Citation: 5A_891/2017 E. 2.2.2

2.2.2. Il ricorrente ritiene poi che la parte opponente avrebbe perso il suo diritto di contestare la sporgenza per aver tardato ad esercitarlo: a suo dire, il solo trascorrere del tempo senza che l'avente diritto chieda la cessazione della turbativa sarebbe infatti sufficiente per qualificare un'azione negatoria come abusiva giusta l'art. 2 cpv. 2 CC; in concreto, avendo la controparte lasciato trascorrere 23 anni prima di far valere i propri diritti, tale condizione sarebbe certamente realizzata. Come stabilito dalla giurisprudenza, se è vero che le azioni a protezione di diritti reali - pur non soggiacendo a scadenze e a termini di prescrizione - possono, a determinate condizioni, decadere se fatte valere troppo tardi, una perdita del diritto a causa di un suo esercizio tardivo non va ammessa alla leggera, poiché secondo l'art. 2 cpv. 2 CC un diritto non può essere protetto dalla legge soltanto quando il suo abuso è manifesto. Una perdita del diritto presuppone che l'avente diritto ne abbia tollerato per un lungo periodo la violazione e che il perturbatore, il quale ha nel frattempo acquisito una posizione meritevole di protezione, poteva in buona fede fidarsi dell'inazione dell'avente diritto (sentenze 5A_851/2010 del 17 marzo 2011 consid. 6.1; 5C.307/2005 del 19 maggio 2006 consid. 6.2 con rinvii, in ZBGR 88/2007 pag. 130). Contrariamente a quanto afferma il ricorrente, il fatto che la parte opponente abbia tollerato per molto tempo l'ingerenza non è pertanto già costitutivo di un abuso di diritto. Come appena visto, occorre inoltre che il perturbatore abbia acquisito in buona fede una posizione meritevole di protezione. Ora, limitandosi a sostenere in modo del tutto apodittico che "la buona fede del qui ricorrente è stata riconosciuta da entrambe le giurisdizioni inferiori" e che "in considerazione del lunghissimo tempo trascorso [...] l'assenza di ogni contestazione ha certamente fatto nascere una posizione che merita di essere tutelata", l'insorgente non dimostra l'adempimento di tale presupposto. Il fatto poi "che tra i proprietari pro tempore dei due fondi è stata sottoscritta già negli anni '30 una convenzione che prevede l'onere di coprire le scale a carico del proprietario del fondo del qui ricorrente" non emerge dall'impugnata sentenza e, non essendo nemmeno stata abbozzata una censura di arbitrio, non può essere tenuto in considerazione. Nella misura in cui è ammissibile, la censura va pertanto respinta.