Citation: 6B_371/2018 E. 3.3

3.3. Nell'ambito dell'esame della proporzionalità dell'espulsione di uno straniero giunto in Svizzera in età adulta, occorre prendere in considerazione la gravità del reato commesso e della colpa dell'autore, la durata della sua presenza nel nostro Paese, il tempo trascorso dalla perpetrazione dell'infrazione e il comportamento da egli tenuto da allora, i suoi legami sociali, culturali e familiari con il paese di residenza e con quello di origine, il suo stato di salute, la durata della misura, nonché le difficoltà che incombono su lui e la sua famiglia in caso di espulsione (DTF 139 I 145 consid. 2.4; v. pure sentenza 6B_506/2017 del 14 febbraio 2018 consid. 2.2). Nel valutare la minaccia che rappresenta lo straniero condannato penalmente e quindi l'interesse pubblico alla sua espulsione, volta a garantire la sicurezza e l'ordine pubblici prevenendo nuovi reati (v. DTF 139 I 16 consid. 2.2.1), il Tribunale federale si è sempre mostrato particolarmente rigoroso in presenza di infrazioni alla LStup (DTF 139 II 121 consid. 5.3 pag. 126), rigore che lo stesso legislatore ha voluto ribadire con l'adozione dell'art. 66a cpv. 1 lett. o CP. Come già menzionato nei fatti, il ricorrente si è reso colpevole, oltre che di contravvenzione alla LStup e di guida senza autorizzazione, di infrazione aggravata alla LStup, siccome riferita a un quantitativo di stupefacente che sapeva o doveva presumere poter mettere in pericolo la salute di molte persone, e per questi reati è stato condannato a una pena detentiva, senza condizionale, di 22 mesi, nonché alla multa di fr. 100.--, pena parzialmente aggiuntiva a quella inflittagli con decreto d'accusa dell'8 agosto 2016, e gli è stato revocato il beneficio della sospensione condizionale della pena pronunciata con decreto d'accusa del 9 dicembre 2014. Non può dunque essere seguito l'insorgente laddove afferma non trattarsi di una pena di lunga durata. Rilevasi peraltro (art. 105 cpv. 2 LTF) che l'autorità di prime cure ha qualificato esplicitamente la sua colpa come grave, essendo egli recidivo specifico, avendo agito con grande determinazione e per scopo di lucro, per guadagnare soldi facili e ha precisato che, se non fosse stato fermato, avrebbe continuato e incrementato la sua attività criminale (sentenza di primo grado pag. 51 seg.). Alla luce degli accertamenti cantonali non censurati (art. 105 cpv. 1 LTF), il pentimento espresso dal ricorrente e la sua addotta volontà di non delinquere più appaiono sterili. Da un lato la CARP ha constatato un ravvedimento solo limitato, dall'altro nei suoi confronti è stata formulata una prognosi negativa. L'insorgente si limita a contestare tale prognosi, senza tuttavia argomentare la sua censura (art. 42 cpv. 2 LTF), adducendo semplicemente il proprio rammarico. Orbene, in ambito di infrazioni alla LStup, il rischio di recidiva va di regola apprezzato con rigore (sentenza 2C_387/2017 del 29 maggio 2018 consid. 5.2 e rinvii). Risulta d'altronde che l'insorgente ha ricominciato a delinquere, commettendo i reati oggetto di questo procedimento, poco dopo essere uscito dal carcere, ove aveva trascorso 50 giorni, e nonostante avesse già ricevuto, non uno, ma ben due ammonimenti da parte delle autorità migratorie. Né il carcere né gli avvertimenti rivoltigli, né il connesso rischio di doversi separare dalla propria famiglia, che aveva vicino, lo hanno dunque dissuaso dal delinquere nuovamente. Quel che più allarma è che, in un contesto in cui avrebbe dovuto far prova di un comportamento irreprensibile, ha commesso non solo ulteriori, ma anche più gravi infrazioni, con quantitativi di stupefacente più importanti rispetto alle condanne precedenti. Il tempo trascorso dai reati in giudizio non è lungo: è stato fermato il 23 febbraio 