Citation: 4A_617/2019 E. 4

La prima è di natura formale. La ricorrente ricorda che in sede di appello ha lamentato una motivazione carente della sentenza del Pretore, la quale, a suo giudizio, non aveva affrontato due temi importanti: il non rispetto da parte del mediatore delle condizioni contrattuali, in particolare l'obbligo di comunicare alla mandante l'identità degli interessati all'acquisto, e la violazione dell'obbligo di fedeltà per avere il mediatore agito anche nell'interesse della parte acquirente, sottacendone appunto l'identità e negoziando un prezzo a lei favorevole. La Corte cantonale ha rimproverato a sua volta all'appellante di non avere motivato correttamente la censura ma, come la ricorrente stessa riconosce, l'ha comunque esaminata nel merito, giudicando le motivazioni della sentenza di primo grado sufficienti alla luce della giurisprudenza concernente gli art. 29 cpv. 2 Cost. e 238 lett. g CPC; tant'è, ha precisato, che la convenuta "è stata in grado di censurarle con cognizione di causa nell'appello". La ricorrente riproduce lunghi passaggi delle conclusioni di prima istanza e dell'atto di appello, con l'intento di dimostrare di avere rispettato l'obbligo di motivare, e ne deduce un "diritto" all'annullamento della sentenza del Pretore e al rinvio per riesame in applicazione dell'art. 318 cpv. 1 lett. c n. 1 CPC. A parer suo la Corte d'appello si è sostituita indebitamente al Pretore nell'esame dei due temi importanti per l'esito della causa, facendole "perdere un grado di giudizio". Non occorre esaminare quali siano le facoltà decisionali che la norma procedurale citata attribuisce al giudice d'appello, perché il ragionamento della ricorrente è viziato alla base. Contrariamente a quanto ella sembra credere, il Pretore aveva affrontato i due temi in discussio ne, anche se in modo assai succinto. D'un canto aveva osservato che il fatto che la convenuta non sapesse con chi l'attore stesse trattando e a chi stesse vendendo le sue proprietà andava "sussunto in una concorde deroga al regime contrattuale inizialmente stabilito". D'altro canto aveva giudicato "tesi rimaste incomprovate" le obiezioni della convenuta secondo le quali l'attore aveva agito in rappresentanza e nell'interesse della parte acquirente. La ricorrente non mette in dubbio di avere capito queste considerazioni della sentenza del Pretore, né di essere stata in grado d'impugnarle con l'appello. La censura formale è pertanto infondata.