Citation: 1S.26/2005 17.10.2005 E. 2

2.1 La ricorrente sostiene che in concreto non vi sarebbe stata alcuna perquisizione da parte del funzionario doganale, siccome l'organo della società che deteneva i documenti poi sequestrati avrebbe dimostrato un'attitudine cooperativa e non si sarebbe opposto ai provvedimenti coercitivi. Ritiene quindi che in tali circostanze la presentazione di un ordine di perquisizione scritto non era necessaria. 2.2 La censura è fondata. Oggetto dell'impugnativa dinanzi al Tribunale penale federale era la decisione di sequestro del 7 aprile 2005. Essa indicava il genere di documentazione contenuta nei quindici classatori e specificava che la stessa veniva sequestrata da parte della Direzione delle dogane quale mezzo di prova. Il processo verbale di sequestro è stato regolarmente firmato dal detentore della documentazione e amministratore della società interessata, al quale risulta essere stata consegnata una copia dello stesso, conformemente a quanto prevede l'art. 47 cpv. 1 DPA. Risulta quindi che l'interessato ha potuto afferrare la portata del provvedimento e la sua specificità rispetto alla precedente ispezione fiscale e che, in occasione del sequestro, egli non ha preteso che il funzionario gli presentasse un ordine di perquisizione. Tralasciando di contestare tempestivamente la mancanza di tale ordine, in particolare quando il vizio di forma avrebbe ancora potuto essere eliminato dall'autorità, e sollevando la contestazione soltanto successivamente, nell'ambito della procedura di reclamo dinanzi alla Corte dei reclami penali del Tribunale penale federale, egli ha quindi violato il principio della buona fede (cfr. sentenza 8G.129/ 2003 del 22 marzo 2004, consid. 2; sentenza G.48/1993 del 21 ottobre 1993, consid. 2d; sentenza AK 6/81, del 2 febbraio 1981, consid. 1, citata in: Kurt Hauri, Verwaltungstrafrecht, Berna 1998, pag. 115). Spettava infatti all'interessato protestare immediatamente contro l'assenza di un simile ordine, non essendo peraltro seriamente reso verosimile che il funzionario intervenuto gli abbia illecitamente impedito di agire in tal senso e nemmeno che l'accondiscendenza sia stata ottenuta, per di più nei confronti di un amministratore titolare di uno studio fiduciario e quindi cognito in materia, con espedienti scorretti o ingannevoli. Nelle esposte circostanze è quindi a torto che la precedente istanza ha annullato la decisione di sequestro per il solo fatto che non era stato presentato un ordine scritto di perquisizione secondo l'art. 48 cpv. 3 DPA. Così stando le cose nemmeno si giustifica, come richiesto dall'opponente nelle osservazioni del 22 agosto 2005, di ulteriormente accertare l'esistenza o meno di un vizio di volontà nella dichiarazione di consenso. La causa è comunque rinviata al Tribunale penale federale per il giudizio sulle censure relative al sequestro.