2017, allorché trasportava insieme a due correi oltre 180 grammi di cocaina, e da allora è stato dapprima posto in carcerazione preventiva e successivamente in anticipata espiazione della pena. L'asserita, ma non accertata (art. 105 cpv. 1 LTF), buona condotta all'interno della struttura carceraria non risulta rilevante, atteso che in ogni caso durante l'esecuzione della pena ci si può e deve aspettare da qualsiasi condannato un comportamento adeguato, la vita all'interno di un istituto penitenziario, alla luce del relativamente stretto controllo a cui è sottoposto il detenuto, non potendo del resto essere paragonata a quella in società (DTF 139 II 121 consid. 5.5.2 pag. 128). Se la durata della presenza del ricorrente in Svizzera non è breve, neppure può essere ritenuta importante: vi risiede da 8 anni, ma ne ha trascorsi ben 23 nel suo paese d'origine dove è nato e cresciuto. Come esposto al considerando precedente, la sua integrazione è alquanto debole, per riprendere le parole della CARP, non emergendo particolari legami sociali o professionali con il luogo di residenza, ma invero una preoccupante situazione economica. L'unico suo ancoraggio appare essere la sua famiglia nucleare. Ci si può anche interrogare sulla solidità del legame coniugale, atteso che, benché sospesa, è ancora pendente una domanda di separazione, l'annullamento della relativa procedura preteso nel gravame non è per contro accertato (art. 105 cpv. 1 LTF). Non occorre comunque approfondire la questione, tenuto conto della presenza di figli, nati in Svizzera e titolari di un permesso di domicilio. Questi però sono tutti di nazionalità domenicana, come del resto la loro madre, e sono ancora in tenera età di modo che, in caso di un eventuale loro trasferimento all'estero, sono in grado di adattarsi senza grandi difficoltà alla nuova situazione. L'interesse superiore dei bambini non è quindi minacciato. La moglie del ricorrente è in Svizzera da quando aveva 14 anni, ma fino ad allora ha vissuto nella Repubblica Domenicana, paese che le è dunque familiare e di cui conosce la lingua. Ha un lavoro stabile che le permette di provvedere al sostegno economico della famiglia. Tuttavia, anche lei ha già ricevuto un ammonimento dalla competente autorità migratoria a causa dei debiti accumulati. L'insorgente sostiene che un trasferimento di sua moglie e dei suoi figli comporterebbe una messa in pericolo dello sviluppo della personalità dei bambini e la violazione dell'interesse privato della coniuge, i loro interessi non potendo essere ridimensionati alla luce dell'interesse pubblico alla sua espulsione. Da un lato, tali possibili conseguenze sono da ricondurre al comportamento dello stesso ricorrente, che ha delinquito per puro scopo di lucro, malgrado fosse già stato ammonito per ben due volte e quindi conscio dei rischi. Dall'altro lato, la sua argomentazione stupisce nella misura in cui al dibattimento d'appello ha indicato di voler trasferire tutta la sua famiglia nella Svizzera interna, con il consenso già espresso dalla moglie, nel caso in cui la sua prospettata attività professionale si fosse consolidata. A prescindere dalla misura dell'espulsione, la famiglia ha quindi già preso in considerazione di lasciare il suo luogo di residenza ticinese, per installarsi in una zona della Svizzera ove si parla tedesco, lingua che il ricorrente non conosce e che non risulta essere nota agli altri membri. Infine, va rilevato che l'espulsione è stata pronunciata per una durata di cinque anni, trattasi del minimo legale previsto dall'art. 66a cpv. 1 CP. In simili circostanze, come già correttamente concluso dalla CARP, l'interesse pubblico alla misura prevale su quello del ricorrente a rimanere in Svizzera e l'espulsione rispetta dunque il principio della proporzionalità.