Citation: 6P.93/2001 10.01.2002 E. 2

2.- a) Secondo giurisprudenza costante, nell'ambito dell'accertamento dei fatti e della valutazione delle prove il giudice di merito dispone di un ampio potere di apprezzamento. Per censurare un accertamento dei fatti o una valutazione delle prove arbitrari, non basta che il ricorrente contesti semplicemente la decisione impugnata o che vi contrapponga una propria versione o valutazione, quand'anche essa sia sostenibile o addirittura preferibile; egli deve dimostrare perché l'accertamento dei fatti e la valutazione delle prove da lui criticati sono manifestamente insostenibili o in chiaro contrasto con la situazione di fatto, si fondano su di una svista manifesta o contraddicono in modo urtante il sentimento della giustizia edell' equità. Non è sufficiente che la motivazione della decisione impugnata sia insostenibile, pure il risultato deve essere arbitrario (art. 90 cpv. 1 lett. b OG; DTF 125 I 71 consid. 1c; sulla nozione di arbitrio: DTF 126 I 168 consid. 3a, 125 I 166 consid. 2a, 124 I 208 consid. 4, 118 Ia 28 consid. 1b e rinvii). Quando, come in concreto, la cognizione con la quale ha giudicato l'ultima istanza cantonale è pari a quella di cui dispone il Tribunale federale nell'ambito del ricorso di diritto pubblico, solo la decisione di tale istanza, ad eccezione di quella dell'autorità precedente, può essere oggetto del gravame (DTF 125 I 492 consid. 1b e rinvii). Anche se la decisione dell'autorità cantonale inferiore non può essere impugnata formalmente, il ricorrente può e deve, nella motivazione del ricorso di diritto pubblico, contestare nel merito la valutazione delle prove eseguita dall'autorità inferiore ritenuta non arbitraria dall'ultima istanza cantonale, che fruiva di un potere d'esame limitato. Egli deve tuttavia confrontarsi contemporaneamente con la motivazione della decisione dell'ultima istanza, la sola che costituisce oggetto del litigio, e spiegare come e perché sia stata negata a torto una valutazione arbitraria delle prove da parte dell'istanza inferiore. Il Tribunale federale esamina senza riserva l'uso che l'autorità cantonale di ricorso ha fatto del suo limitato potere cognitivo (DTF 127 I 38 consid. 3c; 126 III 534 consid. 1b, 125 I 492 consid. 1a/cc, 116 III 70 consid. 2b, 112 Ia 350 consid. 1, 111 Ia 353 consid. 1b in fine; Karl Spühler, Die Praxis der staatsrechtlichen Beschwerde, Berna 1994, pag. 58 n. 140). b) Il ricorrente contesta di avere ucciso la vittima intenzionalmente e qualifica di arbitrari gli accertamenti compiuti in sede cantonale. Egli si sarebbe reso conto della morte di C.________ solo una volta rigirato il corpo dopo aver rovistato nell'appartamento in cerca di refurtiva. A sostegno della sua tesi, cita uno spezzone del verbale di interrogatorio del 26 maggio 1999, dove dichiara "[...] quando ho girato il nonno [C.________], dopo aver guardato nella cassaforte e dopo aver messo la calza mi sono accorto che il nonno era morto e quindi ho capito che intanto che lo stavo imbavagliando il nonno stava morendo". Sostanzialmente, egli propone i medesimi argomenti sollevati in sede cantonale, rinviandovi a tratti, senza confrontarsi in modo rigoroso con gli argomenti sviluppati nella sentenza impugnata. La questione dell'ammissibilità della censura può tuttavia restare indecisa poiché, comunque, infondata. c) In primo luogo, lo stesso ricorrente (gravame di diritto pubblico, pagg. 7 in fine e 11 in fine) riconosce espressamente che sono sostenibili sia la tesi da lui difesa che quella sposata dall'autorità cantonale. L'accertamento del carattere intenzionale dell'illecito litigioso (v. sentenza impugnata, pagg. 6-9 consid. 3) si poggia tra l'altro sul verbale di interrogatorio del 26 maggio 1999 nel quale il ricorrente, oltre alla frase da lui già citata nel gravame, dichiarava testualmente che una volta a terra C.