Citation: 5A_93/2010 16.12.2010 E. 4

4.1 I ricorrenti hanno inoltrato un unico allegato ricorsuale contro le due sentenze d'appello, senza considerare che le medesime trattano fatti diversi (supra consid. 2.2) e perlopiù senza spiegare quale censura sia diretta contro quale sentenza. In applicazione delle regole formali suesposte (consid. 2.1), verranno qui di seguito esaminate unicamente le censure la cui pertinenza con la sentenza impugnata appare evidente, e la cui motivazione permette un riesame critico della sentenza impugnata e non si esaurisce invece in dichiarazioni di principio avulse dal contesto. 4.2 In termini quantitativi, le critiche dei ricorrenti sono per la maggior parte rivolte contro l'operato del Pretore: è il caso - a titolo esemplificativo e senza la pretesa di redigere una lista esaustiva - delle censure concernenti la presunta violazione dell'art. 6 n. 3 lit. d CEDU, della maggior parte delle censure concernenti l'arbitrio (art. 9 Cost.), infine di numerosi passaggi relativi alla discussione della pretesa violazione dell'art. 28 segg. CC. Queste critiche sono nella loro integralità inammissibili, poiché rivolte contro una decisione che non è di ultima istanza cantonale: i ricorrenti devono e possono criticare unicamente la sentenza d'appello (art. 75 cpv. 1 LTF). 4.3 Le disquisizioni al capitolo 2 del ricorso non si fondano su una particolareggiata critica atta a dimostrare l'arbitrio di ben determinati accertamenti del Tribunale di appello (consid. 2.1 supra). Inammissibili, non possono essere tenute in considerazione alcuna. 4.4 In diritto, le seguenti censure si appalesano di primo acchito manifestamente inammissibili: 4.4.1 A giudizio dei ricorrenti, considerare - come ha fatto la Corte cantonale - i provvedimenti cautelari come una procedura separata dal merito, con la conseguenza che l'appello contro gli stessi sarebbe inammissibile, contravverrebbe al divieto d'arbitrio sanzionato all'art. 9 Cost. I Giudici di appello, in proposito, hanno posto in evidenza che il decreto cautelare 25 aprile 2004 non era stato a suo tempo impugnato e, di conseguenza, non può più essere messo in discussione. La soluzione adottata dal Tribunale di appello è conforme alla costante giurisprudenza del Tribunale federale, che autorizza genericamente il ricorso contro decisioni su misure cautelari in applicazione, secondo le circostanze, degli artt. 90 risp. 93 cpv. 1 lit. a LTF (DTF 134 I 83 consid. 3.1; con riferimento alle misure cautelari dell'art. 28c CC v. la sentenza 5A_702/2008 del 16 dicembre 2008 consid. 1). In sintonia con questa soluzione, a livello cantonale la decisione cautelare ex art. 28c CC è pacificamente appellabile secondo l'art. 382 CPC/TI. Ora, i ricorrenti non censurano un'arbitraria applicazione della procedura civile cantonale, ma si limitano ad apoditticamente definire tale scelta legislativa come arbitraria. Così facendo, essi espongono un personale punto di vista, senza corredarlo di un seppur minimo accenno di motivazione. La relativa censura è pertanto insufficientemente motivata e va dichiarata inammissibile (supra consid. 2.1). Identico destino è riservato agli altri passaggi del ricorso ove è discorso del medesimo tema. 4.4.2 A detta dei ricorrenti, la sentenza impugnata violerebbe il divieto della censura giusta l'art. 17 Cost. e la libertà di espressione ai sensi dell'art. 10 CEDU. La diffusione dell'articolo non poteva essere vietata a causa di un errore di impaginazione e una semplificazione giornalistica. Il Pretore avrebbe poi ignorato una sentenza topica. Alla lettura della sentenza impugnata, non risulta che i ricorrenti abbiano sollevato questa doglianza avanti al Tribunale di appello del Cantone Ticino, né essi lo pretendono. Essa è inammissibile già solo perché nuova e non ha esaurito il corso delle istanze cantonali (art. 75 cpv. 1 LTF; supra consid. 4.2). Inoltre, considerato anche l'accresciuto onere di motivazione che incombe sul ricorrente che intende avvalersi di una pretesa violazione di norme di rango costituzionale (art. 106 cpv. 2 LTF; supra consid. 2.1), essa non appare sufficientemente motivata. Non solo i ricorrenti si limitano a menzionare l'art. 6 CEDU e l'art. 17 Cost., senza spiegare perché nel caso concreto il divieto della censura avrebbe dovuto garantir loro la facoltà di pubblicare un articolo fondato su un complesso di fatti non provati rispettivamente accertati falsi; essi nemmeno dicono se la censura sia proposta contro la sentenza relativa all'articolo del numero di gennaio 2004 di L'inchiesta oppure contro l'altra sentenza relativa al divieto di nuovi articoli. Anche il rimando dei ricorrenti ad una sentenza con la quale il Tribunale federale avrebbe autorizzato la pubblicazione di un libro seppure questo contenesse errori non è di alcun beneficio: a prescindere dal fatto che il rimprovero pare inammissibilmente essere stato mosso al Pretore (supra consid. 4.2), i ricorrenti non spiegano perché il caso qui in discussione debba essere paragonato a quello, limitandosi a rinviare ad un non meglio designato scritto 19 gennaio 2004 - ciò che non soddisfa i requisiti di motivazione (supra consid. 2.1).