Citation: 4P.192/2002 18.11.2002 E. 5

5.1 Per costante giurisprudenza, un giudizio cantonale viola il divieto dell'arbitrio sancito dall'art. 9 Cost., quando appare - e ciò non solo nella sua motivazione bensì anche nell'esito - manifestamente insostenibile, in aperto contrasto con la situazione reale, gravemente lesivo di una norma o di un principio giuridico chiaro e indiscusso oppure in contraddizione urtante con il sentimento della giustizia e dell'equità (DTF 128 I 177 consid. 2.1 pag. 182). L'arbitrio non si realizza già qualora la soluzione proposta con il ricorso possa apparire sostenibile o addirittura migliore rispetto a quella contestata (DTF 128 II 259 consid. 5 pag. 280 seg. con rinvio). Incombe alla parte che ricorre l'onere di dimostrare - conformemente alle esigenze poste dall'art. 90 cpv. 1 lett. b OG - che l'autorità cantonale ha emanato una decisione arbitraria nel senso appena descritto. Giovi inoltre rammentare che un gravame fondato sull'art. 9 Cost., com'è quello in esame, non può essere sorretto da argomentazioni con cui il ricorrente si limita a contrapporre il suo parere a quello dell'autorità cantonale, come se il Tribunale federale fosse una superiore giurisdizione di appello a cui compete di rivedere liberamente il fatto e il diritto e di ricercare la corretta applicazione delle norme invocate (DTF 125 I 492 consid. 1b pag. 495). 5.2 Chiamato a pronunciarsi sull'adozione di provvedimenti cautelari ai sensi dell'art. 59 LPM, il giudice - che in tale ambito dispone di un ampio margine di apprezzamento - deve offrire anche alla controparte la possibilità di esprimersi ed accertare la fattispecie nella maniera più completa possibile (DTF del 7 dicembre 1992 inc., no. 4P.221/1992 pubblicato in SMI 1994 360 consid. 4). Trattandosi di un giudizio fondato sulla verosimiglianza, egli non può tuttavia esigere che le parti forniscano la prova assoluta delle circostanze di fatto da loro allegate, basta che le rendano verosimili. La valutazione del buon fondamento dell'azione è forzatamente sommaria, giacché il provvedimento cautelare non può né deve anticipare il giudizio di merito. Ne discende che le misure di cui all'art. 59 LPM non possono essere ordinate se ad un esame sommario delle questioni giuridiche l'azione sembra priva di possibilità di esito favorevole nel merito (DTF 108 II 69 consid. 2a pag. 72; cfr. anche DTF del 28 ottobre 1985 inc. no. P.2131/1985 pubblicata in Rep 1986 222 consid. 2a). 5.3 In concreto non si può affermare che il Giudice delegato abbia abusato dell'ampio margine di apprezzamento concessogli. In particolare, egli ha spiegato che la sua decisione si fonda principalmente sul fatto che la società licenziante dell'opponente ha reso verosimile di aver venduto in Svizzera capi d'abbigliamento recanti il marchio litigioso già dal 1989. La domanda di provvedimenti cautelari si scontra pertanto con il suo diritto di continuare a usarlo, nella stessa misura (art. 14 LPM). Ammesso che la buona fede costituisca un presupposto per poter beneficiare della protezione garantita dall'art. 14 LPM, il giudice è dell'avviso che la ricorrente non è riuscita a rendere verosimile la malafede della controparte. La sua valutazione appare sostenibile. Innanzitutto non si sa di che tipo fosse il marchio depositato nel 1977; in secondo luogo pare che nel 1997, quando il marchio è stato radiato, la titolare originaria del marchio verosimilmente non esistesse più o, comunque, non fosse più attiva; infine, non risulta che l'opponente fosse a conoscenza delle varie cessioni del marchio intervenute nel frattempo, l'ultima proprio nel 1997, a favore della ricorrente. A quest'ultimo riguardo il Giudice delegato formula un'osservazione pertinente: il fatto che il marchio sia stato radiato per mancata richiesta di proroga quando la ricorrente ne aveva già assunto la titolarità può indurre a ritenere che, verosimilmente, a quell'epoca essa non era interessata a servirsene in Svizzera. Tenuto conto di tutte queste circostanze e del carattere sommario del procedimento in esame, la decisione di escludere la malafede dell'opponente, rispettivamente della sua licenziante, non appare manifestamente insostenibile o in contrasto con la situazione reale. L'applicazione dell'art. 14 LPM resiste alla censura di arbitrio. 5.4 La questione di sapere se il rischio di confusione fra i due marchi sia stato negato arbitrariamente - come sostenuto dalla ricorrente - può quindi rimanere irrisolta. Si può tuttavia, abbondanzialmente, osservare che la scelta del Giudice delegato di tenere conto dell'impressione globale suscitata presso la cerchia di consumatori cui sono destinati i prodotti contrassegnati dai due marchi in esame, dando la priorità alla presentazione figurativa dei segni e lasciando - per contro - in secondo piano i principi evocati dalla ricorrente, appare sostenibile. 5.5 In conclusione, il Giudice delegato non è incorso nell'arbitrio considerando che la ricorrente non ha reso verosimile l'asserita violazione del suo marchio; la decisione di respingere la domanda di provvedimenti cautelari non è pertanto il risultato di un'applicazione arbitraria dell'art. 59 LPM.