Citation: 5A.27/2004 27.01.2005 E. 5.1

Nella procedura amministrativa federale vige il principio del libero apprezzamento delle prove (art. 19 PA combinato con l'art. 40 PC). La valutazione delle prove è innanzi tutto libera nel senso che non è legata a regole rigide, che prescrivano in modo preciso al giudice quando deve considerare una prova validamente riuscita e come ponderare l'importanza dei singoli mezzi di prova (Fritz Gygi, Bundesverwaltungsrechtspflege, 2a ed., Berna 1983, pag. 278 seg.). Nel caso di una decisione che grava il ricorrente - come nella fattispecie -, l'onere della prova è posto a carico dell'amministrazione. Nell'ambito dell'annullamento di una naturalizzazione agevolata l'amministrazione deve esaminare se l'unione coniugale fosse effettivamente vissuta nei momenti determinanti dell'introduzione della domanda e della naturalizzazione (DTF 130 II 169 consid. 2.3.1). In sostanza, trattasi di fatti attinenti al foro interiore, che spesso sono sconosciuti all'amministrazione e che risultano difficili da provare. L'amministrazione può pertanto vedersi obbligata a partire da fatti conosciuti (base della presunzione) per dedurre fatti sconosciuti (conseguenza della presunzione). Presunzioni di fatto posso risultare in tutti i campi di applicazione del diritto, segnatamente anche nel diritto pubblico. Si tratta di conclusioni fondate su probabilità e dedotte dalla comune esperienza di vita (Ulrich Häfelin, Vermutungen im öffentlichen Recht, in: Festschrift für Kurt Eichenberger, Basilea 1982, pag. 626; cfr. anche Peter Sutter, Die Beweislastregeln unter besonderer Berücksichtigung des verwaltungsrechtlichen Streitverfahrens, tesi Zurigo 1988, pag. 56 segg. e pag. 178 segg.; Fritz Gygi, op. cit., pag. 282 segg., e Max Kummer, Commento bernese, n. 362 seg. ad art. 8 CC). La presunzione di fatto, quale questione concernente l'apprezzamento delle prove, non tocca né l'onere della prova né la massima inquisitoria che regge la procedura amministrativa. Quest'ultima massima vuole sì che l'amministrazione cerchi anche elementi a favore dell'interessato atti a distruggere la presunzione. Tuttavia, con riferimento al tema in discussione, risiede nella natura delle cose che siffatti elementi spesso non possano essere conosciuti dall'amministrazione e siano unicamente noti all'interessato. È quindi compito di quest'ultimo, il quale non è solo obbligato a cooperare (art. 13 PA), ma che ha pure un eminente interesse a rovesciare la presunzione di fatto a lui sfavorevole, apportare la controprova, rispettivamente suscitare considerevoli dubbi sulla pertinenza della presunzione, adducendo motivi, rispettivamente elementi di fatto che facciano apparire convincente (e comprensibile) la circostanza secondo cui l'unione coniugale - che pochi mesi prima pretendeva intatta e vissuta congiuntamente - si sia nel frattempo talmente degradata da dover essere sciolta mediante divorzio (DTF 130 II 482 consid. 3.2). 5.2 In concreto, dopo essersi sposato nel 1991 con una cittadina svizzera, il ricorrente ha avuto nel 1994, anno in cui ha pure chiesto la naturalizzazione agevolata, una figlia nata da una relazione extraconiugale con un cittadina turca residente in Turchia. Nel 1996, anno in cui ha firmato una dichiarazione con cui attestava di vivere in un'unione coniugale reale ed integra, è nato un secondo figlio dalla predetta relazione extraconiugale. All'inizio del 1997 ha ottenuto la naturalizzazione e nel medesimo anno è stato effettuato il tentativo di conciliazione, quale primo passo della procedura giudiziaria che ha portato alla pronuncia del divorzio nell'ottobre 1998. L'8 marzo 1999 il ricorrente ha sposato la madre dei suoi due figli concepiti mentre era sposato con una cittadina svizzera. Già questi elementi bastano, indipendentemente dalla pretesa convivenza prematrimoniale, per suffragare la presunzione secondo cui nel momento determinante i coniugi non vivevano più in una reale stabile unione coniugale e che la naturalizzazione ottenuta mentre il ricorrente intratteneva la predetta pluriennale relazione extraconiugale sia stata conseguita in modo fraudolento. Nulla di quanto indicato nel ricorso riesce a rovesciare la predetta presunzione. Non basta infatti affermare che il declino della relazione coniugale fosse dovuto alla malattia della coniuge e che la relazione - da cui sono nati due figli - con la donna, conosciuta fin dall'infanzia e divenuta la sua seconda moglie, era "saltuaria e non certo duratura". Né è sufficiente sostenere che il Dipartimento federale non abbia valutato tutti gli elementi, rispettivamente che la decisione impugnata sia fondata su un accertamento di fatto incompleto e chiedere l'assunzione di una serie di incarti senza pertinenza con la predetta questione, quali, ad esempio, l'incarto dell'Ufficio federale dei rifugiati per il soggiorno fra il 1988 e il 1991 o quello dell'Ufficio di stato civile del Comune di attinenza. Nemmeno le dichiarazioni di terzi, che confermano che i contatti fra il ricorrente e l'allora moglie sarebbero "sempre rimasti forti e stretti" sono idonee a suscitare dubbi per quanto attiene alla pertinenza della presunzione di fatto nella fattispecie. Giova inoltre ricordare che lo stesso ricorrente riconosce di aver deciso con la sua ex coniuge di mentire al giudice del divorzio sui tempi di rottura del vincolo coniugale: in queste circostanze non è possibile muovere alcun rimprovero alle istanze inferiori per non essersi ciecamente fondate sulle dichiarazioni della coppia.