Citation: 1A.226/2005 24.04.2007 E. 4

4.1 Nella decisione impugnata il MPC precisa d'aver invitato, il 7 gennaio 2004, lo Stato richiedente a produrre una decisione di confisca entro il 31 gennaio 2005. L'autorità estera ha chiesto una proroga di sei mesi: il termine è quindi stato fissato al 30 giugno 2005. Il 17 gennaio 2005 la Procura estera aveva richiesto al Procuratore generale della Repubblica di sollecitare presso la Corte di appello di Venezia, giudice dell'esecuzione riguardo alla sentenza di condanna nei confronti del ricorrente, divenuta irrevocabile, la confisca del denaro sequestrato in Svizzera, allo scopo di poterlo trasferire in Italia: si precisava che gli averi litigiosi erano oggetto di sequestro conservativo, definitivo, sollecitato all'epoca dalle parti civili. Con ordinanza del 18 giugno 2005 la Corte d'appello, dopo un'udienza in contraddittorio alla presenza dei difensori del ricorrente e delle parti civili, ha rilevato che gli effetti del provvedimento di sequestro sono disciplinati dalla legge e che non v'è quindi spazio per superare il dato normativo dell'art. 320 1° comma CPP italiano concernente l'esecuzione sui beni sequestrati, secondo cui il sequestro conservativo si converte in pignoramento quando diventa irrevocabile la sentenza di condanna al pagamento di una pena pecuniaria ovvero quando diventa esecutiva la sentenza che condanna l'imputato e il responsabile civile al risarcimento del danno in favore della parte civile. La Corte d'appello ha precisato che sui beni sequestrati dalle parti civili è stato richiesto e disposto dal competente Tribunale di Venezia, con provvedimento non impugnato, il sequestro conservativo, eseguito dalle autorità svizzere. È poi stabilito che il tenore della citata norma è palese nel suo significato e inequivoco nei suoi effetti: in sintonia con quanto previsto nel codice di rito civile, nel momento in cui la sentenza di condanna passa in giudicato il sequestro conservativo si converte in pignoramento e la normativa processuale civile andrà a regolare il procedimento di esecuzione, con la conseguenza che la parti potranno, tra l'altro, proporre istanza di vendita o assegnazione per la soddisfazione dei propri interessi. 4.2 Nel quadro della procedura svizzera il ricorrente ha nondimeno chiesto la revoca della criticata misura, adducendo che il sequestro conservativo penale si è convertito in pignoramento civile, ma che, non avendo le parti civili richiesto l'assegnazione o la vendita entro i termini predisposti dal diritto civile italiano, il pignoramento avrebbe cessato ogni sua efficacia, per cui non esisterebbe più nessun vincolo, civile o penale, sul conto litigioso. Nella decisione impugnata, ricordato che il sequestro conservativo eseguito dal MPC non è stato contestato in Italia dalle parti, è stato ritenuto che sarà pertanto la normativa processuale civile italiana a regolare la procedura di esecuzione. Questa tesi è corretta e d'altra parte il ricorrente non solleva più la censura d'inefficacia del contestato sequestro. Per di più, il ricorrente ha potuto fare valere compiutamente i suoi diritti nel quadro dell'udienza in contraddittorio del 14 giugno 2005. 4.3 Il ricorrente, richiamando la sentenza del Tribunale federale del 10 dicembre 2003, sostiene che la decisione di sequestro conservativo non sarebbe sufficiente per la trasmissione dei beni ai sensi dell'art. 74a AIMP, occorrendo una decisione di confisca dalla quale si possa desumere la contestata provenienza delittuosa dei beni, segnatamente ch'essi costituirebbero il prodotto o il ricavo di un reato, il valore di rimpiazzo e l'indebito profitto ai sensi dell'art. 74a cpv. 2 lett. b AIMP. Ripropone la tesi, addotta nel precedente ricorso, della mancanza di connessione tra i reati per i quali è stato condannato, commessi nel 1995 e 1996 (tranne un'imputazione per fatti perpetrati all'inizio del 1994), e l'apertura del conto litigioso, avvenuta il 17 novembre 1993 con un versamento per cassa di fr. 1'800'000.--. Sostiene quindi, che non vi sarebbe connessione temporale tra gli averi sequestrati e il periodo in cui furono commessi i reati. 4.3.1 L'assunto è impreciso. In effetti, nel passaggio della sentenza del 29 novembre 2000 della Corte d'appello di Venezia richiamato dal ricorrente, è stato precisato che "pur non esistendo rigorosa coincidenza temporale tra quei depositi e l'acquisto di quei gioielli da un lato e i reati di corruzione e concussione per cui è processo dall'altro, sta di fatto che nel corso di pochi anni (coincidenti in parte con quelli di commissione di tali reati), X.