Citation: 2C_816/2019 E. 3.1

3.1. Ricordato che la legge ticinese dell'8 novembre 1976 sulle attività private di investigazione e di sorveglianza (Lapis; RL/TI 550.400) prevede un regime autorizzativo restrittivo e che l'esigenza della buona condotta ivi sancita (art. 5 cpv. 1 lett. c Lapis) è concretizzata dall'art. 8 cpv. 2 Lapis, la cui lettera e, conferendo all'autorità un margine di apprezzamento, permette di rifiutare l'autorizzazione a chi "per i suoi precedenti, non presenta sufficienti garanzie per un corretto adempimento delle sue attività"e, quindi, anche quando le condizioni dell'art. 8 cpv. 2 lett. a Lapis (secondo cui determinate condanne vanno considerate fintanto che sono iscritte al casellario giudiziale) non sono date, la Corte cantonale ha rilevato che la condanna inflitta all'insorgente per rapina nel 2008, benché eliminata dal casellario giudiziale, denotava un carattere violento dell'autore, senza tralasciare che egli aveva optato per una soluzione riprovevole per cercare di risolvere i propri problemi. Il fatto poi che era stato oggetto di un "DASPO" della durata di tre anni in seguito ad eventi accaduti nel 2010, ossia di una misura di prevenzione prevista dal diritto italiano per contrastare la violenza negli stadi, non deponeva certo a suo favore. Infine, l'apertura di un ulteriore procedimento penale, benché tuttora pendente ed indipendentemente dall'esito del medesimo, mostrava che egli aveva nuovamente interessato le autorità di perseguimento penale per dei reati di una certa importanza. Già per questi motivi andavano pertanto confermate le valutazioni operate dalla Polizia cantonale, senza che occorresse pronunciarsi ulteriormente sull'influsso dei problemi medici patiti negli anni 2010-2011 dall'insorgente. I giudici cantonali hanno poi negato che fosse stato disatteso il principio della parità di trattamento, come sostenuto dall'interessato. In primo luogo perché ogni caso andava valutato in base alle peculiarità che lo contraddistinguevano. In seguito perché anche se fossero state rilasciate delle autorizzazioni a persone che, come il richiedente, non offrono sufficienti garanzie di idoneità, i preminenti interessi pubblici in gioco non gli permettevano di avvalersi del diritto alla parità di trattamento nell'illegalità. Andava pertanto tutelata la decisione che gli rifiutava l'autorizzazione richiesta. Il giudizio cantonale sia nella sua motivazione che nel suo risultato è tutt'altro che insostenibile o manifestamente inesatto. Infatti i precedenti a carico del ricorrente, evocati dall'autorità, bastano a dimostrare che egli non presenta sufficienti garanzie per un corretto adempimento delle sue attività, sia perché denotano un carattere violento (condanna per rapina, DASPO pronunciato nei suoi confronti) sia perché, avendo di nuovo interessato le autorità penali, provano che è propenso a delinquere. È quindi senza arbitrario che l'autorità precedente ha considerato che il rilascio dell'autorizzazione poteva essere negato giusta l'art. 8 cpv. 2 lett. e Lapis. Come è anche senza arbitrio che ha giudicato che l'insorgente non poteva appellarsi al diritto all'uguaglianza nell'illegalità, le relative condizioni non essendo realizzate in concreto (su questo aspetto DTF 139 II 49 consid. 7.1 pag. 61; sentenza 6B_921/2019 del 19 settembre 2019 consid. 1.1 e rispettivi rinvii), segnatamente risultante preponderante nella fattispecie l'interesse pubblico al rispetto del principio della legalità riguardo a quello alla parità di trattamento.