Citation: 2D_30/2014 E. 1

Premesso che l'autorizzazione litigiosa era scaduta il 23 ottobre 2012, motivo per cui la causa andava esaminata unicamente dal profilo del rifiuto del rinnovo della stessa, la Corte cantonale ha rilevato innanzitutto che dalle dichiarazioni convergenti dei coniugi risultava che avevano smesso di convivere nell'aprile 2012 e che volevano divorziare; l'insorgente non poteva quindi appellarsi all'art. 43 LStr (RS 142.20) per vedersi accordare il permesso in questione. Non avendo poi vissuto ininterrottamente in comunione domestica con il marito durante almeno tre anni, non poteva nemmeno invocare l'art. 50 cpv. 1 lett. a LStr, senza che occorresse vagliare se era adempiuta l'altra condizione cumulativa posta dalla norma. Esaminando in seguito se il prosieguo del soggiorno nel nostro Paese poteva fondarsi su gravi motivi personali, come ad esempio il fatto di essere stata vittima di violenza durante il matrimonio e/o se il reinserimento sociale nel paese d'origine risultava fortemente compromesso (art. 50 cpv. 1 lett. b e cpv. 2 LStr), il Tribunale cantonale amministrativo ha osservato che riguardo alle violenze fisiche e psichiche (schiaffi, pugni, minacce, tirate di capelli) che l'insorgente avrebbe subito da parte del marito a partire dal mese di marzo 2012, le stesse non erano state comprovate da un certificato medico, rapporto di polizia o denuncia penale a carico del consorte (cfr. art. 77 cpv. 6 OASA; RS 142.201). Per quanto concerne invece quanto accadutole il 20 dicembre 2012 - come risultava dalla lettera di dismissione e dal rapporto di segnalazione redatto dal Pronto soccorso dell'ospedale ove era stata visitata, era stata percossa e aveva subito un ematoma alla guancia sinistra a seguito di un pugno o di uno schiaffo (aggressione) - evento in seguito al quale aveva sporto denuncia penale contro il consorte per violenza domestica, la Corte cantonale ha osservato che, a prescindere dal fatto che il marito aveva contestato esserne l'autore, dagli atti emergeva che l'accaduto era stato considerato quale caso lieve di violenza nell'ambito della cerchia familiare: i problemi avuti con il consorte non raggiungevano pertanto l'intensità richiesta dalla prassi per permetterle di conservare il proprio permesso di dimora. Per quanto concerne invece la questione della reintegrazione sociale nel paese d'origine, i giudici ticinesi hanno osservato che vi era nata, vi aveva vissuto fino all'età di 20 anni, vi era stata scolarizzata, vi possedeva i principali legami sociali e culturali, oltre al fatto che là vivevano la maggior parte dei suoi parenti: premesse queste considerazioni, il suo reinserimento appariva senz'altro attuabile. Inoltre il suo soggiorno in Svizzera era stato di brevissima durata e non risultava che fosse particolarmente bene integrata (assenza di legami particolarmente intensi; difficoltà linguistiche). Riguardo infine al fatto che, in seguito alla separazione dal marito, non potrebbe più contare sulla famiglia e temeva la reazione del padre, la Corte cantonale ha rilevato che l'interessata, maggiorenne e titolare di un diploma di infermiera poteva vivere autonomamente nella sua regione d'origine o altrove nel proprio paese, senza dovere sottomettersi al capofamiglia.