________ "non si era più mosso" che "forse non era ancora morto, ma stava morendo" e che comunque fosse si era accorto che l'anziano "se ne stava andando". Di per sé, ciò non sarebbe forse rilevante se in aula il ricorrente non avesse testualmente ammesso di "aver avuto la percezione che C.________ stesse morendo quando gli prese le braccia da sotto il corpo per legargliele dietro la schiena": egli "non opponeva più nessuna resistenza; le braccia erano molli e lui capì che probabilmente stava morendo" (v. verbale del dibattimento, pag. 5). Tale ammissione è talmente chiara da non potere essere relativizzata, sotto il profilo dell'arbitrio, dalla lettura, per di più parziale, del verbale del 26 maggio 1999. Inoltre, benché durante l'elaborazione del piano il ricorrente non avesse avuto l'intenzione di uccidere l'anziano, egli, pur conoscendo l'età (83 anni) e lo stato di salute precario della sua vittima, era subito passato alle maniere forti. Dopo averla scagliata violentemente contro lo stipite della porta, averla afferrata per il collo della camicia e con uno sgambetto fatta cadere a terra con il viso contro il pavimento, si era seduto sulla sua schiena con forza per tapparle la bocca e aveva udito un rantolo. Ciò nonostante aveva cambiato il bavaglio, sostituendo la camicia, troppo larga, con l'asciugamano per stringerlo ancora di più. Si era seduto poi sulla sua testa, otturando le vie respiratorie, e le aveva legato le mani inerti dietro la schiena. Da tali constatazioni i giudici di merito hanno dedotto che, man mano che dava sfogo al suo impeto di violenza, il ricorrente aveva percepito, senza curarsene, le conseguenze del suo gesto. A siffatti argomenti, egli contrappone una propria versione dei fatti appellatoria e fondata su un'interpretazione isolata delle sue dichiarazioni. Pretende, inoltre, che la sua affermazione in aula era stata mal compresa a causa delle sue carenze linguistiche. Simile argomento risulta assai poco credibile, non foss'altro che per la presenza, come rileva a giusto titolo la CCRP (sentenza impugnata, pag. 7 consid. 3c), dell'avvocato difensore. Il ricorrente insiste ancora su tre circostanze "fondamentali" a suo favore che dimostrerebbero che egli, al momento di girare il corpo della vittima, fosse convinto che quest'ultima era ancora viva, ossia il fatto che, accortosi che la camicia ostruiva completamente la bocca dell'anziano, prese l'asciugamano per facilitargli la respirazione, che prima di voltarlo si infilò la seconda calza di nylon per evitare di essere riconosciuto e infine che, ancora prima di slegargli le braccia, egli lo liberò dal morso (gravame di diritto pubblico, pagg. 8-9). Tali censure, del resto già trattate dalla CCRP (sentenza impugnata, pag. 8 consid. 3e), hanno un carattere appellatorio manifesto e, pertanto, sono inammissibili. Il ricorrente sostiene poi che gli elementi da lui sollevati proverebbero l'arbitrio, se non singolarmente, perlomeno se "considerati nel loro insieme" (gravame di diritto pubblico, pag. 9 in fine). È invece l'insieme degli elementi valutati in modo dettagliato nella sentenza impugnata (consid. 3, pagg. 6-9) che dimostra che l'accertamento secondo il quale l'aggressore era consapevole che la sua vittima stava morendo è sostenibile. Pertanto, è senza alcun arbitrio che i giudici cantonali hanno accertato il carattere intenzionale dell'atto omicida. d) Il ricorrente si duole che la sua tesi difensiva non sia stata considerata in sede cantonale. A sua mente, scegliere un'interpretazione dei fatti quando ne esiste un'altra più favorevole all'accusato, senza nemmeno giustificare tale scelta, è manifestamente insostenibile (gravame di diritto pubblico, pag. 8). La Corte cantonale ha motivato in modo diffuso e dettagliato, per di più conformemente all'art. 29 cpv. 2 Cost. , le ragioni per cui essa considerava che il ricorrente aveva agito con coscienza e volontà; pertanto, anche tale censura va disattesa.