Citation: 5A_731/2012 E. 3.1

3.1. Se non si può ragionevolmente pretendere che un coniuge provveda da sé al proprio debito mantenimento, inclusa un'adeguata previdenza per la vecchiaia, l'altro coniuge gli deve un adeguato contributo di mantenimento (art. 125 cpv. 1 CC). Tale norma realizza due principi: da un lato, quello dell'indipendenza economica dei coniugi dopo il divorzio, secondo cui ciascun coniuge deve, nella misura del possibile, provvedere da sé ai suoi bisogni e, dall'altro, quello della solidarietà, in virtù del quale i coniugi devono sopportare in comune non solo le conseguenze della ripartizione dei compiti scelta in pendenza di matrimonio, ma anche gli svantaggi causati dall'unione coniugale che impediscono ad un coniuge di provvedere al proprio mantenimento. Il principio, l'importo e la durata del contributo di mantenimento vanno fissati in funzione degli elementi enumerati in modo non esaustivo all'art. 125 cpv. 2 CC (DTF 137 III 102 consid. 4.1.1 con rinvio). Secondo la giurisprudenza, un contributo alimentare è dovuto se il matrimonio ha influito in modo concreto sulla situazione finanziaria del coniuge creditore degli alimenti ("lebensprägend"). Se il matrimonio è durato almeno dieci anni - periodo che va calcolato fino alla data della separazione dei coniugi - oppure se, indipendentemente dalla durata del matrimonio, i coniugi hanno dei figli comuni, si parte dal presupposto che vi è stata un'influenza concreta. Questo tipo di matrimonio non conferisce tuttavia automaticamente un diritto al contributo alimentare: il principio dell'autonomia prevale sul diritto al contributo, ciò che si deduce direttamente dall'art. 125 CC; un coniuge può pretendere un contributo alimentare soltanto se non è in misura di provvedere da sé al proprio debito mantenimento e se l'altro coniuge dispone di una capacità contributiva (DTF 137 III 102 consid. 4.1.2 con rinvii). Un coniuge - anche il creditore del contributo - può vedersi imputato un reddito ipotetico, a condizione che facendo prova di buona volontà e compiendo gli sforzi che si possono ragionevolmente esigere da lui, egli sia in grado di guadagnare più del suo reddito effettivo. L'ottenimento di tale reddito deve pertanto essere effettivamente possibile. I criteri da adottare al fine di stabilire l'importo del reddito ipotetico sono, in particolare, le qualifiche professionali, l'età, lo stato di salute e la situazione del mercato del lavoro. Sapere se si possa ragionevolmente esigere che una persona aumenti il proprio reddito è una questione di diritto, determinare quale reddito una persona possa effettivamente realizzare è, per contro, una questione di fatto (DTF 137 III 102 consid. 4.2.2.2 con rinvii). Secondo la giurisprudenza, in caso di matrimonio di lunga durata, per il coniuge che ha rinunciato ad esercitare un'attività lucrativa vige la presunzione che non può essergli chiesto di riprendere un lavoro se al momento della separazione aveva già 45 anni. Questo limite di età non deve tuttavia essere considerato come una regola assoluta. La presunzione può essere rovesciata in funzione di altri elementi che depongano a favore della ripresa o dell'aumento di un'attività lucrativa. Sussiste inoltre la tendenza ad innalzare il limite d'età a 50 anni. Non si può inoltre, in linea di principio, esigere da un coniuge la ripresa di un'attività lucrativa ad un tasso del 50 % prima che il più giovane dei figli del quale ha la custodia abbia compiuto 10 anni, e del 100 % prima che abbia compiuto 16 anni. Tali linee direttive non sono tuttavia delle regole assolute, la loro applicazione dipende dalle circostanze del caso concreto (DTF 137 III 102 consid. 4.2.2.2 con rinvii).