Citation: 1P.76/1999 22.03.2000 E. 4

4.-a) Il ricorrente ravvisa nella sentenza impugnata, in primo luogo, una violazione del diritto di essere sentito, rispettivamente un diniego di giustizia formale. Sostiene che il Municipio di Minusio ha omesso di esaminare la fattispecie alla luce dell'art. 27 cpv. 4 NAPR, rispettivamente di fare uso dell'esteso margine d'apprezzamento conferitogli da tale disposto, ponendo invece acriticamente alla base della sua decisione quanto sancito dal Tribunale federale nella sentenza del 3 febbraio 1994. Il ricorrente è dell'avviso che se l'autorità comunale intende rifiutare una deroga alle altezze degli edifici, essa è tenuta a motivare tale diniego in modo circostanziato, a dimostrare cioè per quali motivi l'abbuono in altezza debba nel caso specifico essere limitato ad una certa misura, ciò che non è avvenuto in concreto. Non avendo rilevato questo aspetto, benché censurato, né proceduto a maggiori rilievi, e non avendo sostanziato maggiormente le rispettive decisioni, sia il Consiglio di Stato che il Tribunale amministrativo avrebbero violato le garanzie in parola, incorrendo in un accertamento arbitrario della fattispecie. b) Il ricorrente non sostiene che una norma di diritto cantonale sia stata disattesa, bensì ravvisa nella sentenza impugnata una violazione dell'art. 4 vCost. , ancora applicabile alla fattispecie (v. ora art. 29 cpv. 1 e 2 Cost. ). Ai fini del giudizio va quindi esaminato se siano stati lesi i principi minimi che la giurisprudenza ha dedotto da questo disposto costituzionale, sul cui rispetto il Tribunale federale si pronuncia con piena cognizione (DTF 121 I 54 consid. 2 con rinvii). Il potere d'esame del Tribunale federale è invece limitato all'arbitrio quando è contestato l'accertamento dei fatti: esso interviene in tale ambito soltanto se gli elementi di fatto posti a fondamento del giudizio impugnato, connessi con la valutazione delle prove, sono manifestamente errati o incompleti, oppure se sono dovuti a una svista manifesta o sono in palese contraddizione con la situazione reale (DTF 119 Ia 362 consid. 3a pag. 366, RDAT 1999 II n. 15 pag. 50 consid. 2b, 1998 II n. 38 pag. 141 consid. 2 e relativi rinvii). c) Per quanto attiene all'asserito rifiuto delle autorità cantonali di assumere ulteriori prove, rispettivamente di vagliare tutti gli elementi agli atti, da cui deriverebbe un arbitrario accertamento della fattispecie, va preliminarmente osservato che il ricorrente non sostanzia - perlomeno non in modo conforme all'art. 90 cpv. 1 lett. b OG - dove sia ravvisabile l'arbitrio, ovvero quali accertamenti o apprezzamenti sarebbero non solo erronei, ma del tutto insostenibili (in merito all'apprezzamento anticipato delle prove: DTF 124 I 208 consid. 4a, 122 II 464 consid. 4a, 122 V 157 consid. 1d e relativi richiami). Questo aspetto della critica sfugge pertanto ad un esame di merito. d) Il diritto di essere sentito comprende tutte le facoltà che devono essere riconosciute alla parte, perché possa far valere efficacemente il proprio punto di vista in un procedimento: questo diritto di partecipazione alla procedura ha il suo correlato nell'obbligo dell'autorità di tenere conto e di esaminare le domande e le argomentazioni, rilevanti per la decisione, esposte dalla parte (DTF 117 Ia 262 consid. 4b e rinvii). L'autorità è inoltre tenuta ad esaurire la propria cognizione, in conformità ai principi che reggono la procedura amministrativa applicabile nel caso specifico, tra i quali figurano generalmente - nel quadro della procedura di prima istanza - l'obbligo di accertare d'ufficio la fattispecie giuridicamente rilevante e di applicare d'ufficio il diritto (cfr. art. 18 LPAmm). L'esercizio del margine d'apprezzamento, talvolta ampio, come quello conferito in concreto all'Esecutivo comunale dall'art. 27 cpv. 4 NAPR, deve poi trovare adeguato riscontro nella motivazione della decisione (DTF 123 I 31 consid. 2c, 121 III 331 consid. 3b, RDAT 1995 I n. 21 pag. 43 consid. 2a e relativi rinvii). Dal profilo dell'obbligo di motivazione, ciò non significa tuttavia che l'autorità di prima istanza, così come le autorità adite su ricorso, siano tenute a pronunciarsi in modo esplicito ed esaustivo su tutte le argomentazioni esposte o su tutti gli elementi agli atti; è invece sufficiente che dall'insieme della motivazione l'interessato possa capire per quali ragioni le autorità abbiano deciso in un modo piuttosto che in un altro. In altri termini, la motivazione deve essere redatta in modo tale che l'interessato possa comprendere la portata della decisione, per poi eventualmente impugnarla (DTF 124 V 180 consid. 1a, 123 I 31 consid. 2c, BVR 1987 pag. 134 consid. 