Citation: 6B_916/2021 E. 4.4.2

4.4.2. Il ricorrente si è reso colpevole, in età adulta, di rapina aggravata, siccome dimostratosi particolarmente pericoloso, e di omissione di soccorso. Si osserva che già la forma semplice del reato di rapina è considerata grave al punto da implicare l'espulsione obbligatoria (art. 66a cpv. 1 lett. c CP). Benché agendo in stato di scemata imputabilità di grado lieve, ha deliberatamente inteso prendere di mira una donna indifesa, perché un uomo avrebbe potuto "essere più forte" di lui, al fine di rubarle la borsetta e disporre di denaro per acquistare della birra, e ciò malgrado fosse ricoverato volontariamente a causa della sua dipendenza dall'alcol e della depressione. Dopo avere spinto a terra la donna, afferrata per il collo, essersi seduto a cavalcioni su di lei, averla trattenuta a terra e averle inserito con forza il foulard nel cavo orale, le ha sottratto gli anelli e la collana e se ne è andato, lasciando l'anziana signora "come svenuta", "priva di sensi", anche se "respirava". La vittima ha riportato, oltre che diverse contusioni, un disturbo post-traumatico acuto da stress. L'insorgente è stato condannato a una pena di 3 anni e 6 mesi, ben superiore quindi alla "pena di lunga durata" che, nel diritto migratorio, può giustificare la revoca di un permesso di soggiorno allo straniero condannato penalmente (v. art. 62 cpv. 1 lett. b LStrI; DTF 139 I 145 consid. 2.1). La sua colpa, considerata oggettivamente e soggettivamente grave, è stata per finire definita medio-grave alla luce della scemata imputabilità di grado lieve. La CARP ha inoltre evidenziato come il ricorrente abbia delinquito durante il periodo di prova di una precedente condanna per fatti di una gravità inferiore, condanna all'origine peraltro del mancato rilascio del permesso di domicilio. Ne ha dedotto la sua scarsa capacità di trarre un qualsiasi insegnamento. A ciò aggiungasi un rischio, rilevato dal perito, di commettere nuovi reati anche contro le persone (v. supra consid. 3.5.3), in momenti in cui può ritenere di non avere niente da perdere, ciò che è allarmante in merito alle possibili conseguenze. Benché il rischio possa essere contenuto dalla misura pronunciata e dal supporto della famiglia, esso esiste. L'interesse pubblico all'espulsione del ricorrente è dunque importante. Sul comportamento tenuto dopo i fatti, da cui è trascorso invero non molto tempo, nulla di negativo può essere segnalato. Questo non significa però che non esista più alcun interesse pubblico alla misura dell'espulsione. Da un lato, da allora è privato della propria libertà. Dall'altro lato, malgrado la collaborazione fornita alle autorità inquirenti, le sue dichiarazioni finali non hanno permesso di far emergere "una piena e totale presa di coscienza della gravità del reato commesso". L'insorgente, classe 1973, è nato e cresciuto in Portogallo e vi ha costituito la propria famiglia. Conosce dunque la lingua, la cultura e le tradizioni del suo Paese e altrettanto dicasi per gli altri componenti della famiglia. Nel 2010, in età adulta, si è trasferito stabilmente in Svizzera, raggiunto poco dopo da moglie e figlio. Se è vero che vive in Svizzera da oltre 10 anni, la sua integrazione non risulta propriamente riuscita e il suo legame con il nostro Paese si riduce a quella che egli definisce "una piccola realtà domestica", vale a dire alla presenza di moglie e figlio maggiorenne. Adduce pure una "rete sociale", intesa però piuttosto come rete di operatori che, nel contesto della misura, lo aiuterebbero a reintegrarsi nella realtà ticinese. È vero che il perito, citato dal ricorrente, ha asserito che gli operatori potrebbero assisterlo nella reintegrazione professionale. Sennonché non si scorge, e neppure è spiegato nel gravame, quali possibilità di reinserimento professionale siano in concreto prospettabili, tenuto conto della nuova richiesta di invalidità ancora pendente. La sua espulsione dunque non sarebbe in contraddizione con la misura pronunciata. Inoltre, come già rilevato dalla CARP, le cure delle patologie di cui soffre l'insorgente, la dipendenza dall'alcol e la depressione nonché i disturbi respiratori, possono essere senz'altro dispensate anche in Portogallo che dispone di un buon sistema sanitario. Nulla indica che ciò dipenda dal trasferimento della moglie in Portogallo e dal fatto che vi trovi un nuovo lavoro, come insinuato senza particolari sviluppi nel ricorso. Il reato è stato commesso molti anni dopo il matrimonio. La moglie, elemento fondamentale per l'equilibrio del ricorrente, ha dichiarato di volergli stare vicino e di volerlo aiutare. Ella ha trascorso la maggior parte della sua vita proprio in Portogallo, dove ha anche lavorato, e poco più di 10 anni in Svizzera. Se non può essere negato che un suo eventuale rientro in Portogallo possa comportare delle difficoltà, queste non appaiono insormontabili e del resto il gravame non illustra il contrario. Qualora invece decidesse di rimanere in Svizzera, grazie alla sua attività professionale, sarebbe in ogni caso indipendente finanziariamente. Nemmeno le ripercussioni dell'espulsione sul figlio, oramai più che maggiorenne, risulterebbero oltremodo gravose. I suoi studi possono essere continuati in Svizzera con l'ausilio finanziario della madre rispettivamente grazie a un prestito o borsa di studio, oppure in Portogallo, Paese in cui è nato ed è vissuto fino all'età di 10 anni. In simili circostanze, l'espulsione del ricorrente non comporterebbe dunque necessariamente la separazione della famiglia e l'interesse privato dell'insorgente a rimanere in Svizzera in ragione dei suoi legami familiari va pertanto relativizzato e in ogni modo non prevale sull'interesse pubblico alla misura, che risulta dunque proporzionata vista anche la sua durata ancora contenuta.