Citation: 6P.36/2000 05.07.2000 E. 7

7.- La ricorrente afferma altresì che le critiche contenute negli articoli incriminati sono lesive del suo onore e indica in primo luogo che tali articoli, dal punto di vista della prescrizione, costituiscono un'unità ai sensi dell'art. 71 cpv. 2 CP, per cui il termine della prescrizione dell'azione penale avrebbe cominciato a decorrere solo dal giorno della pubblicazione dell'ultimo articolo, ossia il 10 luglio 1997. Come già rilevato a proposito della prescrizione del diritto di presentare querela (consid. 6b), il Tribunale federale ha negato in casi di offese all'onore l' esistenza di un comportamento illecito durevole, contemplato esplicitamente o implicitamente, dalla fattispecie penale dell'art. 173 e segg. CP. Ne discende che ogni pretesa offesa all'onore costituisce di regola un atto a sé stante, di guisa che non può essere ammessa, in linea di principio, un'unità sotto il profilo della prescrizione (DTF 119 IV 199 consid. 2). La prescrizione assoluta essendo di quattro anni (art. 178 cpv. 1 e 72 n. 2 CP), la CRP ha limitato a ragione il suo esame unicamente agli articoli del quotidiano "La Regione" del 24 gennaio al 7 marzo 1996 (22gior a 27gior, 30gior e 31gior), nonché all'editoriale di Michele De Lauretis del 10 luglio 1997. Sul preteso carattere diffamatorio degli articoli così delimitati, la motivazione del ricorso è estremamente sommaria. Essa si limita a indicare che l'utilizzazione di termini quali "mazzette", "boss" e "pedigree dei suoi piazzisti" - riferiti alle presunte tangenti versate dalla ricorrente per ottenere l'appalto -, nonché lo "stillicidio quotidiano di accuse", risulta calunniante e diffamatoria (atto di ricorso pagg. 125 e 130). La questione dell'ammissibilità di tale censura alla luce delle esigenze poste dall'art. 273 cpv. 1 lett. b PP può tuttavia rimanere indecisa, data l'assenza manifesta dei presupposti dei reati di cui all'art. 173 e 174 CP. Al riguardo è sufficiente rinviare alle pertinenti considerazioni in fatto e in diritto (art. 36a OG) contenute nella sentenza impugnata (pagg. 10-12). In questa sede è opportuno rilevare che in un contesto di controversie politiche, come quello della fattispecie, il carattere lesivo dell'onore di certe affermazioni deve essere ammesso con riserbo, poiché queste ultime, considerata la posta in gioco, sono valutate con una certa prudenza dal lettore medio non prevenuto (DTF 118 IV 248 consid. 2, 116 IV 146 consid. 3c, 105 IV 194 consid. 2a e b). Tale modo di vedere permette di salvaguardare adeguatamente la garanzia costituzionale della libertà della stampa. Ne discende che, negando il carattere diffamatorio nonché calunnioso degli articoli litigiosi, i quali del resto commentavano fatti di dominio pubblico, la CRP non ha violato il diritto federale.