Citation: 2C_494/2017 E. B

Preso atto dell'ultima condanna, il 10 aprile 2015 la Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni del Cantone Ticino, dopo avere dato a A.________ la possibilità di esprimersi, ha deciso di non rinnovargli il permesso di dimora e gli ha fissato nel contempo un termine per lasciare la Svizzera. Questa decisione è stata confermata dapprima al Consiglio di Stato, con giudizio dell'8 marzo 2016, e poi dal Tribunale cantonale amministrativo, con sentenza del 24 aprile 2017. La Corte cantonale ha in primo luogo osservato che l'interessato non poteva più pretendere ad un permesso di dimora per caso personale particolarmente grave, dato che dal 28 febbraio 2015 non conviveva più con la compagna e il loro figlio. Ha poi rilevato che, viste le condanne inflittegli, la proroga sollecitata poteva essere negata in virtù dei combinati art. 33 cpv. 3 e 62 lett. c e d LStr (ora art. 62 cpv. 1 lett. c e d LStrI). Constatato che il provvedimento impugnato ossequiava il principio della proporzionalità (art. 96 LStrI), i giudici ticinesi hanno concluso aggiungendo che l'insorgente non poteva nemmeno prevalersi dell'art. 8 CEDU. Oltre a non avere dimostrato e/o documentato, dal profilo affettivo e economico, che il legame intrattenuto con il figlio, di cui non aveva la custodia, raggiungeva l'intensità richiesta dalla prassi per potersi appellare al disposto convenzionale, l'insorgente non aveva nemmeno avuto, durante il suo soggiorno nel nostro Paese, un comportamento irreprensibile, essendo stato condannato a due riprese. In ogni caso, hanno aggiunto, i rapporti con il figlio potevano essere mantenuti mediante contatti telefonici e scritti nonché tramite i mezzi di comunicazione multimediali e/o visite, nel caso in cui tornava a vivere in Italia, ove stando alle sue dichiarazioni aveva posseduto un permesso di soggiorno.