Citation: 6S.57/2005 20.07.2005 E. 3

3.1 In base all'art. 63 CP il giudice commisura la pena essenzialmente in funzione della colpevolezza del reo. Tale disposizione non elenca in modo dettagliato ed esauriente gli elementi pertinenti per la commisurazione della stessa. Essi sono tuttavia oggetto di una consolidata giurisprudenza, da ultimo illustrata in DTF 129 IV 6 consid. 6.1, alla quale si rinvia. In questa sede è sufficiente ribadire come il giudice di merito, più vicino ai fatti, fruisca di un'ampia autonomia. Il Tribunale federale interviene solo quando egli cade nell'eccesso o nell'abuso del suo potere di apprezzamento, ossia laddove la pena fuoriesca dal quadro edittale, sia valutata in base a elementi estranei all'art. 63 CP o appaia eccessivamente severa o clemente. 3.2 Giusta l'art. 68 n. 1 CP quando per uno o più atti un delinquente incorre in più pene privative della libertà personale, il giudice lo condanna alla pena prevista per il reato più grave aumentandola in misura adeguata. L'aumento non può tuttavia essere superiore alla metà della pena massima comminata. Il giudice è in ogni modo vincolato dal massimo legale della specie di pena. Se il giudice deve giudicare di un reato punito con pena privativa della libertà personale, che il colpevole ha commesso prima di essere stato condannato ad una pena privativa della libertà personale per altro fatto, il giudice determina la pena in modo che il colpevole non sia punito più gravemente di quanto sarebbe stato se i diversi reati fossero stati compresi in un unico giudizio (art. 68 n. 2 CP). Quest'ultima disposizione trova applicazione anche nel caso in cui la prima pena sia stata irrogata da un tribunale straniero, a condizione che la relativa sentenza sia passata in giudicato (DTF 127 IV 106 consid. 2c; 109 IV 87 consid. 2a). 3.3 Nel caso concreto il ricorrente si è visto dapprima infliggere, per i reati commessi in Italia nel 1995, una pena di quattordici mesi di reclusione da parte del Tribunale di appello di Torino, con sentenza 15 luglio 2002 cresciuta in giudicato. I fatti oggetto del presente procedimento sono stati commessi a Lugano tra agosto 1999 e marzo 2000, ossia anteriormente alla condanna italiana. In base all'art. 68 n. 2 CP entra dunque in linea di conto una pena addizionale (concorso reale retrospettivo; v. DTF 129 IV 113 consid. 1.1 e rinvii). Tale pena è stata fissata dall'autorità cantonale a dieci mesi di detenzione. Ne deriva quindi, per l'insieme di entrambi i procedimenti, una pena complessiva di ventiquattro mesi di privazione della libertà personale. Dato che questa pena complessiva supera la soglia di diciotto mesi, di cui all'art. 41 n. 1 cpv. 1 CP, i giudici cantonali non hanno concesso al condannato il beneficio della sospensione condizionale, nonostante che essa sia stata invece concessa per la prima pena. Tale operato è corretto e conforme alla costante giurisprudenza del Tribunale federale (DTF 109 IV 68; 94 IV 49; 80 IV 10; 76 IV 74), anche se nel caso concreto porta di fatto all'applicazione di una sorta di condizionale parziale, istituto non ancora vigente nel diritto svizzero, ma che verrà introdotto con la riforma della parte generale del CP già varata dal parlamento, la cui entrata in vigore non è stata ancora fissata (v. FF 2002 pag. 7362, futuro art. 43 CP; v. a questo proposito Roland M. Schneider, Commentario basilese, n. 352-354 ad art. 41). Parte della dottrina si è peraltro posta in questo ambito la questione di sapere se a fronte di condanne di un altro Stato debba comunque valere la soglia di diciotto mesi giusta l'art. 41 n. 1 cpv. 1 CP o non piuttosto l'eventuale soglia prevista dal diritto straniero. Su questa problematica non esiste finora giurisprudenza del Tribunale federale. Dato che nel caso in esame il diritto italiano prevede una soglia di due anni (art. 163 Codice penale italiano; v. pure Alberto Crespi/ Federico Stella/ Giuseppe Zuccalà, Commentario breve al Codice penale, Padova 2003, pag. 613-617), la questione va qui affrontata, poiché la pena complessiva concretamente irrogata non supera detto limite. Sennonché in questo ambito la legge penale svizzera non prevede deroghe al principio della territorialità, pur in condizioni di lex mitior: in base all'art. 3 n. 1 CP il Codice stesso si applica a chiunque commette un crimine o un delitto nella Svizzera. Nella fattispecie pertanto la legge non dà spazio a possibili eterointegrazioni mediante diritto straniero, per cui i tribunali svizzeri sono vincolati all'applicazione del Codice penale svizzero (così anche Schneider, op. cit., n. 151). Negando la concessione della condizionale l'autorità precedente non ha dunque violato il diritto federale. 