Citation: 1C_308/2019 E. 3.6

3.6. In via subordinata il ricorrente fa valere una violazione della tutela della buona fede (art. 9 Cost.), perché l'architetto che aveva inoltrato la domanda di costruzione apponendo le due crocette avrebbe dovuto avere conoscenza delle limitazioni imposte dall'art. 30bis NAPR. Ne deduce ch'egli non avrebbe potuto ritenere in buona fede che con il rilascio della licenza edilizia il Municipio avrebbe indiscriminatamente autorizzato l'uso primario e residenziale, a maggior ragione perché si era riservato di pronunciarsi successivamente al riguardo, ciò che poi non è avvenuto. Sostiene che, per contro, i proprietari non potrebbero avvalersi del principio dell'affidamento, perché l'architetto e la promotrice dell'operazione immobiliare non avrebbero potuto trasferire più diritti di quelli di cui disponevano. Con questo rilievo, che adempie solo in minima parte le accresciute esigenze di motivazione richieste dall'art. 106 cpv. 2 LTF (DTF 145 II 32 consid. 5.1 pag. 41), il ricorrente non spiega perché i condomini non potrebbero avvalersi del susseguente modo di procedere contraddittorio del Municipio, che, tenuto ad applicare d'ufficio il diritto, non solo non ha insistito sull'adempimento dell'invocata condizione di presentare la nota distinta, ma ha anzi imposto loro per anni di pagare le tasse per le abitazioni secondarie. L'invocato principio della buona fede dev'essere infatti rispettato sia dai privati che dalle autorità (art. 5 cpv. 3 Cost.). Ora, nella fattispecie, nella domanda di costruzione erano chiaramente indicati i due generi di utilizzazione e il Municipio non ha previsto alcuna esplicita limitazione d'uso quale abitazione secondaria per determinati appartamenti. Certo, nel 2001 aveva subordinato la licenza alla condizione di inoltrare al momento del rilascio di abitabilità una distinta con specificate le unità abitative destinate a residenza secondaria, richiesta alla quale tuttavia non è stato dato seguito. Nel 2004 esso ha poi nondimeno rilasciato il permesso di abitabilità, subordinandolo alla condizione di produrre la citata distinta, condizione non adempiuta e della quale il Municipio non ha sollecitato l'adempimento. Anzi, pur essendo a conoscenza che i condomini non erano domiciliati nel Comune e che si trattava quindi di abitazioni secondarie, ha imposto loro per anni il pagamento delle relative imposte e tasse. Mal si comprende quindi l'assunto ricorsuale secondo cui il Municipio avrebbe (implicitamente) autorizzato soltanto l'uso residenziale primario degli appartamenti, tassandoli però quali residenze secondarie. Certo, il Municipio poteva e doveva determinare l'uso degli appartamenti al più tardi al momento del rilascio del permesso di abitabilità: è tuttavia pacifico che non lo ha fatto.