Citation: 1A.23/2004 21.12.2004 E. 3

3.1 A torto il ricorrente incentra il suo ricorso adducendo che l'asserita prescrizione dei reati osterebbe all'accoglimento della rogatoria. Infatti, diversamente dalla Convenzione europea di estradizione (v. art. 10 CEEstr), la CEAG, che prevale sull'art. 5 cpv. 1 lett. c AIMP, non contiene disposizioni che escludono la concessione dell'assistenza per intervenuta prescrizione dell'azione penale, qualora si tratti, come in concreto, della trasmissione di mezzi di prova. Trattasi di silenzio qualificato e non di lacuna colmabile mediante interpretazione (DTF 117 Ib 53 consid. 2, 118 Ib 266 consid. 4b/bb pag. 268; causa 1A.91/1995 del 28 luglio 1995, consid. 3, apparsa in Rep 1995 123; Zimmermann, op. cit., n. 435). Ne segue, che la questione della prescrizione non dev'essere esaminata allorquando, come nel caso di specie, lo Stato richiedente postula l'adozione di una misura prevista dal Titolo II della CEAG. Per di più, il ricorrente, limitandosi in maniera generica a elencare norme del diritto italiano e la prassi estera concernenti la prescrizione, neppure adduce né rende verosimile che, secondo il diritto svizzero, l'azione penale sarebbe esclusa a causa della prescrizione assoluta (art. 5 cpv. 1 lett. c AIMP; cfr. sull'ammissibilità di misure d'assistenza giudiziaria intervenuta la prescrizione assoluta secondo il diritto svizzero, DTF 126 II 462). Le diffuse critiche ricorsuali, secondo cui il Tribunale di Milano non avrebbe trasmesso d'ufficio gli atti alla Procura, poiché si tratterrebbe di ipotesi di reato prescritte, come pure il fatto che nella domanda di assistenza è stato omesso il passaggio concernente la prescrizione, non sono quindi decisive. 3.2 Il ricorrente fa valere inoltre l'incompetenza territoriale della Procura della Repubblica di Milano. Come rettamente rilevato dal ricorrente medesimo, l'incompetenza territoriale non è determinante. Del resto, dando seguito a un invito del Tribunale federale, la Procura milanese, con scritto del 23 giugno 2004, ha comunicato al MPC che l'indagine contro il ricorrente è stata trasmessa a un'altra Procura; quest'ultima, con scritto del 22 giugno 2004, ha confermato il mantenimento della rogatoria. 3.3 Manifestamente a torto il ricorrente sostiene che il MPC avrebbe violato l'art. 5 cpv. 1 lett. a n. 1 e 2 AIMP: in effetti è palese sia che in Italia nessun giudice ha pronunciato nel merito una sua assoluzione o l'abbandono di un procedimento avviato nei suoi confronti sia che abbia rinunciato a infliggere una sanzione o se ne sia temporaneamente astenuto. Il fatto che il Tribunale di Milano non abbia trasmesso d'ufficio gli atti concernenti il ricorrente alla Procura della Repubblica non adempie infatti, con ogni evidenza, gli estremi dell'invocata norma e non si oppone a un suo eventuale perseguimento (cfr. Zimmermann, op. cit., n. 427-1 e 429). Per gli stessi motivi anche l'accenno ricorsuale al principio "ne bis in idem" è manifestamente privo di fondamento (cfr. l'art. III dell'Accordo). 3.4 Infine, accennando all'asserita inutilità dei documenti in esame per il procedimento penale estero, adducendo semplicemente che non sarebbe stata provata l'utilizzazione del conto per compiere i sospettati reati, il ricorrente disattende che, contrariamente all'obbligo che gli incombeva secondo la costante, pubblicata giurisprudenza (DTF 130 II 14 consid. 4.3, 126 II 258 consid. 9b e c, 122 II 367 consid. 2d pag. 371 seg.), egli non ha indicato dinanzi all'autorità di esecuzione quali singoli documenti,e perché,sarebbero sicuramente irrilevanti per il procedimento penale estero. Anche per questo motivo il ricorso, in quanto ammissibile, dev'essere respinto. Inoltre, limitandosi a criticare la consegna di tutte le pezze giustificative della sua relazione bancaria, comprese quelle successive al compimento degli asseriti reati, il ricorrente misconosce che, secondo la prassi, quando le autorità estere chiedono informazioni su conti bancari nell'ambito di procedimenti per reati patrimoniali, esse necessitano di regola di tutti i documenti. Ciò perché esse debbono poter individuare il titolare giuridico ed economico del conto e sapere a quali persone o entità giuridiche sia pervenuto l'eventuale provento del reato (DTF 129 II 462 consid. 4.4 pag. 468, 124 II 180 consid. 3c inedito, 121 II 241 consid. 3b e c; sentenza 1A.54/1999 del 14 maggio 1999, consid. 4b, massima apparsa in Rep 1999 121).