Citation: 5P.460/2002 27.02.2003 E. 4

Considerato tutto quanto precede, si deve giungere alla conclusione che, date le circostanze particolari della fattispecie, a fine estate / inizio autunno 2001 la ricorrente non aveva ragione di ritenere imminente l'obbligo di lasciare l'abitazione coniugale: l'accordo con il resistente era che ella ne usufruisse, il Pretore non aveva accennato al fatto che tale abitazione fosse troppo onerosa per lei sola, ed infine non risulta che le parti ne avessero parlato. Detto altrimenti, il fatto che la ricorrente non abbia preso spontaneamente l'iniziativa di abbandonare l'abitazione coniugale (per locarla o rivenderla) non può essere sicuramente considerato contrario alla buona fede. Del resto, nemmeno il marito sostiene il contrario. La decisione dei giudici di appello non ha invece tenuto conto di quanto sopra nel fissare il termine entro il quale imporre alla ricorrente medesima di lasciare l'abitazione coniugale. Basandosi anzi unicamente su una propria congettura priva di concreto riscontro agli atti - consistente nell'identificazione astratta del primo momento in cui la ricorrente avrebbe avuto conoscenza dell'accordo di principio del marito per la vendita dell'abitazione coniugale -, i giudici cantonali hanno emanato una decisione che travalica i limiti dell'opinabile, per diventare manifestamente insostenibile, in stridente contrasto con il sentimento della giustizia e dell'equità, e dunque arbitraria ai sensi della giurisprudenza (consid. 2 supra). Tale conclusione appare rafforzata se si pon mente ai termini temporali entro i quali la decisione impugnata è stata resa: quattordici mesi dopo la decisione di prima istanza, e otto mesi dopo la scadenza effettiva del termine imposto.