Citation: 2P.270/2000 26.01.2001 E. 1

Aggiunge poi che non vi sarebbe nessuna valida ragione per non concedere anche ai magistrati ticinesi il doppio grado di giurisdizione ricorsuale che la legge garantisce ad ogni dipendente, privato o pubblico che sia, in caso di licenziamento. Ravvisa in questa carenza una disattenzione del principio della parità di trattamento, di cui all'art. 8 Cost. Nel suo allegato ricorsuale, l'insorgente fa inoltre riferimento all'art. 13 CEDU, senza tuttavia sviluppare su questo punto delle censure rispettose dei criteri formali previsti dall'art. 90 cpv. 1 lett. b OG. b) L'art. 6 n. 1 CEDU garantisce ad ogni persona il diritto ad un'equa e pubblica udienza davanti ad un tribunale indipendente ed imparziale costituito per legge, al fine sia della determinazione dei suoi diritti e dei suoi doveri di carattere civile, sia della fondatezza di ogni accusa penale che gli viene rivolta. Il ricorrente adduce che i rimproveri rivoltigli dall'autorità di vigilanza sarebbero essenzialmente di natura penale, motivo per cui le garanzie sancite da detta disposizione troverebbero applicazione al caso concreto. Sostiene poi che alla decisione litigiosa deve pure essere attribuito carattere civile, in virtù delle conseguenze che la stessa esplica nei suoi confronti sia sul piano salariale (restituzione degli onorari percepiti dopo l'apertura - avvenuta il 18 giugno 2000 - del procedimento disciplinare) che su quello pensionistico (versamento della sola prestazione di libero passaggio, in luogo della rendita di pensione che sarebbe maturata il 16 gennaio 2001, al compimento del suo sessantesimo anno d'età). aa) La nozione di "contestazione di carattere civile", contemplata dall'art. 6 n. 1 CEDU, va interpretata in modo autonomo e non semplicemente nel senso inteso dal diritto interno dello Stato interessato: essa non include soltanto le cause di diritto civile in senso stretto, ma anche gli atti amministrativi emanati da un'autorità nell' esercizio del potere pubblico, purché gli stessi abbiano degli effetti determinanti su diritti e doveri di carattere civile (DTF 122 II 464 consid. 3b, 121 I 30 consid. 5c, 119 Ia 88 consid. 3b e relativi rinvii). Per prassi costante le vertenze concernenti il reclutamento, la carriera e lo scioglimento del rapporto di servizio di un pubblico funzionario non sono delle controversie di carattere civile ai sensi della citata disposizione convenzionale (DTF 126 I 33 consid. 2b con il rinvio ad alcune decisioni rese dalla Corte europea dei diritti dell'uomo). Sono tuttavia date delle eccezioni a questo principio nei casi in cui l'oggetto della lite verte sulla rivendicazione di un diritto puramente patrimoniale (DTF 126 I 33 consid. 2b, 125 I 313 consid. 4 con relativi rinvii). Nella sua più recente giurisprudenza, la Corte europea dei diritti dell'uomo tende tuttavia a sostituire il criterio patrimoniale con un cosiddetto criterio "funzionale", che tiene conto della vera natura dell'attività esercitata dall'agente pubblico, indipendentemente dalla qualifica, secondo il diritto interno, del rapporto giuridico che lega quest'ultimo allo Stato. Pertanto le contestazioni che traggono la loro origine dalla partecipazione di un agente all'esercizio del potere pubblico non sono assoggettate all'art. 6 CEDU. Per contro tale norma si applica laddove, ad esempio, la lite verte su questioni pensionistiche, dal momento che, una volta posto in quiescenza, il dipendente pubblico non è più legato allo Stato da nessun particolare vincolo di fedeltà e la contestazione assume quindi carattere puramente patrimoniale (DTF 126 I 33 consid. 