Citation: 2C_569/2015 E. 4.4

4.4. Infine, non risulta nemmeno violato il principio della proporzionalità al quale il ricorrente si richiama sia in relazione al diritto convenzionale e interno che all'art. 8 CEDU. Dopo un primo soggiorno nel nostro Paese dal marzo 1993 al luglio 2008, quando si è trasferito insieme alla seconda moglie e al figlio in Italia, il ricorrente è tornato a vivere stabilmente in Svizzera nel maggio del 2010. Anche se il suo soggiorno dev'essere considerato di lunga durata va osservato che dal dicembre 2013 la sua presenza su suolo elvetico è tuttavia solo tollerata, in attesa di una decisione definitiva riguardo alla procedura di ricorso. Inoltre, come già rilevato, durante gli anni di presenza in Svizzera, egli ha ripetutamente infranto il nostro ordinamento giuridico, specificamente in materia di stupefacenti, ambito in cui la giurisprudenza si mostra particolarmente rigorosa, venendo condannato a delle pene (6 mesi rispettivamente 2 anni e 6 mesi) delle quali la seconda supera largamente il limite a partire dal quale una pena privativa della libertà è considerata come di lunga durata ai sensi della legge federale sugli stranieri. Inoltre, come ben indicato dalla Corte cantonale, la sua integrazione sociale va inoltre relativizzata anche alla luce delle procedure esecutive e degli attestati di carenza beni da lui accumulati (vedasi sentenza impugnata pag. 12 consid. 3.3 a cui si rinvia). Nel contempo, un trasferimento del ricorrente in Italia non appare improponibile, anzi risulta perfettamente esigibile. Oltre al fatto che il ricorrente vi ha infatti vissuto fino all'età di 27 anni e vi è poi tornato spontaneamente tra l'età di 42 e 44 anni, va osservato che la cultura e lo stile di vita della vicina Penisola gli sono infatti noti e non si discostano del resto in maniera sostanziale da quelli cui è abituato nel nostro Paese. Un trasloco nella fascia di confine, che non dista molto dalla sua attuale residenza, permetterebbe inoltre il mantenimento sia delle eventuali relazioni sociali instaurate durante il soggiorno nel Cantone Ticino, sia del rapporto con i figli. A questo giudizio non muta nulla neppure il fatto che il quadro economico che troverà in Italia possa essere più difficile di quello svizzero e che un rimpatrio lo colpirebbe quindi anche dal punto di vista del reddito che potrebbe conseguire. Tale conseguenza è in effetti solo ascrivibile al comportamento penalmente rilevante da lui tenuto (sentenza 2C_38/2012 del 1° giugno 2012 consid. 5.2 e rinvio).