Citation: 2P.256/2000 18.01.2001 E. 3

3.- a) L'art. 65 cpv. 1 della legge ticinese sull' assistenza sociale, dell'8 marzo 1971 (LAS) sancisce che "contro la decisione del Dipartimento concernente la prestazione assistenziale l'interessato ha diritto di ricorso, nel termine di trenta giorni, al Consiglio di Stato, secondo la legge di procedura per le cause amministrative". Il secondo capoverso del disposto precisa che "contro le decisioni del Consiglio di Stato sul rimborso di prestazioni assistenziali secondo l'art. 35 cpv. 3 [recte: ora art. 35 cpv. 2], all'interessato è data facoltà di ricorso entro 15 giorni al Tribunale cantonale amministrativo secondo la legge di procedura per le cause amministrative". La decisione impugnata, con la quale il Governo cantonale ha sospeso l'erogazione delle prestazioni assistenziali non rientra nel campo d'applicazione dell'art. 65 cpv. 2 LAS. Considerata la clausola enumeratoria o attributiva delle competenze (sancita dall'art. 60, rispettivamente 55 cpv. 3 della legge ticinese di procedura per le cause amministrative, del 19 aprile 1966 [LPAmm], in base alla quale le decisioni del Consiglio di Stato sono definitive se la legge non prevede il ricorso al Tribunale cantonale amministrativo o al Gran Consiglio), il diritto cantonale applicabile esclude, come sostiene a ragione il ricorrente, la possibilità d'accedere, nell'ambito specifico, ad un tribunale indipendente e imparziale ai sensi dell'art. 6 n. 1 CEDU, atteso che né l'autorità di prima istanza (il Dipartimento delle opere sociali, per esso l'Ufficio del sostegno sociale e dell'inserimento) né quella di ricorso (il Consiglio di Stato) costituiscono una tale autorità. b) Occorrerebbe ora chiedersi se la fattispecie - sospensione di prestazioni sociali - rientri nel campo d' applicazione materiale dell'art. 6 CEDU. Il quesito non va però esaminato, avendo il ricorrente avanzato la censura di lesione della garanzia dell'accesso a un tribunale per la prima volta solo in questa sede. Orbene, nella propria giurisprudenza, il Tribunale federale ha ripetutamente enunciato la regola secondo cui il principio della buona fede esige che le censure di violazione dell'art. 6 CEDU devono essere sollevate nell'ambito del procedimento cantonale, segnatamente dinanzi all'autorità cantonale d'ultima istanza (DTF 120 Ia 19 consid. 2c/bb; v. anche DTF 123 I 87 consid. 2b, RDAT 1995 I n. 45 pag. 109 consid. 2c e rinvii), in concreto il Consiglio di Stato. Il diritto di ottenere un esame giudiziario di una decisione non è né irrinunciabile né imprescrittibile: anzi, esso dev'essere, sotto pena di perenzione, invocato senza indugio. A tale riguardo, va poi osservato che una decisione non giudiziale, emanata dall'autorità competente in materia, non è nulla soltanto perché non sussiste alcuna possibilità d'adire un'autorità giudiziaria di ricorso (DTF 118 Ia 209 consid. 2d; RDAT 1995 I n. 45 pag. 109 consid. 2c con richiami). Ora, il fatto che il ricorrente abbia omesso di lamentare la violazione dell'art. 6 CEDU davanti al Governo va assimilato ad una rinuncia a sollevare tale censura, ciò che ne comporta quindi la perenzione in virtù del principio della buona fede, tenuto anche conto che i vizi procedurali da lui denunciati non implicano la nullità della decisione impugnata. La censura sollevata non può quindi essere tutelata in questa sede.