Citation: 5A_918/2015 E. 3.2

3.2. Secondo l'art. 20a cpv. 2 n. 2 LEF, l'autorità di vigilanza constata i fatti d'ufficio. Essa può chiedere la collaborazione delle parti e, se rifiutano di prestare la collaborazione che da esse si può ragionevolmente attendere, dichiararne irricevibili le conclusioni. Questa disposizione non esime le parti dall'obbligo di collaborare all'accertamento dei fatti (DTF 140 III 175 consid. 4.3; 123 III 328 consid. 3), segnatamente quando una parte adisce l'autorità di vigilanza nel suo proprio interesse o se si tratta di circostanze da lei meglio conosciute e che toccano la sua situazione personale (sentenza 5A_253/2015 del 9 giugno 2015 consid. 4.1). Rimproverando genericamente alla Corte cantonale un mancato accertamento dei fatti d'ufficio, il ricorrente disattende l'effettiva portata di questa disposizione. Comunque, in concreto la Corte cantonale non ha omesso di eseguire determinati accertamenti, ma ha constatato che il ricorrente non è stato tratto in errore sull'identità del creditore, riguardo alla quale non ha manifestato dubbi. Gli sarebbe quindi spettato confrontarsi con questo accertamento, spiegando, con una motivazione conforme alle esigenze dell'art. 106 cpv. 2 LTF, per quali ragioni esso sarebbe in chiaro contrasto con gli atti e pertanto arbitrario. Per motivare la violazione del divieto dell'arbitrio (art. 9 Cost.) non basta infatti criticare semplicemente la decisione impugnata, contrapponendole una versione propria. Occorre piuttosto dimostrare per quale motivo l'accertamento dei fatti o la valutazione delle prove sono manifestamente insostenibili, si trovano in chiaro contrasto con la fattispecie, si fondano su una svista manifesta o contraddicono in modo urtante il sentimento della giustizia e dell'equità (DTF 134 I 140 consid. 5.4; 132 III 209 consid. 2.1; 129 I 173 consid. 3.1, 8 consid. 2.1 e rinvii). Il ricorrente elenca una serie di circostanze che a suo dire metterebbero in discussione l'identità del creditore, in particolare il fatto che non sarebbe più rappresentato da un patrocinatore in Svizzera, che le precedenti autorità cantonali sarebbero incorse in incertezze riguardo alle indicazioni del domicilio e che l'importo posto in esecuzione sarebbe inattendibile. Rinvia inoltre a un documento dell'incarto cantonale che attesterebbe le difficoltà incontrate dal ricorrente nel reperire il domicilio di B.________. Con queste argomentazioni, il ricorrente si limita ad esporre in modo appellatorio la propria valutazione dei fatti, ma non sostanzia l'arbitrio dell'accertamento relativo all'indubbia identità della persona creditrice, che è quindi vincolante per il Tribunale federale (cfr. art. 105 cpv. 1 LTF). D'altra parte, contrariamente a quanto egli sembra ritenere, nel giudizio impugnato l'autorità di vigilanza non ha stabilito che il creditore era domiciliato all'estero, bensì che l'indicazione del domicilio di X.________ era errata e che, ciononostante, il ricorrente non aveva nutrito dubbi sulla sua identità. Pure diversamente da quanto sembra addurre in questa sede, egli avrebbe inoltre potuto presentare eventuali allegazioni concernenti la pretesa incertezza relativa alla persona del creditore già dinanzi all'autorità di vigilanza, non potendogli certamente sfuggire la rilevanza potenziale di simili obiezioni per la questione, litigiosa, della validità del precetto esecutivo (cfr. DTF 120 III 11 consid. 1b).