Citation: 5A_447/2009 26.11.2009 E. 5

Giusta l'art. 93 LEF ogni provento del lavoro può essere pignorato in quanto a giudizio dell'Ufficiale non sia assolutamente necessario al sostentamento del debitore e della sua famiglia. 5.1 Con riferimento alla prima posta modificata dall'autorità di vigilanza, la ricorrente fa valere che un appartamento di 2½ locali sarebbe troppo piccolo per 3 persone e che non ritiene giusto che per permetterle di estinguere il debito nei confronti del Tribunale di appello la figlia maggiore debba essere a carico dell'assistenza sociale. Afferma pure di aver sottoscritto un contratto di locazione di 5 anni e di avere un cane, motivo per cui dovrebbe trovare un locatore che accetti animali. Indica altresì di aver subito il 12 giugno 2009 un intervento al piede, che le impedirebbe di muoversi - e quindi di cercare un appartamento - per 4-6 settimane. Giova innanzi tutto rilevare che la ricorrente non contesta in quanto tale l'adeguatezza della pigione ritenuta nella decisione impugnata, né di non avere alcun obbligo di mantenimento nei confronti della figlia maggiore, né che questa non sia in grado di pagare la sua quota parte della pigione. Così stando le cose, l'autorità di vigilanza non ha violato il diritto, ritenendo che nel minimo esistenziale dell'escussa possano unicamente essere computati, a partire dal momento in cui l'appartamento di 3½ locali può essere lasciato, i costi di un appartamento per due persone. La ricorrente afferma invero di essersi vincolata per 5 anni; sennonché dal contratto di locazione agli atti risulta che dal 2007 il rapporto di locazione può essere disdetto per la scadenza 30 settembre, come ritenuto dall'autorità di vigilanza. Infine, nemmeno le difficoltà - in larga misura provvisorie - sollevate in relazione alla ricerca di un appartamento fanno apparire la decisione impugnata contraria al diritto: esse appaiono del tutto sormontabili, ricordato segnatamente che l'escussa può farsi aiutare dalla figlia minore che continuerà ad abitare con lei. 5.2 La ricorrente assevera di essere stata costretta a scegliere la clinica di Zurigo, perché in Ticino non ci sarebbero cliniche e medici all'altezza e a mo' di dimostrazione di tale circostanza afferma che nella clinica in cui è stata "si parlava solo italiano". L'operazione sarebbe unicamente stata resa possibile dal mutuo accordatole dal suo datore di lavoro, che ella si è impegnata a restituire in rate mensili di fr. 300.--. Con la predetta argomentazione, che si limita in sostanza a riportare la propria opinione sulla qualità delle cure mediche dispensate in Ticino, la ricorrente non allega in alcun modo che le spese sostenute a Zurigo siano state assolutamente necessarie a causa dell'impossibilità di far eseguire l'intervento nel suo Cantone di domicilio e nemmeno si confronta con l'argomentazione dell'autorità di vigilanza, secondo cui qualora vi fosse veramente stata un'indicazione medica per far effettuare l'intervento fuori Cantone, lo stesso verrebbe preso a carico della cassa malati. La censura si rivela pertanto inammissibile.