Citation: 1A.99/2000 01.02.2001 E. 2

2.- Il ricorrente rileva che la rogatoria si fonda sull'asserita violazione degli art. 319 (corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio), 319bis (circostanze aggravanti) e 321 CP italiano (pene per il corruttore), che corrisponderebbero, secondo il diritto svizzero, agli art. 313 (concussione) e 315 vCP (corruzione passiva), norme richiamate in entrambe le decisioni del Procuratore pubblico. Tuttavia, secondo il ricorrente, in assenza di un esplicito riferimento all'art. 288 vCP (corruzione attiva), un'inchiesta nei suoi confronti non sarebbe giustificata, visto ch'egli non è un pubblico funzionario e che non può quindi essere oggetto o soggetto della corruzione secondo le norme indicate dal Procuratore pubblico. Il ricorrente precisa di essere un imprenditore che non ha ricevuto ma che, se del caso, ha pagato tangenti, e ricorda d'aver già fornito un' ampia confessione. Secondo la sua stessa ammissione, egli sarebbe, semmai, un corruttore ai sensi dell'art. 288 vCP: e questo però nel quadro di un sistema economico dove chi non oliava gli ingranaggi non aveva alcuna possibilità reale e concreta di ottenere un appalto pubblico. a) Aderendo alla Convenzione, la Svizzera ha fatto uso delle facoltà previste dagli art. 5 n. 1 lett. a e 23 n. 1 CEAG, e ha sottoposto all'esigenza della doppia incriminazione l'esecuzione di commissioni rogatorie che, come quella in esame, implicano coercizione. L'AIMP, entrata in vigore posteriormente alla Convenzione, ha attenuato questa esigenza, imponendo al Giudice dell'assistenza di verificare, di regola, solo se l'atto perseguito all'estero, effettuata la dovuta trasposizione, denoti gli elementi obiettivi di una fattispecie punibile secondo il diritto svizzero (art. 64 cpv. 1 AIMP; DTF 124 II 184 consid. 4b e 4b/cc, 112 Ib 576 consid. 11a pag. 591). Occorre esaminare quindi se i fatti addotti nella domanda estera, effettuata la dovuta trasposizione, sarebbero punibili anche secondo il diritto svizzero. b) Secondo la rogatoria, il ricorrente, quale rappresentante delle società milanesi X.________ e Y.________, è indagato per avere, in concorso con B.________, rappresentante della società Z.________ di Bari, promesso prima e versato poi due tangenti di ITL 350'000'000 e 300'000'000 a favore di pubblici funzionari ed esponenti politici affinché li favorissero nell'aggiudicazione di appalti pubblici. Decisiva, contrariamente all'assunto ricorsuale, non è la questione di sapere se, in assenza di un esplicito riferimento all'art. 288 vCP da parte del Procuratore pubblico ticinese, un'inchiesta nei suoi confronti sarebbe o no giustificata, ma solo se i fatti addotti nella rogatoria sarebbero punibili secondo il diritto svizzero. Ora, è manifesto che tali atti adempiono la predetta esigenza e del resto il ricorrente ammette d'essere corruttore secondo l'art. 288 vCP, norma richiamata dalla CRP, e ora abrogata - con la revisione delle disposizioni penali in materia di corruzione, del 22 dicembre 1999, entrata in vigore il 1° maggio 2000 (FU 2000 1121) - dall'art. 322ter CP; l'art. 315 vCP è stato sostituito dall'art. 322quater CP. In effetti, i reati di corruzione sono sempre stati considerati dalla giurisprudenza del Tribunale federale come reati estradizionali e motivanti l'assistenza internazionale (sentenza del 29 marzo 1993 in re F., consid. 5, apparsa in Rep 1993 142). Ai fatti perseguiti in Italia sarebbero configurabili, in Svizzera, i reati di abuso di autorità (art. 312 CP) e corruzione passiva (art. 315 vCP): a carico degli imprenditori che hanno versato somme per ottenere appalti pubblici o evitare che fossero frapposti ostacoli alla conclusione di accordi o alla commissione di forniture, è invece configurabile, come ammesso dal ricorrente, il reato di corruzione attiva (art. 288 vCP; sentenza del 31 maggio 1995 in re M., consid. 4b/bb, , apparsa in Rep 1995 112). Statuendo su domande presentate nell'ambito dell'inchiesta "Mani pulite", il Tribunale federale ha già avuto occasione di precisare che, anche volendo lasciare aperta la questione di sapere se, come nel presente caso, ai ricorrenti dovesse essere riconosciuta la qualifica di funzionari secondo l'art. 110 n. 4 CP, il concreto sospetto che i fatti oggetto d'indagine in Italia potessero essere costitutivi - per le pressioni esercitate su imprenditori, in questo caso danneggiati - del reato di coazione (art. 181 CP) o addirittura di estorsione (art. 156 CP) non appariva sprovvisto di verosimiglianza. Esso ha nondimeno rilevato che nei confronti degli imprenditori, che avessero versato importi al fine di essere avvantaggiati nei concorsi non poteva essere scartato il sospetto concreto di reati di corruzione attiva nei confronti di funzionari, cui per finire gli importi raccolti fossero pervenuti; nei confronti di tali funzionari sarebbe ipotizzabile il reato dell' art. 312 CP. In effetti, il Tribunale federale ha ricordato che ai fini dell'assistenza giudiziaria non sono determinanti esclusivamente le imputazioni che si possono rivolgere alla persona, nei cui confronti la domanda è diretta, ma gli atti che sono perseguiti all'estero; ha ritenuto altresì che, nella misura in cui i versamenti fossero stati effettuati, come ipotizzato dall'Autorità richiedente, ricorrendo a fondi costituiti mediante un sistema di false fatturazioni, o a fondi non contabilizzati, gestiti tramite società "off shore", in diritto svizzero sarebbero pure ipotizzabili i reati di falsità in documenti (art. 251 CP) e di false indicazioni su attività commerciali (art. 152 CP; sentenza del 1° dicembre 1995 in re titolari dei conti, consid. 7b e c, apparsa in Rep 1995 114; v. anche Robert Zimmermann, La coopération judiciaire internationale en matière pénale, Berna 1999, n. 362; Paolo Bernasconi, Rogatorie italo-svizzere, Milano 1997, pag. 166 segg.). Discende da queste considerazioni che il requisito della doppia punibilità è adempiuto.