Citation: 2A.494/2003 24.08.2004 E. 6.3

6.3.1 Rilevata la gravità dei reati commessi dal ricorrente, di principio (sentenza CGCE cit., in re Bouchereau, n. 27-30) da una condanna penale non può comunque venir automaticamente dedotta la sussistenza di un pericolo attuale per l'ordine pubblico. Mentre dal profilo della LDDS la valutazione del pericolo di recidiva non assume portata decisiva, pur costituendo un aspetto da tenere in considerazione nell'ambito della ponderazione degli interessi (DTF 125 II 105 consid. 2c; 122 II 433 consid. 2b), secondo l'art. 5 Allegato I ALC l'esistenza di una prognosi negativa è invece un presupposto essenziale per la pronuncia di un'espulsione (DTF 130 II 176 consid. 4.2). Tenuto conto del principio della libera circolazione, un certo rigore s'impone nel valutare la probabilità che lo straniero violi nuovamente l'ordine pubblico. La misura di questa valutazione dipende comunque dalla gravità della potenziale infrazione: tanto più questa appare importante, quanto minori sono le esigenze in merito al rischio di recidiva (DTF 130 II 176 consid. 4.3.1, con numerosi riferimenti). 6.3.2 In generale, le considerazioni espresse dal giudice penale in merito alla concessione della sospensione condizionale delle pene vanno prese in conto anche nell'ambito dell'adozione di provvedimenti di natura amministrativa (DTF 130 II 176 consid. 4.3.3; 129 II 215 consid. 7.4). L'autorità amministrativa non ne è comunque vincolata, già perché i due ordini di normative hanno finalità differenti. Di conseguenza, anche se, per legge, la sospensione condizionale di una pena presuppone una valutazione positiva sul rischio di recidiva (art. 41 n. 1 CP), non è escluso che, su questo aspetto, il giudizio dal profilo del diritto degli stranieri - anche nell'ottica della regolamentazione comunitaria e, di riflesso, dell'ALC - sia differente (Gemeinschaftskommentar zum Ausländerrecht, Neuwied 1992 segg., stato dicembre 2003, class. 1, n. 232-238 ad II - § 45; Kay Hailbronner, Ausländerrecht, Heidelberg 1994 segg., stato marzo 2004, class. 4, D1, n. 39 e 40 ad § 12 Aufenthaltsgesetz/EWG). In particolare, secondo costante prassi, nei confronti dello straniero che ha commesso un reato possono venir adottate misure amministrative anche laddove non è stata pronunciata o è stata sospesa condizionalmente l'espulsione prevista dall'art. 55 CP. I due provvedimenti perseguono infatti scopi diversi: il giudice penale tiene conto, in primo luogo, della situazione personale del condannato e delle sue possibilità di risocializzazione, mentre l'autorità amministrativa si prefigge di proteggere la sicurezza e l'ordine pubblico (DTF 129 II 215 consid. 3.2; 124 II 289 consid. 3a; 122 II 433 consid. 2b). Questa indipendenza delle autorità amministrative vale anche in rapporto agli stranieri, le cui condizioni di soggiorno in Svizzera sono disciplinate dall'accordo sulla libera circolazione delle persone (DTF 129 II 215 consid. 7.4). 6.3.3 Nel caso di specie, il ricorrente sottolinea che la giudice penale ha sospeso condizionalmente le pene inflittegli, adducendo che un pronostico negativo era difficilmente sostenibile. In realtà, già è stato rilevato che il motivo principale per cui la pena è stata limitata a diciotto mesi è il lungo tempo trascorso tra i fatti e il giudizio. A non averne dubbi, tale motivo ha inevitabilmente influito anche sulla concessione della condizionale. Probabilmente per la medesima ragione, il rischio di recidiva è invece stato oggetto di un'analisi limitata nella sentenza, riferita, per di più, soltanto alla sospensione dell'espulsione. La Corte penale non ha approfondito aspetti importanti a questo proposito. Ad esempio, si è limitata a manifestare perplessità e riserve, ma ha omesso di accertare quale attività, in ogni caso assai