Citation: 1B_288/2007 30.09.2008 E. 2

2.1 Riguardo ai conti propri degli indagati, la ricorrente rileva ch'essi, appunto essendo privati, non figurano nella contabilità dello studio legale e mal si comprende perché siffatte relazioni siano state messe a disposizione dei patrocinati, quando esistono a tale scopo i cosiddetti "conti clienti" utilizzati nell'ambito dell'esecuzione di attività tipiche dell'avvocato, ad esempio per versamenti di anticipi richiesti dai tribunali o del notaio nel quadro di compravendite di immobili (cfr. DTF 130 II 162 consid. 1.3 pag. 165) . La ricorrente rileva poi che anche l'incasso di fondi, pagati da clienti dello studio legale su conti privati non dichiarati degli inquisiti, appare sospetto e dovrebbe essere considerato quale fattore di reddito non registrato nella contabilità dello studio legale; ciò a maggior ragione visto che l'istanza precedente non si è espressa al riguardo. Essa sospetta infatti che i legali avrebbero messo a disposizione il loro studio a terzi, segnatamente a C.________, per commettere altre gravi infrazioni fiscali. 2.1.1 La ricorrente rileva pure che l'indagato A.________ avrebbe messo a disposizione di alcuni suoi clienti privati conti bancari non dichiarati, già acquisiti agli atti, per effettuare, tra l'altro, operazioni di gestione patrimoniale, per le quali prelevava una commissione non dichiarata fiscalmente: queste attività possono essere individuate e ricostruite soltanto avendo accesso alla documentazione bancaria dettagliata, in particolare agli avvisi di addebito e di accredito, ove sono indicate le causali dei flussi di denaro. Il legale avrebbe altresì messo a disposizione di suoi clienti conti bancari privati per scontare effetti cambiari, prelevando interessi: l'accesso agli atti litigiosi sarebbe indispensabile anche per chiarire simili operazioni atipiche. La perquisizione dei documenti sequestrati, aggiunge la ricorrente, ha dimostrato che gli indagati avrebbero beneficiato di "donazioni", costituenti verosimilmente compensi professionali dissimulati e non dichiarati effettuati da clienti. Inoltre, nella fattispecie, il cliente pagava le fatture a suo carico, o a carico di entità a lui riconducibili, con un unico versamento poi imputato su diversi conti clienti. La ricorrente ricorda infine l'obbligo per il contribuente, anche se avvocato, di presentare nell'ambito di una procedura ordinaria di tassazione, su richiesta dell'autorità fiscale, tutti i propri conti bancari privati non figuranti nella contabilità (art. 126 cpv. 2 LIFD). 2.1.2 D'altra parte, prosegue la ricorrente, la conclusione della Corte di ritenere affidabili i listati, definiti poco prima come insufficienti, e di procedere all'anonimizzazione dei documenti, seguendo gli stessi, sarebbe contraddittoria e quindi arbitraria. Inoltre, il mancato accesso agli avvisi di addebito e di accredito impedirebbe il controllo delle fatture emesse, ricordato che l'importo preteso è di circa 20 milioni di franchi. La ricorrente, asserendo che la Corte avrebbe già separato le fatture ritenute soggette al segreto professionale dalle altre, accenna infine alla possibilità di sostituire l'anonimizzazione manuale con i metodi offerti dalle nuove tecnologie informatiche. In via subordinata, essa chiede che la Corte non proceda all'anonimizzazione sulla base dei menzionati listati, ma, se del caso, sulla base di prove concrete fornite entro tempi brevi dagli indagati. 2.2 Nella risposta, i legali sostengono che la domanda principale del ricorso, segnatamente di versare agli atti tutti i documenti bancari in forma integrale e non anonimizzata, sarebbe inammissibile, siccome costitutiva di "res iudicata", poiché la ricorrente chiederebbe quanto l'istanza precedente le aveva riconosciuto con decisione del 20 febbraio 2007, annullata con la già citata sentenza 1B_47/2007. Essi misconoscono tuttavia, che quella decisione concerneva la contabilità dello studio legale e non la documentazione bancaria: d'altra parte, l'oggetto del litigio era la mancata cernita degli atti e non la loro restituzione agli indagati come nel caso in esame. Per gli opponenti pure la domanda ricorsuale formulata in via subordinata sarebbe inammissibile, poiché la ricorrente sarebbe d'accordo per la prima volta con il principio dell'anonimizzazione, mentre dinanzi all'istanza precedente l'avrebbe esclusa per la documentazione contabile. Anche con questo assunto, che riprende in sostanza le argomentazioni esposte nei loro precedenti gravami, i legali disattendono che nella fattispecie si tratta del dissuggellamento della documentazione bancaria. Nel merito, gli opponenti sostengono che la questione di sapere se un documento sia o no utile all'inchiesta rientrerebbe nell'apprezzamento di un fatto, per cui si sarebbe in presenza di un accertamento vincolante dei fatti (art. 105 cpv. 1 LTF). Con quest'argomentazione essi disconoscono che la fattispecie in esame non concerne più, di massima, la prima fase della cernita, ossia l'individuazione dei documenti utili all'inchiesta, ma la seconda e la terza fase, ossia la determinazione di quelli coperti dal segreto professionale e la loro eventuale anonimizzazione.