3.4 Nel motivare l'entità della pena addizionale i giudici cantonali hanno dapprima sottolineato la gravità materiale dei reati commessi dal ricorrente, rammentando come egli si sia appropriato indebitamente di circa un milione di euro, non senza avere già anteriormente commesso una truffa grazie alla quale si era fatto consegnare in fasi successive una somma totale di circa 300 milioni di lire. La sua attività delittuosa si è inoltre protratta su un arco di cinque anni ed era finalizzata al mero profitto personale. Infine egli ha gravemente sfruttato il rapporto di fiducia che aveva instaurato con le sue vittime. A suo favore sono stati d'altro canto considerati la sostanziale incensuratezza, pur macchiata da un precedente risalente al 1983 per emissione di assegni a vuoto, il corretto comportamento processuale, pur senza confessione immediata, e la disponibilità a liberare in favore delle parti civili fr. 10'000.-- dalla cauzione prestata dal figlio. In maniera neutrale è stato invece valutato il risarcimento di 303 milioni di lire per i reati del 1995, posto che questa era una condizione impostagli dalla sentenza italiana per potere beneficiare della sospensione condizionale. Anche il fatto che fossero trascorsi nove anni dai reati oggetto del procedimento in Italia, non è stato ritenuto elemento di portata particolarmente significativa, visto che egli ha in seguito ancora pesantemente delinquito. In misura limitata sono stati infine considerati a suo favore il tempo trascorso dai fatti oggetto del presente procedimento, ovvero cinque anni, come pure l'assenza di reati dalla concessione della libertà provvisoria (sentenza impugnata pag. 5 e segg.). 3.5 Le considerazioni dell'autorità cantonale meritano tutela. Contrariamente a quanto sostenuto nel gravame essa ha tenuto conto in maniera equilibrata di tutti gli aspetti rilevanti per una corretta commisurazione della pena ai sensi dell'art. 63 CP. La pena inflitta non risulta eccessivamente severa, né emergono ragioni per attenuare la pena in applicazione dell'art. 64 cpv. 7 CP visto che il risarcimento per i reati del 1995 più che essere espressione di sincero pentimento costituisce formale adempimento di una condizione imposta dai giudici italiani per ottenere il beneficio della condizionale alla precedente pena detentiva. Non giovano al ricorrente nemmeno i puntuali richiami comparativi alla prassi ticinese in casi ritenuti analoghi (ricorso pag. 12 e segg.). A questo proposito va premesso che una certa disuguaglianza nell'ambito della commisurazione della pena si spiega normalmente con il principio dell'individualizzazione, voluto dal legislatore (DTF 124 IV 44 consid. 2c pag. 47). Tale disuguaglianza non è di per sé sufficiente per ammettere la sussistenza di un abuso del potere d'apprezzamento (DTF 123 IV 150 consid. 2a pag. 153). Il Tribunale federale non deve vegliare a che le singole pene corrispondano tra loro scrupolosamente, ma deve bensì unicamente badare a che il diritto federale sia applicato in modo corretto, segnatamente che non sia stato violato quanto predisposto all'art. 63 CP (cfr. Hans Wiprächtiger, Commentario basilese, n. 129 all'art. 63 CP, e rinvii giurisprudenziali). In questo senso, come già del resto rilevato da parte della CCRP (sentenza impugnata pag. 12), i giudici di prime cure non hanno certo manifestato particolare indulgenza nei confronti del ricorrente, ma non per questo hanno ecceduto o abusato nell'esercizio del loro potere di apprezzamento. Né si può ritenere, come invece addotto nel gravame, che l'autorità cantonale abbia trascurato il principio cardine della risocializzazione. L'opinione sostenuta da una parte della dottrina, secondo la quale in determinate circostanze a scopi di risocializzazione sarebbe possibile irrogare una pena inferiore a quella corrispondente al grado di colpevolezza del reo (v. Wiprächtiger, op. cit., n. 43 all'art. 63 CP, e rinvii dottrinali) è certo stata finora lasciata indecisa dal Tribunale federale (sentenza 6S.90/2004 del 3 maggio 2004, consid. 1.1.3), ma non necessita qui di ulteriori approfondimenti, nella misura in cui il ricorrente non allega particolari motivi per un contenimento della pena in ossequio al principio della risocializzazione, limitandosi a vaghi e non sostanziati accenni alle (ovvie) difficoltà professionali che deriverebbero dal fatto di dovere scontare una pena detentiva. Sarà compito del ricorrente, eventualmente con l'aiuto del suo difensore, affrontare con la competente autorità di esecuzione delle pene le questioni pratiche poste dal regime di privazione di libertà, utilizzando gli strumenti che la legge mette a disposizione proprio per assicurare il qui invocato principio della risocializzazione (v. a questo proposito Andrea Baechtold, Strafvollzug, Berna 2005, pag. 31-36).