Citation: 6S.153/2005 25.08.2005 E. 1

4.2 In base all'art. 64 cpv. 7 CP il giudice può attenuare la pena se il reo ha dimostrato con fatti sincero pentimento, se specialmente ha risarcito il danno, per quanto si potesse pretendere da lui. Secondo dottrina e giurisprudenza il risarcimento del danno non è di per sé sufficiente perché si ammetta questa circostanza attenuante. Mediante il richiamo esplicito alle possibilità concrete del reo, il legislatore ha in effetti voluto sottolineare come sia necessario uno sforzo particolare da parte sua, il quale deve consistere in un gesto spontaneo e disinteressato, slegato dalle conseguenze contingenti del procedimento penale. Il reo deve dimostrare di essersi pentito, cercando di riparare il torto cagionato a prezzo di sacrifici (v. sentenza 6S.146/1999 del 26 aprile 1999, consid. 3a; DTF 107 IV 98 consid. 1 e rinvii). Si richiedono dunque cumulativamente due condizioni: il sincero pentimento ed il risarcimento del danno. Qualora ammessa, l'attenuazione comporta estensione verso il basso del quadro normale della pena edittale secondo quanto prescritto all'art. 65 CP (DTF 116 IV 11 consid. 2). 4.3 Nella fattispecie il ricorrente è stato riconosciuto colpevole di ripetuta appropriazione indebita, in parte qualificata (art. 138 n. 1 e n. 2 CP), nonché di disobbedienza a decisioni dell'autorità (art. 292 CP). La pena irrogata - tre anni e tre mesi di reclusione - si situa all'interno dell'ampia cornice edittale prevista dai reati menzionati, tenuto conto del concorso tra gli stessi (art. 68 cpv. 1 CP). Contrariamente a quanto sostenuto nel gravame essa non dà adito a critica. La CCRP, alle cui pertinenti considerazioni (sentenza impugnata pag. 8 e segg.) si può senz'altro rinviare, ha esaminato e valutato correttamente gli elementi oggettivi e soggettivi determinanti ai fini di una giusta commisurazione della pena. La pena inflitta non risulta eccessivamente severa, né emergono ragioni per attenuare la pena in applicazione dell'art. 64 cpv. 7 CP visto che la collaborazione fornita agli inquirenti e i risarcimenti forniti ad alcune parti civili sono certamente degli elementi positivi di cui tenere conto nella commisurazione della pena giusta l'art. 63 CP, ma non costituiscono da soli motivo sufficiente per applicare l'attenuante specifica del sincero pentimento. Intanto il ricorrente non ha fornito agli inquirenti una collaborazione completa avendo mancato di chiarire la destinazione dei suddetti prelievi in contanti per un totale di circa fr. 2'000'000.-- (v. sopra consid. 3). Inoltre egli ha continuato ad abitare nella costosa proprietà di Montagnola, che invece avrebbe potuto vendere non appena finita la sua carcerazione preventiva (durata dal 5 al 21 marzo 2003), o eventualmente mettere a disposizione dei creditori oppure anche locare a terzi contro un'adeguata pigione da destinare ai risarcimenti, trasferendosi in un alloggio meno dispendioso e più consono alla situazione. Non da ultimo egli ha risarcito taluni danneggiati per intero e altri per nulla, manifestando così, più che fattivo ravvedimento, improvvisazione ed incoerenza nella volontà riparatoria. A queste condizioni non ci sono gli estremi per ammettere che il ricorrente abbia dimostrato con fatti sincero pentimento, e questo nemmeno se si tenesse conto, come egli stesso postula (ricorso pag. 12), delle considerazioni espresse da una parte della dottrina sulla necessità di riconoscere in maniera meno restrittiva l'attenuante in questione (Hans Wiprächtiger, Commentario basilese, n. 27 ad art. 64 CP; Stefan Trechsel, Schweizerisches Strafgesetzbuch. Kurzkommentar, 2a edizione, Zurigo 1997, n. 22 ad art. 64 CP). Non giovano al ricorrente nemmeno i numerosi richiami comparativi alla prassi ticinese in casi ritenuti analoghi (ricorso pag. 12 e segg.). A questo proposito va ribadito che una certa disuguaglianza nell'ambito della commisurazione della pena si spiega normalmente con il principio dell'individualizzazione, voluto dal legislatore (DTF 124 IV 44 consid. 2c pag. 47). Tale disuguaglianza non è di per sé sufficiente per ammettere la sussistenza di un abuso del potere d'apprezzamento (DTF 123 IV 150 consid. 2a pag. 153). Il Tribunale federale non deve vegliare a che le singole pene corrispondano tra loro scrupolosamente, ma deve bensì unicamente controllare che il diritto federale sia applicato in modo corretto, segnatamente che non sia stato violato quanto predisposto all'art. 63 CP. In questo senso, come già del resto rilevato da parte della CCRP (sentenza impugnata pag. 19), i giudici di prime cure non hanno riservato magnanimità di sorta al ricorrente, ma non per questo hanno ecceduto o abusato nell'esercizio del loro potere di apprezzamento. Gli ultimi giudici cantonali si sono anzi chinati con diligenza sui diversi precedenti giurisprudenziali indicati dal ricorrente, dimostrando come i paragoni in questione cadono nel vuoto già per il fatto di prescindere dagli innumerevoli fattori individuali e concreti che intervengono in ogni singolo caso (v. sentenza impugnata pag. 17 e segg.). Né si può ritenere, come invece addotto nel gravame, che l'autorità cantonale abbia trascurato il principio cardine della risocializzazione. È certo doveroso, nell'ambito della commisurazione della pena, evitare nella misura del possibile sanzioni che ostacolino il reinserimento del condannato, tenendo conto tra l'altro degli effetti della condanna sulla sua vita (DTF 128 IV 73 consid. 4c). Ciò non toglie che l'elemento determinate resta comunque il grado di colpevolezza del reo (DTF 127 IV 97 consid. 3), che nella fattispecie è particolarmente elevato già in considerazione della gravità oggettiva della sua reiterata e sistematica condotta illecita (14 episodi di appropriazione indebita, di cui 10 nella forma aggravata, per un importo complessivo di circa fr. 5'300'000.-- con un danno finale per i clienti di fr. 1'650'000.--), oltre che della intensità del dolo e della futilità dei motivi a delinquere. Del resto, nonostante la preponderanza di appropriazioni in forma aggravata giusta l'art. 138 n. 2 CP, la pena inflitta si situa ancora fra il medio ed il massimo edittale della fattispecie non aggravata giusta l'art. 138 n. 1 CP. A queste condizioni non è sufficiente eccepire che una pena detentiva vanificherebbe gli sforzi che il ricorrente ha dovuto sostenere per trovare un'altra occupazione. Che da questo profilo derivino difficoltà è ovvio, ma ciò non basta per ottenere riduzioni di pena, in caso contrario sarebbe praticamente impossibile infliggere una pena da espiare a un reo che al momento della condanna esercita un'attività lucrativa. Sarà compito del ricorrente, eventualmente con l'aiuto del suo patrocinatore, affrontare con la competente autorità di esecuzione delle pene le questioni pratiche poste dal regime di privazione di libertà, utilizzando gli strumenti che la legge mette a disposizione proprio per assicurare il qui invocato principio della risocializzazione (v. a questo proposito Andrea Baechtold, Strafvollzug, Berna 2005, pag. 31-36). 4.4 Discende da quanto precede che la pena litigiosa, benché severa, non appare eccessiva al punto da essere abusiva e non viola il diritto federale.