Citation: 5A_241/2009 24.09.2009 E. 3

Giusta l'art. 33 cpv. 1 CL le modalità di deposito dell'istanza di esecuzione sono determinate in base alla legge dello Stato richiesto. Ciò significa che vige il principio generale secondo cui trovano di regola applicazione le norme processuali nazionali che rispettano le prescrizioni essenziali della Convenzione (sentenza della CGCE del 14 marzo 1999 C-275/94 van der Linden, Racc. 1996 I-1393 punto 17). In Svizzera è quindi il diritto processuale cantonale che determina fino a quando possono essere inoltrati i documenti dell'art. 46 cpv. 1 CL (Georg Naegeli, op. cit., prima degli art. 46-49 CL, n. 11; Yves DONZALLAZ, La Convention de Lugano, 1997, vol. II, n. 3791 segg.). 3.1 Il patrocinatore della ricorrente afferma di non aver realizzato durante l'udienza svoltasi innanzi al Pretore di aver allegato - a seguito di un errore di cancelleria - all'istanza di rigetto dell'opposizione unicamente una fotocopia della sentenza italiana priva dell'attestazione originale di conformità e di esecutività, sottoforma di stampiglia. Egli indica di essersi accorto dello sbaglio solo dopo la duplica delle escusse e che il tentativo di inoltrare il documento corretto dapprima con una triplica e poi con un'istanza di produzione successiva è stato respinto dal giudice di prime cure. Ritiene violati gli art. 88-89 CPC ticinese, il principio della proporzionalità (art. 5 cpv. 2 Cost.) e il divieto di un eccesso di formalismo. In concreto l'argomentazione ricorsuale è inammissibilmente fondata su una fattispecie che non risulta dalla sentenza impugnata, senza che la ricorrente tenti di dimostrare che l'accertamento dei fatti operato dalla Corte cantonale sia manifestamente inesatto ai sensi dell'art. 97 LTF (v. sulle esigenze di una siffatta censura supra consid. 1.2). Dalla sentenza di appello risulta unicamente che il Pretore ha indicato di aver respinto - in applicazione di quanto previsto dall'art. 20 cpv. 2 della Legge ticinese di applicazione alla LEF (LALEF) - la richiesta di produzione della sentenza dichiarata conforme, quando l'udienza - in cui le parti si erano già espresse in due occasioni sulla nota fotocopia - era già terminata. L'appena menzionata norma del diritto cantonale prevede che le parti devono produrre all'udienza, sotto pena di perenzione, i documenti che suffragano le rispettive ragioni e che non sono già stati prodotti con l'istanza. Ora, la ricorrente non spiega in alcun modo perché l'applicazione di questo disposto di procedura, peraltro nemmeno menzionato nel gravame, violerebbe la costituzione. Nemmeno il richiamo all'art. 48 CL è di soccorso alla ricorrente: tale norma convenzionale, il cui tenore letterale non si riferisce al primo capoverso dell'art. 46 CL - che qui interessa -, si limita infatti a conferire al giudice la facoltà di fissare un termine per la produzione dei documenti menzionati agli art. 46 cpv. 2 e 47 cpv. 2 CL. Si può del resto rilevare, con riferimento alla pretesa gravità della sanzione legata alla mancata tempestiva produzione di una spedizione ai sensi dell'art. 46 cpv. 1 CL, che la ricorrente potrà ripresentare una nuova istanza corredata dei necessari documenti (cfr. DTF 127 III 186 consid. 4 pag. 190; JAN KROPHOLLER, Europäisches Zivilprozessrechts, 8a ed. 2005, n. 9 ad art. 40 Regolamento (CE) 44/2001, PETER F. SCHLOSSER, EU-Zivilprozessrecht, 3a ed. 2009, n. 2 ad art. 55 Regolamento (CE) 44/2001). Ne segue che la censura, nella ridotta misura in cui risulta ammissibile, si rivela infondata e dev'essere respinta. 3.2 La ricorrente muove analoghi rimproveri al Tribunale di appello, che non ha dichiarato ricevibile l'esibizione in sede di ricorso della sentenza provvista della stampiglia originale del Tribunale di Biella. Afferma che la nuova prassi dell'autorità di appello, ispirata all'art. 99 LTF, sarebbe incompatibile con la CL. Nella fattispecie la ricorrente dimentica che la Corte di appello ha in primo luogo richiamato l'art. 321 cpv. 1 lett. b CPC ticinese, applicabile in virtù del rinvio contenuto nell'art. 25 LALEF, che esclude la facoltà di produrre nuove prove in sede di appello. Il Tribunale di appello si è unicamente ispirato all'art. 99 LTF per stabilire una deroga giurisprudenziale, dettata da motivi di economia processuale, al predetto divieto di nova. Ora, non occupandosi in alcun modo della predetta norma del CPC, la ricorrente nemmeno tenta di dimostrare che la sua applicazione sarebbe incostituzionale. Per il resto, limitandosi ad apoditticamente sostenere che l'applicazione per analogia dell'art. 99 LTF sarebbe contraria alla CL ed al protocollo n. 2, essa dimentica che è il diritto cantonale che determina fino a che momento possono essere presentati documenti (supra consid. 3 in fine). Ne segue che pure questa censura risulta infondata nella ridotta misura in cui è ammissibile.