Citation: 5P.435/2006 23.03.2007 E. 5

Con riferimento al riconoscimento e all'esecuzione della sentenza italiana, il giudizio impugnato e soprattutto la ricorrente partono dal presupposto che la sentenza estera debba essere cresciuta in giudicato, rispettivamente essere definitiva. Tale concezione misconosce la portata dell'art. 31 n. 1 CL: tale norma non richiede che la decisione estera sia cresciuta in giudicato, ma è sufficiente che essa sia esecutiva (Geimer/Schütze, Europäisches Zivilverfahrensrecht, 2a ed. Monaco 2004, n. 3 e 47 ad art. 38 del regolamento (CE) 44/2001 = art. 31 CL; Hélène Gaudemet-Tallon, Compétence et exécution des jugements en Europe, 3a ed. Parigi 2002, n. 368; Schnyder/Liatowitsch, Internationales Privat- und Zivilverfahrensrecht, 2a ed. Zurigo 2006, margin. 378). In virtù del diritto italiano le sentenze di primo grado sono immediatamente ed automaticamente esecutive (art. 282 CPC italiano; Carpi/ Taruffo, Commentario breve al Codice di procedura civile, 5a ed. 2006, n. 1 ad art. 282, pag. 833). Sempre secondo il diritto italiano, possono essere presi in appello dei provvedimenti che inibiscono tale esecutorietà (art. 283 CPC italiano; Carpi/Taruffo, op. cit., n. 1 ad art. 283, pag. 836). Così stando le cose, le argomentazioni ricorsuali tendenti a mostrare che la sentenza milanese non sarebbe definitiva, rispettivamente cresciuta in giudicato, sono - nella misura in cui non si rivelano già inammissibili perché fondate su fatti non accertati nella sentenza impugnata (cfr. consid. 4) - del tutto irrilevanti ai fini del presente giudizio. La ricorrente del resto nemmeno sostiene di aver ottenuto da un giudice italiano un provvedimento che inibisce l'immediata esecutività della sentenza estera.