Citation: 6B_1228/2022 E. 3.2

3.2. Secondo l'art. 317 n. 1 cpv. 2 CP, i funzionari o i pubblici ufficiali che intenzionalmente in un documento attestano in modo contrario alla verità un fatto d'importanza giuridica, in ispecie autenticano una firma falsa o una copia non conforme all'originale, sono puniti con una pena detentiva sino a cinque anni o con una pena pecuniaria. Gli autori di questo reato di falsità in atti sono i pubblici ufficiali o i funzionari. Nondimeno, anche una persona che non dispone di tale qualità speciale, ma agisce quale istigatore o complice, può essere punibile secondo l'art. 317 CP (cfr. art. 26 CP; DTF 95 IV 113 consid. 2b; 81 IV 285 consid. 3; sentenza 6S.276/2004 del 16 febbraio 2005 consid. 3.2, in: ZBGR 2006, pag. 215 segg.; MARKUS BOOG, in: Basler Kommentar, Strafrecht II, 4a ed. 2019, n. 20 all'art. 317 CP; MARIO POSTIZZI, in: Commentaire romand, Code pénal II, 2017, n. 30 all'art. 317 CP). È complice ai sensi dell'art. 25 CP chiunque aiuta intenzionalmente altri a commettere un crimine o un delitto. Dal profilo oggettivo, il complice deve fornire all'autore principale un contributo causale alla realizzazione del reato, di modo che gli eventi non si sarebbero svolti allo stesso modo senza tale atto che ha favorito l'infrazione. Dal profilo soggettivo, occorre che il complice sappia o si renda conto che fornisce il suo contributo a un determinato atto illecito e che lo voglia o l'accetti, essendo al riguardo sufficiente che conosca gli elementi principali dell'attività illecita che avrà l'autore. Per agire in modo intenzionale, il complice deve conoscere l'intenzione dell'autore principale, che deve quindi già avere preso la decisione di agire (DTF 149 IV 57 consid. 3.2.3; 132 IV 49 consid. 1.1). Secondo la giurisprudenza, un atto pubblico concernente la costituzione di una società anonima non attesta unicamente il fatto che i promotori hanno rilasciato le dichiarazioni in questione, ma fornisce anche la garanzia della loro veridicità. L'atto pubblico che attesta le dichiarazioni secondo cui gli importi versati, rispettivamente i conferimenti in natura depositati, sono a libera disposizione della società riveste quindi un valore probatorio accresciuto anche con riferimento alle dichiarazioni di volontà rilasciate dalle parti. La giurisprudenza riconosce perciò nei casi di una semplice liberazione fittizia del capitale azionario la punibilità per il reato di conseguimento di una falsa attestazione (art. 253 CP; DTF 101 IV 145 consid. 2), rispettivamente di falsità in atti formati da pubblici ufficiali o funzionari (art. 317 n. 1 CP) nel caso in cui il pubblico ufficiale è consapevole della falsità della sua attestazione (cfr. sentenze 6B_17/2013 del 13 giugno 2013 consid. 3.2, in: ZBGR 2015, pag. 163 segg.; 6B_460/2008 del 26 dicembre 2008 consid. 2.2.2 e 2.3.1 e rispettivi rinvii). In concreto è incontestato che il notaio ha agito intenzionalmente, avendo avuto consapevolezza della falsità di quanto da lui attestato (cfr. sentenza 6B_1217/2021, citata). A ragione la Corte cantonale ha quindi esaminato la presente fattispecie sotto il profilo della partecipazione al reato di cui all'art. 317 n. 1 CP.