Citation: 5A_689/2008 11.02.2009 E. 3.2

La ricorrente sostiene che i Giudici cantonali sarebbero caduti nell'arbitrio per non aver incluso nel suo fabbisogno le spese accessorie e gli interessi di fr. 1'649.20 cagionati dal mutuo acceso sulla casa coniugale; asserisce segnatamente che, qualora questi non venissero pagati, la banca creditrice inizierebbe una procedura esecutiva che porterebbe alla "svendita della casa". Afferma inoltre che l'abitazione dev'essere venduta e che quindi non sarebbe possibile locarla; ritiene che per tale motivo devono essere riconosciute le spese effettivamente sostenute. Reputa poi che a causa dello stralcio della causa di separazione, il Pretore avrebbe dovuto assegnarle un nuovo termine prima di ridurre l'importo relativo alle spese d'abitazione. Indica altresì che la somma fatta valere comprende pure gli interessi legati all'aumento di fr. 100'000.-- del mutuo ipotecario utilizzato per pagare debiti del marito, interessi che dovrebbero unicamente essere posti a carico di quest'ultimo. Infine, atteso che anche al marito viene riconosciuto un importo di fr. 1'200.-- per spese di alloggio, considera pure leso il principio della parità di trattamento, perché con tale importo ella non può permettersi il medesimo tipo di appartamento dell'opponente, il quale risiede a Santo Domingo, ove i costi di locazione sono sensibilmente più bassi. 3.3 In concreto occorre innanzi tutto osservare che - come già nel suo ricorso di diritto pubblico del 28 novembre 2002 - la ricorrente non contesta che quella che era l'abitazione coniugale sia per lei sola troppo onerosa. Ella nemmeno afferma che l'importo di fr. 1'200.-- sia di per sé insufficiente per coprire le spese di abitazione di una persona sola. 3.3.1 Il rimedio appare piuttosto incentrato sull'apodittico assunto che una casa, che dev'essere venduta, non può essere locata e deve per tal motivo essere occupata dalla ricorrente. Quest'ultima omette tuttavia di dimostrare che l'asserita vendita sia imminente e pare pure dimenticare che già 3 anni prima del momento a partire dal quale la qui contestata riduzione del contributo alimentare prendeva inizio, ella sapeva che i costi effettivi dell'immobile in cui abita erano più elevati dell'importo che poteva esserle riconosciuto nell'ambito della fissazione di un contributo alimentare. Infatti, oggetto della sentenza con cui questo Tribunale ha accolto il ricorso di diritto pubblico del 28 novembre 2002 era la questione di sapere entro quale termine poteva essere imposto alla ricorrente - non includendo più nel suo fabbisogno i costi effettivi dell'abitazione che occupa - di lasciare la casa in discussione. Per quanto attiene poi alla progettata vendita, giova rilevare che la ricorrente non indica quali iniziative concrete avrebbe nel frattempo a tal fine intrapreso. Ella invero lamentava nelle osservazioni 11 giugno 2007 all'appello che il marito non le avrebbe ancora retrocesso firmato un contratto di mediazione immobiliare per la vendita della casa. Ora, a prescindere dal fatto che si ignora quando ella avrebbe contattato un mediatore immobiliare ed inviato all'opponente il contratto di mediazione, tale passo non è sicuramente sufficiente per far apparire arbitraria - e cioè manifestamente insostenibile, in aperto contrasto con la situazione effettiva, fondata su una svista manifesta oppure in urto palese con il sentimento di giustizia ed equità (DTF 133 III 585 consid. 4.1; 132 III 209 consid. 2.1 con rinvii) - l'opinione della Corte cantonale, secondo cui un coniuge non può continuare ad occupare per anni un alloggio troppo esoso e vedersi riconosciute le spese che ne derivano nel proprio fabbisogno. Giova del resto osservare che l'art. 169 cpv. 2 CC permette di adire il giudice, qualora non sia possibile procurarsi il consenso dell'altro coniuge all'alienazione dell'abitazione familiare o se tale consenso viene negato senza valido motivo. Con l'alienazione dell'abitazione in discussione non sarebbero solo cadute le spese accessorie, ma sarebbe anche stato possibile rimborsare - almeno parzialmente - il mutuo ipotecario, rinviando in sede di liquidazione del regime dei beni la questione concernente eventuali spettanze della moglie nei confronti del marito per l'aumento di tale mutuo. Ne segue in definitiva che l'argomentazione ricorsuale si appalesa inconcludente. 3.3.2 La ricorrente non può nemmeno essere seguita quando ritiene che le avrebbe dovuto essere assegnato, dopo lo stralcio della causa di separazione, un ulteriore termine per ridurre le spese di abitazione. Il predetto stralcio non poteva infatti modificare la consapevolezza della ricorrente di occupare da anni un'abitazione troppo onerosa, ai cui costi l'opponente non era disposto a partecipare. 3.3.3 Ricordato che la ricorrente non contesta che - di per sé - l'importo di fr. 1'200.-- per spese di abitazione di una persona sola sia sufficiente, l'accoglimento della censura concernente una - pretesa violazione del principio della parità di trattamento non avrebbe per conseguenza, come asserito nel ricorso, un aumento dell'importo che può essere riconosciuto alla moglie, ma piuttosto una diminuzione dell'importo attribuito al marito, perché nella nazione in cui risiede le pigioni sarebbero meno elevate di quelle svizzere. Pure questa censura si rivela pertanto inconsistente.