Citation: 5P.460/2002 27.02.2003 E. 3

3.1 La ricorrente, sia detto preliminarmente, non contesta che quella che era l'abitazione coniugale sia, per lei sola, troppo onerosa. Considera, invece, arbitraria la riduzione retroattiva del contributo dovutole dal resistente: in primo luogo, l'ultima istanza cantonale non avrebbe attribuito alcuna importanza al fatto che ella aveva chiesto un periodo transitorio per locare o vendere l'abitazione di famiglia solo a titolo prudenziale, sottolineando che il marito non aveva ancora risposto alla petizione della moglie, per cui non si sa neppure se lui intenda acconsentire alla separazione. In tale situazione di incertezza, sarebbe opinabile affermare che la moglie avrebbe dovuto prendere l'iniziativa di vendere o locare la casa; ma addirittura arbitrario sarebbe pretendere che la ricorrente avrebbe dovuto porre in atto iniziative in tal senso senza che le fosse neppure comminata la riduzione del contributo alimentare qualora non lo avesse fatto entro un congruo termine. Il giudizio retroattivo costituirebbe dunque una manifesta violazione della buona fede e del principio dell'affidamento sul quale la ricorrente poteva e doveva basarsi. 3.2 Quando il giudice chiamato a statuire sugli alimenti ritiene di doversi discostare dalle poste economiche accertate, segnatamente dalle entrate ed uscite delle parti effettivamente constatate, deve concedere al debitore un lasso di tempo adeguato per porre in atto quanto richiestogli (DTF 114 II 13 consid. 5 pag. 17; sentenza 5P.112/2001 del 27 agosto 2001, consid. 5d). Per analogia, ciò deve valere anche nel caso sia il creditore degli alimenti ad essere obbligato a modificare il proprio tenore di vita (come nel caso della sentenza 5P.418/2001 del 7 marzo 2002, consid. 5c, nella quale era discorso dell'obbligo della moglie di estendere la propria attività lavorativa). In linea di massima, è del tutto ovvio che una decisione giudiziaria di tale genere debba esplicare i propri effetti nel futuro, ossia successivamente alla propria emanazione (ex nunc). È pertanto senz'altro sostenibile che un'istanza superiore, chiamata a statuire sulla liceità di una decisione di prima istanza con la quale veniva impartito alla moglie un determi nato termine per lasciare l'abitazione coniugale, pur respingendo il gravame prolunghi il suddetto termine (v. lett. A della fattispecie riassunta in DTF 114 II 396). Se ciò debba sempre avvenire, è questione alla quale il Tribunale federale, nella medesima occasione, aveva risposto di principio in termini affermativi, anche se sotto forma di obiter dictum mancando una formale censura in proposito (DTF 114 II 396 consid. 6b pag. 401). È certo che tale soluzione presenta, fra i tanti, il vantaggio della fattibilità e la possibilità concreta di esigerne l'immediata esecuzione. Ciò non autorizza tuttavia ad affermare, apoditticamente, che la soluzione contraria - quella adottata dal Tribunale di appello ticinese - sia per definizione sempre inadeguata o addirittura arbitraria. Possono senz'altro darsi casi in cui il giudice di prime cure aveva a ragione ritenuto che una parte dovesse aumentare il proprio impegno lavorativo, oppure che le spese di abitazione di una delle parti erano inadeguate, e contro la cui decisione vengono inoltrati rimedi di diritto del tutto infondati a scopo puramente dilatorio: un tale atteggiamento, costitutivo dell'abuso di diritto, non meriterebbe tutela sotto forma di ulteriore proroga del termine fissato dal primo giudice. Si può dunque interlocutoriamente ritenere che una decisione giudiziaria che esplichi un qualsiasi effetto retroattivo non debba essere obbligatoriamente e di per sé arbitraria. 3.3 Piuttosto, come d'altronde è connaturato nel concetto di arbitrio, va valutato di caso in caso se una decisione soddisfi i requisiti (negativi) già schizzati supra (consid. 2). 3.3.1 Visti in parallelo, sia gli argomenti della ricorrente (supra, consid. 3.1) che la motivazione addotta dai giudici cantonali (supra, fatti lett. C) possono essere ricondotti ad un comune denominatore: la prevedibilità del cambiamento per la parte gravata. Tale approccio va condiviso: appare ragionevole ed equo affermare che una modifica, per quanto profonda, del modo di vita di almeno una delle parti sarà tanto più difficilmente qualificabile di arbitraria, quanto più tale modifica era per lei prevedibile. 