Citation: 1P.248/2005 27.04.2005 E. 3

3.1 Il ricorso di diritto pubblico per violazione dei diritti costituzionali dei cittadini secondo l'art. 84 cpv. 1 lett. a OG è manifestamente inammissibile per carenza di legittimazione. 3.2 La legittimazione a interporre un siffatto ricorso, come già ricordato, si definisce unicamente sulla base dell'art. 88 OG, indipendentemente dalla circostanza che il ricorrente avesse qualità di parte nella sede cantonale (DTF 125 I 253 consid. 1b, 118 Ia 112 consid. 2a). Questa norma riconosce il diritto di ricorrere ai privati o agli enti collettivi lesi nei loro diritti da decreti o decisioni che li riguardano personalmente o che rivestono carattere obbligatorio generale: nel caso di una decisione concreta, tale legittimazione spetta unicamente a chi è toccato nei suoi interessi giuridicamente tutelati, vale a dire, di regola, in quegli interessi privati ai quali il diritto costituzionale assicura la protezione (DTF 129 I 217 consid. 1 e rinvii). L'art. 88 OG esclude l'azione popolare a tutela dell'interesse generale: il ricorso di diritto pubblico non è infatti destinato a salvaguardare interessi meramente fattuali né quelli pubblici di portata generale (DTF 130 I 82 consid. 1.3, 121 I 267 consid. 2, 120 Ib 27 consid. 3a). Pure il divieto dell'arbitrio (art. 9 Cost.) e il principio della parità di trattamento (art. 8 Cost.) non conferiscono, da soli, una posizione giuridica protetta ai sensi dell'art. 88 OG (DTF 129 I 113 consid. 1.5, 217 consid. 1.3, 126 I 81). 3.3 Contrariamente all'assunto ricorsuale, la semplice appartenenza a un'autorità quale suo membro, in particolare al Gran Consiglio nel caso di specie, non conferisce, conformemente alla costante prassi, una posizione personale giuridicamente protetta ai sensi dell'art. 88 OG, in gioco essendo la tutela di compiti pubblici e il funzionamento degli organismi pubblici o politici non potendo costituire oggetto di un ricorso di diritto pubblico secondo l'art. 84 cpv. 1 lett. a OG, previsto per la tutela di diritti individuali (DTF 123 I 41 consid. 5c/ee, 121 I 252 consid. 1a, 112 Ia 174 consid. 3a; sentenza 1P.730/1999 del 9 giugno 2000, citata). 3.3.1 I ricorrenti, adducendo semplicemente che uno di loro ha sottoscritto l'iniziativa in rassegna e ch'essi sarebbero toccati più di chiunque altro dalla violazione di norme emanate a tutela della libera e corretta formazione della volontà del parlamento, tendenti a proteggere direttamente gli interessi dei suoi membri, non dimostrano ch'esse tutelerebbero i loro interessi giuridicamente protetti e non, come è manifesto, quelli pubblici (DTF 123 I 41 consid. 5c/bb e dd, 112 Ia 174 consid. 3c e 3d con rinvii). In effetti, l'unica norma richiamata dai ricorrenti, ossia l'art. 30 della legge sul Gran Consiglio e sui rapporti con il Consiglio di Stato, del 17 dicembre 2002, concernente i compiti delle commissioni parlamentari, recita che queste hanno la funzione di preparare la discussione sugli oggetti di competenza del Gran Consiglio, presentando un rapporto. (cpv. 1). Secondo l'art. 33 della citata legge, la Commissione nomina uno o più relatori (cpv. 1), che presentano un rapporto scritto che prima di essere approvato dev'essere letto o distribuito in copia ai commissari (cpv. 2); una minoranza può presentare alla Commissione un proprio rapporto entro il termine fissato dal Presidente (cpv. 3). Il funzionamento delle Commissioni è per il resto disciplinato, per analogia, dalle norme concernenti il funzionamento del Gran Consiglio (art. 35). I ricorrenti si limitano a sostenere che questi principi sarebbero stati disattesi in maniera arbitraria (art. 9 Cost.), poiché il rapporto di maggioranza sarebbe stato presentato prima che fosse avviata la discussione in merito, e che lo stesso non sarebbe stato discusso e approvato in sede commissionale, in violazione del diritto di essere sentito dei deputati. 