Citation: 6P.22/2003 02.05.2003 E. 8

Malgrado qualche enunciazione di principio, il ricorso di diritto pubblico in esame non è sempre rispettoso dei requisiti menzionati al paragrafo precedente; censurando l'arbitrarietà della sentenza cantonale in più punti il ricorrente, con motivazioni peraltro identiche a quelle esposte nel parallelo ricorso per cassazione, lamenta in realtà violazioni del diritto federale - ed in particolare delle norme del DPA - che sono suscettibili di essere invocate unicamente nell'ambito di quest'ultimo rimedio (art. 269 PP). Qui di seguito saranno trattate soltanto le censure, debitamente motivate, che riguardano specificatamente la violazione di diritti costituzionali o affini. 8.1 Il ricorrente sostiene che la decisione della CRP comporta una violazione del principio dell'uguaglianza giuridica garantito dall'art. 8 Cost. per il fatto che la richiesta di indennità dell'accusato prosciolto seguirebbe due procedure diverse (con tempi e diritti diversi) a seconda che ci si trovi nel procedimento amministrativo (art. 99 DPA) oppure nel procedimento giudiziario (art. 101 DPA). La censura non ha pregio. Il principio dell'uguaglianza o parità di trattamento iscritto all'art. 8 Cost. (e in precedenza dedotto dall'art. 4 vCost.) impone di trattare fattispecie giuridicamente uguali in modo uguale e fattispecie giuridicamente diverse in modo diverso, a meno che non vi siano ragioni serie e obiettive che giustifichino un trattamento differenziato (DTF 122 I 61 consid. 3a con rinvii). Ora, le procedure citate dal ricorrente (quella amministrativa e quella giudiziaria) sono, pacificamente, due procedure diverse, che concernono autorità differenti, con termini e mezzi di impugnazione dissimili; non vi è quindi ragione che debbano avere la medesima regolamentazione. Peraltro, come già rilevato nella trattazione del parallelo ricorso per cassazione, la sistematica della legge non impedisce che anche la domanda di indennità chiesta nell'ambito del procedimento giudiziario possa essere giudicata in un secondo tempo, con giudizio separato da quello di merito, non fosse altro per dare all'imputato prosciolto la possibilità di formulare con sufficiente determinazione le proprie pretese e all'amministrazione in causa l'occasione di proporre delle osservazioni circostanziate all'istanza (v. consid. 4.2 supra). 8.2 L'insorgente invoca poi una violazione della protezione della buona fede. Egli assevera di aver presentato la propria domanda di indennità davanti alla Corte delle assise correzionali senza tuttavia che la stessa fosse esaminata, con il valido argomento (a quanto pare espresso oralmente dai giudici di prima istanza), che giusta il diritto cantonale l'autorità preposta all'esame di simili richieste era la CRP. 8.2.1 L'art. 9 Cost. istituisce un diritto fondamentale del singolo cittadino ad essere trattato secondo il principio della buona fede dagli organi dello Stato (cfr. Jörg Paul Müller, Grundrechte in der Schweiz, 3a ed., Berna 1999, pag. 485). Tale principio tutela l'amministrato nei confronti dell'autorità quando, assolte determinate condizioni, egli abbia agito conformemente alle istruzioni o alle dichiarazioni di quest'ultima. Per prassi un'informazione, anche se erronea, è vincolante quando, intervenendo in una situazione concreta nei confronti di determinate persone, l'autorità era competente a rilasciarla, il destinatario non poteva riconoscerne l'inesattezza e - sempre che nel frattempo l'ordinamento legale non sia cambiato - questi, fidandosi dell'informazione ricevuta, abbia preso delle disposizioni non reversibili senza pregiudizio (DTF 127 I 31 consid. 3a; 126 II 377 consid. 3a). 8.2.2 Ora, se è vero che nella fattispecie l'insorgente aveva avanzato in sede di dibattimento una richiesta di indennità ai sensi dell'art. 99 DPA e che la sentenza della Corte delle assise correzionali non vi fa cenno alcuno, non risulta, né egli lo ha provato in alcun modo, che abbia ricevuto dal Presidente di quella corte vincolanti indicazioni sulla presunta competenza esclusiva della CRP a pronunciarsi in merito, in quanto così previsto dal codice di procedura penale ticinese. In assenza di qualsiasi assicurazione, affermazione o informazione inesatta fornita dall'autorità competente, o che poteva essere dal ricorrente ritenuta tale, non può essere adombrata alcuna violazione del principio della tutela della buona fede. La relativa censura, non suffragata da alcun elemento agli atti, va quindi disattesa. 