Citation: 1D_20/2007 14.02.2008 E. 2

2.1 La ricorrente rileva d'aver inoltrato la domanda di naturalizzazione al Cantone (come previsto dall'art. 13 cpv. 1LCCit) il 12 luglio 2006, sostenendo che in quel momento la durata minima del domicilio sarebbe stata di tre anni: soltanto in seguito, segnatamente il 21 novembre 2006, il Comune patriziale l'avrebbe aumentata a sei anni (come previsto dall'art. 11 cpv. 2 LCCit). Nella seduta del 26 luglio 2007, la sovrastanza del Comune patriziale non avrebbe tenuto conto della data di inoltro della domanda in esame, ma verosimilmente della sua ricezione da parte del Cantone. 2.2 È vero che dalla decisione di stralcio, emanata il 25 settembre 2007 dall'Ufficio per questioni di polizia e di diritto civile dei Grigioni, risulta che la ricorrente ha presentato a detto ufficio, il 12 luglio 2006, una domanda di naturalizzazione, trasmessa poi, per motivi non meglio precisati, soltanto il 25 aprile 2007 al Comune patriziale. Dal verbale dell'Assemblea patriziale del 21 novembre 2006 risulta inoltre che in quell'ambito la durata minima del domicilio di tre anni è stata aumentata a sei anni, allo scopo di adeguarla alla normativa cantonale (durata minima di quattro anni, che i comuni patriziali possono aumentare a sei, fino a un massimo di dodici anni; art. 11 LCCit). 2.3 La questione di sapere se il Comune patriziale avesse dovuto esaminare la domanda sulla base del diritto vigente all'epoca dell'inoltro della richiesta o no, tesi sulla quale è imperniato il ricorso, non può tuttavia essere esaminata. In effetti, la ricorrente medesima riconosce, rettamente, che nel suo ricorso dinanzi al Tribunale amministrativo non ha per nulla menzionato questo motivo ("forse perché offuscata dalla rabbia"), limitandosi ad accennare all'ipotesi che la Corte cantonale non avrebbe valutato con la dovuta attenzione detto quesito. Inoltre, la ricorrente neppure sostiene che la Corte cantonale avrebbe dovuto esaminare d'ufficio tale questione. Del resto, in concreto, non si sarebbe in presenza di una mancata motivazione del diniego della naturalizzazione ma, semmai, di una motivazione non corretta poiché fondata su un inesatto accertamento dei fatti. Anche una motivazione non corretta costituisce comunque, sotto il mero profilo procedurale, una motivazione (cfr. Yvo Hangartner, Grundsätzliche Fragen des Einbürgerungsrechts, in: AJP 2001, 961). Nulla impediva alla ricorrente di far valere tempestivamente l'invocato accertamento dei fatti dinanzi al Tribunale amministrativo. 2.3.1 Questa censura costituisce quindi una nuova allegazione. Ora, nell'ambito di un ricorso sussidiario in materia costituzionale nuovi fatti e nuovi mezzi di prova possono essere addotti soltanto se ne dà motivo la decisione dell'autorità inferiore (art. 117 in relazione con l'art. 99 LTF). Questa condizione non si verifica in concreto. Per di più, secondo l'art. 118 LTF, il Tribunale federale fonda la propria sentenza sui fatti accertati dall'autorità inferiore, potendo rettificare o completare d'ufficio detto accertamento qualora sia stato svolto in violazione del diritto ai sensi dell'art. 116 LTF. Ora, accennando semplicemente alla predetta ipotesi, la ricorrente non spiega in che misura il Tribunale amministrativo, ritenendo nella decisione impugnata ch'ella ha interposto la domanda litigiosa "durante la prima metà del 2007", avrebbe disatteso questa norma. 2.3.2 Per di più, il Tribunale federale esamina la violazione di diritti fondamentali e di disposizioni di diritto cantonale soltanto se il ricorrente ha sollevato e motivato tale censura (art. 116 LTF e art. 117 in relazione con l'art. 106 cpv. 2 LTF). In tale ambito, il Tribunale federale non esamina d'ufficio se la decisione impugnata è conforme alla Costituzione. La ricorrente non indica tuttavia quali norme e diritti fondamentali sarebbero stati lesi. Il suo allegato non soddisfa chiaramente le rigorose esigenze di motivazione, che riprendono la prassi dell'art. 90 cpv. 1 lett. b OG, secondo cui, per far valere la violazione di diritti fondamentali è necessario spiegare e dimostrare perché il giudizio impugnato sarebbe manifestamente insostenibile, in aperto contrasto con la situazione effettiva, fondato su una svista manifesta oppure in urto palese con il sentimento di giustizia ed equità (DTF 133 II 396 consid. 3.1-3.3 e rinvii; 133 III 638 consid. 2; sentenza 1C_32/2007 del 18 ottobre 2007 consid. 1.3). Il ricorso sarebbe quindi inammissibile anche per carenza di motivazione.