Citation: 6B_121/2021 E. 3.5.2

3.5.2. Il ricorrente si è reso colpevole, in età adulta, di infrazione aggravata alla LStup, in quanto idonea a mettere direttamente o indirettamente in pericolo la salute di molte persone (art. 19 cpv. 2 lett. a LStup). Non è un tossicodipendente e ha agito unicamente per puro fine di lucro, malgrado esercitasse delle attività lucrative e le entrate mensili permettessero di far fronte integralmente al fabbisogno familiare. Gli è stata inflitta una pena detentiva di tre anni, ben superiore dunque alla "pena detentiva di lunga durata" che, nel diritto migratorio, può giustificare la revoca di un permesso di soggiorno allo straniero condannato penalmente (v. art. 62 cpv. 1 lett. b LStrI; DTF 139 I 145 consid. 2.1). La CARP ha definito la sua colpa piuttosto grave. Invano l'insorgente tenta di relativizzare la gravità del reato, adducendo l'incensuratezza o il quantitativo in media venduto al mese. La prima, contrariamente a quanto preteso, non costituisce in alcun modo un fattore attenuante. Al secondo argomento si può invece semplicemente ribattere che l'attività illecita è stata svolta sull'arco di due anni e quindi su un lasso temporale non indifferente. Se è vero che la CARP ha rilevato che l'attività di spaccio messa in piedi dal ricorrente non potesse essere considerata parte integrante di una consolidata attitudine a delinquere, ciò a cui il gravame si richiama, dai fatti accertarti risulta altresì che egli ha saputo muoversi nel mondo della droga e organizzarsi, impiegando le proprie competenze gestionali e le proprie risorse imprenditoriali per, inizialmente, avviare e, in seguito, incrementare un importante traffico di cocaina; senza l'ausilio di terzi, è riuscito ad allacciare un contatto con un fornitore all'estero, acquistando merce sempre più regolarmente. Sul comportamento tenuto dopo i fatti, da cui è trascorso invero non molto tempo, nulla di negativo può essere segnalato. I giudici cantonali hanno sottolineato l'ampia collaborazione del ricorrente, che li ha condotti a ridurre sensibilmente la pena inflittagli conformemente alla giurisprudenza di questo Tribunale (v. sentenza 6B_265/2010 del 13 agosto 2010 consid. 3.3) e a formulare una prognosi positiva quanto al suo comportamento futuro al momento di pronunciarsi sulla sospensione parziale della pena. Questo non significa però che non esista più alcun interesse pubblico alla misura dell'espulsione, come preteso. Va infatti ricordato che con la sua attività di narcotraffico il ricorrente perseguiva un mero fine di lucro, al solo scopo, come emerge dalla sentenza impugnata, di migliorare senza sforzi e velocemente la propria situazione economica e quella dei suoi familiari, malgrado non avesse problemi finanziari. Egli ha quindi delinquito malgrado una situazione del tutto favorevole. Il ricorrente, classe 1977, è nato e cresciuto in Romania, dove ha trascorso la maggior parte della sua vita e ha frequentato le scuole dell'obbligo, quelle superiori e anche qualche anno di università nella facoltà di pubblica amministrazione. Vi ha pure avviato un'attività immobiliare e in parallelo di ristrutturazione di interni. Conosce dunque la lingua, la cultura e le tradizioni del suo Paese. Nel 2008, in età adulta, è giunto in Svizzera e vi ha creato una nuova famiglia, sposandosi nel 2013 con una connazionale, giunta in Svizzera nel 2003 anche lei in età adulta, e diventando padre della sua secondogenita, nata nel 2015. Insieme con loro vivono pure il primogenito, figlio di primo letto nato in Romania, e il padre. Il ricorrente si trova in Svizzera da oltre dieci anni e vi ha avviato due attività indipendenti. Ciò nonostante, non avrebbe alcuna difficoltà a reinserirsi nel suo Paese d'origine, come peraltro da lui stesso riconosciuto, benché affermi che l'espulsione è quello che più teme. In patria vivono ancora la madre e la sorella e vi ha pure fatto regolarmente ritorno per trascorrere le vacanze. Come detto, egli vi aveva già esercitato delle attività professionali e ha ancora un'età che gli permetterebbe di avviarne delle nuove, come del resto già fatto in Svizzera. Sconfessando le dichiarazioni rese in sede cantonale, l'insorgente adduce "reali e concrete difficoltà di reinserimento in Romania", senza tuttavia minimamente illustrarle, limitandosi a un'apodittica affermazione. Tutti i membri della sua famiglia sono di nazionalità rumena, l'unica a non aver mai vissuto in Romania essendo la figlia minore. Secondo quanto addotto nel ricorso, parla comunque rumeno, anche se le sue competenze al riguardo vengono definite limitate. È tuttavia ancora in tenera età e non sarebbe arduo per lei inserirsi in un Paese che non le è completamente estraneo, la famiglia trascorrendovi le vacanze e rendendo visita alle nonne. Il primogenito quest'anno sarà maggiorenne e il suo statuto in Svizzera non dipenderà più dunque da quello del padre, potendo decidere autonomamente se seguirlo in Romania o restare in Svizzera. La moglie, titolare di un permesso di domicilio, ha praticamente trascorso metà della sua vita in Romania, e ne conosce dunque la lingua, la cultura e le tradizioni. Si è sposata con l'insorgente prima che questi versasse nel narcotraffico. Occorre tuttavia rilevare che si è fatta anche lei coinvolgere in questa attività delinquenziale, agendo in correità con lui, e rischiando dunque lei stessa l'espulsione. Sia come sia, se lo volesse, potrebbe di riflesso seguire senza grandi difficoltà il coniuge in Romania. Il padre dell'insorgente è in Svizzera solo dal 2019. Soffre di problemi di salute, ma nulla indica che non possa beneficiare di cure adeguate in patria. In simili circostanze, l'espulsione del ricorrente non comporterebbe dunque necessariamente la separazione della famiglia e l'interesse privato del ricorrente a rimanere in Svizzera in ragione dei suoi legami familiari va pertanto relativizzato e in ogni modo non prevale sull'interesse pubblico alla misura, che risulta dunque proporzionata in ragione anche della sua durata limitata, corrispondente al minimo legale (v. art. 66a cpv. 1 CP).