Citation: 5C.196/2000 18.01.2001 E. 4

4.- L'attrice sostiene che diverse norme del diritto civile federale sono state violate dalle istanze cantonali. a) L'attrice lamenta innanzi tutto una violazione dell'art. 8 CC. Essa pare sostenere che il Pretore ha modificato la prova giudiziaria risultante dalla perizia da lui stesso ordinata. Ora, la censura, in quanto rivolta contro l'operato del primo giudice, si rivela già inammissibile in virtù dell'art. 48 OG. Nella misura in cui è invece diretta contro la sentenza del Tribunale d'appello, occorre rilevare che in realtà l'attrice non critica l'apprezzamento giuridico di un fatto, ma contesta l'apprezzamento delle prove. Una siffatta censura può tuttavia unicamente essere sollevata con un ricorso di diritto pubblico. b) L'attrice ritiene poi violato l'art. 1 CC, poiché la Corte d'appello non avrebbe applicato diverse norme federali e avrebbe proceduto ad un'interpretazione soggettiva del testo dell'atto notarile. Ora, l'obbligo sancito dall'art. 1 cpv. 1 CC di applicare la legge quale fonte primaria del diritto sarebbe, ad esempio, violato se il Giudice si mettesse a colmare inesistenti lacune invece di applicare un articolo di legge. Non vi è invece alcuna violazione di tale principio se il giudice non applica o applica in modo sbagliato una norma legale. Poiché l'attrice nemmeno indica in modo chiaro la norma legale ignorata dalla Corte cantonale, la censura si rivela inammissibile (art. 55 cpv. 1 lett. cOG). c) Sempre secondo l'attrice pure l'art. 9 CC è stato violato, poiché il contenuto dell'atto notarile sarebbe stato sostituito con interpretazioni personali. Anche qualora si volesse prescindere dal fatto che tale rimprovero è inammissibilmente mosso al giudice di primo grado, esso sarebbe nondimeno manifestamente infondato. Infatti la forza probatoria dell'atto notarile con cui è stata stipulata la servitù litigiosa non è mai stata messa in dubbio. La questione di sapere se tale atto dev'essere interpretato e se un'eventuale interpretazione è conforme alla legge non è invece disciplinata dall'art. 9 CC. d) L'attrice si duole inoltre di una violazione dell'art. 738 CC. Nella misura in cui la critica è rivolta nei confronti del Pretore risp. della sua sentenza, essa si rivela di primo acchito inammissibile, a prescindere dal fatto che essa è riferita alla servitù di divieto di parcheggio, che non è oggetto del presente ricorso per riforma. Per quanto essa concerne invece la sentenza di secondo grado, occorre rilevare che le argomentazioni ricorsuali riguardano unicamente le altre due servitù (divieto di parcheggio e divieto di tenere animali), sulle quali l'attrice è risultata vincente in appello e che non sono pertanto oggetto del presente ricorso per riforma. e) Infine l'attrice fa valere una violazione dell' art. 18 CO, sostenendo, in sostanza, che il contratto di servitù non è stato interpretato in virtù del principio della buona fede. aa) Nella misura in cui essa critica la procedura e la decisione di prima istanza, la censura si avvera di primo acchito inammissibile. Il ricorso si rivela pure irricevibile, per carenza di una motivazione conforme all' art. 55 cpv. 1 lett. c OG, laddove pare in sostanza far valere che l'altezza massima fissata alla quota di 361, 5 m non necessita di interpretazione alcuna. bb) La sentenza impugnata indica con riferimento alla contestata servitù che la stessa consiste in un "divieto di sopraelevazione dei fabbricati e delle sporgenze e divieto di costruzione oltre quanto risulterà dalla prima licenza di costruzione". Dai piani posti a fondamento di tale licenza risulta che era stato progettato un complesso residenziale con l'indicazione di una quota alla gronda - escluso quindi il tetto e il vano d'entrata - di 361, 5 m. Visto come fossero previsti due tetti a falde e un corpo d'entrata sopra la predetta quota, i beneficiari della servitù non potevano ragionevolmente attendersi costruzioni al disotto della stessa, ma dovevano ritenere che le costruzioni non superassero i limiti tridimensionali e la posizione dell'immobile approvato con la prima licenza edilizia. La servitù in questione non impone quindi il rispetto di una linea teorica d'altezza (delimitata dalla nota quota), ma di una volumetria. Dall'istruttoria è emerso, con riferimento alla villa del convenuto, che la cupola rotonda, il vano d'entrata e la terrazza autorimessa superano la nota quota di 1,78 m risp. 1,34 m risp. 11 cm. Tuttavia dall'incarto non risulta alcun elemento che consente di determinare se la costruzione del convenuto ecceda il progetto originale nel suo ingombro e nella sua posizione. Nel proprio ricorso per riforma l'attrice non si esprime in alcun modo su tale motivazione della sentenza impugnata, limitandosi a descrivere con prolisse allegazioni la cronaca della vertenza. Ne segue che pure la censura concernente una pretesa violazione dell'art. 18 CO risulta in concreto inammissibile.