Citation: 6B_169/2022 E. 3.3

3.3. Il ricorrente non sostiene che la pena detentiva inflitta in concreto (tre anni e due mesi) eccede i limiti del quadro legale o che i precedenti giudici si sono fondati su criteri privi di pertinenza. Si limita per contro sostanzialmente a sminuire la gravità della sua colpa, in particolare per quanto concerne il reato, più grave, di partecipazione ad un'organizzazione criminale. Sollevando tale argomentazione, egli si scosta dai fatti oggetto di condanna, che sono di principio vincolanti per il Tribunale federale (cfr. art. 105 cpv. 1 LTF) e che non erano oggetto della procedura successiva alla decisione di rinvio. Il ricorrente non considera né si confronta con i capi d'imputazione per i quali è stato condannato e che sono stati riportati al considerando 2.5.2, da pag. 15 a pag. 19, della sentenza impugnata. Quanto alla sorveglianza armata di una piantagione di canapa e alla fornitura di numerose armi a membri dell'organizzazione criminale, si tratta di fattispecie che sono state chiaramente oggetto del giudizio di condanna. Laddove lamenta un'insufficiente motivazione della sentenza della Corte di primo grado, del 31 agosto 2020, il ricorrente disattende che oggetto della presente impugnativa è la sentenza della Corte d'appello del TPF (art. 80 cpv. 1 LTF), che espone in modo articolato le circostanze rilevanti per la commisurazione della pena e la loro ponderazione (art. 50 CP). Peraltro, come visto, la procedura dinanzi alla prima Corte era ripristinata limitatamente ai temi oggetto della decisione di rinvio del Tribunale federale, gli altri aspetti potendo essere ripresi nel nuovo giudizio. Il ricorrente sostiene che i precedenti giudici non avrebbero preso in considerazione la possibilità di sanzionarlo unicamente con una pena pecuniaria, prevista anche per il reato di organizzazione criminale giusta l'art. 260ter CP. A torto. In realtà, la Corte d'appello del TPF si è espressa al riguardo, rilevando come, per la gravità dei reati commessi, una pena pecuniaria non potesse minimamente entrare in linea di conto, non essendo sufficiente né quale punizione né sotto il profilo della prevenzione speciale e generale. Il ricorrente non si confronta con le relative argomentazioni contenute nella sentenza impugnata (cfr. consid. 2.5.7 pag. 23 seg.) e non sostanzia quindi una violazione del diritto con una motivazione conforme all'art. 42 cpv. 2 LTF. Peraltro, il genere di pena deve essere scelto dal giudice. Questi deve tenere conto, oltre alla colpa dell'autore, dell'adeguatezza della pena, dei suoi effetti sull'autore e sulla sua situazione sociale, come pure dell'efficacia della pena stessa sotto il profilo della prevenzione (DTF 147 IV 241 consid. 3.2). Contrariamente all'opinione del ricorrente, non è quindi di per sé decisivo che il reato di cui all'art. 260ter CP possa teoricamente essere punito con una pena pecuniaria per escludere in concreto l'inflizione di una pena detentiva. Il ricorrente è stato riconosciuto autore colpevole di partecipazione a un'organizzazione criminale, di sostegno a un'organizzazione criminale, di ricettazione e di ripetuta infrazione alla LArm. La Corte d'appello del TPF ha rilevato che, sulla base dell'art. 49 cpv. 1 CP, la pena detentiva massima per questi reati ammontava a sette anni e sei mesi. Il ricorrente sostiene che la pena detentiva massima sarebbe invece di sei anni e sei mesi, siccome l'inasprimento della pena dovrebbe tenere conto del reato più lieve (in concreto quello di infrazione alla LArm). Il ricorrente richiama al riguardo la giurisprudenza pubblicata in DTF 143 IV 145 consid. 8.2.3, misconoscendone tuttavia la portata. Secondo questa giurisprudenza, il principio dell'inasprimento della pena giusta l'art. 49 cpv. 1 CP non può condurre a una pena massima più elevata di quella che risulterebbe dall'applicazione del principio del cumulo delle pene (DTF 143 IV 145 consid. 