Citation: 5A_93/2010 16.12.2010 E. 6

6.1 Chi è illecitamente leso nella sua personalità può, a sua tutela, chiedere l'intervento del giudice (art. 28 cpv. 1 CC). Illecita è la lesione quando non è giustificata dal consenso della persona lesa, da un interesse preponderante pubblico o privato, oppure dalla legge (art. 28 cpv. 2 CC). Il compito informativo dei media non è un motivo giustificativo assoluto (DTF 126 III 209 consid. 3a). La pubblicazione di fatti falsi è dunque e rimane di per sé illecita; un preponderante interesse alla loro divulgazione sussiste unicamente in casi eccezionali, ad esempio quando si riporti, senza commento e con indicazione della fonte, un comunicato di polizia (DTF 126 III 209 consid. 3a; 305 consid. 4b/aa). Ma non ogni imprecisione giornalistica rende la notizia falsa nel suo insieme: l'articolo è suscettibile di ledere la personalità della vittima se è errato in punti essenziali, e se in conseguenza di ciò viene presentata un'immagine manifestamente falsata della vittima, tale da sminuirne considerevolmente la considerazione agli occhi dei terzi (DTF 126 III 305 consid. 4b/aa). Giudizi di valore sono per contro ammissibili, a patto che siano sostenibili sulla base del complesso di fatti sul quale si fondano; sono invece pure loro lesivi della personalità se portano a concludere alla veridicità di un complesso di fatto invero falso o se sono formulati in termini che travalicano i limiti della decenza (DTF 126 III 305 consid. 4b/bb). Va deciso sulla base dell'impressione generale che suscita un articolo se, ed eventualmente quali passi del medesimo siano illeciti. Per tutti gli apprezzamenti fa stato la prospettiva del lettore medio (DTF 126 III 209 consid. 3a). Il giudice interviene per proibire una lesione imminente, far cessare una lesione attuale oppure accertare l'illiceità di una lesione che continua a produrre effetti molesti (art. 28a cpv. 1 n. 1 a 3 CC); nei primi due casi può ordinare misure cautelari (art. 28c cpv. 1 CC). Il pericolo di un'imminente lesione può essere legittimamente dedotto dal comportamento dell'autore (sentenza 5A_228/2009 dell'8 luglio 2009 consid. 4.1, in sic! 12/2009 pag. 888, con rinvio a DTF 97 II 97 consid. 5b e 124 III 72 consid. 2a). La vittima che chiede sia accertata l'illiceità di una lesione i cui effetti molesti perdurano nel tempo deve dimostrare che l'immagine negativa scaturita da una pubblicazione avvenuta in passato continua a manifestarsi, sicché il fatto stesso che un articolo lesivo continui ad essere consultabile equivale ad un continuato disturbo (DTF 127 III 481 consid. 1c/aa; 123 III 385 consid. 4a). In caso di gravi lesioni della personalità, la generale esperienza della vita permette di prescindere dalla prova del perdurare degli effetti di una lesione (DTF 123 III 385 consid. 4a). 6.2 Il Tribunale di appello ha esposto la sussunzione operata dal Pretore, avallandola implicitamente e discutendo le singole obiezioni sollevate dai qui ricorrenti. Il Tribunale di appello ha in tal modo ribadito l'esistenza, ancora al momento del giudizio, di un rischio di lesione imminente quale condizione dell'azione preventiva giusta l'art. 28a cpv. 1 n. 1 CC in ragione del fatto che è possibile ottenere copie arretrate della rivista, e che i qui ricorrenti non avrebbero rinunciato alla pubblicazione dell'articolo su Internet, dando per certo che un'ulteriore diffusione dell'articolo reitererebbe il rischio di offesa alla personalità della qui opponente. Il Tribunale di appello ha poi constatato che i qui ricorrenti non avevano contestato, in termini sufficientemente precisi, la conclusione del Pretore relativa alla impossibilità di estrarre dall'articolo singole parti, da essi peraltro neppure indicate. Parimenti impossibile sarebbe stato salvaguardare il testo dell'interrogazione Spielmann o gli stralci della risposta del Consiglio federale, posto che i qui ricorrenti non avevano contestato né l'omissione di passaggi essenziali di quest'ultima, né che le cennate omissioni potessero ledere la personalità della qui opponente. Il contenuto dei riquadri dedicati alle singole "cause" è poi, secondo il Tribunale di appello, lesivo della personalità della banca poiché si fonda sull'inammissibile equiparazione delle pretese dei menzionati clienti ad effettive cause giudiziarie: anche questa conclusione del Pretore sarebbe rimasta inoppugnata avanti ai Giudici cantonali, avanti ai quali nemmeno sarebbe stato eccepito che tale distinzione fra cause civili in senso stretto e semplici pretese fosse un'imprecisione giornalistica irrilevante. Fondata su fatti inveritieri, l'opinione dell'articolista e di Anton Keller - peraltro falsamente attribuita al prof. Schmid - sul pericolo di fallimento della banca non era, a giudizio del Tribunale di appello, nemmeno tutelabile in quanto opinione personale. Lo stesso dicasi per il commento di Fusi: non solo in esso vi è menzionata la banca, ma esso è anche correlato graficamente all'articolo principale ed è formulato in termini inutilmente offensivi. Alla luce dei fatti accertati senza arbitrio (supra consid. 5.7) e dei principi di legge e giurisprudenziali esposti (supra consid. 6.1), la sussunzione operata dai Giudici di appello non si presta a critica alcuna. Affermare, come hanno fatto il Pretore prima ed i Giudici cantonali poi, che non sia lo stesso dire che una banca è confrontata con pretese miliardarie oppure che essa è coinvolta in cause giudiziarie per lo stesso importo, appare assolutamente sostenibile. Se così è, allora le affermazioni utilizzate dai ricorrenti nell'ambito dell'articolo incriminato sono oggettivamente false. Ora, la divulgazione di fatti falsi non è mai - salvo eccezioni che qui non ricorrono - lecita (supra consid. 