Citation: 1P.612/2003 19.12.2003 E. 1

1.5 Indipendentemente dalla carenza di legittimazione nel merito, il leso o il denunciante può tuttavia censurare la violazione delle garanzie procedurali che il diritto cantonale o gli art. 29 seg. Cost. e 6 CEDU gli conferiscono quale parte, sempreché tale inosservanza equivalga a un diniego di giustizia formale. Il leso o il denunciante può pertanto far valere, ad esempio, che il ricorso non sarebbe stato esaminato a torto nel merito, ch'egli non sarebbe stato sentito, che gli sarebbe stata negata la possibilità di consultare gli atti o che non gli sarebbe stata riconosciuta, a torto, la qualità di danneggiato (DTF 128 I 218 consid. 1.1, 122 I 267 consid. 1b, 121 IV 317 consid. 3b, 120 Ia 220 consid. 2a). In tal caso, un interesse giuridicamente protetto secondo l'art. 88 OG non si fonda su aspetti di merito, bensì sul diritto del denunciante di partecipare alla procedura. Il diritto di invocare le garanzie procedurali non permette tuttavia al ricorrente di rimettere in discussione, nemmeno indirettamente, il giudizio di merito; il ricorso di diritto pubblico non può quindi riguardare questioni strettamente connesse con il merito della vertenza, quali in particolare il rifiuto di assumere una prova in base alla sua irrilevanza o al suo apprezzamento anticipato o l'obbligo dell'autorità di motivare sufficientemente la decisione (DTF 120 Ia 227 consid. 1, 119 Ib 305 consid. 3, 117 Ia 90 consid. 4a). Il giudizio su tali quesiti non può infatti essere distinto da quello sul merito che tuttavia il leso o denunciante non è legittimato a impugnare (DTF 120 Ia 157 consid. 2a/bb e rinvii). 1.6 I ricorrenti fanno valere un diniego di giustizia (art. 29 cpv. 1 Cost.) e una violazione del diritto di essere sentito (art. 29 cpv. 2 Cost.), lesione quest'ultima che ravvisano nel fatto che la decisione impugnata, non rispondendo a tutti gli argomenti, sarebbe insufficientemente circostanziata. La censura è inammissibile, il suo esame non potendo essere disgiunto dal merito della vertenza. I ricorrenti sostengono poi che la Corte cantonale non avrebbe approfondito in maniera sufficiente la fattispecie e che avrebbe posto esigenze troppo severe ai requisiti per la promozione dell'accusa; adducono inoltre che il principio "in dubio pro reo", con il rifiuto di assunzione dei mezzi di prova, sarebbe stato applicato in maniera erronea. Criticano infine in maniera generale un'asserita prassi del Ministero pubblico, confermata dalla Corte cantonale, di applicare alla promozione dell'accusa (art. 178 cpv. 1 CPP/TI) gli stessi criteri validi per il decreto di abbandono (art. 184 cpv. 2 CPP/TI), interpretando il termine "sospetto" dell'art. 178 cpv. 1 CPP/TI analogamente a una prova e rimproverano alle Autorità cantonali di non aver assunto d'ufficio i mezzi di prova, rilevando che non spetta ad essi raccoglierli. Criticano anche il fatto che la CRP ha respinto la loro istanza di complemento istruttorio (art. 186 cpv. 4 CPP/TI) e contestano l'apprezzamento anticipato delle prove, e di conseguenza la loro mancata assunzione da parte della CRP; contestano la tesi della CRP secondo cui i fatti sarebbero completi e chiari. 1.7 La Corte cantonale, secondo cui l'istanza non rispettava i presupposti dell'art. 186 CPP/TI e della relativa giurisprudenza, ha rilevato dapprima ch'essa era irricevibile in quanto riferita ad altri funzionari della banca, dal momento che poteva venire promossa solo nei confronti di una determinata persona. I ricorrenti non criticano del tutto questa tesi. La CRP, esaminando l'ipotesi della truffa, ha negato l'esistenza del requisito dell'astuzia, ritenendo che la semplice lettura degli atti di pegno sottoscritti dai denuncianti, quale elementare misura di prudenza vista anche la rilevanza economica dell'operazione, avrebbe permesso di svelare immediatamente l'asserito inganno; ha inoltre negato la sussistenza degli elementi oggettivi e soggettivi dell'asserito reato di amministrazione infedele. 1.8 Certo, i ricorrenti, cui manca, per i reati invocati, la qualità di vittima secondo l'art. 2 cpv. 1 LAV, lamentano dal profilo formale la violazione di garanzie procedurali. Tuttavia, con le citate censure, e segnatamente insistendo sulla pretesa necessità di assumere ulteriori mezzi di prova, e sull'arbitrarietà delle motivazioni esposte nel giudizio impugnato, essi criticano sostanzialmente la valutazione delle prove da parte delle Autorità cantonali, e in modo generale l'esercizio del potere di apprezzamento che compete loro, in particolare per quanto riguarda l'apprezzamento anticipato delle prove, e rimettono in discussione il merito della causa. Come visto, i ricorrenti difettano però di un interesse giuridicamente protetto al riguardo, sicché il loro gravame non può essere esaminato sotto l'aspetto degli invocati diritti costituzionali (v. causa 1P.636/1998, sentenza del 6 dicembre 1999, apparsa in RDAT I-2000, n. 53 pag. 498; cfr. anche n. 52). Del resto, limitandosi a criticare, in maniera astratta e generale, la prassi delle Autorità cantonali, i ricorrenti non spiegano affatto, né tanto meno dimostrano, perché i mezzi di prova da loro offerti (documentazione bancaria, interrogatori di funzionari bancari, perizia giudiziaria contabile), o quelli (non meglio specificati) che avrebbero dovuto essere assunti, sarebbero stati rilevanti, dato che il semplice rinvio agli atti cantonali è inammissibile (DTF 129 I 113 consid. 2, 115 Ia 27 consid. 4a pag. 30). Infine, essi non sono legittimati a far valere l'asserita lesione di diritti di terzi riguardo alla mancata promozione dell'accusa e dei diritti di difesa connessi e della criticata applicazione del principio "in dubio pro reo".