Citation: 6S.500/2006 02.02.2007 E. 4

4.1 Il ricorrente sostiene, nel merito del reato a lui imputato, che l'articolo 251 CP non è applicabile perché mancherebbe una chiara posizione delle autorità cantonali sull'oggetto del reato, egli avrebbe firmato la ricevuta incriminata con l'accordo della denunciante, la ricevuta firmata non costituirebbe documento ai sensi dell'articolo 110 n. 5 CP e comunque alla vittima non sarebbe derivato alcun danno. Invano l'insorgente sostiene che non sia chiaro su quale documento si fondi la sua condanna. La CCRP, infatti, ha accertato che gli era evidente sin dall'inizio che il procedimento a suo carico si basava sul documento annesso alla denuncia penale della presunta vittima, a comprova il fatto che egli stesso ha fatto sì che l'importo di fr. 3'050.-- riportato nel decreto di accusa fosse quantificato in circa fr. 3'000.-- (sentenza impugnata pag. 5). Affermando, poi, di aver firmato con l'accordo della denunciante, il ricorrente si discosta dagli accertamenti di fatto dell'autorità cantonale in modo inammissibile nell'ambito di un ricorso per cassazione (art. 277bis cpv. 1 PP). Pertanto, l'unica autentica censura di diritto federale contenuta nell'impugnativa è costituita dall'invocata violazione dell'articolo 251 CP, che l'insorgente reputa leso nella misura in cui la decisione impugnata lo ha a torto applicato allo scritto che il ricorrente ha ammesso di aver firmato. 4.2 Le infrazioni penali di falsità in atti intendono tutelare la fiducia che, nelle relazioni giuridiche, è riposta nei documenti quale mezzo di prova. Sono documenti segnatamente tutti gli scritti destinati e atti a provare un fatto di portata giuridica (art. 110 n. 5 cpv. 1 CP). La natura di documento di uno scritto è relativa. Uno scritto può dunque essere considerato un documento per taluni aspetti e non per altri. Esso costituisce un documento in virtù di questa disposizione se si riferisce ad un fatto di portata giuridica e se è destinato e atto a provare il fatto contrario alla verità. La finalità a provare un fatto può risultare direttamente dalla legge, ma anche dal senso o dalla natura dello scritto; per quanto riguarda l'idoneità a provare un fatto, essa può essere dedotta dalla legge o dagli usi commerciali (DTF 132 IV 57 consid. 5.1; DTF 126 IV 62 consid. 2a e rinvii). Commette falsità in documenti giusta l'art. 251 n. 1 CP chiunque, al fine di nuocere al patrimonio o ad altri diritti di una persona o di procacciare a sé o ad altri un indebito profitto, forma un documento falso od altera un documento vero, oppure abusa dell'altrui firma autentica o dell'altrui segno a mano autentico per formare un documento suppositizio, oppure attesta o fa attestare in un documento, contrariamente alla verità, un fatto di importanza giuridica. Questa disposizione concerne sia documenti falsi o la falsificazione di documenti (falsità materiale) sia documenti menzogneri (falsità ideologica). La falsificazione in senso proprio (falsità materiale) implica la formazione di un documento il cui vero estensore non corrisponde all'autore apparente. Il contraffattore crea un documento che inganna sull'identità di colui dal quale esso emana in realtà (DTF 128 IV 265 consid. 1.1.1). In questi casi, l'atto è punibile senza che sia necessario esaminare la questione di un suo eventuale contenuto menzognero (DTF 132 IV 57 consid. 5.1.1; 123 IV 17 consid. 2e). 4.3 Nel caso concreto importa innanzitutto chiarire se una ricevuta come quella firmata dal ricorrente a nome dell'ex impiegata della società di cui era socio gerente costituisca un documento ai sensi dell'art. 110 n. 5 cpv. 1 CP. La quietanza permette al debitore di facilitare la prova dell'estinzione della sua obbligazione stabilendo la presunzione che il debito ivi menzionato è stato saldato (v. art. 88 e 89 CO). Una quietanza è dunque un documento dotato per legge di un valore probatorio (DTF 121 IV 131 consid. 2c pag. 135). Nello scritto sul quale il ricorrente ha contraffatto la firma dell'ex dipendente si attesta la ricevuta da parte di quest'ultima di fr. 2'957.-- a titolo di stipendio e liquidazione del mese di dicembre 1998. Si tratta senza dubbio di un documento, essendo questo destinato e atto a provare l'estinzione dell'obbligazione del datore di lavoro di pagare il salario al lavoratore. Che tale scritto non fruisca di un valore probatorio accresciuto, come sostiene il ricorrente, non è rilevante. Infatti, la nozione restrittiva di documenti sviluppata dalla giurisprudenza si applica solo in caso di falsità ideologica e non, come nella fattispecie, in caso di falsità materiale (DTF 132 IV 57 consid. 5.2; 123 IV 17 consid. 2c e rinvii). 4.4 È stato appurato che l'insorgente ha contraffatto la firma della ex dipendente senza il suo consenso. Sottoscrivendo a nome della donna la ricevuta di salario, egli ha formato un documento falso, poiché falsificando la sua firma sulla quietanza le ha attribuito una dichiarazione, ossia quella di aver riscosso l'importo ivi menzionato, che essa non aveva fatto. L'autore apparente della firma non corrisponde all'autore reale, ciò che configura senz'altro gli estremi del reato di falsità in documenti. Perché la fattispecie di falsità in documenti sia adempiuta occorre inoltre che l'autore agisca al fine di nuocere al patrimonio o ad altri diritti di una persona o di procacciare a sé o ad altri un indebito profitto. La CCRP ha accertato in maniera insindacabile (v. art. 277bis PP) che l'agire del ricorrente è stato dettato dal maldestro tentativo di scongiurare possibili problemi tra l'impiegata e il datore di lavoro. Egli ha contraffatto la firma della dipendente sulla ricevuta nell'intento di liquidare ogni sua pretesa salariale nei confronti della società di cui era socio gerente, con lo scopo dunque di nuocere al patrimonio della vittima rispettivamente di procacciare alla società un indebito profitto. Poco importa che, in definitiva, B.________ non abbia subito alcun danno, secondo quanto afferma il ricorrente. L'infrazione di falsità in documenti infatti è un reato di pericolo e non d'evento (Bernard Corboz, Les infractions en droit suisse, vol. II, Berna 2002, n. 2 ad art. 251 CP, Stefan Trechsel, Schweizerisches Strafgesetzbuch, Kurzkommentar, 2a ed., Zurigo 1997, n. 1 ad art. 251; Andreas Donatsch/ Wolfgang Wohlers, Strafrecht IV, Delikte gegen die Allgemeinheit, 3a ed., Zurigo 2004, pag. 142).