Citation: U 422/04 05.10.2006 E. 9

9.1 In primo luogo è in concreto necessario evidenziare che l'assenza di un nesso di causalità adeguato, accertata dalla Corte di prime cure, tra il primo incidente della circolazione e i disturbi psichici sopravvenuti in seguito non può essere rivista in questa sede, ritenuto che era stata stabilita dal giudizio cantonale del 4 settembre 2000, passato in giudicato, che può essere messo in discussione solo tramite istanza di revisione da presentare presso la Corte giudicante. In quell'occasione l'infortunio era stato considerato di media gravità al limite della categoria inferiore, mentre il Tribunale cantonale aveva ritenuto che nessuno dei fattori di rilievo risultava soddisfatto, senza addurre alcunché a titolo di motivazione. 9.2 Per quanto concerne l'incidente occorso nel 2001, la cui classificazione nella categoria media non è (più) contestata e va ammessa in quanto conforme alla giurisprudenza in vigore, dagli atti emerge che l'assicurato ha subito un tamponamento durante la notte mentre rientrava in autostrada, dopo essersi fermato presso un'area di sosta, non essendosi egli accertato che sulla corsia da lui inboccata stava per transitare un autoveicolo, che in simili condizioni non ha potuto evitare lo scontro. Alla luce di questi fatti l'infortunio non può essere considerato particolarmente spettacolare né le circostanze concomitanti risultano particolarmente drammatiche. Non vi è stata inoltre cura medica errata - l'assicurato si è sottoposto agli usuali provvedimenti medici previsti in caso di trauma da accelerazione della colonna cervicale (soggiorno nella clinica Z.________, fisioterapia) - rispettivamente un decorso sfavorevole della stessa né complicazioni rilevanti. Del resto tale circostanza non è stata fatta valere neppure dal ricorrente. La durata della cura medica in caso di trauma tipo "colpo di frusta" è all'incirca in media di due/tre anni (sentenze del 30 marzo 2005 in re E., U 426/04, del 6 dicembre 2004 in re S., U 158/04, e del 21 giugno 1999 in re E., U 128/98) e corrisponde a quella dell'infortunio del 2001, che inoltre non ha in alcun modo influenzato i progressi della prima cura medica, durata meno di due anni, in quanto conclusasi prima del 1° febbraio 1999, data della chiusura del caso da parte dell'INSAI. Di conseguenza neppure tale presupposto è adempiuto. Lo stesso vale per il criterio della gravità o particolare caratteristica delle lesioni lamentate, segnatamente della loro idoneità, secondo l'esperienza, a provocare disturbi psichici (vedi sentenza del 21 giugno 1999 in re E., U 128/98). In effetti, contrariamente a quanto statuito nella sentenza del 26 aprile 2006 in re S., U 39/04, consid. 3.4.2, il primo trauma tipo "colpo di frusta" non ha causato un danno rilevante alla colonna cervicale, atto a provocare, in caso di un secondo trauma, un'esacerbazione particolarmente intensa dello stato patologico. Effettivamente il perito giudiziario in occasione del suo primo referto aveva precisato che l'evento traumatico assicurato aveva giocato un ruolo causale semplicemente transitorio associato ad una sindrome dolorifica d'origine morbosa preesistente e aveva pertanto stabilito che a partire dal 1° febbraio 1999 non vi era più alcun nesso di causalità naturale con l'infortunio, quindi nessuna incapacità lavorativa ad esso riconducibile. Per contro nella succitata sentenza U 39/04, in cui è stato considerato soddisfatto il criterio in esame, il danno provocato dal primo "colpo di frusta" aveva giustificato l'erogazione di una rendita del 25% e quindi era stato reputato rilevante. Non va infine dimenticato che secondo il perito il secondo infortunio è stato considerato soltanto causa di un aggravamento iniziale dello stato preesistente, mentre in seguito, per lo meno dal 1° gennaio 2004, solo fattori indipendenti dall'infortunio hanno continuato ad avere un ruolo. Per quanto riguarda poi il grado e la durata dell'incapacità lavorativa, l'inabilità provocata dal primo infortunio è stata fissata il primo mese al 100%, poi per due mesi al 50%, di nuovo al 100% durante il soggiorno a N.