Citation: 6B_756/2016 E. 5

Secondo la ricorrente, l'intero procedimento penale sarebbe inficiato da "gravissimi vizi procedurali", da "grave arbitrio", da "assoluto abuso di potere". Lamenta l'adozione di "provvedimenti coercitivi contrari ai diritti di legge applicabili", l'uso di metodi probatori lesivi della sua dignità, la parzialità dei giudici, una disparità di trattamento. Sostiene che nessun atto del fascicolo processuale sarebbe stato allestito regolarmente, non sarebbero inoltre adempiuti i presupposti processuali penali e vi sarebbero impedimenti a procedere. Si duole di un accertamento inesatto dei fatti, nonché del mancato accertamento di fatti rilevanti per il giudizio e della violazione dell'art. 139 CPP e dell'art. 55 LTF. Dalla sentenza impugnata non risulta che la ricorrente sia stata oggetto di un qualsiasi provvedimento coercitivo e invano si cerca nel gravame una benché minima indicazione al riguardo, che vada oltre il generico proclama testé citato. La censura appare quindi inammissibile, perché completamente immotivata. Identico discorso vale per le ridondanti e vacue asserzioni sul fascicolo processuale, sui presupposti processuali e gli impedimenti a procedere. Per il resto, tutte le ulteriori critiche si traducono in sostanza in un biasimo per la mancata assunzione delle prove volte a dimostrare la veracità delle allegazioni contenute nei precetti esecutivi fatti notificare all'accusatrice privata. Sennonché, ancora una volta l'insorgente si limita a formulare smodate esternazioni, senza confrontarsi con il giudizio impugnato. La CARP ha negato alla ricorrente la possibilità di apportare la prova della verità in applicazione dell'art. 173 n. 3 CP (v. in proposito DTF 137 IV 313 consid. 2.4.4; 132 IV 112 consid. 3.1), ritenendo che le affermazioni lesive dell'onore non fossero giustificate da alcun interesse pubblico o da un altro motivo sufficiente e che ella avesse agito nell'intento di fare della maldicenza. La ricorrente non si rapporta con queste considerazioni, che nemmeno contesta, e ancor meno spiega perché violerebbero il diritto, di modo che non si giustifica attardarsi sull'argomento. Non essendo stata ammessa alla prova della verità, è del tutto infondata la censura sulla pretesa insussistenza del reato di diffamazione, motivata dal fatto che "tutto il contenuto riportato sul precetto esecutivo corrisponde esattamente alla pura verità dei fatti e delle vicissitudini vissute e di tutti i gravissimi danni che la querelante" avrebbe causato alla ricorrente. Per il resto, l'insorgente non contesta che le espressioni utilizzate nei precetti esecutivi siano suscettibili di nuocere alla reputazione dell'accusatrice privata e nemmeno la realizzazione dell'aspetto soggettivo del reato.