Citation: 5P.186/2003 29.01.2004 E. 2

2.1 L'autorità cantonale ha citato l'art. 140 cpv. 3 della Legge ticinese di applicazione e complemento al CC (LAC), che prevede per una siepe viva un'altezza massima 1,25 m. Essa ha poi ripreso la definizione data dalla dottrina alla nozione di siepe viva, secondo cui questa è "costituita da sterpi, arboscelli, arbusti o alberi coltivati e mantenuti recisi in modo da formare uno schermo che equivalga quasi ad un muro di cinta" (Vincenzo Jacomella / Marco Lucchini, I rapporti di vicinato nel Cantone Ticino, Bellinzona 2001, pag. 123) ed ha accertato che le 7 piante di tuia più alte di 5 m sono allineate a ridosso della siepe composta dalle piante più basse e non formano una siepe viva ai sensi della predetta norma. I giudici cantonali hanno rilevato che, di regola, una siepe non è costituita da piante di alto fusto e, inoltre, gli alberi litigiosi non risultano essere coltivati a sviluppo lineare per circoscrivere, chiudere, delimitare il fondo o schermare la vista, anche considerato che i due fondi sono già divisi da un muro. La Corte cantonale ha infine indicato che gli alberi in discussione si trovano relativamente distanti uno dall'altro, circostanza che non facilita l'intreccio dei loro rami per creare uno scudo od altro riparo. 2.2 Secondo il ricorrente, l'autorità cantonale avrebbe arbitrariamente reputato che piante di tuia di un'altezza superiore a 5 m non possono di per sé formare una siepe. Anche il fatto che fra i fondi delle parti sussista un muro, non esclude l'esistenza di una siepe. Infine, sempre a mente del ricorrente, la Corte cantonale avrebbe arbitrariamente ignorato le risultanze del sopralluogo, da cui risulta che le 7 piante si trovano "sostanzialmente allineate a ridosso della siepe formata dalle piante di tuia più basse" e che tali alberi non si toccano, perché a ridosso vi sono le piante più giovani che andranno a colmare i vuoti. 2.3 A chi impugna una decisione di ultima istanza cantonale con ricorso di diritto pubblico incombe l'obbligo di sostanziare in modo chiaro e dettagliato le censure sollevate. Il ricorrente non può accontentarsi di menzionare le norme che ritiene disattese, ma deve anche esporre in quale misura i suoi diritti siano stati violati (art. 90 cpv. 1 lett. b OG; DTF 127 I 38 consid. 3c pag. 43 con rinvii). Il Tribunale federale pone requisiti severi alla motivazione del ricorso di diritto pubblico: in particolare, per sostanziare convenientemente la censura di arbitrio non è sufficiente criticare la decisione impugnata, come si farebbe di fronte ad un'autorità giudiziaria con completa cognizione in fatto e in diritto, bensì è necessario mostrare e spiegare perché il giudizio attaccato sia manifestamente insostenibile (DTF 120 Ia 369 consid. 3a pag. 373, 117 Ia 10 consid. 4b pag. 12). Non basta dimostrare che la soluzione proposta col ricorso sia almeno altrettanto valida: si deve rendere plausibile che la conclusione cui è giunta l'autorità cantonale non sia ragionevolmente sostenibile (DTF 129 I 8 consid. 2.1 pag. 9 con rinvii). Nella fattispecie, l'argomentazione ricorsuale, in larghissima misura appellatoria, non fa per nulla apparire arbitraria la decisione impugnata. Il ricorrente non critica la summenzionata definizione di siepe viva, adottata dalla Corte cantonale, e riconosce espressamente che gli alberi in questione non si toccano e che fra di essi vi sono dei vuoti: in queste circostanze è più che sostenibile ritenere che essi non formino - come invece richiesto dall'incontestata nozione di siepe posta fondamento della decisione impugnata - uno schermo, quasi paragonabile ad un muro di cinta. Si può inoltre osservare che nemmeno il verbale di sopralluogo, peraltro pure citato nella sentenza impugnata, permette una conclusione diversa, atteso che esso indica esplicitamente che gli alberi in questione sono "a ridosso" e cioè non parte integrante della siepe.