Citation: 4A_195/2022 E. 4.3

4.3. L'abbandono dell'impiego secondo l'art. 337d CO comporta la fine immediata del contratto; esso si concretizza quando il lavoratore lascia il proprio posto in modo repentino senza alcuna valida giustificazione. L'applicazione di tale norma presuppone un rifiuto cosciente, intenzionale e definitivo del lavoratore di entrare in servizio o di continuare il lavoro concordato (DTF 121 V 277 consid. 3a; 112 II 41 consid. 2 pag. 49; sentenza 4A_454/2022 del 17 novembre 2022 consid. 4.1, in SJ 2023 n. 2 pag. 140). Se l'abbandono dell'impiego non risulta da una dichiarazione esplicita, occorre verificare se esso sia desumibile da un comportamento del dipendente, ossia da atti concludenti. In simile evenienza ci si deve chiedere se, ponderate tutte le circostanze, il datore di lavoro poteva oggettivamente e in buona fede intendere un abbandono dell'impiego da parte dell'impiegato (sentenze 4A_337/2013 del 12 novembre 2013 consid. 3; 4C.169/2001 del 22 agosto 2001 consid. 3b/aa; 4C.339/2006 del 21 dicembre 2006 consid. 2.1; v. sul principio dell'affidamento: DTF 144 III 98 consid. 5.2.3). Le circostanze determinanti sono quelle che hanno preceduto o accompagnato la manifestazione di volontà, ma non gli eventi successivi (DTF 144 III 93 consid. 5.2.3 pag. 99; 133 III 61 consid. 2.2.1 pag. 67). A differenza degli accertamenti sulla volontà effettiva e concorde delle parti, il risultato dell'interpretazione oggettiva è una questione di diritto che il Tribunale federale può controllare liberamente (DTF 144 III 98 consid. 5.2.2 e seg.; 144 III 93 consid. 5.2.3 pag. 99). Se l'atteggiamento del dipendente è equivoco, il datore di lavoro deve ammonirlo a riprendere l'attività. In causa spetta al datore di lavoro provare i fatti a sostegno di un abbandono del posto di lavoro da parte del dipendente (sentenze 4A_337/2013 del 12 novembre 2013 consid. 3; 4C.169/2001 del 22 agosto 2001 consid. 3b/aa).