Citation: BGE 150 IV 10 E. 5.6

Prevalendosi di una violazione del diritto di essere sentito, l'insorgente lamenta una carente motivazione della sentenza impugnata, nella misura in cui la Corte di appello non avrebbe spiegato come il filmato di "una barbara esecuzione" possa configurare una propaganda a favore dei suoi autori. Adottando l'ottica di uno spettatore non prevenuto, non sarebbe sostenibile ritenere che un filmato del genere sia suscettibile di condurre qualcuno a simpatizzare per gli spietati aguzzini, suscitando al contrario compassione per la vittima. Valutato poi nel suo insieme, in particolare alla luce della relativa didascalia di esplicita condanna, ignorata dalla Corte di appello, si dovrebbe definire il filmato contro e non pro "Stato islamico" e quindi "assolutamente inadatto a promuovere in alcun modo le attività di qualsivoglia organizzazione terroristica". Unicamente visionando il video originale, di cui il filmato condiviso dall'insorgente sarebbe solo un estratto, sarebbe evincibile la sua componente ideologica e propagandistica. In tali circostanze, il ricorrente sostiene che non sarebbero realizzati i presupposti oggettivi del reato. La Corte di appello ha ritenuto la natura propagandistica del filmato richiamandosi al rapporto della Polizia giudiziaria federale, dove sono dunque illustrate le ragioni di tale valutazione. Per costante giurisprudenza, la motivazione di una decisione può anche risultare BGE 150 IV 10 S. 33 da rinvii ad altri atti, sempre che la comprensione non ne sia ostacolata (DTF 141 V 557 consid. 3.2.1; v. pure sentenza 6B_122/2021 del 5 dicembre 2022 consid. 2.1). Ne segue che in concreto non sussiste alcuna violazione del diritto a una decisione motivata, quale aspetto del diritto di essere sentito. Ciò posto, lo stesso insorgente riconosce che il filmato ritrae una "barbara esecuzione". Tale descrizione appare invero un po' riduttiva e semplicistica. In realtà il filmato inscena con una nota di solennità, sottolineata dai canti di sottofondo e da una certa scenografia, due persone che giustiziano un uomo di fatto condannato a morte. E in effetti nel filmato compare poi la scritta - sottaciuta nel ricorso benché vi si reclami una valutazione d'insieme - che recita "Se punite, punite come siete stati puniti. La lapidazione di un politeist[a] houthi". Viene in tal modo glorificato un certo senso di "giustizia"dello "Stato islamico", ovvero quello che, alle nostre latitudini, si potrebbe definire una sorta di legge del taglione (oculum pro oculo dentem pro dente). A ciò si accosta poi ancora la cantilena "con il suo diritto c'è speranza". Un atto criminale di un'efferata violenza e disumanità ("lapidazione") ai danni di un uomo, la cui pretesa colpa sembra ridursi alla sua (supposta) confessione ("politeista houthi"), è presentato come un atto di giustizia. Il filmato dunque veicola un'idea di giustizia dello "Stato islamico" e in quanto tale ha chiara natura propagandistica. A ciò nulla muta l'addotta reazione di un internauta alla condivisione del filmato da parte del ricorrente. Il commento "Offffff offffff all'inferno con tutti i crudeli del mondo" non modifica la natura del filmato. La frase si presta peraltro a più interpretazioni, quella proposta nell'impugnativa di "compassione, solidarietà e partecipazione alle sofferenze della vittima" e quindi di condanna dei carnefici, ma anche più prosaicamente di approvazione della "punizione" inflitta alla vittima che meriterebbe l'inferno in quanto politeista. Ma anche a voler seguire la tesi difensiva, la circostanza che il filmato non raccolga, in singoli casi, i consensi sperati non significa che non faccia comunque pubblicità all'organizzazione vietata e alle sue idee. Il filmato è certo corredato da una didascalia, ma come espressamente affermato dall'autorità precedente - che contrariamente a quanto pretestuosamente sostenuto nel gravame si è pronunciata in merito - non è sufficiente a compensare il carattere propagandistico del filmato, pur volendo accordare un carattere di denuncia alla citata didascalia. Come già osservato dalla Corte di appello, è redatta BGE 150 IV 10 S. 34 in lingua araba, lingua non comunemente compresa alle nostre latitudini e peraltro nemmeno dal ricorrente, ed è priva di qualsiasi spiegazione sul contesto geografico, politico e storico. Queste considerazioni sono pertinenti e corrette, vi si soggiunge ancora che è sprovvista della benché minima critica dello "Stato islamico". La didascalia, ben lungi dallo "sdoganare", contestualizzare o biasimare il filmato, abbandona l'osservatore alla mercé della propaganda veicolata dallo stesso. Seppure formalmente associ all'ISIS il termine di "delinquenza", tale pretesa "denuncia" appare piuttosto un alibi per diffondere il filmato. La didascalia in realtà è formulata in un modo tale da incitare a una rapida propagazione dello stesso. Invita infatti a condividere "la pubblicazione prima che venga eliminata", presenta il "nuovo metodo di esecuzione dell'ISIS" e sconsiglia ai minori di visionare il filmato senza precisarne le ragioni, offrendo dunque tutti gli elementi per attirare l'attenzione e raggiungere il maggior numero di visualizzazioni possibili, ma non certo per sensibilizzare sulle problematiche connesse all'organizzazione vietata o per informare al riguardo.