Citation: 2C_630/2016 E. 10.3

10.3. Il ricorrente dimentica che, per prassi invalsa e dalla quale non vi è motivo di scostarsi, in materia di adozione di misure provvisionali, la procedura è limitata a un giudizio di apparenza, cioè alla verosimiglianza dei fatti, e l'autorità giudicante, la quale dispone di un ampio margine di apprezzamento, nell'incertezza dell'esito finale, è chiamata a ponderare i contrapposti interessi sulla base di una valutazione "prima facie", in base ai mezzi di prova immediatamente disponibili (DTF 139 III 86 consid. 4.2 pag. 91; 131 III 473 consid. 2.3 pag. 476). Non deve quindi, diversamente da quanto avanzato dal ricorrente, decidere sulla base di convinzioni. Nel caso concreto risulta dalla decisione impugnata che lo scambio di pazienti non è stato addebitato al ricorrente, contrariamente alle sue affermazioni: il Giudice delegato si è infatti limitato a rilevare che vi era stato uno scambio di pazienti in sala operatoria senza imputarlo a qualcuno in particolare (vedasi decisione querelata del 6 giugno 2016 pag. 2). Per quanto concerne poi la redazione del rapporto operatorio e del rapporto di uscita non corrispondenti alla realtà, emerge chiaramente dall'inserto di causa (segnatamente dall'avviso allestito dalla CVSan il 28 agosto 2015 il quale riprende per esteso rispettivamente cita estratti dei documenti in questione) che il loro contenuto, checché ne dica il ricorrente, non riflette la realtà dell'accaduto, non contenendo alcun riferimento all'errore sulla persona della paziente, ma riportando invece dati ed informazioni (diagnosi scorretta) che travisano la realtà di quanto accaduto (cfr. avviso della CVSan citato, pag. 9 seg. punto 4 e pag. 11). Sostenere ora che il contenuto di questi documenti è stato edulcorato per tutelare la paziente è ai limiti della temerarietà. Allo stesso modo emerge in modo chiaro dall'inserto di causa che il ricorrente, anche se ha subito informato i dirigenti della clinica dell'accaduto, ha tuttavia chiesto a loro di non dire nulla alla paziente dato che voleva informarla personalmente dell'accaduto (cfr. avviso della CVSan citato, pag. 33 che rinvia al verbale dell'audizione svoltasi il 22 luglio 2015 pag. 14 righe 607-609 "Avendo scelto di informare io personalmente, a tutti i costi, la paziente ho chiesto loro, per quanto possibile, di non farlo"). Paziente alla quale ha sottaciuto inizialmente quanto realmente accaduto, così come alle persone che le erano prossime, per poi rivelarle la verità diversi mesi dopo, ossia il 20 novembre 2014 (cfr. avviso della CVSan citato pag. 13 punto 6). La circostanza che fosse presente uno dei dirigenti della clinica a quel momento nulla cambia alla tardività dell'informazione. Da quanto testé esposto discende che la valutazione effettuata dal Giudice delegato degli elementi e dei fatti figuranti agli atti non ne misconosce manifestamente il senso né la portata né si pone in aperto contrasto con i medesimi né li interpreta in modo insostenibile. La censura d'arbitrio nell'accerta-mento dei fatti e nella valutazione delle prove risulta quindi infondata e, come tale, va respinta.