Citation: 1P.95/2002 18.03.2002 E. 2

2.1 Secondo l'art. 88 OG il diritto di presentare un ricorso di diritto pubblico spetta ai privati che si trovano lesi nei loro diritti da decisioni che li riguardano personalmente o che rivestono carattere obbligatorio generale. E' irrilevante la circostanza ch'essi avessero qualità di parte nella sede cantonale (DTF 123 I 279 consid. 3b, 121 I 267 consid. 2). Per costante giurisprudenza, il denunciante, la parte lesa o la parte civile non sono, di massima, legittimati a impugnare nel merito decisioni concernenti procedimenti penali nei quali erano, in quella veste, interessati; non sono in particolare legittimati a impugnare i giudizi con cui è stato pronunciato l'abbandono di un procedimento penale o è stata respinta la loro istanza di apertura dell'istruzione formale. La pretesa punitiva spetta infatti unicamente allo Stato ed essi non possono quindi prevalersi di un interesse giuridico ai sensi dell'art. 88 OG (DTF 125 I 253 consid. 1b e rinvii; sentenza del 21 dicembre 1999 nella causa B., consid. 3, pubblicata in RDAT I-2000, n. 52, pag. 496 segg.; sentenza del 6 dicembre 1999 nella causa R., pubblicata in RDAT I-2000, n. 53, pag. 498 segg.; Gérard Piquerez, Procédure pénale suisse, Traité théorique et pratique, Zurigo 2000, pag. 812, n. 3820 segg.). Le citate persone non possono pertanto rimproverare all'autorità cantonale di aver violato la costituzione, segnatamente il divieto dell'arbitrio nell'applicare la legge, nell'accertare i fatti, nel valutare le prove o nell'apprezzarne la rilevanza (DTF 125 I 253 consid. 1b; sentenza del 6 dicembre 1999, citata). Questa giurisprudenza è stata mantenuta anche dopo l'entrata in vigore, il 1° gennaio 2000, dell'art. 9 Cost. (cfr. DTF 126 I 81 consid. 3-6, 97 consid. 1a). Un interesse giuridico, proprio a conferire la legittimazione ricorsuale, è per contro riconosciuto a chi è vittima ai sensi della legge federale concernente l'aiuto alle vittime di reati del 4 ottobre 1991 (LAV; RS 312.5), vale a dire alla persona direttamente lesa nell'integrità fisica, sessuale o psichica da un reato (cfr. art. 2 cpv. 1 LAV), quando la decisione di abbandono o di non luogo possa avere degli effetti sulle sue pretese civili contro l'imputato (DTF 121 IV 317 consid. 3, 120 Ia 101 consid. 2a e f). Il Tribunale federale esamina liberamente se, in relazione a ogni reato prospettato, siano adempiuti questi presupposti (DTF 122 IV 71 consid. 3a, 120 Ia 157 consid. 2d). Secondo la giurisprudenza il denunciante ha la qualità di vittima quando, sulla base dei fatti in discussione, risulti che abbia subito una lesione di una certa gravità. Ciò non è per esempio il caso per le vie di fatto, che comportano unicamente inconvenienti di lieve importanza (cfr. Thomas Maurer, Opferhilfe zwischen Anspruch und Wirklichkeit, in: ZBJV 136/2000, pag. 306). Nel caso di reati contro la libertà personale, quali la minaccia, la coazione o il sequestro, occorre esaminare nel singolo caso se le circostanze fossero sufficientemente gravi da comportare una lesione diretta dell'integrità psichica del leso; a questo proposito entrano in linea di conto unicamente i postumi di un evento traumatico straordinario, semplici alterazioni del benessere, leggere o momentanee, non essendo determinati. Occorre invece che la persona lesa abbia subito un vero e proprio danno fisico o psichico (DTF 120 Ia 157 consid. 2d/aa-bb; cfr. anche DTF 127 IV 236 consid. 2b/bb, 125 II 265 consid. 2a/aa; sentenza 8G.38/2001 del 24 ottobre 2001, consid. 1h). D'altra parte, riguardo al prospettato reato di abuso di autorità, non essendo diretto contro la vita e l'integrità della persona, bensì contro i doveri d'ufficio e professionali, la qualità di vittima può essere riconosciuta solo alla persona direttamente lesa nella sua integrità fisica o psichica dall'atto incriminato (DTF 127 IV 189 consid. 