3.3.2 Nel caso di specie, va rilevato preliminarmente che il Pretore, nella propria decisione definitiva sulle misure provvisionali, non aveva neppure accennato alla possibilità che la ricorrente potesse venire costretta a lasciare l'abitazione coniugale. Evidentemente, anche a seguito dell'originario approccio seguito da entrambe le parti e confluito poi nella convenzione in seguito disattesa, il Pretore era partito dall'idea che per nessuno fosse prioritario liberarsi della casa. Anzi, considerato che la situazione economica dei coniugi era tale da creare un'eccedenza per rapporto ai propri minimi vitali, pur continuando uno di loro ad occupare l'abitazione coniugale, non sussisteva evidente necessità di risparmiare. 3.3.3 È vero che già avanti al Pretore il resistente si era opposto ad un qualsiasi obbligo di sostentamento nei confronti della moglie, allegando in particolare nelle conclusioni gli eccessivi oneri abitativi derivanti dal fatto che ella restava nell'abitazione coniugale. Va tuttavia fatto presente che nel medesimo allegato il marito aveva ribadito il proprio accordo a che alla moglie venisse assegnata l'abitazione coniugale. Ma postulando da un lato l'attribuzione dell'abitazione coniugale alla moglie, e contemporaneamente pretendendo che la casa dovesse essere venduta (o locata) al più presto in quanto troppo onerosa per le finanze delle parti, il resistente ha assunto una posizione quanto meno contraddittoria. Va poi aggiunto, come gli stessi giudici di appello evidenziano, che già prima dell'inoltro del memoriale conclusivo la posizione del resistente era contraddittoria. Infine, è incontestabile che le parti, almeno prima della decisione di prima istanza e dell'inoltro dell'appello, non hanno avuto alcuna possibilità di esprimersi sulle conclusioni della rispettiva controparte. 3.3.4 Va poi ritenuta la circostanza che si è nell'ambito di una procedura di separazione, e non di divorzio - ciò che si traduce, fra l'altro, nel perdurare degli effetti del matrimonio (Ruth Reusser, Die Scheidungsgründe und die Ehetrennung, in: Vom alten zum neuen Scheidungsrecht, Berna 1999, pag. 9 - 52, margin. 1.103 pag. 43). Ora, anche prescindendo da quanto serie possano essere effettivamente le possibilità di una riappacificazione delle parti, è chiara la scelta della ricorrente di non volere (ancora) una dissoluzione definitiva del vincolo che la lega al resistente, con tutto quanto ne deriva in riferimento all'abitazione coniugale. 3.3.5 Inconferente è anche il rinvio dei giudici di appello alla prassi in materia esecutiva. A parte che la dottrina citata si limita a ribadire l'obbligo, per gli organi di esecuzione forzata, di concedere all'escusso un termine ragionevole per porre rimedio a oneri ipotecari ritenuti eccessivi (Luca Guidicelli / Fernando Piccirilli, Il pignoramento di redditi ex art. 93 LEF nella pratica ticinese, CFPG Collana blu vol. 5, Bellinzona 2002, margin. 133 pag. 43 seg.), ciò che non è contestato, va ribadito che il debitore che arriva allo stadio del pignoramento non può certo dirsi ignaro dei propri debiti, e non può certo pretendersi sorpreso qualora gli vengano imposte restrizioni del tenore di vita. Per lui, richiamando il concetto di prevedibilità esposto supra (consid. 3.3.1), la situazione è diversa rispetto a quella qui discussa; senza dimenticare che qui, in discussione è l'esito di un rimedio di diritto, non una decisione di prima istanza. 3.3.6 Anche le due obiezioni sollevate dal resistente nella sua risposta al ricorso di diritto pubblico non sono di reale sostegno per la posizione assunta dal Tribunale di appello. Quale sia l'effettiva situazione economica della ricorrente, ed in particolare se ella sia comunque in grado di finanziare autonomamente i costi dell'abitazione primaria, è qui irrilevante, posto che ella non pretende di restare nell'abitazione coniugale contro il volere del marito, né si duole di non riuscire a vendere o locare convenientemente la casa, ma eccepisce unicamente e semplicemente che ciò le sia stato imposto retroattivamente.