2b con riferimenti). Nel caso di specie, qualunque sia il criterio applicato, il ricorrente non può invocare l'esistenza di una controversia di carattere civile. Contrariamente a quanto asserito nell'impugnativa, egli, nella sua qualità di giudice del Tribunale d'appello del Cantone Ticino, esercitava infatti un'importante funzione istituzionale, implicante, a non averne dubbio, una sua partecipazione diretta all'esercizio del potere pubblico. Occorre poi considerare che le questioni salariali e pensionistiche evocate nel gravame sono accessorie all'oggetto della vertenza, che tocca esclusivamente il problema dell'interruzione prematura del rapporto di servizio per motivi disciplinari, ragione per la quale si tratta di aspetti che non bastano da soli a conferire alla fattispecie carattere civile ai sensi della disposizione convenzionale in esame. Il ricorrente tenta di dimostrare il buon fondamento della propria tesi, affermando che il Tribunale federale ha già ammesso l'applicabilità dell'art. 6 n. 1 CEDU in alcune vertenze concernenti la sospensione o la revoca dell'autorizzazione all'esercizio del notariato pubblico. Sennonché la prassi a cui egli fa riferimento concerne unicamente quei casi in cui codesta Corte, esaminando le disposizioni di diritto cantonale concretamente applicabili, ha concluso che l'attività del notaio era organizzata e strutturata alla stregua di una professione liberale, per la quale sono date in generale le garanzie procedurali sancite dalla precitata norma (DTF 123 I 87 consid. 2a; sentenza non pubblicata del 22 novembre 1993 in re W. consid. 2b e c; sentenza non pubblicata del 14 dicembre 1999 in re L. consid. 2c). Cosa questa che, invece, non può mai verificarsi nel caso di un magistrato dell'ordine giudiziario. Pertanto, anche questo argomento si rivela privo di fondamento. bb) Resta da esaminare se l'art. 6 n. 1 CEDU possa essere preso in considerazione nella presente fattispecie per quanto attiene alle garanzie da esso contemplate in ambito penale. Di regola, le liti in materia disciplinare non sono considerate come delle contestazioni vertenti su di un'"accusa penale", ai sensi della citata disposizione (Frowein/Peukert, Europäische Menschenrechtskonvention, EMRK-Kommentar, 2a ed., 1996 Kehl/Strasbourg/Arlington, n. 35 ad art. 6). Le autorità di Strasburgo interpretano in modo autonomo tale concetto, fondandosi su tre criteri tra loro alternativi. Innanzitutto esse verificano la qualifica, secondo l'ordinamento giuridico interno, dell'infrazione; in seguito valutano la vera natura della stessa e da ultimo esaminano la sanzione pronunciata, dal profilo dei suoi effetti e della sua severità (DTF 125 I 417 consid. 2, 121 I 379 consid. 3a,; Frowein/Peukert, op. cit. , n. 36 ad art. 6). Nel caso di specie le condizioni per ammettere l' esistenza di un'accusa penale non sono adempiute. La misura litigiosa è stata pronunciata in applicazione dell'art. 81 LOG, il quale concerne - come indicato nella legge - le sanzioni disciplinari che possono essere adottate nei confronti dei magistrati. La stessa non è volta a punire un reato, ma mira a ripristinare il buon funzionamento dell' apparato giudiziario e a ristabilire la fiducia in esso riposta dal pubblico. Il Consiglio della magistratura, al quale la legge delega il compito di pronunciare i provvedimenti contemplati dalla suddetta norma, non è un'autorità a cui compete l'esercizio dell'azione penale, essendo la stessa unicamente investita del potere di disciplinare e di sorvegliare i magistrati e le persone che svolgono funzioni giudiziarie (art. 77 LOG). Inoltre l'infrazione rimproverata al ricorrente, consistente nell'avere adottato un comportamento contrario alla dignità della magistratura, non riveste nessuna connotazione penale. Da ultimo va poi detto che la misura litigiosa, pur essendo la più incisiva prevista dall'art. 81 LOG, non denota quel grado di severità necessario a farla apparire alla stregua di una pena, come potrebbe ad esempio essere il caso per un provvedimento privativo della libertà personale. Per il che, anche da questo punto di vista, la presente vertenza non ricade nel campo d'applicazione della norma convenzionale in parola. Ciò appare d'altra parte in linea con la prassi degli organi di Strasburgo, che si sono in più occasioni rifiutati di attribuire carattere penale all'atto di destituzione di un agente pubblico per motivi disciplinari (Ruth Herzog, Art. 6 EMRK und kantonale Verwaltungsrechtspflege, tesi, Berna 1995, pag. 66 con numerosi riferimenti giurisprudenziali alla nota n. 134). Il fatto poi che, in base alla legge ticinese, il magistrato rimosso divenga ineleggibile a qualsiasi carica giudiziaria (art. 81 cpv. 2 LOG) non basta