Citation: 2C_371/2018 E. 5.4.1

5.4.1. La giurisprudenza riconosce che in generale, contrariamente ai termini di prescrizione, i termini di perenzione non possono essere né sospesi, né interrotti, né infine prorogati (DTF 136 II 187 consid. 6; KRAUSKOPF, op.cit., pag. 210). Riservati sono tuttavia i casi in cui l'applicazione della perenzione urterebbe contro i precetti della buona fede, in particolare laddove lo Stato, con il proprio comportamento, abbia trattenuto il creditore dall'insinuare tempestivamente le proprie pretese creditizie (sentenze 2C_245/2018 del 21 novembre 2018 consid. 4.2 e 2C_707/2010 del 15 aprile 2011 consid. 4.7.1, entrambe con numerosi riferimenti). Al riguardo occorre precisare che un abuso di diritto non sussiste solo quando una persona agisce con dolo nei confronti della sua controparte, ma anche quando, senza alcun intento doloso, con il proprio comportamento le dà modo di credere che l'annuncio delle pretese non sia necessario mentre poi, contravvenendo al proprio atteggiamento, si avvale della prescrizione o della perenzione (DTF 116 Ib 386 consid. 3c/bb e consid. 4e con rinvio segnatamente alla DTF 83 II 93; vedasi anche JOST GROSS/VOLKER PRIBNOW, op. cit., pag. 373). In questi casi, il comportamento dell'ente pubblico deve avere avuto un nesso di causalità con il fatto che il creditore non ha poi fatto valere le proprie pretese entro il termine indicato dalla legge (DTF 126 II 145 consid. 3b/aa). La decisione in merito alle conseguenze della perenzione deve naturalmente essere presa in applicazione dei principi generali, ma deve altresì tenere in considerazione lo scopo che il legislatore intendeva perseguire con l'istituto della perenzione nell'ambito giuridico in questione, oltre che le circostanze del caso specifico (DTF 116 Ib 386 consid. 3c/bb).