Citation: 4C.150/2005 28.11.2005 E. 5

Possono ora venire trattati gli argomenti che attengono più da vicino all'oggetto dell'attuale procedura, ovverosia il mutuo ipotecario venuto in essere fra le parti il 28 gennaio 1994. 5.1 Dinanzi al Tribunale federale l'attrice ribadisce ancora una volta di essere stata vittima di un errore essenziale al momento della stipulazione del contratto, siccome a quell'epoca non era a conoscenza della provenienza illecita dei mezzi propri forniti dal marito per l'acquisto dell'immobile. A suo modo di vedere, l'autorità cantonale avrebbe violato l'art. 24 cpv. 1 n. 4 CO, negando la natura essenziale del suo errore, nonché l'art. 31 cpv. 1 CO, laddove ha stabilito che l'accordo non è stato invalidato entro l'anno. Nonostante il richiamo alle disposizioni di diritto federale, la censura verte in realtà - inammissibilmente (cfr. quanto esposto al consid. 3) - sull'apprezzamento delle prove e l'accertamento dei fatti. A prescindere dall'esistenza e dalla portata dell'asserito errore, la decisione di rifiutare all'attrice la possibilità di richiamarsi all'errore trae infatti origine dalla tardività di questo argomento. I giudici cantonali hanno accertato in fatto, sulla base degli atti istruttori, che l'attrice non ha mai messo in dubbio la validità del contratto di mutuo entro il termine di un anno dopo la scoperta della provenienza illecita di tali fondi, avvenuta il più tardi l'8 marzo 1996. Anzi, durante le trattative con la banca ne ha addirittura ammesso implicitamente la validità. Il gravame risulta dunque inammissibile anche su questo punto. 5.2 Nella parte finale del ricorso l'attrice si duole della violazione dell'art. 2 CC sotto il profilo della clausola rebus sic stantibus. Dopo un esposto in diritto, nel quale commenta ampiamente giurisprudenza e dottrina, essa dichiara infatti che il mantenimento del contratto di mutuo la rovinerebbe e precisa che "le mutate circostanze ai fini dell'applicazione della clausola rebus sic stantibus non sono la perdita dell'immobile bensì la realizzazione del suo valore da parte dello stesso creditore ipotecario a seguito della sentenza penale, che non concerne la ricorrente". Così come formulata, la critica è destinata all'insuccesso. La giurisprudenza del Tribunale federale ammette infatti con molto riserbo l'adeguamento o l'annullamento di un contratto ad opera del giudice; esige, d'un canto, un cambiamento straordinario, imprevedibile, irrimediabile e indipendente dalla volontà delle parti e, dall'altro, uno sconvolgimento dell'equilibrio delle prestazioni reciproche tale da rendere la pretesa esecuzione del contratto contraria alle regole della buona fede (DTF 129 III 209 consid. 3.5 non pubblicato; 127 III 300 consid. 5b pag. 304, 122 III 97 consid. 3a con rinvii; Kramer in: Berner Kommentar, n. 335 segg. ad art. 18 CO). Nel caso di specie queste condizioni non sono adempiute. L'evento che secondo l'attrice sarebbe decisivo - la vendita dell'immobile da parte della banca - non è affatto indipendente dalla volontà delle parti: è stato messo in atto dalla creditrice qui convenuta a seguito delle vicissitudini penali delle quali si è reso responsabile il marito dell'attrice, anch'egli parte al contratto di mutuo. Inoltre, la vendita dell'immobile da parte della creditrice ipotecaria, una volta acquisitane la proprietà (poco importa se nell'ambito di un pubblico incanto oppure a seguito di confisca penale, come nel caso in rassegna) non è nemmeno un evento imprevedibile.