Citation: 6P.19/2003 06.08.2003 E. 13

Il ricorrente sostiene inoltre che la CCRP ha violato l'art. 260bis cpv. 2 CP, omettendo di considerare la sua desistenza spontanea dagli atti preparatori punibili commessi nel contesto del secondo traffico di stupefacenti. 13.1 Ai sensi dell'art. 260bis cpv. 2 CP, è esente da pena "chi spontaneamente desiste dal consumare un atto preparatorio", nella misura in cui gli atti preparatori punibili di cui al cpv. 1 dello stesso articolo oppure definiti tali da altre leggi (v. art. 19 n. 1 cpv. 6 LStup) siano stati compiuti (DTF 115 IV 121 consid. 1e). In applicazione di questa norma è esente da pena chi spontaneamente, dopo aver eseguito tutti gli atti preparatori conformemente a un piano, abbia dimostrato di non essere più disposto a commettere il reato principale. Ove l'agente non abbia ancora portato a termine tutti gli atti preparatori pianificati, basta, perché possa ammettersi la sua desistenza, che egli abbia rinunciato spontaneamente a eseguire una parte essenziale degli atti preparatori. In base alla dottrina dominante e alla giurisprudenza, desiste spontaneamente chi non prosegue l'esecuzione del proprio piano per motivi che gli sono particolari, indipendentemente dalle circostanze esterne; non occorre che tali motivi siano d'indole morale (DTF 118 IV 366 consid. 3a; 115 IV 121 consid. 1h e riferimenti citati). Ciò è il caso ove l'agente - senza che l'esecuzione obiettiva sia divenuta particolarmente difficile - risolva di rinunciarvi per motivi interni (come vergogna, rimorsi, compassione o paura di delinquere); tali motivi interni possono nondimeno essere sorti anche in seguito a circostanze esterne (come, ad esempio, le invocazioni della vittima o le riserve manifestate da un compartecipe). Non è invece ritenuta spontanea la desistenza causata dall'impossibilità dell'esecuzione (salvo che essa non fosse nota all'agente), dal danneggiamento della cosa di cui l'agente voleva appropriarsi, dalla non conformità alle aspettative dell'agente o dal timore che la via di scampo sia impedita. 13.2 Nella sentenza DTF 121 IV 198 il Tribunale federale ha invero stabilito che nel caso di atti preparatori giusta l'art. 19 n. 1 cpv. 6 LStup, è esclusa l'applicazione delle attenuanti di pena in base ai principi generali del Codice penale. Questa sentenza, è vero, si riferiva specificatamente al tentativo ai sensi dell'art. 21 e segg. CP, mentre ha lasciato aperta la questione a sapere se anche le disposizioni relative alla desistenza (art. 21 cpv. 2 e 260bis cpv. 2 CP) debbano essere applicate per analogia (DTF 121 IV 198 consid. 2a "in fine"). La questione può tuttavia rimanere indecisa anche in questa sede, posto che la censura ricorsuale è senz'altro infondata. La Corte del merito, esaminando gli atti nel suo insieme (v. pagg. 79-81 della sentenza di primo grado), ha infatti concluso che l'insorgente si è ritirato dall'operazione nell'aprile del 1997 soprattutto perché insoddisfatto del trattamento economico riservatogli dai fornitori colombiani, convinto oramai che a quel punto - secondo le sue testuali parole - "..non c'era speranza di incassare i soldi" (v. verbale riportato a pag. 80 in alto della menzionata sentenza). Essendo per ammissione stessa del ricorrente questa la motivazione principale della sua desistenza, anche le altre circostanze invocate, quali la paura o il fatto di aver iniziato una attività lavorativa in Ticino, passano in secondo piano. Ora, colui che abbandona l'impresa perché resosi conto di non poter raggiungere l'obiettivo nemmeno volendolo, non desiste spontaneamente ai sensi della giurisprudenza relativa all'art. 260bis cpv. 2 CP, per cui non può essere ravvisata in concreto violazione alcuna del diritto federale.