Citation: 6B_257/2007 10.07.2007 E. 5

Contestata nel gravame è la velocità d'urto con la quale l'opponente, se non avesse avuto un comportamento disattento alla guida del suo veicolo, avrebbe investito il pedone. 5.1 I ricorrenti rimproverano alla CCRP di aver ritenuto un tempo di reazione di 1 secondo che considerano eccessivo. Essi sostengono che l'opponente, vedendo un pedone anziano attraversare perpendicolarmente la strada una decina di metri oltre un passaggio illuminato, dovesse considerare l'eventualità di un possibile, ulteriore comportamento inusuale o scorretto da parte della vittima. Cognita della zona, che percorre quotidianamente per rientrare al proprio domicilio, la conducente poteva e doveva tenere conto del fatto che, provenendo dal grotto-ristorante situato sul lato sinistro della strada, il pedone poteva essere in compagnia di altri avventori che potevano apprestarsi ad attraversare. Era quindi tenuta ad adeguare la velocità del proprio veicolo e a prepararsi a un'eventuale manovra d'arresto. Per conseguenza, il tempo di reazione massimo da ritenere è di 0,6 - 0,7 secondi (ricorso pag. 10 e segg.). 5.2 Il tempo di reazione attribuibile a un conducente è una questione di diritto (DTF 92 IV 20 consid. 2) e, in quanto tale, esaminata con piena cognizione da questo Tribunale. Per giurisprudenza invalsa, il tempo di reazione è di 1 secondo, tuttavia questo viene ridotto a 0,6 - 0,7 secondi qualora, in base alle circostanze concrete, il conducente doveva tenersi pronto a frenare (DTF 115 II 283 consid. 1a; Bussy/ Rusconi, Code suisse de la circulation routière, 3a ed., Losanna 1996, n. 4.6 ad art. 31 LCStr pag. 301 e rinvii giurisprudenziali). Nella fattispecie, contrariamente alla tesi formulata dagli insorgenti, non si poteva certo pretendere dall'opponente che prevedesse che lo stesso pedone che aveva appena terminato di attraversare la strada da sinistra verso destra decidesse poco dopo di riattraversarla in senso opposto. Va rilevato poi che il pedone, una volta compiuto il primo passaggio da una parte all'altra della carreggiata, si è portato sul piazzale posto dietro una folta siepe che ostruisce la vista dalla strada, rendendosi così invisibile agli occhi degli automobilisti. Terminato il primo attraversamento la presenza del pedone non era quindi più percettibile. Occorre viepiù aggiungere che dal momento in cui il pedone è sbucato dalla siepe, rendendosi di nuovo visibile, a quello in cui è stato travolto sono trascorsi poco meno di due secondi. Per il resto, non vi sono altri indizi concreti che avrebbero dovuto indurre l'opponente a tenersi pronta a frenare. In particolare, la mera eventualità che dall'esercizio pubblico situato in prossimità del luogo dell'incidente potessero uscire clienti intenzionati ad attraversare non è sufficiente per pronunciarsi nel senso voluto dai ricorrenti. In simili circostanze, non sussistono i presupposti per concludere che la conducente avrebbe dovuto tenersi pronta a frenare il proprio veicolo, per cui dev'essere ritenuto un tempo di reazione di 1 secondo. Su questo punto l'impugnativa si rivela pertanto infondata e dev'essere respinta. 5.3 Nel loro gravame, i ricorrenti contestano pure il coefficiente di decelerazione ritenuto nella sentenza impugnata. La prima perizia, svolta dall'Ing. I.________, indicava un coefficiente di decelerazione compreso tra 7 e 8 m/s2. e si fondava su rilievi specifici effettuati in una rivista specializzata nell'ambito di un test di frenata realizzato con un autoveicolo di medesima marca e modello di quello guidato da F.________. La seconda perizia, allestita dall'Ing. H.________, designava un coefficiente medio pari a 6,4 m/s2 e si riferiva a dati ipotetici e non reali. A mente degli insorgenti, i giudici sarebbero incorsi in arbitrio utilizzando i risultati ottenuti nella seconda perizia, omettendo viepiù di motivare la loro scelta (ricorso pag. 12 e segg.). 5.4 Per quanto concerne i valori di decelerazione giova rilevare che l'appendice 7 dell'ordinanza del 19 giugno 1995 concernente le esigenze tecniche per i veicoli stradali (OETV; RS 741.41) esige una decelerazione minima di 5,8 m/s2. A fronte di diversi studi tecnici che rivelano un'accresciuta efficacia dei freni dei veicoli attualmente in circolazione, entrambi i periti hanno fondato i loro calcoli su coefficienti di decelerazione sensibilmente superiori a quello legale. I ricorrenti sostengono in sostanza che il dato fornito dall'Ing. I.________ è più attendibile in quanto risulta da rilievi specifici, mentre quello utilizzato dall'Ing. H.________ si riferisce unicamente a dati ipotetici. Essi però disattendono che il test di frenata effettuato dalla rivista specializzata, consulatata dal primo perito, concerneva sì un veicolo di medesima marca e modello di quello condotto dall'opponente, ma, contrariamente a quest'ultimo, era dotato di sistema ABS. Per tener conto di questa differenza, il perito ha quindi ridotto il valore di decelerazione massima ottenuta nel test da 9,4 m/s2 a 7 - 8 m/s2, procedendo così a una stima. Ne consegue che il coefficiente di decelerazione contenuto nella prima perizia non può essere definito più attendibile di quello indicato dal secondo perito interpellato. In queste circostanze, non si può rimproverare ai giudici cantonali di essere incorsi in arbitrio per aver preferito il dato fornito dall'Ing. H.________, sebbene la motivazione a sostegno di tale decisione sia effettivamente alquanto succinta. D'altronde, dinanzi a due coefficienti di decelerazione figuranti in due diverse perizie, non si può certo biasimare i giudici di aver optato per quello che risulta essere più favorevole all'accusata, in corretta applicazione del principio "in dubio pro reo". La censura dei ricorrenti è quindi volta all'insucesso.