Citation: 4A_2/2008 08.07.2008 E. 5

In concreto la ricorrente rimprovera ai giudici del Tribunale d'appello di aver fondato la loro decisione sul fatto - manifestamente inesatto - che l'opponente sarebbe stato licenziato per aver fatto uso del suo diritto di delazione (o "whistleblowing"). In realtà la decisione di licenziare l'opponente è stata presa dopo aver verificato le informazioni ch'egli aveva trasmesso all'avv. D.________ e dopo aver constatato nell'ambito di un'intervista interna ch'egli non aveva risposto in maniera veritiera a delle domande concernenti possibili fughe di notizie verso l'esterno. Il fatto ch'egli abbia mentito in occasione dell'intervista interna ha irrimediabilmente compromesso il rapporto di fiducia fra lui e la banca, di modo che il licenziamento era inevitabile. La censura è pretestuosa. Dalla sentenza impugnata emerge infatti che dinanzi alle autorità cantonali la ricorrente stessa aveva dichiarato di aver licenziato l'opponente perché aveva confidato a terzi esterni alla banca informazioni coperte dal segreto bancario e in seguito ha mentito negando di averlo fatto. Inoltre, le due motivazioni non sono scindibili bensì strettamente connesse. La questione di sapere se l'opponente ha mentito negando di aver confidato a terzi informazioni riservate dipende infatti da quella relativa alla posizione assunta dall'avvocato nella vicenda. Il fatto che nella sentenza querelata la Corte cantonale si sia concentrata soprattutto sulle ragioni che impediscono di tutelare il licenziamento in quanto fondato sui contatti intercorsi fra l'opponente e l'avv. D.________, non significa ch'essa abbia trascurato l'ulteriore motivo della disdetta. Nella misura in cui ha negato che l'avvocato potesse venir considerato "un soggetto del tutto estraneo alla banca", essa ha automaticamente escluso - come già, esplicitamente, il Pretore - anche la falsità dell'affermazione dell'opponente secondo cui egli non aveva rivelato a terzi esterni alla banca informazioni coperte dal segreto bancario.