8.2.3). Nella fattispecie, i reati di partecipazione e di sostegno a un'organizzazione criminale erano punibili con pene detentive massime di cinque anni, quello di ricettazione è parimenti punibile con una pena detentiva massima di cinque anni, mentre quello di infrazione alla LArm prevede una pena detentiva massima di tre anni. La pena detentiva massima di sette anni e sei mesi determinata dalla Corte d'appello del TPF sulla base del principio dell'inasprimento della pena (art. 49 cpv. 1 CP) è quindi inferiore a quella che risulterebbe dal cumulo delle singole pene ed è corretta. Il ricorrente sostiene che la Corte d'appello del TPF avrebbe inasprito a torto la pena per lo stesso reato di organizzazione criminale commisurando una pena ipotetica sia per la partecipazione sia per il sostegno alla stessa. Ora, la variante del sostegno all'organizzazione criminale (art. 260ter n. 1 cpv. 2 vCP; cfr. l'attuale art. 260ter cpv. 1 lett. b CP) riguarda fattispecie in cui la persona interessata non è integrata nella struttura dell'organizzazione (cfr. DTF 128 II 355 consid. 2.4; sentenza 1B_412/2016 del 5 dicembre 2016 consid. 3.4) : essa si riferisce in concreto a uno specifico punto dell'atto di accusa. Per tali atti, diversamente da quanto stabilito riguardo alla variante della partecipazione, la Corte d'appello del TPF ha considerato media la colpa del ricorrente ed ha ritenuto adeguato un aumento della pena di base di tre mesi. Non risulta in tali circostanze che la precedente istanza abbia inasprito la pena considerando due volte la stessa fattispecie punibile. Il ricorrente adduce che i fatti rimproveratigli sarebbero "molto datati nel tempo", ch'egli non avrebbe commesso atti riprovevoli recenti e che nemmeno una lieve condanna del 2015 per un'infrazione alla LCStr potrebbe essere valutata in modo sfavorevole. La Corte d'appello del TPF ha invero preso in considerazione il tempo trascorso dai fatti relativi all'organizzazione criminale quale circostanza attenuante specifica giusta l'art. 48 lett. e CP, rilevando ch'essa comportava una diminuzione di sei mesi della pena detentiva. Quanto alla condanna per l'infrazione alla LCStr, i precedenti giudici hanno precisato che, vista la relativa anzianità giudiziaria della stessa, essa pesava soltanto lievemente a suo sfavore. Hanno comunque altresì rilevato che sia nel procedimento di primo grado che in quello d'appello non era emersa alcuna presa di coscienza da parte del ricorrente riguardo all'illegalità e alla gravità dei fatti rimproveratigli, ad eccezione di alcune ammissioni di poco conto relative al reato d'infrazione alla LArm. La precedente istanza ha ritenuto che l'assenza di scrupoli, la noncuranza con la quale il ricorrente ha violato le leggi svizzere, come pure l'assenza di pentimento per il reato principale di organizzazione criminale, non permettevano di prendere in considerazione un'eventuale attenuazione della pena. In questa sede il ricorrente non si confronta con queste ulteriori considerazioni e non sostanzia quindi una violazione del diritto con una motivazione conforme alle esigenze dell'art. 42 cpv. 2 LTF. Secondo il ricorrente, i risvolti mediatici legati al procedimento penale sarebbero stati intensi ed avrebbero giustificato un'attenuazione della pena. Adduce che le attività economiche che garantivano il suo sostentamento e quello della sua famiglia sarebbero fallite a causa dell'importante copertura mediatica del procedimento penale. La Corte d'appello del TPF ha ritenuto non sostanziato il nesso causale tra l'eco mediatico dato al procedimento penale e le conseguenze addotte dal ricorrente. Ha inoltre negato che tale copertura abbia raggiunto estremi tali da giustificare una mitigazione della pena. In questa sede, il ricorrente si limita a ribadire in modo generico l'asserita rilevante copertura mediatica, ma non si esprime specificatamente sulla questione del diniego del rapporto di causalità. Egli non si fonda su accertamenti di fatto vincolanti e non espone elementi concreti che permetterebbero di concludere che, nella fattispecie, la rilevanza mediatica sia stata chiaramente superiore rispetto all'usuale. Insufficientemente motivata, la censura è inammissibile e non deve essere vagliata oltre.