Citation: 2A.422/2003 08.07.2004 E. 3

Nella fattispecie in esame, controversa è, in primo luogo, la tempestività dell'impugnativa interposta dal ricorrente dinanzi al Consiglio di Stato ticinese il 24 gennaio 2003 contro la decisione di revoca del permesso emanata l'11 dicembre 2002 dalla Sezione dei permessi e dell'immigrazione. Determinante è stabilire se la notificazione della decisione è validamente avvenuta a seguito del suo immediato invio per raccomandata oppure se il termine di ricorso ha cominciato a decorrere soltanto con la consegna diretta della risoluzione il 13 gennaio 2003. 3.1 Secondo consolidata giurisprudenza del Tribunale federale, quando il tentativo di intimazione di un invio raccomandato si rivela infruttuoso e, di conseguenza, viene emesso un avviso di ritiro nella bucalettere del destinatario, l'invio è validamente notificato quando viene ritirato alla Posta. Se ciò non avviene entro il termine di ritiro, corrispondente a sette giorni, l'invio viene ritenuto notificato l'ultimo giorno di questo termine, nella misura in cui il destinatario doveva prevedere un'intimazione (cosiddetta "Zustellungsfiktion"; DTF 127 I 31 consid. 2a/aa; 123 III 492 consid. 1; 119 V 89 consid. 4b/aa; sentenza 2A.558/ 2000 del 29 gennaio 2001, in: RDAT II-2001 n. 12, consid. 3b/aa). Questa finzione trova giustificazione nell'obbligo che incombe alle parti ad un procedimento di adoperarsi affinché possano venir loro intimati gli atti giudiziari, obbligo che discende dal principio della buona fede. Si tratta dunque di un'incombenza che presuppone l'esistenza di un rapporto processuale (DTF 119 V 89 consid. 4b/aa; 116 Ia 90 consid. 2a; sentenza 2A.234/2001 del 15 febbraio 2002, in: Pra 2002 n. 100 pag. 579, consid. 2.2). 3.2 La Corte cantonale ha ritenuto che, dopo essere stato interrogato dalla polizia il 22 novembre 2002, il ricorrente avrebbe dovuto attendersi di ricevere un atto formale da parte delle autorità. Egli sarebbe infatti stato cosciente che la sua convivente doveva lasciare il territorio svizzero entro la fine del medesimo anno e che il suo permesso era stato ottenuto perché sposato da oltre cinque anni con un'altra donna, cittadina svizzera. Gli sarebbe perciò toccato l'obbligo di prendere le misure necessarie affinché la corrispondenza potesse essergli notificata, eventualmente tramite terze persone, anche in sua assenza. Il termine d'impugnazione avrebbe pertanto iniziato a decorrere alla scadenza della giacenza della raccomandata presso l'ufficio postale. 3.3 Benché sulla questione litigiosa il potere d'esame del Tribunale federale sia limitato all'arbitrio anche nell'ambito di un ricorso di diritto amministrativo, essendo i principi testé esposti applicati, per analogia, a titolo di diritto cantonale di procedura (DTF 128 II 259 consid. 1.5; 125 II 1 consid. 2a; 116 Ia 90 consid. 2b; sulle relative esigenze di motivazione: DTF 123 II 359 consid. 6b/bb; DTF 129 II 82 consid. 1.3, non pubblicato), l'argomentazione del Tribunale amministrativo non può essere condivisa. Intanto nei confronti dell'insorgente non era pendente alcun procedimento presso le autorità di polizia degli stranieri. In quanto titolare di un permesso di domicilio, egli non aveva più l'obbligo di dover sollecitare periodicamente il rinnovo della sua autorizzazione di soggiorno, situazione, quest'ultima, in cui avrebbe fors'anche potuto attendersi di ricevere comunicazioni ufficiali. Di per sé stessa, una semplice verbalizzazione nell'ambito di accertamenti di polizia non fonda inoltre un rapporto processuale da cui possa discendere la prevedibilità della notifica di atti giudiziari (DTF 116 Ia 90 consid. 