Citation: 2P.333/2001 02.07.2002 E. 3

3.1 A parere delle ricorrenti, l'art. 3 della legge sull'esercizio della prostituzione - il quale vieta la prostituzione nei luoghi dove può turbare l'ordine pubblico, e segnatamente, la sicurezza, la moralità e la tranquillità pubblica - disattende la libertà economica garantita dall'art. 27 Cost. In effetti, secondo le interessate, l'art. 6 della medesima legge - che proibisce, nell'ambito dell'esercizio della prostituzione, tutte le azioni compiute da persone ad essa dedite e da loro clienti che turbano l'ordine pubblico e, segnatamente, la sicurezza, la moralità e la tranquillità pubblica - proteggerebbe gli stessi beni di polizia, contemplerebbe, oltre ai clienti o a chiunque disturbi la collettività, anche le prostitute, prevederebbe le stesse conseguenze (multa o arresto) e ciò con una misura quantitativamente e qualitativamente di minore incidenza. La norma querelata disattenderebbe pertanto il principio della proporzionalità. 3.2 La libertà economica garantita dall'art. 27 Cost. (e precedentemente dall'art. 31 vCost.) - di cui beneficia, in linea di principio, anche chi esercita la prostituzione (DTF 101 Ia 473 consid. 2b; 99 Ia 504 consid. 4) - assicura ad ogni persona il diritto di esercitare, a titolo professionale, un'attività privata tendente al conseguimento di un guadagno o di un reddito (DTF 125 I 276 consid. 3a e rinvii, riferiti al previgente art. 31 vCost., ma validi anche per il nuovo ordinamento). La citata norma costituzionale non impedisce tuttavia ai Cantoni di apportare delle restrizioni di polizia al diritto di esercitare liberamente un'attività economica al fine di tutelare l'ordine pubblico, la salute, i buoni costumi e la buona fede nei rapporti commerciali come pure di prevedere delle limitazioni fondate su motivi di politica sociale. Dette misure devono poggiare su di una base legale, essere giustificate da un interesse pubblico preponderante e limitarsi, conformemente al principio di proporzionalità, a quanto necessario per realizzare gli scopi d'interesse pubblico perseguiti (DTF 125 I 276 consid. 3a e riferimenti). 3.3 Le ricorrenti non criticano l'assenza di una base legale né sostengono che la norma contestata non risponda ad un interesse pubblico preponderante. Affermano invece che la stessa è sproporzionata in quanto gli obiettivi perseguiti possono essere raggiunti mediante una limitazione meno incisiva come quella di cui all'art. 6 della legge in esame. La critica è infondata. 3.4 Come rilevato dal Governo ticinese nelle proprie osservazioni, l'art. 199 CPS (norma-quadro che concerne l'esercizio illecito della prostituzione) conferisce ai Cantoni, nei limiti posti dal diritto federale (che vieta di reprimere la prostituzione in quanto tale), la facoltà di punire con l'arresto o con la multa chi infrange le norme cantonali sul luogo, il tempo o le modalità dell'esercizio della prostituzione, nonché quelle volte a disciplinare i cosiddetti molesti fenomeni concomitanti. Come emerge chiaramente dal Messaggio concernente la modificazione del Codice penale del 26 giugno 1985, relativo all'introduzione dell'art. 199 CPS, le prescrizioni che i Cantoni possono adottare sono quindi di due diversi tipi, concernono cerchie di interessati differenti e perseguono obiettivi differenti. Le prime permettono d'intervenire contro le prostitute stesse, fissando, ad esempio, dei luoghi determinati ove questo tipo di attività è proibito. Le seconde permettono invece di agire contro i clienti e, soprattutto, contro chiunque in questo contesto disturbi la collettività, proibendo determinati comportamenti nei luoghi ove l'esercizio della prostituzione è autorizzato (cfr. Messaggio citato in: FF 1985 II 901 segg., spec. 987). Per quanto concerne il primo tipo di norme, il Tribunale federale ha già avuto modo di osservare (cfr. DTF 101 Ia 473 consid. 6; 99 Ia 504 consid. 4b) - e non vi è motivo di scostarsi da questa prassi - che, considerate in particolare la gravità e le proporzioni assunte da tale fenomeno, il fatto di vietare l'esercizio della prostituzione mediante la delimitazione di zone proibite costituisce una scelta adeguata al fine di tutelare l'ordine pubblico, considerato inoltre che tale scelta è adattabile alle specificità delle situazioni locali. Il Tribunale federale ha quindi considerato che rispettano la libertà economica garantita dall'art. 27 Cost. e ciò anche dal profilo della proporzionalità, le norme cantonali che proibiscono - per motivi inerenti alla tranquillità pubblica - la prostituzione in prossimità degli ospedali e delle case di abitazione così come all'interno dei parchi accessibili al pubblico, quelle che - per motivi attinenti alla protezione della moralità pubblica - la vietano nelle vicinanze delle scuole e delle chiese, e, infine, quelle che - per ragioni riconducibili alla sicurezza pubblica - la vietano alle fermate dei trasporti pubblici durante le ore di esercizio. Per quanto riguarda invece il secondo tipo di norme, cioè quelle attinenti ai cosiddetti fenomeni molesti collaterali, le stesse sono volte prevalentemente a proteggere la collettività contro i disturbi concomitanti all'esercizio della prostituzione, come ad esempio i rumori eccessivi o i comportamenti che offendono le convenienze o la moralità pubblica. Da quanto testé esposto, discende che la finalità di questi due tipi di norme è diversa: le stesse sono sorrette da scopi che rispecchiano diverse sfaccettature dell'ordine pubblico e devono essere considerate complementari. È quindi errato sostenere, come fatto dalle qui ricorrenti, che l'art. 3 e l'art. 6 della legge querelata perseguono gli stessi obiettivi e che l'art. 6, poiché meno incisivo, è sufficiente per realizzarli. Su questo punto, i ricorsi, infondati, devono essere respinti.