2 e rispettivi riferimenti). I Giudici cantonali hanno correttamente rilevato che il Municipio di Minusio non era incorso in un diniego formale di giustizia. Certo, la motivazione della decisione municipale - ove ci si limitava ad asserire che "con la citata sentenza 3 febbraio 1994 il Tribunale federale ha stabilito che una deroga concessa in precedenza per un'altezza di facciata di m 21 è inammissibile" - poteva suscitare l'impressione che il Municipio avesse acriticamente posto alla base del suo rifiuto della licenza quanto stabilito dalle autorità superiori relativamente all'altezza dello stabile D. Tuttavia, risulta che l'autorità comunale aveva dimostrato nelle osservazioni al Consiglio di Stato, come sottolineato nella sentenza impugnata, di avere debitamente esaminato, a titolo indipendente, la presente, diversa fattispecie. In effetti, il Municipio ha richiamato i principi generali giustificanti una deroga ed ha affermato che considerazioni d'ordine economico o intese a un'utilizzazione intensiva e ottimale delle costruzioni, come in concreto, non potevano giustificare automaticamente una deroga. Il fatto che abbia ritenuto improponibile l'innalzamento della facciata sud dello stabile a 21,28 m, non significa che abbia rinunciato ad esercitare il suo potere decisionale. Anzi, come correttamente affermato dal Consiglio di Stato, il diniego era semmai la conseguenza di un'attenta valutazione, ai fini della propria decisione, di quanto precedentemente sancito dalle istanze di ricorso, segnatamente dal Tribunale federale nel giudizio del 3 febbraio 1994, concernente il complesso immobiliare in parola: decidere in un altro senso avrebbe significato, nel caso specifico, creare un'insicurezza giuridica presso le autorità decisionali inferiori, togliendo alle sentenze cresciute in giudicato qualsiasi valore di riferimento. A prescindere dal fatto che la motivazione non deve, per forza, essere contenuta nella decisione medesima e che l'eventuale vizio ravvisato nel semplice richiamo della sentenza del Tribunale federale da parte dell'Esecutivo comunale sarebbe stato comunque sanato nel contesto della successiva procedura ricorsuale innanzi al Consiglio di Stato (DTF 98 Ia 460 consid. 5a; v. anche 117 Ib 64 consid. 4, 116 V 28 consid. 4b, 111 Ia 2 consid. 4a, RDAT 1993 II n. 53 pag. 128 consid. e, con richiami), le motivazioni addotte sia dal Comune che dal Consiglio di Stato in sede di ricorso permettevano senz'altro al ricorrente di comprendere che la fattispecie litigiosa era stata convenientemente esaminata alla luce delle modalità dell'art. 27 cpv. 4 NAPR. Del resto, se è vero che le altezze sono da definirsi caso per caso, secondo i criteri fissati dall'art. 27 cpv. 4 NAPR, in base ad un corretto accertamento della fattispecie, è vero pure che, nonostante la diversità delle vertenze, l'analogia della fattispecie per quanto riguarda gli stabili A e D, contemplata dal medesimo disposto, non può effettivamente essere negata. In assenza di elementi atti a differenziare sostanzialmente il disciplinamento delle deroghe per quanto concerne i due edifici - cosa che il ricorrente peraltro non contesta - non può dirsi che l'autorità competente, decidendo in questo senso, abbia limitato la propria cognizione tanto da incorrere nell'arbitrio, rispettivamente in un diniego di giustizia formale. Avendo avallato queste argomentazioni, le autorità ricorsuali non hanno violato la Costituzione federale, né si sono arrogate competenze spettanti al solo Municipio. Inoltre, il rispettivo punto di vista è stato sostanziato in modo conforme alle suesposte esigenze costituzionali in materia di motivazione. e) Discende da queste considerazioni che il ricorrente lamenta a torto che il Municipio di Minusio avrebbe rifiutato di statuire in applicazione dell'art. 27 cpv. 4 NAPR. In sostanza, egli rimette in discussione un tema invero definitivamente vagliato sia dalle autorità cantonali che da questa Corte, ossia quello concernente l'applicabilità di tale norma al complesso edilizio "Parco X.________". In realtà, il ricorrente sembra piuttosto confondere tra l'incontestata applicabilità della norma di attuazione ed il fatto che tale disposto, oltre a doversi inserire nel contesto del caso e a rivestire carattere discrezionale, prevede precise condizioni che devono comunque essere realizzate affinché possa essere concessa una deroga volta a incrementare l'altezza massima di uno stabile. La censura si esaurisce pertanto nella verifica se il Tribunale cantonale sia incorso nell'arbitrio tutelando l'opinione delle istanze inferiori, secondo cui i requisiti posti dall'art. 27 cpv. 4 NAPR non sarebbero adempiuti. Questo aspetto riguarda però l'esame materiale del litigio.