Citation: 6B_917/2018 E. 4.5.3

4.5.3. Nella misura in cui la ricorrente afferma che fosse necessario interrogare il consulente bancario "per accertare l'attendibilità della documentazione bancaria" in applicazione del principio dell'immediatezza di cui all'art. 343 cpv. 3 CPP interpretato conformemente all'art. 6 CEDU, si richiama quanto già esposto in precedenza (v. supra consid. 3.3.2). Lo stesso è stato interrogato in sede di istruttoria e vi è stato pure un confronto, come esplicitamente ammesso nella replica. Orbene, per valutare l'attendibilità della citata documentazione, non appare indispensabile avere una percezione diretta delle dichiarazioni del consulente, essendo sufficiente il contenuto delle stesse, che ha potuto essere contestato in sede di confronto e ora anche dinanzi a questo Tribunale. D'altronde nemmeno l'insorgente tenta di dimostrare il contrario, limitandosi a proclami generici. Irrilevanti poi risultano in concreto le considerazioni ricorsuali su quante volte si sarebbe recata in Svizzera negli anni '90 o sulla chiusura del conto eee, dal momento che il TPF ha ritenuto che l'insorgente dovesse presumere l'origine criminosa dei valori patrimoniali presenti sul conto ddd solo a partire dal 31 maggio 2012. È invece pacifico e ribadito nel gravame che la ricorrente sapesse di non essere la reale "titolare degli averi", in altre parole della loro intestazione fittizia. È altrettanto pacifico che era al corrente dello spessore criminale dei cognati, poco importa al riguardo se ne sia venuta a conoscenza per mezzo stampa e nulla mutano le ragioni per cui si recava a rendere loro visita in carcere. Indiscusso è inoltre che, a uno degli incontri con il fiduciario incaricato di ritrovare il conto ddd, l'insorgente fosse accompagnata anche dal cognato D1.________, condannato anni prima per associazione a delinquere di stampo mafioso. Incontestato è poi che il 16 maggio 2012, al più tardi, le fosse nota l'ingente entità dei valori presenti sul conto ddd, superiore al milione e mezzo di franchi. Fuori discussione è pure la sottoscrizione da parte della ricorrente della documentazione bancaria menzionata dal TPF, tra cui il benestare del 16 maggio 2012, il verbale di visita del 31 maggio 2012 e il formulario A. La ricorrente si dilunga sulla pretesa inattendibilità della documentazione bancaria con una motivazione di natura appellatoria. Sostiene che lo stesso TPF l'avrebbe ritenuta tale, tant'è che l'avrebbe prosciolta per i pagamenti dei premi assicurativi a debito del conto ddd, difettando "la ricorrenza dell'elemento soggettivo". Orbene, così argomentando, ella dimentica che è solo a partire dal 31 maggio 2012 che l'autorità precedente ha ritenuto fossero riuniti elementi a sufficienza per concludere a un dolo eventuale. Se per i citati pagamenti è stata prosciolta è dunque perché sono stati effettuati anteriormente a tale data e non, come tenta invece di suggerire, perché la documentazione bancaria sarebbe stata considerata inattendibile. L'accertamento della conoscenza dell'esistenza delle polizze assicurative da parte dell'insorgente è fondato sul verbale di visita del 31 maggio 2012 da lei sottoscritto, in cui figura l'ordine di non più eseguire pagamenti all'assicurazione in seguito all'annullamento delle polizze. La ricorrente, precisando di aver firmato senza leggere, ipotizza che tale indicazione sarebbe stata inserita "in un secondo tempo, per risolvere a posteriori la questione del mancato pagamento delle polizze [...], già deciso in modo autonomo" dal consulente bancario, motivo per cui l'accertamento sarebbe arbitrario. La critica manifesta qui in modo emblematico la sua natura appellatoria: non è certo con la formulazione di mere ipotesi che si può sostanziare arbitrio nell'accertamento dei fatti o nella valutazione delle prove (v. supra consid. 2). Non è d'ausilio alla tesi ricorsuale nemmeno il riferimento al meeting report del 31 maggio 2012 ove effettivamente non figura l'indicazione relativa alle polizze, contrariamente al verbale di visita di quel giorno. Trattasi di documenti distinti e nulla permette di affermare che debbano avere un contenuto perfettamente sovrapponibile, ciò che nemmeno l'insorgente pretende. Peraltro, si precisa che dal citato verbale, in cui sono appunto menzionate le polizze assicurative e l'ordine di non più pagarne i premi, il TPF ha dedotto la sua conoscenza della loro esistenza, non traendone altre conclusioni. Vero è che la ricorrente ha più volte affermato di non aver letto ciò che firmava, ciò che il TPF non ha escluso. Va però rilevato che, secondo la sentenza impugnata, l'insorgente ha palesato stupore e sconcerto per l'entità degli averi in conto, da ultimo proprio in sede dibattimentale dichiarandosi "un po' scioccat[a]" dall'importo. Sorprende quindi che possa sostenere in questa sede di aver pensato trattarsi dei risparmi di una vita, la cui entità non crea di regola alcun turbamento e di cui peraltro in linea di principio non si perdono le tracce. L'asserito shock non le ha comunque impedito di firmare tutta una serie di documenti bancari ("parecchi fogli") in relazione a valori patrimoniali di tale importanza che sapeva essere a lei fittiziamente intestati, senza nemmeno leggerli, come sostenuto. Non risulta dalla sentenza impugnata, né la ricorrente pretende di aver posto domande o chiesto chiarimenti in merito. Ella ha così dimostrato di non voler sapere (" willful blindness "; " bewusstes Nicht-Wissen-Wollen "; v. sentenza 6B_627/2012 del 18 luglio 2013 consid. 2.4) e indifferenza rispetto a cosa sottoscriveva. Appare quindi pretestuoso, in tali circostanze, addurre che il consulente bancario non si sarebbe sincerato di nulla. Emerge ancora che l'insorgente ha affermato di aver firmato della documentazione per "trasferire i soldi dal [suo] nome a nome di [suo] marito" (v. sentenza impugnata pag. 40). Tanto basta per riconoscere l'intenzione (dolo eventuale) riferita anche alla natura vanificatoria delle operazioni compiute con il denaro in parola. Non v'è poi ragione di soffermarsi sui prelievi in contanti, di cui la ricorrente non poteva ignorarne il carattere vanificatorio, poco importa al riguardo che abbia poi consegnato il denaro al marito.