Citation: 6B_333/2022 E. 2.5

2.5. Abbondanzialmente, volendo per ipotesi ammettere l'esistenza di un caso di rigore, l'espulsione risulterebbe comunque rispettosa del principio della proporzionalità e la seconda condizione posta dall'art. 66a cpv. 2 CP per rinunciare eccezionalmente alla misura non sarebbe quindi realizzata. Per invalsa giurisprudenza, l'interesse pubblico ad allontanare persone che si sono macchiate di gravi reati alla LStup, contribuendo a diffondere il flagello della droga, è molto importante. Il Tribunale federale si mostra particolarmente rigoroso in caso di infrazioni alla LStup (v. DTF 139 II 121 consid. 5.3). L'applicazione di parametri severi in presenza di reati di una certa gravità in materia di stupefacenti è accettata anche dalla CorteEDU che, nella sua prassi, accorda di regola un peso preponderante all'interesse pubblico a porre fine al soggiorno dello straniero condannato per tali reati (DTF 139 I 145 consid. 2.5 con rinvii alla giurisprudenza della CorteEDU). La ricorrente si è resa colpevole in età adulta, oltre che di ripetuto riciclaggio di denaro, di ripetuta falsità in documenti, di ottenimento illecito di prestazioni di un'assicurazione sociale o dell'aiuto sociale, anche di infrazione aggravata alla LStup, in quanto idonea a mettere direttamente o indirettamente in pericolo la salute di molte persone (art. 19 cpv. 2 lett. a LStup) portando su un quantitativo di quasi 4 kg di cocaina. Non consuma stupefacenti e ha agito ininterrottamente per anni per puro fine di lucro, finanziando il suo tenore di vita caratterizzato da un appartamento di un certo livello, ripetuti e prolungati viaggi all'estero, gioielli, vestiti e accessori di marca, regolari trattamenti estetici e interventi di chirurgia estetica come pure un guardaroba lussuoso per sua figlia, con annessa ostentazione sui social network. Non ha esitato a coinvolgere la madre e la sorella nell'invio di denaro criminale all'estero, condannate a loro volta per riciclaggio di denaro, e a rifornire di cocaina la sorellastra. Ha continuato a delinquere anche dopo il formale ammonimento del 10 gennaio 2019 dell'Ufficio della migrazione, durante la sua gravidanza e dopo il parto, dimostrando di non avere freni inibitori e dando prova di una radicata energia criminale nonché di assenza di scrupoli. Solo il suo fermo casuale ha posto un termine alla commissione dei reati. L'insorgente ha scelto la via dell'attività illecita, malgrado avesse a disposizione gli strumenti e gli aiuti statali per costruirsi un futuro e condurre una vita onesta. La sua colpa è stata definita oggettivamente e soggettivamente grave e le è stata inflitta una pena detentiva di 4 anni e 6 mesi, ben superiore dunque alla "pena detentiva di lunga durata" che, nel diritto migratorio, può giustificare la revoca di un permesso di soggiorno allo straniero condannato penalmente (v. art. 62 cpv. 1 lett. b LStrI; DTF 139 I 145 consid. 2.1). Nei suoi confronti è stata inoltre formulata una prognosi negativa. Vi è quindi un importante interesse pubblico all'espulsione. L'insorgente, classe 1993, è nata e ha sempre vissuto in Svizzera, dove risiedono pure i suoi congiunti più prossimi (genitori, sorella, fratellastro e sorellastre), ma con i quali non sussiste alcun legame di dipendenza particolare. Ha una figlia ancora molto piccola di cui ha la custodia e il cui padre, di nazionalità domenicana, non risiede in Svizzera. La relazione sentimentale con quest'ultimo, suo correo, pare peraltro essere terminata. Dopo la commissione dei reati, da cui invero non è trascorso molto tempo, si trova in detenzione e le sono già state inflitte delle sanzioni disciplinari. La sua collaborazione con gli inquirenti è stata solo parziale e limitata, contrassegnata da un costante ridimensionamento delle proprie responsabilità, ciò che è indicativo di un ravvedimento solo relativo. In tali circostanze non giova alla ricorrente pretendere di essere cambiata a causa della maternità e del carcere. Si osserva infatti che ha continuato a delinquere anche durante la sua gravidanza e dopo il parto e che sul divano è stata rinvenuta della cocaina vicino al biberon. Nonostante gli aiuti dello Stato, non ha saputo o voluto inserirsi del Paese che l'ha vista nascere. Secondo gli accertamenti cantonali, privi di arbitrio (v. supra consid. 2.4.4), dispone di conoscenze sufficienti della lingua albanese e ha assimilato gli usi e costumi del suo Paese d'origine. Se non può essere negato che un rientro in Kosovo comporti per l'insorgente delle difficoltà, queste non appaiono insormontabili. Né lei né la figlia soffrono di problemi di salute che potrebbero ostare all'espulsione. Invano la ricorrente invoca il bene superiore di sua figlia a rimanere in Svizzera, che sarebbe molto legata ai nonni divenuti una sorta di "genitori surrogati". Come già rilevato (v. supra consid. 2.4.1), trattasi di un fatto non accertato di cui questo Tribunale non può tenere conto. La CARP ha in ogni modo osservato, senza che nulla sia obiettato in proposito, che i genitori della ricorrente sono entrambi di nazionalità kosovara e beneficiari di rendite d'invalidità, e quindi non vincolati da obblighi professionali, e potranno agevolmente recarsi in Kosovo e così mantenere i contatti con la figlia e la nipote. La durata della misura pronunciata infine è inferiore alla durata mediana prevista dall'art. 66a cpv. 1 CP e non appare, né è preteso il contrario nel gravame, essere frutto di un abuso del margine di apprezzamento in materia riconosciuto al giudice (v. sentenza 6B_381/2023 dell'8 giugno 2023 consid. 5.3 e rinvii). Alla luce di quanto precede, benché nata e cresciuta in Svizzera, l'interesse della ricorrente a rimanere in Svizzera non prevale su quello pubblico alla sua espulsione. Non è dunque data neppure la seconda condizione per prescindere dalla pronuncia della misura.