________ nel mese di aprile 1997, poi al massimo nella misura del 25% fino al 1° febbraio 1999. Secondo il perito, da quella data un'eventuale incapacità lavorativa (ritenuta pari al 25%) non era più riconducibile all'infortunio, bensì a malattia (fibromialgia diffusa e lesioni cerebrali prenatali). Nel secondo caso, l'inabilità totale per motivi fisici è durata dal 26 luglio al 19 novembre 2001, da tale data l'incapacità lavorativa essendo stata fissata al 50%; tuttavia l'assicurato ha ripreso l'attività per un solo giorno. Dopodiché il curante ha attestato un'inabilità lavorativa del 100%, riconducibile solo per metà all'infortunio. Nel febbraio 2002 l'assicurato ha iniziato a lavorare a scopo terapeutico. La sua capacità lavorativa è stata fissata nel 10% dal 2 maggio 2002, nel 25% dal 1° luglio 2002 e nel 30% dall'ottobre 2002. Dal 1° gennaio 2004 egli è stato ritenuto abile al lavoro al 100%, in quanto i disturbi residui non erano più riconducibili a infortunio, bensì a malattia (in particolare alla fibromialgia diffusa, già diagnosticata tramite la prima perizia, a lesioni cerebrali prenatali e a disturbi di natura psichica). Ne consegue che, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, non si può ammettere che l'inabilità lavorativa complessiva sia perdurata dal 1997 al 2003. Come nel caso di cui alla sentenza del 3 novembre 1995 in re. I., U 92/95, il secondo infortunio è intervenuto ben un anno e mezzo dopo la chiusura del primo caso da parte dell'INSAI. Di conseguenza, il secondo evento non ha aggravato né prolungato un'incapacità lavorativa riconducibile ad un infortunio preesistente, contrariamente a quanto risulta ad esempio nella sentenza del 26 aprile 2006 in re S., U 39/04, in cui un grado di invalidità preesistente del 25% si era trasformato in un'inabilità lavorativa del 50%. Del resto il dott. F.________ nella propria perizia aveva precisato che l'evento traumatico assicurato aveva giocato un ruolo causale semplicemente transitorio, associato ad una sindrome dolorifica d'origine morbosa preesistente. In simili condizioni, le conseguenze dell'incapacità lavorativa provocata dai due infortuni non può essere valutata complessivamente. Ora, se è vero che, per quanto riguarda il secondo infortunio, l'inabilità lavorativa, divenuta parziale dopo circa sei mesi, è durata poco meno di due anni e mezzo, quindi piuttosto a lungo, è altrettanto esatto che essa è stata ben presto influenzata anche da motivi psichici, di cui non occorre tener conto. Il criterio non va quindi considerato soddisfatto (si vedano gli esempi elencati in RAMI 2001 no. U 442 pag. 544 e anche sentenza del 27 gennaio 2000 in re P., U 308/98, di gravità analoga: incapacità lavorativa pari ai 2/3 per venti mesi e inabilità lavorativa durevole nella misura del 25%). Del resto anche nell'ipotesi in cui lo fosse, non lo sarebbe in misura incisiva (si confronti in proposito la sentenza del 21 giugno 1999 in re E., U 128/98, in cui un'incapacità lavorativa di oltre tre anni al 50%, all'inizio per due mesi al 100%, non è stata considerata tale; v. anche sentenza del 20 novembre 1991 in re T., U 96/90: due anni di incapacità lavorativa totale e poi parziale al 33 1/3% è stata considerata di un certo significato, ma non incisiva). Neppure infine il criterio dell'esistenza di dolori somatici persistenti, di cui neppure il ricorrente si avvale, dev'essere ammesso, seppure senz'altro presente in una certa misura. Nel primo caso la maggior parte degli stessi, e in ogni caso a partire dal 1° febbraio 1999, era riconducibile alla sindrome fibromialgica e a lesioni cerebrali prenatali. Lo stesso vale per quanto riguarda il secondo infortunio, poiché anche in tal caso i dolori sono riconducibili solo in parte al trauma, mentre parzialmente sono anch'essi provocati da fibromialgia e da disturbi di natura psichica. Infine non va dimenticato che, contrariamente a quanto asserito dal ricorrente, il modo in cui l'assicurato ha vissuto ed elaborato il trauma non è rilevante, bensì l'evento infortunistico stesso va esaminato da un profilo oggettivo. I principi della parità di trattamento, rispettivamente della sicurezza del diritto, impongono in effetti di ricorrere a criteri oggettivi per esaminare la questione di sapere se tra infortunio e incapacità lavorativa e di guadagno di origine psichica esista un nesso di causalità adeguata (DTF 123 V 141 consid. 3d, 115 V 139 in alto; RAMI 1990 no. U 101 pag. 210; sentenze del 30 marzo 2005 in re E., U 426/04, consid. 7.2, e del 13 giugno 1996 in re M., U 233/95, consid. 3a).