Citation: 4C.90/2006 19.09.2006 E. 9

Nella sentenza impugnata è stato stabilito che il contratto d'affitto sottoscritto con M.________ legittimava i convenuti ad occupare solamente 2'660 m2 del fondo eee, la rimanenza essendo concessa in affitto all'attrice. D'altro canto è stato stabilito che fino al 2002 l'attrice - e prima di lei la famiglia D.________ - ha occupato le part. aaa, bbb e ccc senza essere al beneficio di un contratto con il Patriziato, che le aveva date in affitto ai convenuti. A mente dei convenuti ciò non basta per ammettere l'esistenza del contratto di subaffitto asserito dall'attrice. Tutelando la decisione di primo grado in questo senso e domandando a loro di provare l'inesistenza di tale contratto, i giudici della massima istanza ticinese avrebbero operato un apprezzamento giuridico erroneo dei fatti (art. 43 cpv. 1 OG) e rovesciato l'onere probatorio, violando l'art. 8 CC. 9.1 L'argomentazione ricorsuale può essere così riassunta. I convenuti spiegano di non aver mai consapevolmente accettato che l'attrice (o il suo predecessore) lavorasse le part. aaa, bbb e ccc. Questa situazione si sarebbe verificata unicamente a causa della confusione in cui essi versavano - in buona fede, vista la scarsa chiarezza della documentazione concernente le modifiche intervenute nella designazione dei fondi nell'ambito della procedura di raggruppamento terreni - in merito all'estensione delle superfici a loro affittate dal Patriziato. Prova ne sia il fatto che, una volta avuta conoscenza, nel 2002, dell'esatta estensione dei fondi oggetto del contratto d'affitto, essi hanno immediatamente preteso la restituzione dei terreni abusivamente occupati dall'attrice. In altrettanta buona fede - aggiungono i convenuti - essi hanno occupato il fondo eee con la convinzione di esserne i legittimi fittavoli. Convinzione, questa, condivisa anche dai predecessori dell'attrice, come confermato da F.D.________, vedova di E.D.________, la quale ha dichiarato che la superficie oggetto del litigio non era mai stata lavorata dal marito. Tenuto conto di quanto appena esposto non sarebbe possibile, secondo i convenuti, ammettere la stipulazione di un contratto di subaffitto avente per oggetto lo scambio dei fondi. 9.2 Gli argomenti dei convenuti potrebbero apparire pertinenti se trovassero conforto nella sentenza impugnata. Ma tale non è il caso. In particolare, l'affermazione dei convenuti secondo la quale essi avrebbero reagito non appena avuto conoscenza della precisa estensione del loro contratto d'affitto si scontra con gli accertamenti - vincolanti - contenuti nella pronunzia criticata. Vi si legge, infatti, che "le parti erano a conoscenza di tale situazione [vale a dire del reciproco uso di fondi affittati alla controparte], la questione essendo stata nuovamente così definita in occasione di un sopralluogo nel mese di aprile del 2000." Ciò significa che perlomeno tra l'aprile 2000 e l'aprile 2002 i convenuti hanno consapevolmente tollerato l'occupazione delle part. aaa, bbb e ccc da parte dell'attrice. Dinanzi al Tribunale federale essi cercano di ridurre l'importanza di questo accertamento citando stralci delle dichiarazioni rese da testimoni presenti al sopralluogo da cui risulterebbe che in tale occasione le parti non avevano concluso alcun accordo in merito allo scambio di fondi. Ma poco importa. A prescindere dal fatto che, così facendo, i convenuti criticano inammissibilmente l'apprezzamento probatorio (cfr. consid. 8), è bene rilevare che la Corte ticinese non ha basato il suo giudizio tanto su queste deposizioni quanto "sull'agire concludente delle parti", così come emerso in sede d'istruttoria. 9.3 Dopo aver constatato che le parti sapevano della reciproca occupazione dei fondi da loro affittati la Corte cantonale ha infatti osservato come, confrontati con la tesi attorea del subaffitto, i convenuti non abbiano spiegato per quale motivo, vista la primordiale importanza che i terreni rivestono per un'azienda agricola, essi avrebbero rinunciato a lavorare una parte del terreno la cui superficie corrisponde a circa 8% della superficie totale della masseria presa in affitto dal patriziato, senza contropartita e continuando a pagarne essi stessi il canone. Il tentativo dei convenuti di far passare questa considerazione per una violazione dell'art. 8 CC, che regola la ripartizione dell'onere probatorio, è destinato all'insuccesso. Questa norma stabilisce che, ove la legge non disponga altrimenti, chi vuol dedurre il suo diritto da una circostanza di fatto da lui asserita deve fornirne la prova. Ciò significa che la parte attrice deve dimostare il buon fondamento della pretesa che fa valere, mentre l'onere di addurre e provare le circostanze idonee ad invalidarne la fondatezza incombe alla controparte (DTF 130 III 321 consid. 3.1 pag. 323). L'autorità cantonale infrange questa regola generale in materia di prove, ad esempio, quando considera giusta l'allegazione della parte attrice nonostante le contestazioni della controparte e l'assenza di ogni prova (DTF 130 III 591 consid. 5.4 pag. 601 seg.). Nella fattispecie in rassegna i giudici ticinesi non hanno disatteso l'art. 8 CC. Essi hanno rilevato come, a sostegno della propria tesi, l'attrice abbia provato, in primo luogo, che beneficia di un contratto di affitto per la part. eee, occupata in larga misura dai convenuti da oltre un ventennio, e che durante questo medesimo periodo le particelle affittate ai convenuti sono state occupate dai suoi predecessori, prima, e da lei, in seguito. L'attrice è pure stata in grado di fornire una spiegazione logica dell'accaduto. Lo scambio permetteva infatti un'attività agricola più razionale, visto che le part. aaa, bbb e ccc sono ubicate ai margini della masseria dell'attrice, ma assai discoste da quella dei convenuti, mentre la parte del fondo eee lavorata da quest'ultimi, è situata lontano dalla masseria dell'attrice ma confina con la loro. Infine, l'attrice è riuscita a dimostrare che, perlomeno dal 2000, i convenuti erano perfettamente a conoscenza della situazione. A fronte di questi accertamenti, favorevoli alla tesi del reciproco subaffitto asserita dall'attrice, i giudici ticinesi hanno evidenziato il silenzio dei convenuti circa i motivi che potrebbero metterne in dubbio la fondatezza. Da quanto appena esposto discende che, contrariamente a quanto dichiarato dai convenuti, la decisione dei giudici ticinesi non trae origine dall'applicazione dell'art. 8 CC bensì dall'apprezzamento delle prove, insindacabile nel quadro del presente rimedio (cfr. quanto esposto al consid. 8). Il richiamo dei convenuti all'art. 8 CC è dunque inconferente. L'art. 8 CC non trova infatti applicazione quando, come nel caso in esame, l'apprezzamento delle prove convince il giudice dell'esposizione dei fatti e che un fatto è accertato, poiché la questione dell'onere della prova diviene allora senza oggetto (DTF 130 III 591 consid. 5.4 pag. 601 seg.).