Citation: 1C_489/2021 E. 4.4

4.4. La ricorrente rileva che il 13 dicembre 2012 ha concesso a F.________ Srl una linea di credito pari a EUR 1'500'000.--, garantita in parte da E.________ S.p.A. che in data 7 dicembre 2012 aveva costituito in pegno i propri averi presso A.________ SA limitatamente a EUR 750'000.-- in favore della relazione intestata a F.________ Srl. Il 18 luglio 2013 A.________ SA ha concesso a G.________ S.p.A. una linea di credito di EUR 250'000.--. Questa facilitazione di credito è stata garantita da E.________ S.p.A., che il giorno prima aveva dato in pegno i propri averi limitatamente a tale somma. La ricorrente asserisce che si sarebbe in presenza di un cambiamento di prassi in relazione all'art. 74a AIMP. Osserva che il rimprovero mossole consiste nel fatto di non aver verificato, all'atto della concessione dei prestiti, se il terzo garante, ossia E.________ S.p.A., avesse un interesse e pertanto una pretesa a una "contropartita" per le garanzie concesse. Le si rimprovererebbe quindi non un dolo eventuale, ma un'omissione negligente per non aver verificato l'esistenza di un'eventuale controprestazione. Ciò si discosterebbe dalla prassi secondo cui solo il dolo eventuale potrebbe implicare l'assenza di buona fede. Al suo dire non vi sarebbe infatti nulla di anomalo nel concedere un prestito garantito dalla società madre, senza accennare tuttavia al caso di rinuncia a una controprestazione. Critica poi che la CRP ha ritenuto che F.________ Srl, G.________ S.p.A. e E.________ S.p.A. avrebbero interessi economici "distinti" e che sarebbero tre entità giuridiche a sé stanti con propri interessi economici. Sostiene che sarebbe prassi corrente che le società di un medesimo gruppo ottengano prestiti da società controllanti senza che la banca debba verificare se siano oggetto o no di controprestazioni. Insiste sulla pretesa rilevanza che la criticata interpretazione della buona fede ai sensi della citata norma rivestirebbe in generale per gli istituti di credito e per la prassi bancaria. Ora, non spetta al Tribunale federale esprimersi su questioni teoriche, ma solo su quelle inerenti alla fattispecie oggetto del litigio concreto. Accenna poi al fatto che gli averi litigiosi non potrebbero essere oggetto di sequestro, perché l'interesse al mantenimento del blocco avrebbe natura civilistica e non penale, né vi sarebbe un nesso causale sufficiente. Gli averi litigiosi non potrebbero costituire inoltre provento di reato, visto che l'autorità estera vorrebbe confiscarli per restituirli a E.________ S.p.A., proprietaria di tali beni, ancorché gravati da un diritto di pegno. Si sarebbe quindi in presenza di un blocco di beni già appartenenti alla vittima in vista di restituirli alla vittima stessa.