Citation: BGE 150 IV 10 E. 4.4

L'insorgente sostiene che i filmati da lui condivisi avrebbero un valore culturale, arbitrariamente negato dalla Corte di appello in urto all'evidenza. La violenza immortalata nei filmati non sarebbe mai stata minimizzata o glorificata dal ricorrente e neppure dagli "ignoti autori dei post originali". Sarebbe al contrario stata esplicitamente "condannata e condivisa solamente per denunciare tali oscenità". La Corte di appello avrebbe omesso di procedere a un vero esame delle didascalie che accompagnavano i filmati, visibili a tutti e tradotte automaticamente da Facebook. Le didascalie avrebbero esortato esplicitamente a condividere i filmati al fine di denunciare le ingiustizie e le violenze subite dalle vittime. In simili circostanze, i video non potrebbero essere considerati delle rappresentazioni di cruda violenza fine a sé stessa, essendo piuttosto "paragonabili ad un reportage su fatti realmente accaduti di portata ed interesse generale, potenzialmente utili a formare le opinioni su importanti problematiche d'attualità". Considerato il loro valore informativo e documentaristico, i filmati sarebbero degni di protezione e quindi non punibili. I filmati in quanto tali non hanno alcun carattere documentaristico. Come già rilevato dall'istanza precedente, dalla loro visione si desume piuttosto che l'intento di chi li ha realizzati fosse di condividere e incitare alla brutalità. Sono infatti avulsi da qualsiasi contesto geografico, politico, rispettivamente storico. Le didascalie che le BGE 150 IV 10 S. 22 corredano non colmano in nessun modo l'assenza di tale contestualizzazione, non apportano alcun chiarimento o analisi. Forniscono unicamente indicazioni estremamente vaghe ("soldati maiali di Assad", "Aleppo", "Arakan", "attacchi selvaggi da parte dell'America in Irak"), ben lungi da costituire anche solo un abbozzo di spiegazione. Non vi è alcun confronto critico con la violenza, i suoi autori, le loro vittime o le ragioni di quanto ripreso. L'osservatore è abbandonato alla mercé di immagini brutali prive della benché minima funzione informativa o anche solo di un potenziale informativo, e quindi assolutamente incapaci di "formare le opinioni su importanti tematiche d'attualità", di denunciare ingiustizie, rispettivamente sensibilizzare sulle violenze perpetrate. La Corte di appello ha del resto osservato come le didascalie tendono in sostanza a rendere i filmati "virali", incitando alla condivisione con il maggior numero di persone possibili. In definitiva tali filmati non hanno alcun valore culturale degno di protezione ai sensi dell'art. 135 cpv. 1 CP, neppure alla luce delle relative didascalie. E nulla muta al riguardo il fatto che l'insorgente non abbia minimizzato né glorificato gli atti di cruda violenza ivi contenuti.