Citation: 5P.144/2005 08.11.2005 E. 5

Alla luce di quanto precede va ora valutato se le obiezioni sollevate dalla ricorrente contro l'avvenuta, ripetuta concessione, da parte del giudice, di un termine per l'inoltro di una corretta traduzione in italiano dell'atto di appello possano configurare arbitrio nell'applicazione del diritto cantonale. 5.1 Assegnando all'opponente tre termini, per la ricorrente la Corte cantonale sarebbe incorsa nell'arbitrio, violando il precetto della perentorietà dei termini di gravame e la ratio della comminatoria di stralcio, svuotata in tal modo di ogni significato. Questa censura non appare pertinente. In primo luogo, come visto (supra, consid. 4.1), l'asserita perentorietà dei termini di gravame non vale quando si tratta di emendarne difetti di forma. Inoltre, pur se indicato come "unico" o "non prorogabile", il termine concesso non può sottrarsi alla libertà di apprezzamento di cui gode il giudice (supra, consid. 4.3; Rudolf Ottomann, op. cit., pag. 229), che il codice di rito ticinese, diversamente da altri, non limita (supra, consid. 4.4); nella contingenza, tale libertà si concretizza nella possibilità di fissare liberamente la durata di un termine, ed eventualmente di prolungarne la durata qualora apparisse chiaro che il termine inizialmente fissato non fosse sufficiente. Inoltre, è unanimemente riconosciuta la possibilità, per il giudice, di tornare su una misura di direzione del procedimento, per principio sempre modificabile (Rudolf Ottomann, op. cit., pag. 229, con rinvio a ZR 1988 nr. 66). La giurisprudenza ne ha dedotto che addirittura termini già prorogati con la menzione "per l'ultima volta" possono essere ulteriormente protratti, quando si siano prodotte nuove circostanze (Cocchi/Trezzini, Codice di procedura civile ticinese massimato e commentato, appendice 2000/2004, Lugano 2005, ad art. 130, nota 243, con rinvio alla sentenza 5P.154/2003 del 17 giugno 2003, consid. 2.1). Non è pertanto vero che la ripetuta concessione di proroghe, rispettivamente di nuovi termini, debba obbligatoriamente svuotare la comminatoria di stralcio di ogni significato. 5.2 Secondo la ricorrente, poi, una decisione diversa da quella presa non avrebbe configurato alcun eccesso di formalismo, atteso che tale non sarebbe stato neppure un eventuale rifiuto di un termine per emendare un ricorso presentato da persona non legittimata a rappresentare la parte. Il riferimento della ricorrente alla giurisprudenza del Tribunale federale in quell'ambito (sentenza 4P.226/2002 del 21 gennaio 2003, consid. 3, riprodotto in: SJ 2003 pag. 302 s.; v. pure DTF 125 I 166 consid. 3c) non può esserle di soccorso: in primo luogo, poiché come in quella sentenza espressamente rilevato, il rifiuto di principio a concedere un termine per rimediare al difetto eccepito in quella occasione prevede eccezioni (loc. cit., consid. 3.1 e DTF 125 I 166 consid. 3d). Inoltre, è connaturato nel divieto d'arbitrio che esso possa essere salvaguardato persino con due decisioni divergenti. 5.3 La ricorrente richiama poi la giurisprudenza cantonale, a suo dire chiara nello stabilire l'inammissibilità del ricorso in caso di inosservanza del termine di traduzione. Tuttavia, le sentenze citate non appaiono concludenti nel senso proposto dalla ricorrente. La sentenza 15 luglio 1974 (Cocchi/Trezzini, CPC-TI, ad art. 117, massima 7) si limita a riaffermare l'obbligo di procedere in giudizio in italiano, a ricordare l'avvenuta assegnazione di un termine per presentare la traduzione italiana di un atto di appello inoltrato in tedesco ed a constatare che tale termine è trascorso infruttuoso (Rep 1975 pag. 302). Da questa sentenza si può pertanto unicamente dedurre la nullità dell'atto redatto in lingua straniera, l'unico pervenuto (tempestivamente) alla Corte. Lo stesso dicasi