Citation: 2C_630/2016 E. 4

Nella parte del proprio allegato ricorsuale denominata "in fatto" il ricorrente inizia a spiegare perché, secondo lui, i fatti sarebbero stati accertati in modo arbitrario, sia con riferimento allo svolgimento dell'operazione (non sarebbe stato lui ad avere scambiato le pazienti e, inoltre, non essendo da solo nel blocco operatorio bensì in compagnia di altri 2 medici e di 4 infermiere, la sua colpa andrebbe ridimensionata di conseguenza), sia all'asserita redazione inesatta del rapporto postoperatorio (dopo l'intervento avrebbe infatti immediatamente informato il personale della clinica e la direzione nonché compilato diversi documenti in modo veritiero, solo il giorno dopo, ma con la data dell'operazione, avrebbe riferito in modo non corretto dell'intervento e della decisione di procedere alla mastectomia, avendo tuttavia agito di concerto con i dirigenti della clinica), sia al fatto che avrebbe ordinato alle persone presenti in sala operatoria e alla direzione della clinica di tacere (ciò che sarebbe smentito dagli interrogatori resi davanti al procuratore pubblico, e figuranti agli atti, di cui emergerebbe che vi sarebbe stato invece un consenso generale sul modo di procedere) sia, infine, al fatto che non avrebbe informato la paziente (avendo egli invece avuto sin dall'inizio l'intenzione di farlo, il ritardo essendo dovuto allo stato psicologico della medesima che rendeva detta comunicazione pericolosa, senza poi dimenticare che si trattava di una decisione concordata con i dirigenti e i medici dirigenti della clinica). Queste critiche, che vengono ripetute dal ricorrente nella successiva censura in materia di arbitrio nell'accertamento dei fatti e nella valutazione delle prove, figurante nella parte "in diritto" dell'impugnativa, verranno esaminate ulteriormente (cfr. consid. 10). Egli poi si dilunga sul fatto che il Giudice delegato non avrebbe eseguito la necessaria ponderazione degli opposti interessi: questi si sarebbe infatti accontentato di "dubbi", "indizi", di "un'eventualità che non può a priori essere esclusa" per vietargli l'esercizio della professione medica, allorché avrebbe dovuto invece accertare che non era più persona degna di fiducia. A suo avviso una seria valutazione degli interessi contrapposti portava invece a confrontare, da un lato, la propria carriera, ossia un medico con alle spalle 30 anni di esercizio ineccepibile della medicina, una vita dedicata alla medicina, con più di 4'000 interventi operatori senza nessun errore prima dell'8 luglio 2014 e, dopo tale data, altri 200 interventi, sempre senza nessun errore e a completa soddisfazione delle pazienti, dei colleghi della clinica e del pubblico e, dall'altro, gli atteggiamenti contraddittori assunti dalle autorità. In primo luogo il comportamento dell'autorità di prime cure la quale, benché contattata due volte dalla paziente medesima, dapprima l'ha autorizzato a continuare ad esercitare per poi, due mesi e mezzo dopo, pronunciare una revoca immediata a tempo indeterminato dell'autorizzazione al libero esercizio e all'esercizio dipendente della professione di medico nel Cantone Ticino, togliendo l'effetto sospensivo al ricorso. In seguito, l'attitudine del Consiglio di Stato il quale, se ha effettivamente confermato la revoca, non ha tuttavia tolto l'effetto sospensivo ad un eventuale ricorso, ciò che dimostra che non ha niente contro il fatto che l'insorgente possa riprendere la propria attività in attesa del giudizio di merito. Anche questi elementi verranno valutati ulteriormente (cfr. consid. 11).