________ accumulò un patrimonio (tra contanti e gioielli) di quasi quattro miliardi, sicuramente non provenienti dal suo stipendio di colonnello della Guardia di Finanza o di altra lecita attività di cui non vi è traccia in atti, di cui il predetto non ha fornito alcuna plausibile giustificazione". Da questo passaggio non risulta affatto l'asserita assenza di una connessione temporale, ma soltanto la mancanza di una prova rigorosa e inconfutabile della stessa, di cui si dirà ancora in seguito. Giova inoltre ricordare che il Tribunale di Venezia, già nella decisione del 4 novembre 1998 con la quale aveva accolto a favore della parte civile l'istanza di sequestro conservativo, presentata dal Procuratore della Repubblica ai sensi dell'art. 316 CPP italiano, relativo al sospettato provento dell'asserita concussione operata ai danni della parte civile, aveva rilevato ch'essa sarebbe stata costretta a sborsare una somma di poco inferiore ai due miliardi di lire. 4.3.2 Del resto, non vi è alcun motivo per credere che la Corte estera, a conoscenza della decisione di condanna ed esprimendosi su espressa richiesta della Svizzera sulla portata del sequestro litigioso e sulla emanazione di una decisione di confisca, avrebbe riconfermato la domanda di consegna degli averi qualora non sussistesse una chiara relazione tra essi e i reati oggetto della condanna. Ciò vale a maggior ragione visto che il ricorrente, nell'ambito del contraddittorio, ha potuto addurre gli argomenti che si opporrebbero al criticato mantenimento del sequestro e alla sua asserita inefficacia. 4.4 Il ricorrente sostiene inoltre che, in applicazione dell'art. 316 comma 1 CPP italiano, oggetto del sequestro conservativo sarebbero i beni mobili o immobili dell'imputato o somme o cose a lui dovute e non il prodotto o il ricavo di un reato. Aggiunge che, contrariamente alla tesi del MPC, una decisione di confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e delle cose che ne sono il prodotto o il profitto, secondo l'art. 240 CP italiano (concernente la confisca) in relazione con l'art. 321 CPP italiano (relativo al sequestro preventivo), non avrebbe un contenuto analogo al sequestro conservativo di cui all'art. 316 CPP italiano, nell'ambito del quale non è necessario stabilire se i beni da sequestrare costituiscano provento di reato, essendo sufficiente ch'essi siano di pertinenza dell'imputato. Certo, di primo acchito, l'assunto ricorsuale non parrebbe privo di fondamento, visto che il sequestro preventivo dell'art. 321 CPP italiano dev'essere "pertinente al reato" e deve sussistere un nesso strumentale tra il bene da sequestrare e la perpetrazione del reato (cfr. Alberto Crespi/Giuseppe Zuccalà/Federico Stella, Commentario breve al codice penale, Complemento giurisprudenziale, Padova 2004, n. XII n. 6 all'art. 240; Giorgio Lattanzi, Codice penale, 2a ed., Milano 2001, n. 2 all'art. 240). Per contro, secondo la dottrina, in presenza di un sequestro conservativo ai sensi dell'art. 316 CPP italiano, il parallelismo con il processo civile e l'impostazione sistematica dell'art. 320 CPP italiano comportano che il giudice dell'esecuzione penale sia funzionalmente incompetente a deliberare in tema di cose soggette a sequestro conservativo, in quanto il codice attuale, a differenza di quello abrogato, attribuisce al passaggio in giudicato della sentenza di condanna la conversione automatica in pignoramento, per cui la competenza a giudicare su domande di terzi che contestano il vincolo appartiene al giudice civile (Giovanni Conso/Vittorio Grevi, Commentario breve al Codice di procedura penale, Padova 2005, n. I all'art. 320). 4.5 Il ricorrente, incentrando e riprendendo in sostanza l'argomentazione contenuta nel precedente ricorso, si confronta tuttavia soltanto in maniera sommaria e generica con i nuovi motivi addotti dall'autorità richiedente dopo l'emanazione della sentenza del 10 dicembre 2003. In effetti, nella richiesta 17 gennaio 2005 della Procura estera alla Corte di Appello di Venezia concernente la confisca degli averi litigiosi e la loro consegna all'Italia, il Procuratore sostituto istante insisteva sull'esistenza dell'ordinanza, definitiva, di sequestro conservativo sollecitato e ottenuto dalle parti civili: precisava che gli effetti di detto sequestro cesserebbero soltanto con una sentenza di proscioglimento, ricordato che la sua finalità è evitare di disperdere le garanzie previste dalla legge, ivi compresa la confisca dell'art. 240 CP italiano, chiedendo di ordinarne, come richiesto dalle autorità svizzere, la confisca. Sottolineava che durante il dibattimento era stata ampiamente provata l'illecita provenienza dei beni sequestrati che costituiscono, secondo la Procura estera, il frutto e il prezzo di attività concussive attuate dal ricorrente. Tenuto conto di questi ulteriori chiarimenti, la connessione tra i beni litigiosi e i reati per i quali è stato condannato il ricorrente dev'essere ammessa (cfr. DTF 131 II 169 consid. 