Citation: 5P.420/2003 06.02.2004 E. 5

5.1 Nel capitolo "VII: Ricorso di diritto pubblico", le ricorrenti sembrano dolersi - per quanto è dato di comprendere - di un abuso di potere commesso dal Tribunale di appello per il fatto di aver riportato il titolo accademico della patrocinatrice legale in termini errati: dott. invece di dr. Tale atteggiamento contravverrebbe alle norme costituzionali già indicate per il ricorso per riforma, ma configurerebbe anche una violazione del principio di indipendenza dei tribunali e, di conseguenza (così almeno pare), dell'art. 122 Cost. 5.2 Omettendo di specificare, con la precisione richiesta dall'art. 90 cpv. 1 lit. b OG (supra, consid. 1.1), perché l'avversato modo di citare il titolo universitario lederebbe le numerose norme costituzionali e convenzionali citate, la censura non può che essere dichiarata irricevibile per carenza di motivazione. È in particolare contrario alla notoria, perché ripetutamente pubblicata, giurisprudenza di questo Tribunale ritenere che, allo scopo di sostanziare un ricorso di diritto pubblico, basti rinviare genericamente a norme costituzionali fatte valere nell'ambito del ricorso per riforma. È, poi, errato definire l'arbitrio come "una forma di violazione della legge". Infine, le astratte considerazioni dedicate all'indipendenza dei tribunali non sono poste in relazione con la fattispecie in discussione in termini che permettano di capire cosa la grafia scelta dalla Corte cantonale per abbreviare il titolo accademico della patrocinatrice abbia a che fare con l'indipendenza dei tribunali. Va anche detto che la carente motivazione merita censura particolarmente severa. Non è infatti la prima volta che la patrocinatrice ricorrente lamenta il modo in cui la Corte cantonale gestisce il suo titolo accademico: già nel 2002, e poi ancora altre due volte nel corso dell'anno 2003, ella aveva criticato l'omessa menzione dello stesso in una sentenza cantonale. L'ultimo di questi ricorsi era stato allora dichiarato irricevibile per carenza di motivazione (sentenza 1P.306/2003 del 6 giugno 2003, consid. 3). Già per carenza di motivazione, la censura si appalesa pertanto non semplicemente irricevibile, ma altresì al limite del temerario. 5.3 Suscettibili di fornire supporto ad un ricorso di diritto pubblico sono unicamente i diritti costituzionali dei cittadini (art. 84 cpv. 1 lit. a OG). Si tratta essenzialmente dei diritti fondamentali, ora raggruppati sotto il Titolo secondo della Cost., e di un numero ristretto di altri diritti costituzionali. Quest'ultima categoria, che fa parte del diritto federale ai sensi dell'art. 189 cpv. 1 lit. a Cost. e si concretizza, per quanto attiene al ricorso di diritto pubblico, nell'art. 84 cpv. 1 lit. a OG, raggruppa un limitato numero di diritti garantiti dalla Cost., ed a proposito dei quali il Tribunale federale riconosce al singolo cittadino la facoltà di invocare la violazione (Pascal Mahon, in: Aubert/Mahon, Petit commentaire de la Constitution fédérale de la Confédération suisse du 18 avril 1999, Zurich 2003, margin. 6 delle Remarques liminaires al Titolo secondo, capitolo primo Cost., pag. 62). A prima vista, le norme costituzionali invocate dalla patrocinatrice ricorrente non rientrano fra i diritti costituzionali come appena descritti, ma rivestono un carattere meramente organizzativo (v. in proposito DTF 104 Ia 284 consid. 2b pag. 286-288; Walter Kälin, Das Verfahren der staatsrechtlichen Beschwerde, 2a ed. Berna 1994, pag. 53 in alto); in ogni caso, la patrocinatrice ricorrente omette di discuterne la natura. Pertanto, su di essi non può fondarsi un ricorso di diritto pubblico. 5.4 Sul merito della censura proposta dalla patrocinatrice basterà ricordare che già nella cennata sentenza del 2003 (supra, consid. 5.2), il Tribunale federale aveva sottolineato a titolo abbondanziale (con riferimento alla sentenza 1P.455/2002 del 7 ottobre 2002, consid. 1.4) che l'indicazione della ricorrente con il solo titolo di avvocato, e non anche con quello accademico di dottore, rappresentava una forma redazionale che non significa nulla contro la patrocinatrice, e tanto meno ha l'effetto di toglierle il titolo. Ciò vale a maggior ragione nel presente caso, dove non è nemmeno più discorso dell'omessa menzione del titolo accademico, bensì unicamente dell'utilizzo della forma maschile dell'abbreviazione della lingua italiana (dott.) invece di quella neutra latina (dr.). Non rimane oggi che ribadire come la censura, nel fondo, sia pretestuosa, non potendosi assolutamente scorgere né un diritto di chiunque a che il suo titolo accademico venga scritto come gli aggrada, né tantomeno un qualsivoglia pregiudizio a carico di colui che non riesca ad ottenere che l'autorità gli si rivolga non già riconoscendogli i titoli che gli spettano, ma semplicemente formulandoli in altro modo. 5.5 La legge prevede la possibilità di infliggere una multa a quella parte, oppure al patrocinatore di lei, che faccia uso di mala fede o di procedimenti temerari (art. 31 cpv. 2 OG). È considerato temerario quel modo di procedere dal quale si asterrebbe qualsiasi parte ragionevole ed in buona fede (Jean-François Poudret, Commentaire de la loi fédérale d'organisation judiciaire, Berna 1990, n. 2 ad art. 31 OG; DTF 111 Ia 148). Come rilevato, la patrocinatrice qui ricorrente ha censurato più volte nel recente passato l'omessa - rispettivamente, qui, l'incorretta - menzione del suo titolo accademico. Già in altre sentenze la manifesta irrilevanza pratica e giuridica della censura, unitamente alla pochezza degli argomenti addotti dalla ricorrente, ha fatto dire al Tribunale federale che il gravame appariva al limite del temerario (v. in specie sentenza 1P.455/2002 del 7 ottobre 2002, consid. 1.4; sentenza 2P.36/ 2003 del 2 maggio 2003 pag. 3; v. inoltre sentenza 5P.309/2002 del 3 dicembre 2002). La versione odierna della censura appare, se possibile, ancora più evanescente. Per rispetto del diritto di essere sentita di cui gode anche la patrocinatrice ricorrente, si prescinde in questa sede dal comminare direttamente una multa ai sensi della disposizione citata. I precedenti illustrati giustificano tuttavia che la patrocinatrice ricorrente venga formalmente diffidata dal presentare ancora una volta un gravame sul medesimo tema, pena la reiezione del medesimo in ordine, e sotto esplicita riserva di una sua condanna ad una multa.