Citation: 1P.309/2002 31.10.2002 E. 3

Secondo l'art. 186 cpv. 1 CPP/TI, la legittimazione a presentare un'istanza di promozione dell'accusa spetta unicamente alla parte civile, cioè alla persona fisica o giuridica danneggiata moralmente o materialmente da un reato (art. 69 cpv. 1 CPP/TI). La Corte cantonale ha rilevato che secondo la giurisprudenza e la dottrina può costituirsi parte civile solo la persona fisica o giuridica attualmente, direttamente e personalmente lesa nel suo bene giuridico (Michele Rusca/Edy Salmina/Carlo Verda, Commento del Codice civile di Procedura Penale ticinese, Lugano 1997, n. 1 all'art. 69). 3.1 Per motivare la censura di arbitrio non basta criticare semplicemente la decisione impugnata, né contrapporle una versione propria, per quanto sostenibile, dei fatti o una propria valutazione delle prove. Occorre piuttosto dimostrare per quale motivo l'accertamento dei fatti o la valutazione delle prove sarebbe manifestamente insostenibile, si trovi in chiaro contrasto con gli atti, si fondi su una svista manifesta, violi gravemente una norma o un principio giuridico chiaro e indiscusso o contraddica in modo urtante il sentimento di giustizia e di equità (DTF 127 I 38 consid. 2b pag. 41, 54 consid. 2b). 3.2 La Corte cantonale ha rilevato che gli istanti ritengono d'aver subito un danno patrimoniale poiché la D.________ SA sarebbe stata gestita disattendendo gli obblighi legali degli art. 725 rispettivamente 957 segg. CO, ciò che configurerebbe il reato di omissione della contabilità o di cattiva gestione secondo l'art. 165 CP. I Giudici cantonali hanno tuttavia ritenuto che il mancato pagamento della pigione non potesse essere considerato quale conseguenza diretta dell'omessa contabilità, né che il pregiudizio patito dagli istanti fosse il risultato di una diminuzione fittizia dell'attivo della società o il frutto di una cattiva gestione cagionata da un'insufficiente dotazione di capitale, da spese sproporzionate, da speculazioni avventate o ancora da crediti concessi o utilizzati con leggerezza. Secondo la CRP l'inadempienza della società rappresenta piuttosto la conseguenza del suo generale stato di insolvenza ripercossosi sugli istanti soltanto indirettamente, sia perché dagli atti non emergerebbe alcun indizio che la società non disponesse, al momento della stipulazione del contratto di locazione, di sufficienti mezzi, sia perché nemmeno sarebbe dato sapere se, durante il periodo di locazione, essa avrebbe dovuto avvisare il giudice ai sensi dell'art. 725 cpv. 2 CO; del resto, ha aggiunto la Corte cantonale, le omissioni sarebbero comunque state commesse nel 1998, ossia quando la società già aveva lasciato lo stabile degli istanti. 3.3 I ricorrenti sostengono che la distinzione tra danno diretto e indiretto, conosciuta nel diritto delle obbligazioni, non sarebbe proponibile nell'ambito dell'art. 69 CPP/TI. La censura, su cui è imperniato il ricorso, non regge e su questo punto il ricorso dev'essere respinto. I ricorrenti non tentano di dimostrare l'arbitrarietà della tesi posta a fondamento del giudizio impugnato, conforme alla giurisprudenza e alla dottrina costanti (vedi, oltre alle sentenze citate, DTF 126 IV 42 consid. 2a, 120 Ia 220 consid. 3b, 119 Ia 342 consid. 2, 118 Ia 14 consid. 2b; sentenza 1P.429/2001 del 22 febbraio 2002, consid. 2.3; Piquerez, op. cit., n. 2761 segg.; Robert Hauser/Erhard Schweri, Schweizerisches Strafprozessrecht, 5a ed., Basilea 2002, n. 1 e 3 al § 38; Claude Baumann, Die Stellung des Geschädigten im schweizerischen Strafprozess, tesi, Zurigo 1958, pag. 21). Ora, nell'ambito di un ricorso di diritto pubblico, il Tribunale federale non applica d'ufficio il diritto, ma statuisce unicamente sulle censure sollevate e solo se sufficientemente motivate: il ricorso deve quindi contenere un'esauriente motivazione giuridica, dalla quale si possa dedurre se e perché, ed eventualmente in quale misura, la decisione impugnata leda il ricorrente nei suoi diritti costituzionali (art. 90 cpv. 1 lett. b OG; DTF 127 I 38 consid. 3c, 126 I 235 consid. 2a, 125 I 71 consid. 1c). 3.4 I ricorrenti adducono inoltre che l'inadempienza, di mera portata civilistica, avrebbe cessato di essere tale con la pronuncia del fallimento della società, da cui sarebbe emerso che gli organi societari non avrebbero ossequiato gli obblighi legali di vigilanza sull'andamento degli affari; da ciò i ricorrenti deducono che il danno da loro patito sarebbe la conseguenza diretta del fallimento della società. La Corte cantonale ha fondato la decisione impugnata sull'argomento che il mancato pagamento della pigione non poteva essere considerato quale conseguenza diretta dell'asserita omissione della contabilità, o del risultato di una diminuzione fittizia dell'attivo o il frutto di una cattiva gestione della società, il pregiudizio essendo piuttosto la conseguenza del generale stato di insolvenza, ripercossosi in maniera soltanto indiretta sui ricorrenti. La questione può rimanere aperta visto che la Corte cantonale, in via abbondanziale, ha nondimeno esaminato l'istanza di promozione dell'accusa nel merito: in siffatte circostanze la censura di diniego di giustizia può rimanere indecisa, visto ch'essa non gioverebbe ai ricorrenti che, come si è visto, non sono comunque legittimati a censurare, con un ricorso di diritto pubblico, la motivazione di merito contenuta nell'impugnata decisione (cfr. DTF 118 Ib 26 consid. 2b, 134 consid. 2, 113 Ia 94 consid. 1a/bb; Walter Kälin, Das Verfahren der staatsrechtlichen Beschwerde, 2a ed., Berna 1994, pag. 368 seg.).