2a). La ricorrente, che chiede l'apertura di un procedimento penale contro gli agenti di polizia per i titoli di abuso di autorità e sequestro di persona, sostiene di essere vittima ai sensi della LAV, siccome l'arresto l'avrebbe posta in uno stato di shock e le manette messele in quell'occasione le avrebbero lasciato segni sui polsi. L'intervento incriminato, secondo la ricorrente sproporzionato, le avrebbe inoltre provocato danni alla salute e all'immagine. Ora, premesso che la ricorrente adduce in sostanza generali pregiudizi del suo benessere senza precisarli e senza specificare l'eventuale esistenza di un rapporto di causalità tra questi nocumenti e la pretesa infrazione, è certo verosimile che essa abbia vissuto con inquietudine i fatti litigiosi, segnatamente in considerazione della sua situazione in quel momento (cfr. sentenza 8G.38/2001 del 24 ottobre 2001, consid. 1i). Tuttavia, le esposte circostanze non sono sufficienti per riconoscerle la qualità di vittima. In particolare, il fatto che le manette le abbiano provocato segni sui polsi e che le condizioni dell'arresto l'abbiano posta in un temporaneo stato di shock o aggravato la sua situazione non ha comportato per la ricorrente una lesione diretta di una certa gravità dell'integrità fisica o psichica. In concreto, il comportamento degli agenti di polizia non ha realizzato gli estremi di una seria turbativa dell'equilibrio psichico dell'interessata, equiparabile al trauma che potrebbe risultare da una presa d'ostaggi o da un sequestro di persona accompagnato da gravi minacce (cfr. sentenza 1P.439/1999 del 3 dicembre 1999, consid. 3b). La ricorrente non può pertanto prevalersi della qualità di vittima ai sensi della LAV, ciò che le avrebbe conferito la capacità di agire (art. 8 cpv. 1 LAV; DTF 120 Ia 157 consid. 2a-d). 2.2 Indipendentemente dalla carenza di legittimazione nel merito, il leso o il denunciante può tuttavia censurare la violazione delle garanzie procedurali che il diritto cantonale o gli art. 29 seg. Cost. e 6 CEDU gli conferiscono quale parte, sempreché tale inosservanza equivalga a un diniego di giustizia formale. Il leso o il denunciante può pertanto far valere, ad esempio, che il ricorso non sarebbe stato esaminato a torto nel merito, ch'egli non sarebbe stato sentito, che gli sarebbe stata negata la possibilità di offrire mezzi di prova o di consultare gli atti o che non gli sarebbe stata riconosciuta, a torto, la qualità di danneggiato (DTF 122 I 267 consid. 1b, 121 IV 317 consid. 3b, 120 Ia 220 consid. 2a; sentenza del 6 dicembre 1999, citata). Per contro, egli non è legittimato a censurare la valutazione che l'autorità ha fatto delle prove da lui offerte, segnatamente la circostanza che l'assunzione di queste prove sia stata rifiutata in base alla loro irrilevanza o al loro apprezzamento anticipato. Il giudizio su tali questioni non può infatti essere distinto da quello sul merito che tuttavia, come visto, il leso o denunciante non è legittimato a impugnare (DTF 120 Ia 157 consid. 2a/bb e rinvii). Ove la ricorrente critica la mancata assunzione, sulla base di un apprezzamento anticipato, delle prove da lei offerte, il ricorso è quindi pure inammissibile per carenza di legittimazione. Né la ricorrente è legittimata a censurare una pretesa mancanza di motivazione del giudizio impugnato su questo aspetto e un'asserita limitazione del potere d'esame della Corte cantonale. In effetti, quest'ultima ha ritenuto che dagli atti non emergevano seri indizi di colpevolezza a carico degli agenti riguardo ai reati di abuso di autorità e di sequestro di persona, non avendo essi abusato della loro carica e avendo anzi agito in modo proporzionato, nell'ambito delle loro competenze. Secondo l'ultima istanza cantonale non occorreva quindi esaminare se dovessero essere assunte altre prove o approfondite quelle già acquisite. Ora, ritenuto che le censure sollevate dalla ricorrente a questo proposito si confondono con il merito, essa otterrebbe - attraverso la via del ricorso di diritto pubblico - di far rivedere il merito della decisione impugnata, ciò a cui non ha invece diritto, mancandole la legittimazione (DTF 120 Ia 101 consid. 3b; Walter Kälin, Das Verfahren der staatsrechtlichen Beschwerde, 2a ed., Berna 1994, pag. 244 seg.).