della sentenza 25 marzo 1985 (Cocchi/Trezzini, CPC-TI, ad art. 117, massima 6), con l'unica differenza che in questo caso la traduzione era pervenuta alla Corte in ritardo; la constatazione cruciale è che il termine assegnato era sufficiente, e che il ricorrente avrebbe potuto, fra l'altro, chiederne una proroga motivata (Rep 1986 pag. 172). Lungi dall'essere di sostegno alla posizione della ricorrente, questa sentenza evidenzia dunque proprio la possibilità di chiedere ed ottenere una proroga di un termine assegnato per la traduzione di un atto. Peraltro, la posizione del Tribunale d'appello secondo la quale sia giustificato distinguere i casi in cui il ricorrente non ha reagito del tutto (o solo in ritardo), come quelli testé riportati, dal presente caso, caratterizzato proprio dall'inoltro tempestivo di un testo emendato, ma giudicato insufficiente dal giudice, non appare assolutamente arbitraria. Infatti, se l'assenza di reazione può essere vista come disinteresse nei confronti del procedimento, il fatto stesso di reagire tempestivamente conferma la serietà delle intenzioni della parte in fallo. È inoltre senz'altro verosimile, come sostiene il Tribunale d'appello, che l'opponente non mirasse in alcun modo a procrastinare la decisione, ciò che la ricorrente non ha peraltro mai preteso. Va poi ricordato come la concessione di uno o più termini per la traduzione in italiano di un atto processuale non conferisce alcun vantaggio sostanziale alla parte che lo richiede: il tribunale dovrà infatti comunque verificare l'identità sostanziale fra testo originale e traduzione, e non potrà tener conto di alcuna miglioria apportata per rapporto al testo originale. Né appare pertinente l'esempio relativo al tempestivo ma parziale versamento dell'anticipo richiesto: a parte il fatto che quello dell'atto processuale redatto in una lingua diversa dall'italiano, diversamente da quello del mancato o parziale versamento dell'anticipo, rappresenta un caso di nullità formale peculiare del diritto procedurale ticinese, al quale sono dedicate precise norme del codice di rito, va posto in risalto che l'esame del giudice sulla validità e sufficienza della traduzione risponde in buona parte anche a criteri soggettivi, mentre il tempestivo pagamento dell'anticipo è oggettivabile. Dunque, se - come qui - è il giudice a dover stabilire se la traduzione soddisfa i suoi criteri di esattezza e completezza, egli deve poter agire di conseguenza e semmai - qualora il suo esame sia particolarmente severo - concedere un ulteriore termine. Diverso è invece il discorso per l'anticipo, in merito al quale non vi possono essere malintesi né spazi soggettivi di apprezzamento. 5.4 A titolo abbondanziale, infine, la ricorrente critica come non plausibile e dunque arbitraria la conclusione della Corte, secondo la quale il ripetuto mancato ossequio dei termini da parte dell'opponente sia dovuto a incomprensione linguistica. Inoltre, spettava semmai all'opponente segnalare tempestivamente eventuali problemi linguistici. Tuttavia, la sentenza ticinese alla quale fa riferimento la ricorrente non è atta a condurre ad una conclusione differente: in quel caso, almeno a giudicare dalla succinta massima riprodotta dai citati commentatori e in Rep 1986 pag. 292 s., l'aspetto cruciale era quello dell'abuso di diritto di colui che, ricevuto un atto ufficiale in una lingua ignota, in un primo momento non interviene, per poi avvalersi della propria ignoranza quando si accorge di ciò che ha mancato di fare. Nulla di simile qui, dove anzi l'opponente ha concludentemente accettato che si procedesse in italiano, e si è fatto carico di ottemperare a tale obbligo presentando le traduzioni richieste. È poi stato il giudice a non ritenerle sufficienti, ciò che senz'altro gli compete nel quadro dell'art. 91 CPC/TI.