Citation: 6B_1524/2022 E. 3.3

3.3. In concreto, in prima istanza, il Giudice della Pretura penale ha riconosciuto l'opponente autore colpevole di truffa, per avere, per procacciare a sé o ad altri un indebito profitto, in qualità di amministratore unico di B.________ SA, ingannato con astuzia i funzionari della banca D.________ SA, ottenendo abusivamente un prestito Covid-19 di fr. 20'000.--, avendo fin dall'inizio la volontà di utilizzare il denaro a fini personali. Non ha per contro formalmente statuito sull'imputazione di amministrazione infedele aggravata, prospettata dal magistrato inquirente nell'atto di accusa quale imputazione subordinata a quella di truffa. Ammessa la colpevolezza per il reato di truffa, il giudice di primo grado ha in sostanza scartato l'ipotesi di amministrazione infedele. Il ricorrente sostiene che, in sede di appello, ritenendo non adempiuta la fattispecie di truffa, la CARP avrebbe dovuto esaminare quella di amministrazione infedele, che, a suo dire, riguarderebbe gli stessi fatti. A torto. Pur se l'atto di accusa indica quest'ultima imputazione quale subordinata a quella di truffa, essa concerne fatti diversi. Sotto il profilo del reato di amministrazione infedele, all'opponente era in effetti rimproverato di avere omesso di ricapitalizzare la società B.________ SA dopo averla acquistata, ritenuto ch'essa non disponeva di sufficiente capitale azionario. Gli era inoltre addebitato di avere danneggiato il patrimonio della società per un importo di fr. 20'000.--, utilizzando il credito Covid-19 per fini personali, in violazione degli obblighi di salvaguardare gli interessi della società in veste di amministratore della stessa (cfr. art. 717 cpv. 1 CO). Si tratta di fatti che si lasciano distinguere da quelli oggetto del reato di truffa, concernenti l'ottenimento indebito del credito Covid-19, che ha, come visto, comportato un danno al patrimonio del fideiussore, non della società. In tali circostanze, l'imputazione di amministrazione infedele non era propriamente subordinata a quella di truffa, ma costituiva un'accusa supplementare, che avrebbe dovuto essere oggetto di un esame e di una decisione esplicita da parte del giudice di primo grado, dandosene il caso previa rettifica dell'atto di accusa. La sentenza di prima istanza è stata impugnata con appello dell'opponente, che ha chiesto il suo proscioglimento e il riconoscimento di un'indennità giusta l'art. 429 cpv. 1 lett. a CPP. È inoltre stata impugnata con appello incidentale del ricorrente, che si è aggravato contro i dispositivi relativi alla commisurazione della pena e al diniego dell'espulsione dal territorio svizzero (cfr. art. 399 cpv. 4 lett. b e c CPP). Il ricorrente non ha impugnato dinanzi alla CARP il dispositivo sulla colpevolezza dell'opponente, in particolare non ha sollevato censure riguardanti gli atti commessi dall'opponente a danno del patrimonio della società, suscettibili di realizzare il reato di amministrazione infedele (cfr. art. 399 cpv. 4 lett. a CPP). Ricordato che l'appello incidentale era circoscritto agli aspetti della commisurazione della pena e della misura dell'espulsione dal territorio svizzero, l'imputazione di amministrazione infedele per una fattispecie diversa da quella oggetto di condanna non era quindi oggetto del procedimento di appello. Un eventuale giudizio di colpevolezza per quest'ultima imputazione in sede di appello avrebbe violato il "divieto della reformatio in peius", siccome avrebbe esteso l'oggetto del litigio a un reato scartato dal giudice di primo grado, travalicando altresì le conclusioni formulate dal ricorrente nell'appello incidentale presentato contro l'imputato. La Corte cantonale ha quindi correttamente applicato l'art. 391 cpv. 2 CPP ritenendo che le fosse impedito di pronunciare un'eventuale condanna per il reato di amministrazione infedele nell'ambito del procedimento di appello. Alla luce di questa conclusione, poiché la CARP non era abilitata a statuire nel merito di questa imputazione, essa non ha violato il diritto di essere sentito del ricorrente per non avergli previamente prospettato che detto reato aveva una portata distinta da quello di truffa. Dalla garanzia del diritto di essere sentito non deriva peraltro, di massima, la facoltà per le parti di esprimersi preventivamente sull'argomentazione giuridica configurata dall'autorità (DTF 145 I 167 consid. 4.1).