2c/aa). Nel caso specifico, nel corso dell'interrogatorio del 22 novembre 2002 al ricorrente non è peraltro stata prospettata l'adozione di provvedimenti nei suoi confronti. L'atto istruttorio non è stato esperito a tale scopo, bensì, come rilevato dal Consiglio di Stato nella propria decisione, al fine di valutare la domanda di rilascio di un permesso di dimora annuale formulata dalla figlia minore e dalla convivente. Nemmeno l'ordine di partenza impartito a quest'ultima, mai al beneficio di un'autorizzazione di domicilio, doveva indurre il ricorrente ad attendersi personalmente una decisione formale: dal profilo della polizia degli stranieri il loro statuto era infatti diverso e non necessariamente correlato. Infine, anche se l'insorgente avesse effettivamente ottenuto il permesso di domicilio sottacendo fatti essenziali o fornendo false indicazioni - aspetto che verrà esaminato più avanti - la revoca dello stesso non poteva apparire tanto probabile da fondare l'obbligo di adoperarsi per permettere la consegna di atti amministrativi. 3.4 Il ricorrente sostiene di essersi attivato per entrare in possesso della decisione di revoca non appena saputo della sua pronuncia, al rientro dalle vacanze. Aggiunge di averne appreso l'esistenza in quanto il provvedimento era stato menzionato dalla Sezione dei permessi e dell'immigrazione in uno scritto indirizzato il 16 dicembre 2002 al patrocinatore che, per conto della convivente e della loro figlia, aveva chiesto una proroga del termine di partenza. Egli avrebbe pertanto rispettato il principio della buona fede processuale, che impone al destinatario di un atto, al quale lo stesso non è stato notificato, ma che ne conosce l'esistenza, di intraprendere senza indugio i passi necessari, onde salvaguardare i propri diritti (DTF 127 II 227 consid. 1b; 119 Ib 64 consid. 3b; 112 Ib 417 consid. 2d; sentenza 2P.144/1998 del 14 giugno 1999, in: RDAT II-1999 n. 19t, consid. 4b/bb). Ora, indipendentemente dalla sua eventuale assenza, l'invito a rinviargli l'atto, formulato dall'insorgente il 30 dicembre 2002, è comunque intervenuto nello spazio di una dozzina di giorni dalla comunicazione al suddetto avvocato, avvenuta, per di più, proprio nell'imminenza delle festività natalizie e delle ferie giudiziarie. Il legale poteva peraltro legittimamente ritenere di non dover avvertire l'interessato, che non aveva mai patrocinato in questioni di diritto degli stranieri, presupponendo che fosse già stato informato direttamente. Il comportamento del ricorrente appare quindi corretto e il suo interessamento alla vertenza tempestivo. Del resto, nemmeno la Corte cantonale gli ha rimproverato di aver disatteso le regole della buona fede sotto questo aspetto, mentre ha censurato piuttosto il fatto che la risoluzione sia infine stata ritirata soltanto il 13 gennaio 2003. Il momento della consegna è stato tuttavia determinato, essenzialmente, dai tempi e dalle modalità adottate dall'autorità cantonale; non risulta peraltro che si sia dovuto sollecitare il ricorrente affinché si presentasse all'Ufficio regionale degli stranieri. 3.5 In definitiva, la decisione di revoca del permesso di domicilio è pertanto stata validamente notificata soltanto il 13 gennaio 2003. La deduzione della Corte cantonale, che ha ritenuto intempestivo il gravame presentato al Consiglio di Stato il 24 gennaio seguente, deriva dunque da un'applicazione insostenibile dei principi che reggono l'intimazione degli atti amministrativi. Questa conclusione non comporta comunque necessariamente l'accoglimento dell'impugnativa: seppur a titolo abbondanziale, entrambe le istanze ricorsuali cantonali hanno infatti esaminato anche gli aspetti di merito della controversia, tutelando pure da questo profilo la risoluzione dipartimentale. Ad analoga verifica si procede perciò anche in questa sede.