Citation: 1S.3/2006 02.03.2006 E. 4

4.1 Il ricorrente contesta l'esistenza di un pericolo di collusione. 4.2 I rischi di collusione e di inquinamento delle prove sono legati soprattutto ai bisogni dell'istruttoria. Da un lato, generalmente si tratta di evitare o prevenire accordi tra l'imputato e i testimoni, già sentiti o ancora da sentire, o i correi e i complici non arrestati, messi in atto per nascondere la verità; dall'altro, di impedire interventi fraudolenti del prevenuto in libertà sui mezzi di prova non ancora acquisiti, allo scopo di distruggerli o di alterarli a suo vantaggio. Le possibilità di ostacolare in tal modo l'azione dell'autorità giudiziaria da parte del prevenuto devono essere valutate sulla base di elementi concreti, l'esistenza di questo rischio non potendo essere ammessa aprioristicamente e in maniera astratta (DTF 123 I 31 consid. 3c, 117 Ia 257 consid. 4c). L'autorità deve quindi indicare, per lo meno nelle grandi linee, pur con riserva per operazioni che devono rimanere segrete, quali atti istruttori devono ancora essere eseguiti e in che misura la messa in libertà del detenuto ne pregiudicherebbe l'esecuzione (cfr. DTF 123 I 31 consid. 2b, 116 Ia 149 consid. 5). In tale ambito il Tribunale federale non deve valutare compiutamente tutte le risultanze probatorie a carico e a discarico, ma esaminare se, sulla base dei risultati dell'inchiesta penale sussistono sufficienti indizi di reato e di un coinvolgimento del ricorrente nello stesso (cfr. DTF 116 Ia143 consid. 3c; sentenza 1S.13/2004 consid. 2.3). 4.3 La Corte dei reclami penali, riprendendo quanto già stabilito dal Tribunale federale nella citata sentenza del 7 febbraio 2005 (consid. 3), ha rilevato che in gran parte il MPC si limita ad addurre un potenziale pericolo di collusione e di inquinamento delle prove. Non sarebbe infatti escluso che, se rimesso in libertà, il ricorrente potrebbe dare istruzioni o tentare di comunicare informazioni utili ad altri soggetti implicati nell'inchiesta svizzera e in quella italiana, oppure esercitare indebite pressioni su persone informate sui fatti. In quel giudizio il Tribunale federale aveva ritenuto che queste semplici asserzioni di principio non dimostravano ancora l'esistenza di un pericolo concreto di collusione, come richiesto dalla prassi. Aveva tuttavia stabilito, che un concreto pericolo di collusione poteva essere ancora ravvisato nella necessità di non pregiudicare l'espletamento di rogatorie, visto che altri indagati erano ancora in libertà, e che altri indizi concreti di collusione risultavano dai motivi esposti in un'altra decisione concernente un coimputato (consid. 3.1.3). Aveva concluso che, per il momento, in quell'ambito, la tesi della Corte dei reclami penali sull'esistenza di questo pericolo - tesi ripresa nel giudizio ora impugnato riguardo alle rogatorie presentate all'Italia e all'Inghilterra - poteva ancora essere condivisa, ricordando che il teorema del MPC doveva comunque vieppiù arricchirsi d'elementi idonei a suffragarlo. Occorre anche ricordare, che già nella sentenza del 7 febbraio 2005 è stato rilevato come altre persone sospettate di far parte dell'organizzazione criminale erano incarcerate da mesi e avevano potuto essere ripetutamente interrogate (consid. 3.1.3), per cui perlomeno riguardo a queste persone un confronto doveva poter aver luogo entro un termine ragionevole, pur tenuto conto delle esigenze d'inchiesta. La circostanza che altri membri dell'organizzazione erano ancora a piede libero, non pareva d'altra parte poter giustificare, di per sé, il mantenimento del carcere preventivo del ricorrente fino al momento di un loro eventuale arresto (sentenza del 25 aprile 2005 consid. 3.5). 4.4 Riguardo agli accertamenti da eseguire, il MPC rileva che sono ancora in atto la rogatoria all'Inghilterra e alcune all'Italia. Precisa poi lo svolgimento di manovre intimidatorie dirette contro persone che hanno rilasciato dichiarazioni all'autorità inquirente, segnatamente nei confronti di una testimone. Ora, visto che le indagini si trovano in una fase ormai avanzata, che nel frattempo altri coimputati sono stati scarcerati e che gran parte degli atti d'indagine concernenti il ricorrente, detenuto dal 23 agosto 2004, sono stati effettuati, indipendentemente dalla sua strategia difensiva i generici accenni del MPC non giustificano di rinviare ulteriormente i postulati confronti, che appaiono necessari per definire compiutamente l'agire dell'organizzazione e il ruolo che il ricorrente avrebbe svolto al suo interno. Il MPC dovrà quindi procedere senza indugio all'assunzione di questi mezzi di prova, adottando se del caso le misure atte a evitare gli asseriti inconvenienti. 4.5 La sostenuta violazione dei principi della celerità e della proporzionalità non implica l'accoglimento del ricorso. In effetti, nella procedura del controllo giudiziario della privazione della libertà, la censura di violazione del principio della celerità dev'essere esaminata solo in quanto il ritardo sia idoneo a mettere in discussione la legalità della carcerazione preventiva e a comportare la messa in libertà (DTF 128 I 149 consid. 2.2): estremi non realizzati nella fattispecie. Il celere avanzamento dell'inchiesta, anche nel rispetto del principio della proporzionalità, dovrà nondimeno concretare ulteriormente i gravi indizi nei confronti del ricorrente (sul principio della celerità v. DTF 130 I 269 consid. 3.1 e rinvii, 130 IV 54 consid. 3.3.2 e 3.3.3).