Citation: 2A.120/2003 10.07.2003 E. 3

3.1 La ricorrente fonda sostanzialmente il proprio gravame sull'asserita violazione da parte della Corte cantonale degli art. 8 cpv. 3 Cost., nonché 3 e 6 LPar. Afferma che sia quando lavorava presso D.________ di Sorengo che durante le sue supplenze presso I.________ di Gerra Piano ella era stata inserita nella classe di salario più elevata prevista per la funzione. Sostiene dunque che al momento della sua nomina avrebbe dovuto essere collocata nella 28a classe di stipendio con 10 scatti di anzianità, vale a dire nella classe massima prevista dalla legge dopo la rivalutazione avvenuta nel 1990 della funzione di educatore, così come era stato fatto per i suoi colleghi F.________ e G.________. Ne deduce di essere vittima di una disparità di trattamento basata sul sesso. Sostiene inoltre che, tenuto conto della regola probatoria prevista dall'art. 6 LPar, toccava allo Stato dimostrare l'inesistenza di una simile discriminazione, cosa questa che - a suo dire - quest'ultimo non è stato in grado di fare. 3.2 La legge federale sulla parità dei sessi concretizza il diritto costituzionale del divieto di discriminazione, direttamente applicabile in virtù dell'art. 8 cpv. 3 Cost. (e già sancito dal previgente art. 4 cpv. 2 vCost.). In particolare, la terza frase dell'art. 8 cpv. 3 Cost. prevede che uomo e donna abbiano diritto ad un salario uguale per un lavoro di uguale valore: a questo proposito la legge sulla parità dei sessi non è più concreta della Costituzione e, dal profilo materiale, non contiene nulla che non sia già racchiuso nella norma costituzionale stessa (DTF 126 II 217 consid. 4a; 125 I 14 consid. 2b; 124 II 436 consid. 4 non pubblicato). Costituisce salario ai sensi dell'art. 8 cpv. 3 terza frase Cost. non soltanto la retribuzione salariale in senso stretto bensì ogni compenso per il lavoro fornito (DTF 126 II 217 consid. 8a; 109 Ib 81 consid. 4c). Secondo la dottrina, il salario comprende anche i compensi in natura, le provvigioni e le gratificazioni (Jörg Paul Müller, Grundrechte in der Schweiz, 3a ed., Berna 1999, pag. 465). La prestazione deve tuttavia avere una stretta relazione con il lavoro (DTF 126 II 217 consid. 8a e rinvii). Gli art. 8 cpv. 3 terza frase Cost. e 3 cpv. 1 LPar vietano ogni discriminazione diretta e indiretta di uomini e donne nei rapporti di lavoro a causa del sesso (DTF 126 II 217 consid. 4b; 125 I 71 consid. 2a; 125 II 385 consid. 3a). Una discriminazione è diretta allorquando si fonda esplicitamente sul sesso o su di un criterio applicabile a soltanto uno dei due sessi, senza alcuna giustificazione oggettiva (cfr. Elisabeth Freivogel, in: Margrith Bigler-Eggenberger/Claudia Kaufmann [a cura di], Kommentar zum Gleichstellungsgesetz, Basilea 1997, n. 125 ad art. 3). Vi è invece una discriminazione indiretta quando una regolamentazione formalmente neutra da questo punto di vista sfavorisce maggiormente o in misura preponderante gli appartenenti a un sesso rispetto a quelli dell'altro, senza che vi siano fondati motivi (DTF 125 I 71 consid. 2a; 125 II 385 consid. 3b, 530 consid. 2a, 541 consid. 2a; 124 II 409 consid. 7; Elisabeth Freivogel, in: Margrith Bigler-Eggenberger/ Claudia Kaufmann [a cura di], op. cit., n. 128 ad art. 3). Giusta l'art. 6 LPar, vi è da presumere l'esistenza di una discriminazione fondata sul sesso, se la persona che fa valere una simile circostanza la rende verosimile. In questi casi tocca al datore di lavoro dimostrare il contrario (DTF 127 III 207 consid. 3b con riferimenti). Questa disposizione costituisce un alleggerimento del principio generale stabilito dall'art. 8 CC secondo cui chi vuole dedurre un suo diritto da una circostanza di fatto da lui asserita, deve fornirne la prova (Sabine Steiger-Sackman, in: Margrith Bigler-Eggenberger/Claudia Kaufmann [a cura di], op. cit., n. 42 ad art. 6). Secondo costante giurisprudenza del Tribunale federale, detta presunzione nasce già a partire dal momento in cui è dimostrato che impiegati di sesso opposto, pur occupando all'interno della stessa struttura di lavoro una posizione simile con mansioni comparabili, beneficiano di un trattamento salariale diverso (DTF 127 III 207 consid. 3b; 125 III 368 consid. 4; 125 II 541 consid. 6a e 6b; 125 I 71 consid. 4a). L'esistenza o l'assenza di discriminazione, che dipende da questioni tanto di fatto che di diritto, non può essere provata in modo assoluto. Nella misura in cui una discriminazione è stata resa verosimile, l'art. 6 LPar impone al datore di lavoro di spiegare da un lato i fatti sui quali egli basa la sua politica salariale e dall'altro le ragioni che giustificano le differenze ritenute discriminatorie (DTF 125 II 541 consid. 6c; 125 III 368 consid. 4).