Citation: 6B_949/2014 E. 11.2

11.2. Giusta l'art. 146 cpv. 1 CP si rende colpevole di truffa chiunque, per procacciare a sé o ad altri un indebito profitto, inganna con astuzia una persona affermando cose false o dissimulando cose vere, oppure ne conferma subdolamente l'errore inducendola in tal modo ad atti pregiudizievoli al patrimonio proprio o altrui. Sotto il profilo oggettivo, il reato presuppone che l'autore abbia usato l'inganno, ovvero abbia adottato un comportamento volto a suscitare in una persona una rappresentazione di fatti oggettivi presenti o passati diversi dalla realtà. Esso può anche risultare da atti concludenti (DTF 140 IV 11 consid. 2.3.2). Vi è inganno mediante la dissimulazione di cose vere quando l'autore si adopera, con le sue affermazioni o i suoi atti, a nascondere la realtà. Se si limita a tacere o a non rivelare un fatto, gli può essere imputato un inganno solo se si trovava in una posizione di garante, ossia se aveva, in virtù della legge, di un contratto o di un particolare rapporto di fiducia, un obbligo di informare (sentenza 6B_587/2012 del 22 luglio 2013 consid. 4.1). L'inganno dev'essere astuto (sulla nozione d'astuzia v. DTF 135 IV 76 consid. 5.2 pag. 81 con rinvii) e deve aver provocato nella persona ingannata un errore, o confermato un errore pregresso. Tale errore deve averla indotta ad atti pregiudizievoli al proprio patrimonio o a quello di un terzo, purché in questo caso ella sia responsabile della sfera patrimoniale del danneggiato e abbia su tale patrimonio un potere di disposizione quantomeno di fatto (DTF 133 IV 171 consid. 4.3). Sotto il profilo soggettivo, l'autore deve aver agito intenzionalmente e allo scopo di procacciare a sé o ad altri un indebito profitto (DTF 122 IV 246 consid. 3a), precisato che il dolo eventuale è sufficiente anche per lo scopo di indebito profitto (v. DTF 118 IV 32 consid. 2a pag. 34).