6 pag. 175; 129 II 453 consid. 4.1). Come si è visto, il 14 giugno 2005 la Corte d'appello di Venezia ha stabilito che gli effetti del provvedimento di sequestro sono regolati dalla legge, per cui non v'è spazio alcuno per superare il dato normativo offerto dall'art. 320 1° comma CPP italiano. Quale giudice dell'esecuzione della sentenza di condanna, nell'ambito della quale il ricorrente è stato condannato anche al risarcimento dei danni in favore delle persone offese costituitesi parti civili, ha precisato che risulta ampiamente documentato agli atti, né è stato contestato in alcun modo, come nei confronti dei beni litigiosi è stato richiesto e disposto, con provvedimento non impugnato, il sequestro conservativo eseguito dalle autorità svizzere. 4.6 Il 13 luglio 2005 la Procura estera ha poi comunicato alle autorità svizzere che, per contro, la Corte di appello di Venezia ha potuto disporre la confisca di un altro conto aperto presso un'altra banca luganese, riconducibile al ricorrente, richiamato nella decisione impugnata, poiché la relazione era stata individuata successivamente ai giudizi di merito. Anche riguardo a questo conto, la Corte estera ha ritenuto che la provenienza illecita degli averi ivi depositati si situa in un contesto temporale del tutto compatibile con la commissione dei noti reati. La Procura ha ribadito che per contro riguardo al conto litigioso esisteva già il sequestro conservativo definitivo, per cui la menzionata Corte ha ritenuto di non potere e dovere emettere un'ulteriore decisione di confisca, le somme sequestrate essendo già oggetto di sostanziale confisca pronunciata nel giudizio di merito di primo grado, decreto rimasto immutato fino all'esito dei gradi di appello e di cassazione. Il ricorrente disconosce che è per questo motivo, e non per l'asserita mancanza di connessione tra gli averi litigiosi e la sua condanna, che non può essere pronunciata la loro confisca. Secondo le autorità estere, il chiaro e inequivocabile dettato legislativo di cui all'art. 320 CPP italiano impedisce, di fatto, una seconda pronuncia sullo stesso oggetto. Il ricorrente non contesta l'impossibilità, nel caso di specie, di pronunciare una decisione di confisca. 4.7 Viste le particolarità della fattispecie, precisata e chiarita dalle competenti autorità estere mediante i citati complementi di informazioni, gli averi sequestrati a scopo conservativo possono quindi essere consegnati allo Stato richiedente a scopo di restituzione agli aventi diritto, anche in assenza di una formale decisione di confisca la cui adozione è superflua. In effetti, le competenti autorità giudiziarie estere, esprimendosi compiutamente sugli effetti del contestato sequestro, hanno stabilito che questa misura, passata in giudicato ed esecutiva, dev'essere parificata a una decisione di confisca. Per di più, il ricorrente, condannato in maniera definitiva, ha potuto esprimersi e partecipare ai predetti procedimenti, per cui le garanzie della CEDU e del PATTO ONU II, come peraltro da lui non contestato, sono state rispettate; né è violato l'ordine pubblico elvetico e alla consegna non si oppongono gli interessi della Svizzera (DTF 123 II 268 consid. 4b/bb). Ci si trova quindi dinanzi, come espressamente confermato dalle autorità italiane, a una decisione cresciuta in giudicato ed esecutiva dello Stato richiedente pronunciata dalla competente Corte penale estera (art. 74 cpv. 3 AIMP; DTF 123 II 595 consid. 3 in fine). Il suo fondamento, ritenuto che la procedura istituita dall'art. 74a AIMP non è una procedura di exequatur, non dev'essere di massima esaminato dall'autorità svizzera (cfr. DTF 129 II 453 consid. 3.2; 123 II 595 consid. 4b pag. 601 e 4e pag. 605). Ora, per le autorità estere la provenienza delittuosa degli averi sequestrati è sufficientemente accertata, per cui un'ulteriore chiarificazione di questo quesito da parte delle autorità svizzere non è necessario (cfr. DTF 123 II 595 consid. 4e-f; 126 II 462 consid. 5c pag. 469; Zimmermann, op. cit., n. 189). 4.8 In siffatte circostanze, il MPC non ha abusato dell'ampio potere di apprezzamento conferitogli dall'art. 74a cpv. 1 AIMP. Del resto, la locuzione contenuta al cpv. 3 di questa norma, secondo cui la consegna può avvenire "di regola" su decisione passata in giudicato, è stata introdotta proprio per tener conto delle particolarità delle eccezioni all'art. 74a AIMP riguardo a casi concreti e alle peculiarità del diritto estero e quindi delle specificità della legislazione straniera (DTF 123 II 268 consid. 4a pag. 274, 595 consid. 4).