Citation: 2C_494/2017 E. 3.3

3.3. Come emerge dalla sentenza contestata, il ricorrente è entrato in Svizzera il 1° settembre 2010, all'età di 37 anni, proveniente dall'Italia ove fruiva, secondo le sue dichiarazioni, di un'autorizzazione di soggiorno. Rammentato che dal 31 agosto 2014, quando cioè è scaduto il suo permesso di dimora, la sua presenza è soltanto tollerata in attesa di un giudizio definitivo sulle sorti di tale permesso, il suo soggiorno nel nostro Paese è quindi da ritenersi di breve durata. Per quanto concerne il rapporto con il figlio, i giudici cantonali hanno osservato che dagli atti di causa risultava che l'insorgente, il quale aveva vissuto con il bambino al più tardi fino all'11 giugno 2014, non aveva indicato come erano stati regolati i loro rapporti dopo la separazione definitiva avvenuta nel febbraio 2015, di modo che non era dato a sapere se esercitava effettivamente un diritto di visita usuale. Per quanto concerne invece l'intensità del legame dal punto di vista economico, i giudici ticinesi hanno osservato che l'interessato non aveva documentato, al di là della dichiarazione rilasciata dalla ex compagna nel maggio 2015 e della convenzione sottoscritta il 12 luglio 2010, la concretezza del suo impegno finanziario, siccome non aveva dimostrato che, dopo la separazione, aveva continuato a versare regolarmente il contributo alimentare pattuito. Con riferimento alla sua integrazione, i giudici ticinesi hanno constatato che questi aveva tenuto un comportamento tutt'altro che irreprensibile. In effetti, anche se aveva regolarmente svolto un'attività lucrativa (dapprima nella ristorazione, poi come tassista) egli era stato condannato a due riprese. E il secondo reato di cui si era macchiato era molto grave siccome toccava uno dei beni giuridici più importanti della nostra società, cioè l'integrità sessuale della persona, e che era stato commesso nei confronti di una persona incapace di discernimento o inetta a resistere, ossia la figlia minorenne della propria compagna. Hanno quindi concluso che l'interessato non si era pienamente integrato. In queste circostanze, anche se un rientro in Patria rendeva le modalità dell'esercizio del diritto di visita più difficoltose, i rapporti potevano essere mantenuti mediante contatti telefonici e scritti, tramite i mezzi di comunicazione multimediali e/o visite, nel caso in cui tornava a vivere in Italia, ove stando alle sue dichiarazioni aveva posseduto un permesso di soggiorno. Su questi aspetti, il ricorrente, rinviando ai documenti appena citati (dichiarazione della ex compagna, convenzione sull'obbligo di mantenimento), si limita ad affermare di intrattenere con il figlio una relazione stretta ed effettivamente vissuta e che un rientro in patria lo priverebbe di qualsiasi concreta possibilità di esercitare il proprio diritto alle relazioni personali con il figlio. Egli non si confronta, come invece gli incombeva, con le argomentazioni della Corte cantonale e non prova né documenta che, oltre a esercitare regolarmente il suo diritto di visita, versa sempre con regolarità il contributo alimentare convenuto. Sennonché una tale argomentazione non è all'evidenza sufficiente per giudicare falsa o errata l'opinione della Corte cantonale, la quale merita pertanto conferma. Non risultando inoltre accertati altri impedimenti specifici alla sua partenza, alla luce dell'insieme delle circostanze della fattispecie e nonostante la presenza del figlio nel nostro Paese, la ponderazione degli interessi effettuata dal Tribunale cantonale amministrativo, che ha fatto prevalere l'interesse pubblico all'allontanamento dell'insorgente sull'interesse privato di quest'ultimo a vivere in Svizzera, appare corretta e il principio della proporzionalità rispettato. Per quanto precede, nella misura in cui è ammissibile, il ricorso si rivela infondato e come tale va respinto.