Citation: 2C_257/2022 E. 5.2

5.2. Dall'inserto di causa emerge che nel 2014 la ricorrente, oltre a del personale amministrativo (ossia, tra l'altro, le coordinatrici delle collaboratrici domestiche), aveva alle sue dipendenze circa 180 persone che effettuavano regolarmente delle missioni di attività di economia domestica; le ore di lavoro prestate sono state quantificate in circa 60'000 per prestazioni effettuate nell'ambito del rapporto diretto tra la ricorrente e un privato e in circa 60'000 per le prestazioni svolte su incarico dei SACD. Si può quindi definire la sua attività come regolare e ritenere che l'esigenza quantitativa posta dall'art. 29 cpv. 2 OC (cioè numero dei contratti conclusi nello spazio di dodici mesi) adempiuta (vedasi al riguardo lettera del 5 maggio 2014 della Sezione del lavoro indirizzata all'interessata). Benché la ricorrente contesti di svolgere un'attività commerciale va osservato che, come rilevato dalla Sezione del lavoro nelle proprie determinazioni (punto 7.2 § 4), la quale si basa ugualmente sui documenti contenuti nell'incarto cantonale, se si confronta l'importo orario fatturato dalla ricorrente all'impresa acquisitrice e il salario orario versato al (la) lavoratore (rice), la ricorrente realizza manifestamente un profitto, ciò che sufficiente per ammettere che agisca in modo professionale ai sensi dell'art. 29 cpv. 1 OC. In effetti, con un salario orario di fr. 22.80, al quale si aggiungono 16 % di oneri sociali e 5 % di spese amministrative, si giunge ad un totale di fr. 27.65, mentre l'importo fatturato all'impresa acquisitrice è di fr. 33.50. Cifre che la ricorrente non ha mai rimesso in discussione. La questione non merita comunque ulteriore approfondimento. In effetti, come constatato dalla Corte cantonale e non contestato dall'interessata, sempre dagli atti di causa, segnatamente dai consuntivi da lei forniti, risulta che genera una cifra d'affari annua che supera ampiamente la soglia dei fr. 100'000.-- (vedasi tabella relativa ai consuntivi 2008 a 2011, figurante nella decisione di prima istanza del 19 dicembre 2014 pag. 7 n. 5). È quindi realizzata la seconda ipotesi prospettata dall'art. 29 cpv. 1 OC. In queste condizioni anche se la ricorrente è un ente riconosciuto di pubblica utilità e ha anche beneficiato di esenzione fiscale (vedasi decisione del 30 agosto 2013 della Divisione delle contribuzioni, che dopo avere rammentato che l'interessata era esente dal pagamento dalle imposte dal 2009, ha confermato un'esenzione solo parziale però, limitata cioè all'attività di collaborazione con i SACD) è tuttavia indiscutibile che l'interessata, la quale effettua prestito di personale per mestiere, supera il limite della cifra d'affari previsto dalla legge, ossia fr. 100'000.-- (art. 29 cpv. 1 OC) ragione per cui va assoggettata alla legge sul collocamento. Altrimenti detto, quando viene realizzata una cifra d'affari di almeno fr. 100'000.--, a prescindere dalla volontà di conseguire un profitto oppure del fatto che venga effettuata un'attività di pubblica utilità, anche sussidiata dall'ente pubblico, vi è l'obbligo autorizzativo (cfr. KULL MICHAEL, Arbeitsvermittlungsgesetz (AVG) 2014, n. 50 segg. segatamente n. 56 all'art. 12 LC; PIERRE MATILE, JOSÉ ZILLA, con la stretta collaborazione di DAN STREIT, Travail temporaire, Commentaire pratique des dispositions fédérales sur la location de services (art. 12-39 LSE), 2010, pag. 32 lett. C). Il fatto poi che un'associazione persegue uno scopo ideale (art. 60 cpv. 1 CC) non esclude infatti, come rilevato dalla Sezione del lavoro nelle proprie determinazioni, che svolga un'attività che genera un profitto (art. 61 cpv. 2 CC; vedasi anche HANS MICHAEL RIEMER in: Berner Kommentar, n. 54 e 55 all'art. 60 CC; OLIVIER HARI/LIONEL JEANNERET in: Commentaire romand Code civil I, n. IV all'art. 61 CC). Su questo punto il ricorso si rivela infondato. Va quindi confermato l'assoggettamento della ricorrente alla legge sul collocamento, come giudicato a ragione dalla Corte cantonale.