Citation: 4A_303/2020 E. 10

L'autorità cantonale ha costatato che in sede di appello l'attrice ha menzionato la libertà di espressione garantita dall'art. 16 Cost., ma che "tale censura non risulta nella decisione pretorile, né peraltro viene approfondita con il gravame". Ha nondimeno osservato, "quale argomentazione di diritto", che i diritti fondamentali possono avere un effetto indiretto anche sui rapporti tra privati, "nel senso che il giudice deve garantire un'interpretazione del diritto privato che sia conforme alla costituzione". Detto questo, la Corte d'appello ha ricordato che la ricorrente era stata licenziata con disdetta ordinaria rispettando i termini legali, non solamente perché aveva espresso una propria opinione, per cui nella fattispecie prevaleva l'autonomia privata del datore di lavoro, ovvero "il suo diritto di impartire delle istruzioni alla dipendente nell'interesse dell'azienda, di vedere rispettate le proprie gerarchie interne e di avere una collaborazione efficace all'interno della redazione". La ricorrente afferma che anche questa conclusione è insostenibile, poiché contrasta con gli atti di causa. Sostiene di avere sempre rispettato "il volere" di I.________, nega che le fossero state date delle istruzioni prima del 2014, in particolare da G.________, e contesta che l'articolo su C.________ contenesse attacchi personali e commenti offensivi; a suo parere l'articolo era "conforme all'art. 16 Cost. fed. (libertà di opinione e informazione) ed ai principi della critica televisiva". La censura è inammissibile nella misura in cui è fondata su fatti diversi da quelli accertati dall'autorità cantonale. S'è appena detto che, secondo tali accertamenti vincolanti, la ricorrente non è stata licenziata perché aveva espresso delle opinioni (cfr. consid. 8). La Corte d'appello ha perciò ritenuto giustamente che non v'è spazio per l'applicazione dell'art. 16 Cost.