a sovvertire tale conclusione. Non si tratta infatti di un provvedimento di ritorsione nei confronti del giudice sanzionato, quanto piuttosto di una misura accessoria alla destituzione, avente pure lei carattere disciplinare. Occorre a tale proposito considerare che, a causa del particolare e delicato ruolo che è chiamato a svolgere, il giudice deve godere sul piano personale della massima fiducia e considerazione da parte dei cittadini e delle altre istituzioni dello Stato: si tratta di sentimenti che ben difficilmente possono essere riposti in un magistrato che già in un'occasione è venuto meno ai propri doveri professionali in modo tanto grave da essere stato allontanato dalla propria funzione. Da qui la necessità, per il buon funzionamento e la credibilità della giustizia, di impedire che, una volta rimosso per ragioni disciplinari, un ex magistrato possa nuovamente accedere ad una carica giudiziaria. cc) Visto quanto precede, si deve dunque concludere che la fattispecie in esame non ricade nel campo di applicazione dell'art. 6 n. 1 CEDU. Per il che, non si rende necessario in questa sede stabilire se il Consiglio della magistratura sia o no un tribunale imparziale e indipendente, ai sensi di detta disposizione. c) Il Tribunale federale ha già avuto modo di precisare che l'art. 30 Cost. non sancisce una garanzia generale della via giudiziaria, limitandosi tale norma ad istituire la facoltà di adire un tribunale laddove ciò è previsto dal diritto internazionale pubblico e, in particolar modo, dall'art. 6 n. 1 CEDU (DTF 126 II 377 consid. 8d/bb; cfr. anche il Messaggio del 20 novembre 1996 concernente la revisione della Costituzione federale, in: FF 1997 171 e seg.). Di conseguenza, nella misura in cui, come appena esposto (consid. 2b), quest'ultima disposizione convenzionale non trova applicazione alla fattispecie concreta, non si può affermare che la mancanza a livello cantonale di un' autorità giudiziaria, competente ad esaminare nel merito il provvedimento di destituzione in oggetto, disattenda l'art. 30 Cost. Occorre poi aggiungere che, contrariamente a quanto asserito nel gravame, la garanzia generale a ricorrere contro una decisione non può essere dedotta nemmeno dall' art. 29 Cost. , che si limita a raccogliere in un'unica disposizione gli aspetti parziali del diniego di giustizia formale concretizzati dalla giurisprudenza del Tribunale federale relativa all'art. 4 della Costituzione federale del 1874 (vCost.), quali il divieto del diniego e della ritardata giustizia, il divieto di formalismo eccessivo, nonché il diritto di essere sentito e il diritto al gratuito patrocinio (cfr. FF 1997 169 e seg.). Certo, in occasione della votazione federale del 12 marzo 2000 il popolo svizzero ha accettato (FF 2000 2656) il Decreto federale dell'8 ottobre 1999 sulla riforma della giustizia (FF 1999 7454), il quale prevede, tra le altre cose, l'introduzione nella Costituzione federale di un nuovo art. 29a, contemplante il diritto per ogni cittadino ad ottenere la decisione di un' autorità giudiziaria nell'ambito di una controversia giuridica. A prescindere da qualsiasi considerazione in merito alla portata di questa disposizione, è sufficiente in questa sede rilevare come la stessa non fosse in vigore allorquando è stata emanata la decisione impugnata e non lo sia ancora al momento attuale. Di conseguenza, l'insorgente non può ancora prevalersi di un simile diritto. Da ultimo va ancora detto che, per quanto concerne la pretesa disparità di trattamento sul piano procedurale a cui fa riferimento il ricorrente, la situazione dei magistrati giudicanti è palesemente diversa sia da quella degli altri funzionari, i quali non sono investiti di un analogo potere, sia da quella di un qualsiasi dipendente attivo nel settore privato: in simili circostanze nulla impedisce al Cantone Ticino di prevedere una diversa ripartizione delle competenze concernenti lo scioglimento del rapporto d'impiego, rispettivamente, l'esonero dalla carica (RDAT 1997 II 1 consid. 5c). Pertanto anche la censura secondo cui, nel caso di specie sarebbe stato disatteso il principio di uguaglianza, di cui all'art. 8 Cost. , dev'essere respinta.