Citation: 5A_208/2020 E. 2.1

2.1. Se non si può ragionevolmente pretendere che un coniuge provveda da sé al proprio debito mantenimento, inclusa un'adeguata previdenza per la vecchiaia, l'altro coniuge gli deve un adeguato contributo di mantenimento (art. 125 cpv. 1 CC). Tale norma realizza due principi: da un lato, quello del "clean break", secondo cui ciascun coniuge deve, nella misura del possibile, acquisire la sua indipendenza economica e provvedere da sé ai suoi bisogni e, dall'altro, quello della solidarietà, in virtù del quale i coniugi devono sopportare in comune le conseguenze della ripartizione dei compiti scelta in pendenza di matrimonio (art. 163 CC; DTF 129 III 7 consid. 3.1; 127 III 136 consid. 2a). Il principio dell'indipendenza economica dei coniugi dopo il divorzio prevale sul principio della solidarietà: un coniuge può quindi pretendere un contributo alimentare soltanto se non è in misura di provvedere da sé al proprio debito mantenimento e se l'altro coniuge dispone di una capacità contributiva (DTF 137 III 102 consid. 4.1.2; 134 III 145 consid. 4). Il giudice deve in linea di principio tenere conto del reddito effettivo dei coniugi. Può però essere imputato loro un reddito ipotetico, a condizione che il conseguimento di tale reddito sia esigibilee possibile. Queste due condizioni devono essere cumulativamente soddisfatte. Il giudice deve innanzitutto determinare se si può esigere che il coniuge eserciti una determinata attività lucrativa o estenda il suo grado di occupazione, tenuto conto segnatamente della sua formazione, della sua età e del suo stato di salute; si tratta di una questione di diritto. Il giudice deve poi verificare se il coniuge ha effettivamente la possibilità di esercitare tale attività e quale reddito può conseguire, tenuto conto delle circostanze già menzionate e della situazione sul mercato del lavoro; si tratta di una questione di fatto (DTF 143 III 233 consid. 3.2; 137 III 102 consid. 4.2.2.2). In caso di matrimonio di lunga durata, per il coniuge che ha rinunciato a esercitare un'attività lucrativa vige la presunzione che non può essergli chiesto di riprendere un lavoro se al momento della separazione aveva già 45 anni. Questo limite di età non deve tuttavia essere considerato come una regola assoluta. La presunzione può essere rovesciata in funzione di altri elementi che depongano a favore della ripresa di un'attività lucrativa. Sussiste inoltre la tendenza a innalzare il limite d'età a 50 anni (DTF 137 III 102 consid. 4.2.2.2). Il limite di età è determinante soltanto qualora si pretenda da un coniuge una nuova entrata nella vita professionale, ma ha invece meno importanza qualora un coniuge già attivo professionalmente debba aumentare il grado di occupazione (sentenze 5A_538/2019 del 1° luglio 2020 consid. 3.1; 5A_319/2016 del 27 gennaio 2017 consid. 4.2, in FamPra.ch 2017 pag. 551). Il Tribunale federale ha per lungo tempo ritenuto che non si poteva inoltre esigere da un coniuge avente la custodia dei figli l'esercizio di un'attività lucrativa a un grado del 50 % prima che il più giovane dei figli avesse compiuto 10 anni e del 100 % prima che avesse compiuto 16 anni (DTF 137 III 102 consid. 4.2.2.2). Il Tribunale federale ha abbandonato tale prassi in una sentenza del 21 settembre 2018 a favore di un modello fondato sui livelli scolastici, considerando che è ormai ammissibile esigere da un coniuge che ha la cura dei figli l'esercizio di un'attività lucrativa al 50 % a partire dall'obbligo scolastico del più giovane dei figli, all'80 % a partire dal suo passaggio al livello secondario I ed al 100 % a partire dal compimento dei suoi 16 anni (DTF 144 III 481 consid. 4.7.6). Le linee direttive stabilite dalla giurisprudenza non sono tuttavia delle regole assolute e la loro applicazione dipende dal caso concreto: il giudice deve tenerne conto nell'esercizio del suo ampio potere di apprezzamento (DTF 144 III 481 consid. 4.7.9).