redditizia, avrebbe intrapreso l'interessato dopo che, nel 1999, avrebbe smesso di praticare il contrabbando. Occorre in verità considerare che i reati per i quali il ricorrente è stato condannato nel 2002 non costituiscono infrazioni occasionali, ma sono correlati agli estesi traffici di contrabbando a cui egli, da sempre, si è dedicato. Basti pensare che già nel 1972, indesiderato proprio per questa sua attività, gli era stata temporaneamente vietata l'entrata in Svizzera e che, per le medesime ragioni, è stato condannato a più riprese in Italia sin dal 1968. Benché il contrabbando di sigarette sia di per sé un reato fiscale a danno dell'erario di uno Stato estero, non penalmente perseguibile in Svizzera e per il quale non può nemmeno venir concessa l'estradizione (sentenza 1A.328/2000 del 20 aprile 2001, in: SJ 2002 I pag. 42, consid. 3a), quest'occupazione può e deve comunque venir presa in conto per stabilire se la prognosi risulti favorevole dal profilo dell'ordine pubblico. Nel caso del ricorrente, come è verosimile accada più in generale in traffici organizzati su larga scala, al contrabbando si sono in diverse occasioni aggiunti reati di diritto comune, perpetrati da entrambi i lati del confine e con una valenza almeno in parte autonoma. Lo dimostra non solo la citata condanna svizzera, ma pure la pena di nove anni e due mesi - di cui tre anni, otto mesi e dieci giorni ancora da scontare - inflitta all'interessato dieci anni prima dalle autorità italiane, oltre che per violazione delle leggi doganali, anche per falsità materiale, associazione per delinquere e collusione. Quest'ultima condanna si riferiva del resto ad un procedimento promosso soprattutto in relazione alla corruzione di diversi funzionari doganali italiani, reato per il quale il ricorrente non è infine stato condannato perché - come attesta la sentenza delle Assise correzionali riportandone le parole - "tutti tennero la bocca chiusa". Il richiamo all'art. 5 Allegato I ALC allo scopo di sottrarsi all'espiazione di una pena in uno Stato contraente non corrisponde peraltro alle finalità dell'Accordo. Data la natura e le modalità dei reati commessi e suscettibili di reiterazione, nonché il loro effetto destabilizzante per l'ordine pubblico, nel caso specifico il rischio di recidiva non va inoltre valutato secondo parametri troppo severi. È vero che i fatti di corruzione puniti nel nostro paese risalgono agli anni 1994-1996 e che, tra quell'epoca e la pronuncia del giudizio impugnato, il ricorrente non è incorso in altri reati di analoga gravità, pur non mantenendo comunque un comportamento irreprensibile. Tuttavia egli, nemmeno in questa sede, ha mai sostenuto in maniera convincente di aver abbandonato l'attività del contrabbando che, non solo potenzialmente, ma pure di fatto, l'ha portato a violare in maniera importante l'ordinamento penale elvetico, dopo pochi anni dall'ottenimento di un permesso di dimora nel nostro paese. 6.4 Per le ragioni sin qui esposte e riservato l'esame della proporzionalità della misura, la Corte cantonale non ha pertanto violato l'accordo sulla libera circolazione delle persone nel ritenere adempiuti gli estremi per la pronuncia di un'espulsione anche dal profilo dell'art. 5 Allegato I ALC. Il ricorrente costituiva infatti una minaccia attuale, effettiva e importante per l'ordine pubblico svizzero. Alla luce della condanna subita nel 2002, non è determinante, in senso opposto, il fatto che la sua presenza sul nostro territorio sia stata tollerata per anni, come egli adduce. Del resto, il permesso di domicilio gli è stato rilasciato prima della scoperta della vicenda di corruzione. Non senza validi motivi le autorità amministrative hanno poi atteso la sentenza di condanna, intervenuta a distanza di alcuni anni, prima di decretare l'espulsione.