Citation: 2A.459/2005 10.01.2006 E. 4

Il ricorrente lamenta in secondo luogo la violazione dell'art. 8 CEDU, che garantisce il rispetto della vita privata e familiare, sostenendo che il diniego del permesso si ripercuoterebbe in maniera importante sui suoi rapporti con il figlio. 4.1 Il cittadino straniero che non ha la custodia dei figli può già di per sé vivere soltanto in misura limitata le relazioni con la prole, ossia unicamente nel quadro dell'esercizio del diritto di visita riconosciutogli. A questo scopo non è indispensabile che egli viva stabilmente nello stesso paese del figlio e che disponga pertanto di un'autorizzazione di soggiorno in detto stato. Di principio il diritto di visita non implica quindi un diritto di presenza costante in Svizzera per il genitore straniero di un figlio che vi risiede in maniera regolare e durevole; le esigenze dell'art. 8 CEDU risultano rispettate già se il diritto di visita può venir esercitato nell'ambito di soggiorni di breve durata, adattandone se del caso le modalità (durata e frequenza). Un diritto all'ottenimento di un permesso di dimora può semmai sussistere solo se i rapporti con i figli sono particolarmente intensi dal profilo economico ed affettivo, se questi rapporti non potrebbero venir mantenuti a causa della distanza del paese d'origine del genitore e se il comportamento di quest'ultimo in Svizzera è stato irreprensibile (sentenza 2A.563/2002 del 23 maggio 2003, riass. in: FamPra.ch 2003 pag. 633, consid. 2.2; sentenza 2A.516/1999 del 16 febbraio 2000, riass. in: AJP 2000 pag. 879, consid. 3b; da ultimo: sentenza 2A.423/2005 del 25 ottobre 2005, consid. 4.3). Soltanto a queste condizioni l'interesse pubblico ad una politica restrittiva in materia di soggiorno degli stranieri e d'immigrazione non risulta prevalente (DTF 120 Ib 1 consid. 3c; sentenza 2A.116/2001 del 28 giugno 2001, riass. in: FamPra.ch 2002 pag. 112, consid. 3a). 4.2 Nel caso di specie, il ricorrente non ha mai vissuto assieme al figlio, nato il 1° aprile 2004 ed affidato alle cure e alla custodia della madre. Egli esercita soltanto un limitato diritto di visita, riconosciutogli nella misura di due ore ogni fine settimana, sotto sorveglianza presso un istituto. Tale prerogativa è stata formalmente rivendicata dopo quasi sette mesi dalla nascita e dopo che l'insorgente è stato interrogato dalle autorità di polizia degli stranieri in relazione al rinnovo del proprio permesso di dimora. Dell'asserita esistenza di precedenti sollecitazioni informali, per regolamentare i rapporti personali con il figlio senza adire le vie legali, agli atti non vi è alcuna prova. Del resto, anche dopo i decreti pretorili del 26 ottobre e del 25 e 30 novembre 2004 con cui sono state sancite l'esistenza e le condizioni d'esercizio del diritto di visita, il ricorrente non si è pienamente adoperato per far rispettare tale diritto. Soltanto il 1° marzo 2005 si è infatti rivolto al Pretore per denunciare il rifiuto della madre di fargli incontrare il figlio, che ha infine visto per la prima volta l'11 marzo seguente, dopo quasi un anno dalla nascita e soprattutto pochi giorni dopo la decisione dipartimentale del 28 febbraio 2005 con cui gli è stato negato, in prima istanza, il rinnovo del permesso di dimora. Dal profilo economico, l'insorgente non ha concretamente provveduto al mantenimento del figlio, fin dalla nascita e di sua spontanea iniziativa. Con decisione giudiziaria è poi stato astretto al pagamento di un contributo alimentare, proporzionato alle sue modeste condizioni economiche, di fr. 200.-- mensili a far tempo dal 1° novembre 2004. 4.3 Nelle descritte circostanze, poco importa che le difficoltà nell'instaurare e nel gestire la relazione genitoriale siano in una certa misura riconducibili ad un atteggiamento ostruzionistico della madre. In effetti, il legame del ricorrente con il figlio non può in ogni caso venir considerato come particolarmente intenso, nel senso inteso dalla giurisprudenza. Egli stesso non ha invero dimostrato un grande interesse per il figlio, né sotto l'aspetto affettivo, né sotto quello economico, né in altro modo. Benché il comportamento tenuto in Svizzera non abbia dato adito a particolari rimproveri dal profilo penale o della polizia degli stranieri, egli non può dunque pretendere il rinnovo della propria autorizzazione di soggiorno. Anche ammettendo che non possa riottenere una simile autorizzazione in Italia, dove ha già risieduto per diversi anni, nemmeno gli innegabili, ma comunque non insormontabili inconvenienti che comporterebbe per l'esercizio del diritto di visita l'eventuale rientro in Tunisia permettono di ritenere prevalente l'interesse privato a rimanere stabilmente in Svizzera. 4.4 Confermando il diniego del permesso di dimora al ricorrente, la sentenza impugnata non appare pertanto lesiva nemmeno delle garanzie sancite dall'art. 8 CEDU.