8.3 Il ricorrente ravvisa un diniego di giustizia per il fatto che il solo tribunale che poteva essere competente a decidere sulla domanda di indennità ex art. 99 DPA, ossia la CRP, ha dichiarato a torto la sua richiesta irricevibile, dopo che già la Corte delle assise correzionali aveva indicato di non potersi pronunciare a questo proposito. Questa censura è infondata: come esposto nell'ambito del ricorso per cassazione, la CRP ha constatato - in modo conforme al diritto federale - che le norme del diritto penale amministrativo (art. 99 e segg. DPA) escludono una sua competenza a statuire sulle domande di indennità in seguito a proscioglimento dell'imputato nel procedimento giudiziario, dato che questa è attribuita ex art. 101 DPA al medesimo tribunale che ha giudicato nel merito, ossia, in concreto, alla Corte delle assise correzionali. 8.4 Il ricorrente si duole inoltre della lentezza ingiustificata con cui è stata trattata la sua istanza, evasa dalla CRP a distanza di oltre 5 anni dal suo inoltro e dopo una serie di solleciti infruttuosi. Egli considera come adempiuti i presupposti del diniego di giustizia formale sotto la forma di ritardata giustizia nonché del formalismo eccessivo. 8.4.1 La ritardata giustizia è assimilata a un rifiuto di decidere proibito dall'art. 29 cpv. 1 Cost. e, in precedenza, dall'art. 4 vCost. (DTF 119 Ia 237 consid. 2a). Un'autorità viola questa disposizione quando differisce al di là di un termine ragionevole la sua decisione. La lunghezza di tale termine dipende dalla natura e dall'importanza della causa in esame; al riguardo contano solo gli elementi oggettivi in relazione con il caso in esame e non le circostanze esterne, quali un sovraccarico di lavoro o una negligenza dell'autorità (DTF 107 Ib 160 consid. 3c; 103 V 190 consid. 3c). 8.4.2 Nel presente caso ci si potrebbe effettivamente chiedere se un termine di oltre 5 anni per decidere sulla sorte della domanda di indennità presentata non sia eccessivo, pur tenuto conto di tutte le circostanze del caso. Dagli atti non risulta tuttavia che contro l'inazione della CRP a statuire sulla citata domanda il ricorrente abbia presentato dei ricorsi per ritardata giustizia, limitandosi invece ad indirizzare alla Corte cantonale dei solleciti a scadenze più o meno regolari. Va inoltre ricordato che il ricorso di diritto pubblico, per essere ammissibile, esige l'esistenza di un interesse attuale e pratico all'annullamento della decisione impugnata e all'esame delle censure sollevate (art. 88 OG; DTF 120 Ia 165 consid. 1a; 118 Ia 46 consid. 3c, 488 consid. 1a e la giurisprudenza citata). Tale interesse deve ancora esistere al momento in cui il Tribunale federale si pronuncia, in quanto quest'ultimo giudica solamente su questioni concrete e non teoriche (DTF 125 I 394 consid. 4a; 120 Ia 165 consid. 1a). Nella fattispecie la CRP ha constatato, in modo conforme al diritto federale come si è visto nell'ambito del ricorso per cassazione, che la procedura di indennizzo intentata dal ricorrente era sbagliata, giacché fondata su norme cantonali inapplicabili e indirizzata ad un'autorità incompetente; l'interesse attuale e pratico che potrebbe giustificare un esame del merito della censura sollevata difetta quindi manifestamente, una decisione di accoglimento del gravame per ritardata giustizia non avendo alcun effetto sulla posizione del ricorrente. 8.5 Il ricorrente ritiene che la sentenza impugnata violi anche il suo diritto di essere sentito protetto costituzionalmente all'art. 29 cpv. 2 Cost., giacché i giudici cantonali avrebbero erroneamente indicato che l'indennità non è stata chiesta nel corso del pubblico dibattimento. Già si è detto però che questa omissione da parte della CRP non può influire sull'esito del giudizio, posto che il ricorrente, pur essendosi effettivamente riservato in sede di dibattimento la facoltà di chiedere una indennità ai sensi dell'art. 99 DPA, non ha successivamente inoltrato la distinta dettagliata all'autorità preposta secondo le norme della DPA (v. consid. 4.2 supra). Al riguardo si rammenta inoltre che il Tribunale federale annulla una decisione emessa in sede cantonale quando appare arbitraria e insostenibile non solo nella sua motivazione ma anche nell'esito, e ciò non è il caso in concreto (DTF 124 I 247 consid. 5; 123 I 1 consid. 4a). 8.6 Invocando una violazione dell'art. 6 n. 1 CEDU, da ultimo l'insorgente ritiene che la CRP ha negato il diritto al dibattimento da lui chiesto in caso di mancata adesione alla richiesta di indennità da parte dell'AFC. Ora, a prescindere dal fatto che la procedura prevista agli art. 99-101 DPA non prevede l'obbligo di indire un dibattimento in seguito alle osservazioni dell'amministrazione, la censura è irricevibile, dato che il ricorrente non indica - in contrasto con l'obbligo di motivazione di cui all'art. 90 cpv. 1 lett. b OG - quale pregiudizio avrebbe comportato la mancata convocazione di tale dibattimento. Giova inoltre osservare che la CRP non ha respinto l'istanza presentata dal ricorrente basandosi sulle considerazioni espresse dall'AFC nelle proprie osservazioni del 25 settembre 1997 (che riteneva l'istanza ammissibile, ancorché infondata), bensì l'ha dichiarata irricevibile perché incompetente a statuire sul merito.