Citation: 1A.23/2004 21.12.2004 E. 1

La citata Procura sottolinea che alla luce di queste motivazioni i movimenti bancari tra il ricorrente e il condannato C.________ assumono, ora, tutt'altra valenza. Essa lo ha pertanto iscritto nel registro degli indagati per il reato di corruzione continuata in atti giudiziari, in relazione al reato di falsa perizia, con le aggravanti di aver causato un ingente danno patrimoniale e di aver commesso il fatto al fine di occultare il reato di corruzione in atti giudiziari. 2.3 Il ricorrente critica come priva di ogni fondamento la conclusione dei giudici milanesi, espressa nell'ambito di un procedimento concernente altri soggetti e nel quale egli non avrebbe potuto difendersi. Aggiunge che, secondo la sentenza medesima, si tratterebbe comunque di un'ipotesi di reato abbondantemente prescritta. Egli fa valere inoltre che, contrariamente alla tesi del criticato giudizio, secondo la normativa italiana, segnatamente in applicazione del principio del contraddittorio, il consulente d'ufficio sarebbe tenuto a informare i difensori dell'inizio e del prosieguo delle operazioni peritali; né si potrebbe escludere che la citata bozza sia pervenuta al condannato da parte di terzi. La sentenza milanese avrebbe pertanto, secondo il ricorrente, riscontrato in maniera del tutto arbitraria un suo agire penalmente rilevante, gli elementi su cui essa si fonda né essendo decisivi né pertinenti. 2.4 Contrariamente a quanto parrebbe ritenere il ricorrente, gli art. 14 CEAG e 28 AIMP, concernenti il contenuto della domanda (cfr. al riguardo DTF 118 Ib 111 consid. 5b pag. 121, 547 consid. 3a, 117 Ib 64 consid. 5c pag. 88), non implicano per la parte richiedente l'obbligo di provare la commissione del reato, ma solo quello di esporre in modo sufficiente le circostanze sulle quali fonda i propri sospetti, per permettere alla parte richiesta di distinguere la domanda da un'inammissibile ricerca indiscriminata di prove (v. su questo tema DTF 129 II 97 consid. 3.1, 125 II 65 consid. 6b/aa pag. 73, 122 II 367 consid. 2c, 121 II 241 consid. 3a pag. 243, 118 Ib 547 consid. 3a). Nella fattispecie i sospetti si fondano sulle citate conclusioni dei giudici milanesi. 2.5 Il ricorrente, adducendo semplicemente che dette conclusioni non sarebbero sufficienti a dimostrare un suo coinvolgimento nei fatti oggetto d'inchiesta, disconosce sia che l'autorità richiedente non deve, come si è visto, provare la commissione del prospettato reato sia che il giudice svizzero dell'assistenza non deve esaminare il quesito della colpevolezza o procedere a una valutazione del (contestato) mezzo di prova (DTF 122 II 367 consid. 2c, 118 Ib 111 consid. 5b pag. 122 in alto, 547 consid. 3a, 107 Ib 264 consid. 3a). In concreto, la necessità di verificare l'eventuale commissione dei reati è comunque resa verosimile. 2.6 Il ricorrente, sostenendo che non sussisterebbe alcuna connessione tra il suo agire e i sospettati reati, disconosce inoltre che neppure l'eventuale qualità di persona fisica o giuridica non implicata nell'inchiesta all'estero consente a priori di opporsi alle misure di assistenza. Basta, infatti, che sussista una relazione diretta e oggettiva tra la persona o la società e il reato per il quale si indaga; ora, questa eventualità si verifica in concreto e ciò senza che siano necessarie una sua implicazione nell'operazione criminosa e ancor meno una colpevolezza soggettiva ai sensi del diritto penale (DTF 120 Ib 251 consid. 5a e b, 118 Ib 547 consid. 3a in fine; cfr. Robert Zimmermann, La coopération judiciaire internationale en matière pénale, 2a ed., Berna 2004, n. 227). Per di più, l'assistenza dev'essere accordata non soltanto per raccogliere ulteriori prove a carico del presunto autore del reato, ma anche per acclarare, come nella fattispecie, se i reati fondatamente sospettati siano effettivamente stati commessi (DTF 118 Ib 547 consid. 