Citation: BGE 150 IV 10 E. 4.6.1

Secondo gli accertamenti della sentenza impugnata, l'insorgente sapeva che, condividendo determinati contenuti, li metteva a disposizione perlomeno della sua cerchia di "amici" Facebook e che ciò poteva condurre a una diffusione virale dei contenuti condivisi. Egli ha inoltre dichiarato di aver condiviso i filmati per mostrare agli "amici" la violenza perpetrata e per denunciarla. Per la Corte di appello, egli sapeva pertanto che i filmati rappresentavano con insistenza atti di cruda violenza e voleva renderli accessibili in modo che terze persone potessero prenderne visione. Ciò posto, l'autorità precedente ha escluso l'esistenza di un errore sui fatti invocato in relazione al valore degno di protezione dei filmati condivisi. Le dichiarazioni del ricorrente, che adduceva di aver agito con lo scopo di denunciare la violenza e di prevenirla, sono state ritenute inverosimili dalla Corte di appello e mere declamazioni, perché mai seguite da fatti volti all'effettiva denuncia e prevenzione della violenza, foss'anche un semplice cenno di dissenso rispetto alla brutalità delle BGE 150 IV 10 S. 24 rappresentazioni. L'insorgente seguiva anzi diverse pagine promoventi immagini cruente, nella memoria cache dei suoi dispositivi essendo state trovate immagini di persone armate, decedute o ferite. La Corte di appello ha poi rilevato che, nelle registrazioni ambientali, riferendosi a una persona che aveva commesso degli insulti blasfemi, egli ha affermato che la sua morte era necessaria, posizione incompatibile con il professato intento di prevenire la violenza. L'autorità precedente ha inoltre aggiunto che, tenuto conto del pubblico al quale il ricorrente ha esposto i filmati, il suo profilo essendo accessibile anche ai suoi figli minorenni, ossia soggetti che il legislatore voleva specificatamente tutelare, egli doveva e poteva prendere in considerazione una percezione dei video condivisi differente dalla sua. La loro diffusione, continua la Corte di appello, senza avvertenze di sorta sul loro contenuto scioccante e deprecabile, contravviene alle concezioni etiche e morali della società moderna e l'insorgente, benché privo di una formazione giuridica, aveva potuto presumere che, per l'utente comune del social network, tali filmati non avevano alcun interesse culturale. Sicché, concludono i giudici precedenti, il ricorrente ha "realizzato, perlomeno con dolo eventuale, anche l'assenza di scopo culturale".