Citation: 5P.144/2005 08.11.2005 E. 4

4.1 Notoriamente, i termini fissati dalla legge non possono essere prorogati, diversamente da quanto avviene per i termini fissati dal giudice. Tale è il caso pure secondo la procedura civile ticinese (v. art. 129 s. CPC/TI). L'art. 308 cpv. 1 CPC/TI prevede che l'atto di appello deve essere inoltrato entro il termine di venti giorni dalla notificazione della sentenza; si tratta dunque di termine di legge, come tale di principio improrogabile. Il Codice di procedura civile ticinese riserva tuttavia un trattamento particolare agli atti presentati in una lingua diversa dall'italiano (art. 117 cpv. 2 CPC/TI) oppure privi dei requisiti formali indispensabili (art. 142 cpv. 3 CPC/TI). In particolare, esso precisa che tali atti non sono eo ipso nulli: il giudice è, al contrario, tenuto ad invitare la parte che ha presentato un atto difettoso a rimediare, assegnandole un termine (art. 142 cpv. 3 CPC/TI). A seguire i commentatori, secondo i quali una causa di nullità "formale" dev'essere sempre sanata (Cocchi/Trezzini, Codice di procedura civile ticinese massimato e commentato, Lugano 2000, [in seguito CPC-TI] ad art. 142, nota 487 in fine pag. 405), sembra trattarsi, per il giudice, di un obbligo e non di una mera facoltà. Ciò risponde al principio secondo il quale l'atto di una parte, seppur difettoso, non è irrilevante (Max Guldener, Schweizerisches Zivilprozessrecht, 3a ed. Zurigo 1979, pag. 282). Ne segue che, qualora viziato da difetti "formali" - ovviamente non di gravità tale da precludere all'atto ogni e qualsiasi validità, come ad esempio il requisito della forma scritta (Werner Perrig, Die Ansetzung einer Nachfrist zur Verbesserung der Form eines Rechtsmittels im Zivillprozess, in: SJZ 51/1955 pag. 312) -, anche un atto da inoltrarsi entro improrogabili termini di legge può (e deve) essere ritornato al suo autore per essere emendato (v. le sentenze riportate da Cocchi/ Trezzini, CPC-TI, ad art. 117, massime 6 e 7, riguardanti proprio i termini per l'inoltro di un ricorso risp. di un appello). Il termine che il giudice impartisce a tal fine alla parte in fallo è, dal canto suo, un termine stabilito dal giudice ai sensi dell'art. 130 CPC/TI, dunque prorogabile (art. 130 cpv. 1 ultima frase CPC/TI). 4.2 La differenza sostanziale fra la domanda di proroga formulata dalla parte per motivi propri (personali, sovraccarico di lavoro o simili) e la concessione di un termine per l'emendamento di carenze formali consiste dunque proprio nel fatto che è la legge medesima a definire tali carenze motivi validi di "proroga". In quest'ultimo caso, non solo la parte non deve giustificare la propria richiesta, ma addirittura non nuoce se neppure ne formula una: come visto, il giudice deve concedere d'ufficio il termine supplementare. Per contro, si possono senz'altro ravvisare significative similitudini nei due casi per quanto attiene al numero di proroghe ed alla loro durata. 4.3 La fissazione dei termini per le comparse e per la presentazione degli atti scritti costituisce uno degli atti tramite i quali il giudice dirige il procedimento (art. 91 CPC/TI). Sotto questo profilo, egli non sottostà per nulla all'iniziativa delle parti, le quali, una volta introdotta la domanda, perdono la possibilità di dettare i ritmi del relativo procedimento (Cocchi/Trezzini, CPC-TI, ad art. 91, nota 352 pag. 295 s.). In quel contesto, il giudice gode indubbiamente di un rilevante potere di apprezzamento. 4.4 Vi sono nondimeno leggi di procedura che delimitano la libertà di movimento del giudice: in alcuni cantoni, per esempio, è espressamente previsto che possano essere concesse al massimo una o due proroghe (Rudolf Ottomann, Erstreckung von Fristen, Verschiebung von Tagfahrten, in: Beiträge zum schweizerischen und internationalen Zivilprozessrecht, Festschrift für Oscar Vogel, Friborgo 1991, pag. 217-236, part. pag. 228 s.), altri si sono dati complessi normativi assai sofisticati (Philippe Schweizer, Quelques remarques sur le découpage du temps dans le nouveau code de procédure civile neuchâtelois, in: Mélanges Grossen, Basilea 1992, pag. 501 s.). Nulla di ciò in Ticino: al più, la legge dà espressione ad un particolare criterio che il legislatore ha ritenuto appropriato esprimere, segnatamente che la durata della proroga non possa avere di regola una durata superiore al termine originario (v. l'art. 130 cpv. 2 seconda frase CPC/TI). Ma la mera menzione che ciò valga "di regola" sottolinea il carattere indicativo e non compulsivo di tale criterio. Dalla giurisprudenza massimata e pubblicata non si evincono altre limitazioni al libero apprezzamento del giudice.