3a pag. 552). 2.7 Il ricorrente rileva che sarebbero inspiegabili sia il fatto che la Procura estera non ha avviato un procedimento penale nei suoi confronti nell'ambito del procedimento aperto contro C.________ e gli altri condannati, sia perché la stessa, in possesso dei documenti del suo conto, non ha chiesto precedentemente, durante un interrogatorio, spiegazioni riguardo al bonifico litigioso. Ora, premesso che il giudice dell'assistenza non deve pronunciarsi sulle scelte istruttorie dell'autorità richiedente, dalla rogatoria risulta chiaramente che l'iscrizione del ricorrente nel registro degli indagati è scaturita dagli accertamenti contenuti nella sentenza milanese: tenuto conto di questa nuova circostanza, l'agire dell'autorità inquirente estera non appare per nulla abusivo e, a un esame prima facie, destituito di ogni fondamento. La consegna delle informazioni litigiose è pertanto giustificata e idonea a far progredire le indagini, segnatamente nel senso di dimostrare o meno la fondatezza dell'ipotesi accusatoria: la sua utilità potenziale è quindi data (DTF 126 II 258 consid. 9c). L'assunto del ricorrente, secondo cui la Procura estera avrebbe potuto, nell'ambito di un suo interrogatorio avvenuto nel marzo 2000, informarsi sui movimenti del suo conto, non regge. Da una parte, perché si trattava dell'altra relazione bancaria e, dall'altra, perché è evidente che sulla base delle nuove circostanze, emerse successivamente nel quadro del processo milanese, l'autorità inquirente estera intenda esaminare il suo coinvolgimento fondandosi sulla nuova documentazione bancaria. Del resto, il ricorrente si limita in sostanza a incentrare le sue critiche sulle (contestate) conclusioni contenute nella sentenza milanese e sul fatto che, fondandosi su questo nuovo elemento, la Procura estera l'ha iscritto nel registro degli indagati, insistendo su un'asserita violazione dei suoi diritti di difesa nel quadro di quel processo. Questi argomenti, come esposto, non sono tuttavia decisivi nell'ambito dell'assistenza, tali critiche potendo infatti essere addotte, se del caso, nel quadro del procedimento penale estero. 2.8 Spetterà in effetti all'autorità italiana verificare la fondatezza delle (contestate) conclusioni espresse dai giudici milanesi. Compete infatti al giudice straniero del merito esaminare se l'accusa potrà esibire o no le prove degli asseriti reati (DTF 122 II 367 consid. 2c), atteso che non emergono elementi atti a far ritenere che la rogatoria sia addirittura abusiva (cfr. DTF 122 II 134 consid. 7b). Non spetta all'autorità di esecuzione né al giudice svizzero dell'assistenza, nel quadro di una valutazione sommaria e «prima facie» dei mezzi di prova, eseguire o far eseguire indagini sulla credibilità di testimoni o di indagati per quanto concerne l'attendibilità delle loro dichiarazioni o, in generale, di altri mezzi di prova (DTF 117 Ib 64 consid. 5c pag. 88, 112 Ib 347 consid. 4; cfr. anche DTF 122 II 373 consid. 1c pag. 376) e ancor meno di conclusioni espresse in una sentenza. Trattandosi di una questione relativa alla valutazione delle prove, spetterà alle autorità italiane risolverla (DTF 121 II 241 consid. 2b pag. 244, 118 Ib 547 consid. 3a in fine pag. 552). 2.9 Contrariamente all'assunto ricorsuale, non si può negare che tra le richieste misure di assistenza e l'oggetto dell'inchiesta penale italiana sussista una relazione obiettiva sufficiente, come pure un chiaro nesso causale tra la richiesta d'assistenza e i sospettati reati, connessione che potrà essere confermata o no sulla base dei documenti sequestrati (DTF 129 II 462 consid. 5.3, 125 II 65 consid. 6b/aa pag. 73, 122 II 367 consid. 2c).