Citation: 2C_633/2024 E. 3

La Corte cantonale ha rilevato in primo luogo che la ricorrente non poteva dedurre dall'Accordo sulla libera circolazione un diritto al rilascio di un'autorizzazione di soggiorno. Ella infatti non lavorava più da almeno il 2007 ed era a carico in maniera continua della pubblica assistenza dal 2010, ragione per cui non poteva essere considerata come una lavoratrice ai sensi del citato Accordo. Non poteva inoltre beneficiare del diritto di rimanere ivi tutelato, dal momento che non aveva raggiunto l'età della pensione e che non risultava dagli atti di causa che avesse chiesto di potere ricevere prestazioni dell'assicurazione invalidità. Non poteva nemmeno risiedere in Svizzera senza lavorarvi, dato che non disponeva di mezzi finanziari sufficienti per il suo sostentamento e che era a carico della pubblica assistenza da più di dieci anni. Osservato in seguito che lo Scambio di note del 16 febbraio 1935 tra la Svizzera e i Paesi Bassi relativo al permesso di domicilio accordato ai cittadini dei due Stati con cinque anni di residenza regolare e ininterrotta sul territorio dell'altro Stato (RS 0.142.116.364) non si applicava quando, come in concreto, vi era il rischio di cadere a carico della pubblica assistenza, i Giudici ticinesi hanno allora esaminato il caso dal profilo del diritto interno (artt. 12 ALC e 2 cpv. 2 della legge federale del 16 dicembre 2005 sugli stranieri e la loro integrazione [LStrI; RS 142.20]). Rammentato che l'interessata era a carico della pubblica assistenza dal 2010, che le somme percepite erano considerevoli, che i suoi debiti erano aumentati e che non era dato da vedere come poteva affrancarsi entro breve termine della sua situazione debitoria, il Tribunale cantonale amministrativo ha giudicato che l'ipotesi di revoca di cui all'art. 63 cpv. 1 lett. c LStrI, secondo cui un permesso di domicilio può essere revocato se vi è dipendenza durevole e considerevole dalla pubblica assistenza e se vi è il rischio che la situazione si protrae nel futuro, era data in concreto. La Corte cantonale ha tuttavia condiviso l'opinione delle precedenti autorità secondo cui tale provvedimento risultava inadeguato conto tenuto delle concrete circostanze, segnatamente del fatto che la ricorrente viveva in Svizzera dalla nascita, ovvero da 52 anni al momento della pronuncia della decisione di prime cure. Ricordando le esigenze da adempiere affinché un permesso di domicilio, invece di essere revocato, potesse essere commutato, in virtù dell'art. 63 cpv. 2 LStrI, in un permesso di dimora, i Giudici ticinesi hanno quindi confermato che una simile commutazione, con l'aggiunta di diverse mi-sure, pronunciata dopo che la ricorrente fosse stata ammonita nel 2000 e nel 2019, rispettava nella fattispecie il principio della proporzionalità. Al riguardo hanno precisato che un ulteriore ammonimento non entrava in linea di considerazione, visto che quello pronunciato nel 2019 concerneva proprio la sua situazione finanziaria. Infine, hanno concluso osservando che l'art. 8 CEDU non risultava leso dato che la ricorrente non veniva allontanata dalla Svizzera.