Citation: 6B_949/2014 E. 15.3

15.3. Considerando che tutto quanto apportato dai clienti in ff.________SA è stato utilizzato in maniera contraria ai loro interessi e consumato nella sua quasi integralità, la CARP ha concluso che l'attività societaria, la copertura dei costi, delle evoluzioni e la sopravvivenza in generale della società dipendevano interamente dai profitti degli atti illeciti. Ha quindi concluso che tutto quanto incassato dall'insorgente, in qualsiasi forma, da ff.________SA e da ii.________Inc. dev'essere ritenuto confiscabile. Poiché le somme in questione non sono più rintracciabili, essa lo ha condannato a un risarcimento equivalente, confermando l'importo di 7 milioni di franchi stabilito in prima istanza solo perché limitata dal rispetto del divieto della reformatio in peius. Alla luce dei principi appena esposti, queste considerazioni, scarne e alquanto approssimative, non possono essere tutelate. Richiamando quanto dichiarato dall'insorgente nel suo verbale di interrogatorio del 18 marzo 2011, la CARP ha ritenuto confiscabili gli importi versatigli da ff.________SA a titolo di emolumenti del CdA e di pigioni (per complessivi fr. 415'000.--) a cui ha aggiunto i capitali oggetto dei reati patrimoniali imputati all'insorgente. Sennonché i fatti esposti nella sentenza impugnata non permettono di concludere che l'integralità di questi importi abbiano profittato al ricorrente. Al contrario, risulta che i capitali (della truffa rispettivamente dell'amministrazione infedele) sono stati bonificati dai conti dei danneggiati a conti intestati a ff.________SA rispettivamente a ii.________Inc., o ancora a uu.________Familenstiftung. Non emerge peraltro che queste entità fossero in realtà da identificare con la persona dell'insorgente. Aggiungasi viepiù che, nell'ambito dell'amministrazione infedele aggravata, è considerato prodotto del reato ai sensi dell'art. 70 cpv. 1 CP, l'indebito profitto di cui all'art. 158 n. 1 cpv. 3 CP (NIKLAUS SCHMID, in Kommentar Einziehung, organisiertes Verbrechen, Geldwäscherei, vol. I, 2 aed. 2007, n. 31 ad art. 70-72 CP). Tale indebito profitto può essere procacciato in favore dell'autore medesimo e/o di terzi. Sarebbero dunque confiscabili in capo al ricorrente ad esempio i valori patrimoniali da questi ottenuti quali commissioni o retrocessioni per l'apporto dei capitali in parola nelle diverse entità e, se non più reperibili, sarebbe possibile condannarlo a un risarcimento compensatorio di pari importo. Per quanto concerne poi gli emolumenti del CdA e le pigioni percepite dall'insorgente, non possono essere considerati come la conseguenza diretta e immediata dei reati imputatigli. Risultano piuttosto essere la remunerazione per prestazioni effettivamente fornite alla società dall'insorgente. Sotto questo aspetto, benché all'origine dei reati che hanno consentito alla società di disporre dei fondi per pagare tali importi, la posizione del ricorrente sarebbe piuttosto da accostare a quella di un terzo acquirente ai sensi dell'art. 70 cpv. 2 CP (sulle nozioni di terzo acquirente rispettivamente di beneficiario nell'ambito della confisca v. sentenza 6B_80/2011 dell'8 settembre 2011 consid. 4.2-4.3). Sarebbe dunque concepibile ordinare un risarcimento compensatorio per le somme in questione nella misura in cui fosse stabilito che l'insorgente era consapevole, quanto meno per dolo eventuale, dei fatti che giustificavano una confisca (v. sentenza 6S.298/2005 del 24 febbraio 2006 consid. 4.2, in SJ 2006 I pag. 461), ovvero che la società si trovava in una situazione tale che riusciva a far fronte alle proprie spese solo grazie alla distrazione del denaro che le perveniva per essere investito (v. supra consid. 12.2). Su questo punto, il ricorso si rivela dunque fondato, senza che sia necessario esaminare le ulteriori critiche di disparità di trattamento rispetto agli altri coimputati.