato controllato dalla polizia in relazione anche a rogatorie elvetiche. Postula inoltre di far interrogare il suo legale di Varese, che aveva presentato la domanda di scarcerazione, e il Ministero pubblico italiano. 4.3 Sulla base delle indicazioni addotte dal ricorrente né l'accordo né i fatti da lui invocati risultano accertati o comprovati Ora, secondo la giurisprudenza, la nozione di alibi ai sensi dell'art. 53 AIMP, implicitamente richiamata dal ricorrente, dev'essere intesa nel senso classico, cioè della prova che al momento del fatto la persona perseguita non si trovava nel luogo di commissione del reato. Una versione dei fatti diversa da quella descritta nella domanda o semplici argomenti a discarico, come quello addotto nella fattispecie, non possono essere ritenuti in tale ambito (DTF 123 II 279 consid. 2b, 122 II 373 consid. 1c). Inoltre, con questa argomentazione, il ricorrente adduce in sostanza la sua estraneità ai reati oggetto della sentenza romana: ora, come già si è indicato, non spetta allo Stato richiesto pronunciarsi sulla colpevolezza dell'estradando e sulla fondatezza delle accuse mossegli (DTF 122 II 373 consid. 1c). 4.4 La Svizzera non può quindi sottrarsi, con riferimento all'asserito accordo, al suo obbligo di estradare (art. 1 CEEstr; causa 1A.199/2001 del 21 gennaio 2002, consid. 3; cfr. Zimmermann, op. cit., n. 89-1). Del resto, non spetta all'autorità di esecuzione né al giudice svizzero dell'assistenza o dell'estradizione, nel quadro di una valutazione sommaria e «prima facie» dei mezzi di prova, di eseguire o far eseguire indagini sulla credibilità di testimoni o di indagati per quanto concerne l'attendibilità delle loro dichiarazioni o, in generale, di altri mezzi di prova, come potrebbe esserlo il preteso accordo (DTF 117 Ib 64 consid. 5c pag. 88, 112 Ib 347 consid. 4; cfr. anche DTF 122 II 373 consid. 1c pag. 376). Trattandosi di una questione relativa alla valutazione delle prove, spetterà alle autorità italiane risolverla, visto che l'accordo, secondo il ricorrente, sarebbe stato proposto dal Ministero pubblico italiano, al suo dire competente per definire le modalità tecniche dello stesso (cfr. DTF 121 II 241 consid. 2b pag. 244, 118 Ib 547 consid. 3a in fine pag. 552). La conclusione subordinata di procedere ai postulati interrogatori dev'essere pertanto respinta. 4.5 Ciò a maggior ragione visto che il ricorrente neppure sostiene d'aver sollevato tale questione, essendo a conoscenza della pena romana ancora da scontare, nell'ambito del procedimento penale conclusosi con le sentenze 13 ottobre 1994 del GIP e 15 gennaio 1996 della Corte di appello di Milano, procedimenti nei quali egli era patrocinato dal suo avvocato di fiducia, del quale chiede l'interrogatorio proprio sull'asserito accordo. Neppure lo scritto del 23 giugno 2005 del Ministero pubblico ticinese, prodotto dal ricorrente, muta l'esito del gravame. In effetti, osservato che al ricorrente venne rilasciato un "documento di viaggio" svizzero e ch'egli aveva offerto spontaneamente informazioni che potevano avere rilevanza penale, l'autorità cantonale ha precisato che né risulta che siano stati presi impegni di sorta con il ricorrente né tanto meno fatte promesse o pagate prestazioni. Nemmeno è poi documentato il contenuto dell'eventuale accordo intervenuto con la magistratura italiana. 4.6 Il ricorrente fa valere che il ritiro di una domanda di estradizione nel 1981, che al suo dire avrebbe valore di pregiudiziale cresciuta in giudicato, implicherebbe l'inammissibilità della domanda litigiosa, che sarebbe pertanto lesiva del principio della buona fede. Di questo principio il ricorrente, di massima, può prevalersi (cfr. DTF 117 Ib 337 consid. 2). La censura, fondata su una concezione erronea della forza di cosa giudicata di una decisione con cui è stata chiusa la procedura di assistenza o di estradizione (cfr. al riguardo DTF 121 II 93, Zimmermann, op. cit., n. 175), è comunque infondata. Infatti la domanda del 1981 non concerneva, manifestamente, la sua estradizione per l'esecuzione delle pene pronunciate nel 1985 e 1996, ma, semmai, il suo perseguimento penale. Il ritiro verosimilmente aveva trovato origine dalla circostanza che il ricorrente era stato udito in via rogatoriale. Del resto, neppure la reiezione di una domanda di estradizione osta, se fondata come nella fattispecie su fatti nuovi, a una sua ulteriore ripresentazione (DTF 112 Ib 215 consid. 4).