6.1). Falsa è da ritenere pure l'asserzione di Fusi e Keller che la banca sarebbe stata a rischio di fallimento, poiché essa si basa sull'esistenza di cause civili miliardarie, fatto a sua volta falso: anche la divulgazione di questa asserzione non può dunque trovare tutela alcuna. Né si può dire che i fatti inveritieri divulgati dai ricorrenti rappresentino mere imprecisioni giornalistiche: basti pensare all'impegno - in tempo e denaro - ben maggiore che richiede una causa giudiziaria rispetto alla semplice affermazione di pretese, o anche rispetto all'avvio di procedure esecutive. Già solo per questa ragione, l'affermazione dell'esistenza di azioni giudiziarie contro la banca ha nell'opinione pubblica un peso maggiore che non l'affermazione di semplici pretese, quan-d'anche accompagnate da precetti esecutivi. Nemmeno il commento conclusivo di Fusi, redatto in tono non solo qualunquista, bensì financo ingiurioso, come ritenuto a giusto titolo dal Tribunale di appello, merita tutela. Ciò premesso, a ragione il Tribunale di appello ha considerato adempiuta la condizione dell'imminenza della lesione: i ricorrenti non solo non negano di poter rendere nuovamente accessibile l'articolo incriminato, bensì si ritengono tuttora autorizzati a farlo. Sul fatto che le affermazioni dei qui ricorrenti siano suscettibili di ledere l'onore (commerciale) della banca opponente, accusata di scontentare ed ingannare i clienti e di rischiare il fallimento - come ha constatato il Pretore senza venir smentito in seguito -, non vi è ragione di soffermarsi oltre, tanto esso è evidente. Le censure che sollevano i ricorrenti non sono atte a controvertire questa conclusione. Molte sono insufficientemente motivate, al punto da non permettere di capire in cosa sussista la lamentata violazione di legge: è ad esempio il caso del capitolo 5 del ricorso. Lo stesso dicasi per la censura secondo la quale il mancato utilizzo del proprio diritto di risposta precluderebbe all'opponente la facoltà di avvalersi dell'art. 28a cpv. 1 CC. La censura è già stata compiutamente confutata dal Tribunale di appello, che ha posto in evidenza la complementarità del diritto di risposta con le altre azioni messe a disposizione per la protezione della personalità; i ricorrenti non si confrontano con tale motivazione, né adducono un qualsiasi motivo a sostegno della propria posizione. Altre censure sono del tutto irrilevanti: così quando i ricorrenti contestano i Giudici di appello ed il Pretore per aver parlato di cause civili per alcuni milioni. La loro perentoria affermazione che l'impatto dell'articolo sul pubblico non sarebbe stato differente se invece di parlare di "cause da un miliardo" avessero parlato di "pretese risarcitorie legate a cause legali" (formulazione, peraltro, pure essa scorretta nella misura in cui si fa riferimento a "cause") non è di alcuna pertinenza: per l'ammissione di una lesione della personalità della banca è sufficiente che il fatto affermato sia falso. Che, poi, si possa parlare in questo contesto di imprecisione giornalistica irrilevante, rispettivamente che nel linguaggio giornalistico fosse lecito parlare di "causa", è obiezione non sottoposta all'attenzione dei Giudici cantonali (sentenza impugnata, consid. 11c in fine pag. 14) e pertanto inammissibile. È comunque infondata nel merito: proprio l'importanza della stampa quale mezzo di controllo del buon funzionamento dello Stato democratico (DTF 71 II 191 consid. 1; sentenza 5A_354/2007 del 29 maggio 2008, consid. 5.2.3), e la tutela accresciuta della quale essa per questa ragione beneficia, non può tollerare l'approssimazione faziosa, ma deve anzi esigere la massima attenzione nella scelta dei termini - attenzione che, peraltro, i ricorrenti nemmeno hanno prestato nella redazione del presente ricorso, ove ad esempio si rinvengono passaggi nei quali si continua a parlare a sproposito di "pretese [...] legate a processi civili" (ricorso, n. 11 pag. 34 in medio). La parziale e faziosa riproduzione della risposta del Consiglio federale all'interpellanza Spielmann contribuisce a sostenere l'immagine negativa che l'articolo vuole evocare della banca, ed è pertanto - contrariamente all'apodittica obiezione dei ricorrenti - argomento senz'altro pertinente. Quando i ricorrenti affermano esistere un interesse preponderante a informare il pubblico sull'esistenza di pretese risarcitorie superiori al capitale proprio della banca, essi argomentano ancora una volta fuori tema: parlando di cause civili, non è infatti ciò che essi hanno scritto. Detto altrimenti: la questione dell'interesse pubblico si porrebbe se i ricorrenti non avessero diffuso informazioni inveritiere. La pretesa sfortuna dei giornalisti incorsi nello scambio di persona fra Anton Keller ed il prof. Schmid è obiezione inconferente come inconferente è la protestata assenza di colpa per le fallacità dell'articolo: la colpa dell'autore non è un requisito per sanzionare una lesione della personalità (DTF 126 III 161 consid. 5a/aa). E comunque - sia detto di transenna - nel caso di specie sono mancate completamente serie verifiche delle informazioni pubblicate, così come è mancata una ponderata scelta dei termini, sacrificata sull'altare di un articolo che si voleva provocatorio ed aggressivo nei confronti dell'opponente.