Citation: 6B_169/2022 E. 3.4.3

3.4.3. Il ricorrente ritiene eccessiva la durata di quasi cinque anni tra l'apertura dell'istruzione penale e l'invio dell'atto di accusa alla Corte penale del TPF. Adduce che l'inchiesta avrebbe potuto essere svolta più celermente, tutte le persone coinvolte essendo domiciliate in Svizzera. Accenna inoltre all'ulteriore lasso di tempo intercorso tra l'emanazione dell'atto di accusa (11 gennaio 2018) e le due sentenze di primo grado (del 27 novembre 2018 e del 31 agosto 2020). Il ricorrente si esprime al riguardo in termini soltanto generali. Adduce sostanzialmente che l'inchiesta avrebbe potuto essere svolta più celermente, ma non sostanzia l'esistenza di ritardi insostenibili nello svolgimento di determinati atti procedurali. Soltanto fasi manifeste di interruzione della procedura impongono una sanzione per una violazione del principio di celerità (cfr. sentenza 6B_355/2021 del 22 marzo 2023 consid. 4.4.3.3) : ora, simili estremi non sono stati evidenziati nella fattispecie, né emergono chiaramente dagli accertamenti della precedente istanza. Il ricorrente omette poi di prendere in considerazione e di confrontarsi con le circostanze concrete del procedimento penale, segnatamente con la sua portata e le sue difficoltà. Disattende che la causa era complessa, che dall'atto di accusa risulta come i fatti incriminati siano numerosi e collegati al reato di organizzazione criminale. Il procedimento penale presentava inoltre implicazioni internazionali, in particolare con l'Italia ed ha pure comportato atti di assistenza giudiziaria internazionale. Limitandosi essenzialmente a richiamare la durata dell'istruzione penale, senza confrontarsi con tali elementi, il ricorrente non rende seriamente ravvisabile ch'essa è stata incompatibile con l'imperativo di celerità (art. 5 CPP). Quanto alla procedura dinanzi alla Corte di primo grado, l'atto di accusa le è stato consegnato il 17 gennaio 2018 e la prima sentenza di condanna è stata da lei emanata il 27 novembre 2018. La procedura è successivamente continuata a seguito della sentenza di rinvio dell'8 gennaio 2020 del Tribunale federale e si è conclusa con l'emanazione della sentenza del 31 agosto 2020. Il prolungamento di tale procedura non è quindi riconducibile a ritardi inammissibili della Corte giudicante, peraltro non seriamente addotti dal ricorrente, ma alla necessità di riprendere la procedura in conseguenza della decisione di rinvio. In tali circostanze, non vi sono ragioni per ritenere che, accertando soltanto una lieve violazione del principio di celerità, sanzionata con una riduzione di un mese della pena detentiva, la Corte d'appello del TPF abbia ecceduto o abusato del suo potere di apprezzamento, violando quindi il diritto federale.