Citation: 6B_1442/2020 E. 9.2

9.2. In concreto il ricorrente è stato riconosciuto autore colpevole di un reato commesso nell'esercizio della sua professione di psichiatra ai danni di due donne particolarmente vulnerabili ed è stato condannato a una pena detentiva di 3 anni e 6 mesi, pena in questa sede non contestata. Sulla scorta della perizia psichiatrica, la CARP ha ritenuto sussistere un rischio di recidiva. Secondo il ricorrente tuttavia tale perizia sarebbe superata dall'esito di questo procedimento. Rileva infatti che le conclusioni peritali sarebbero giunte in corso di inchiesta, allorquando il procedimento concerneva 8 accusatrici private, ma dopo l'appello ne sarebbero rimaste solo due. Sicché la perizia si baserebbe su una fattispecie accusatoria ben diversa da quella attuale. Del resto, lo stesso perito avrebbe subordinato la validità delle sue conclusioni alla veracità delle accuse. L'insorgente evidenzia pure che gli atti in giudizio sarebbero occorsi tra il 2014 e il 2015 e che da allora egli avrebbe "saputo cessare qualsiasi comportamento sbagliato con queste persone". Non sarebbe quindi dato alcun rischio di recidiva. Benché accattivante, la censura si rivela però infondata. Per il perito, infatti, il rischio che il ricorrente commetta reati simili è da collocare nell'ambito medio-basso del tasso di recidiva statistico, precisato che sono da ipotizzare reati sessuali come quelli imputati nel presente procedimento, a condizione che le accuse siano veritiere (incarto cantonale 303, pag. 57). Se effettivamente il perito condiziona le sue conclusioni alla fondatezza delle accuse, non effettua alcun distinguo in funzione di quante e quali accuse si rivelino effettivamente veritiere. Le conclusioni peritali mantengono pertanto la loro valenza. Neppure la circostanza che, dal 2015, il ricorrente non avrebbe più avuto comportamenti "sbagliati" può relativizzare le conclusioni sul rischio di recidiva, fermo restando il fatto che afferma di non esercitare più la sua professione dal dicembre 2018. Secondo l'insorgente, l'interdizione dall'esercizio dell'attività professionale di psichiatra risulterebbe sproporzionata perché la sua durata, sommata a quella della pena detentiva inflittagli, lo costringerebbe a rinunciare alla sua attività per oltre 6 anni. La CARP ha fondato la misura sull'art. 67 cpv. 1 e 2 CP, menzionando che le vittime dei reati erano due donne particolarmente vulnerabili. In tal caso, la legge prevede un'interdizione di esercitare un'attività da uno a dieci anni (art. 67 cpv. 2 CP). Alla luce del ritenuto rischio di recidiva e del quadro edittale, la misura pronunciata dall'autorità cantonale non risulta in casu sproporzionata.