3.3.2 Le critiche sono irricevibili. In effetti, i ricorrenti né fanno valere d'aver sollevato le pretese irregolarità dinanzi al Gran Consiglio e formulato eventuali richieste in tale contesto, né sostengono che la Commissione prima e il Parlamento poi non le avrebbero esaminate, sanando, se del caso, gli asseriti vizi. Secondo l'art. 33 cpv. 4 della menzionata legge, i rapporti commissionali devono essere trasmessi al Gran Consiglio almeno 12 giorni prima della liberazione, riservati i casi di urgenza; i commissari dissenzienti potendoli firmare con riserva (cpv. 5). I ricorrenti nemmeno fanno valere d'aver chiesto alla Commissione di riesaminare e di ritrasmettere poi il criticato rapporto o d'aver chiesto al Gran Consiglio di rinviarlo alla Commissione. Non spetta chiaramente al Tribunale federale esaminare d'ufficio tali quesiti, non sollevati dai ricorrenti, né accertare e completare d'ufficio i fatti rilevanti posti a fondamento dell'atto di ricorso (v. consid. 1.5). Il gravame sarebbe quindi inammissibile sia per il mancato esaurimento dei rimedi cantonali sia perché si sarebbe in presenza di censure nuove, di massima non proponibili nella procedura di ricorso di diritto pubblico (DTF 129 I 49 consid. 3, 120 Ib 20 consid. 5c, 118 Ia 20 consid. 5a, 114 Ia 204 consid. 1a; Kälin, op. cit., pag. 369). Per gli stessi motivi, anche la censura della lesione del diritto di essere sentito, che, di massima, non è applicabile nell'ambito legislativo, è inammissibile, considerato che l'asserito vizio avrebbe potuto essere sanato nella sede cantonale (v. DTF 121 I 334 consid. 1c, 230 consid. 2c; cfr. anche DTF 129 I 113 consid. 1.4 pag. 118). Per di più, pure in tale contesto, i ricorrenti non fanno valere interessi personali, ma, adducendo "il vizio di formazione della volontà del parlamento", invocano soltanto interessi generali. Inoltre, richiamando i compiti della Commissione speciale e le modalità di presentazione dei rapporti, essi fanno valere un'asserita violazione delle competenze spettanti alla stessa. 3.4 L'accenno al fatto che il Gruppo dei deputati della Lega dei Ticinesi sarebbe legittimato a interporre ricorso in difesa dei diritti dei suoi membri, analogamente a un'associazione, è ininfluente. Certo, per prassi costante, la legittimazione di un'associazione sussiste, oltre al caso pacifico in cui essa è direttamente colpita dalla decisione impugnata, se la potestà ricorsuale a salvaguardia dei diritti invocati compete ai singoli membri, se la maggioranza o gran parte di essi sono toccati dall'atto impugnato e se gli statuti le affidano la difesa degli interessi comuni. L'adempimento di questi presupposti non è addotto dai ricorrenti (DTF 130 II 82 consid. 1.3, 129 I 113 consid. 1.6, 125 I 71 consid. 1b/aa). Essi disattendono poi che neppure l'associazione è legittimata a far valere l'asserita tutela di interessi pubblici: non si prevalgono infatti di norme tendenti a tutelarli in maniera particolare (DTF 130 I 82 consid. 1.3; sentenza 1P.520/2004 dell'11 novembre 2004, consid. 2.2). Neppure la sentenza 1P.28/2000 del 15 giugno 2000, richiamata dai ricorrenti, concernente un'altra fattispecie, muta l'esito di questa considerazione: in quella causa la legittimazione a ricorrere è stata infatti riconosciuta all'Ordine degli avvocati neocastellani per impugnare l'importo, ritenuto insufficiente, fissato in un regolamento, delle indennità dovute ai patrocinatori d'ufficio. Ora, ogni avvocato che esercita in quel Cantone può essere obbligato ad assumere difese d'ufficio, per cui è stato riconosciuto un interesse sufficiente a criticare il contestato ammontare del loro possibile onorario (consid. 1b).