Citation: 1C_138/2020 E. 3.5

3.5. Del resto, la conclusione dei giudici cantonali secondo cui, qualora siano adempiuti i requisiti per la concessione dello stato di patrizio, la natura potestativa dell'art. 43 cpv. 1 LOP permetterebbe di adottare un rifiuto soltanto qualora i relativi motivi siano stati discussi in sede di plenum, non è insostenibile e quindi arbitraria. Spetta infatti all'assemblea valutare nel merito e pronunciarsi sull'istanza e sui fatti addotti, decidendo poi con cognizione di causa sulla loro portata: non compete infatti al Consiglio di Stato né, come a torto sostenuto dalla ricorrente, ai giudici cantonali pronunciarsi sulla base di fatti sui quali i patrizi non hanno potuto esprimersi durante l'assemblea. Proprio la sovranità di decisione spettante all'Assemblea patriziale, sulla quale insiste rettamente la ricorrente, imponeva ch'essa potesse e dovesse esprimersi sui fatti ed episodi addotti dinanzi alla Corte cantonale, dai quali risulterebbe l'asserita carenza di spirito corporativo, collaborativo e solidale dell'istante. In effetti, i giudici cantonali hanno rettamente stabilito che dal verbale in esame non risultano motivi che potrebbero giustificare il diniego litigioso (sull'obbligo dell'autorità, desumibile dal diritto di essere sentito, di allestire un incarto, rispettivamente di verbalizzazione cfr. DTF 142 I 86 consid. 2.2 pag. 89; 141 I 60 consid. 4.3 pag. 67; sentenza 1D_1/2019 del 18 dicembre 2019 consid. 2-4, destinata a pubblicazione). Certo, il Tribunale federale non esclude, di massima, che la motivazione possa essere precisata a posteriori: esso reputa nondimeno inammissibile soggiungere in un secondo tempo motivi del tutto nuovi. La questione di sapere se si tratti di una precisazione a posteriori, nel senso di un chiarimento o di un'inammissibile aggiunta di motivi, non può essere decisa in maniera astratta, ma soltanto sulla base degli elementi fattuali concreti (DTF 138 I 305 consid. 2.3 pag. 314 seg.). Visto che nel caso in esame i partecipanti non hanno potuto esprimersi sugli asseriti fatti ed episodi addotti dalla ricorrente nel quadro della procedura giudiziaria, non si può ritenere ch'essi, non discussi e non sottoposti al voto dell'assemblea, siano stati condivisi e approvati dalla maggioranza dei presenti. La ricorrente parrebbe disattendere che la sua richiesta, secondo cui il Tribunale cantonale amministrativo dovrebbe esaminare la pertinenza delle nuove prove documentali prodotte e decidere quindi sulla concessione o no dello stato di patrizio, è contraddittoria. Qualora la Corte cantonale, per di più quale prima e unica istanza cantonale, decidesse liberamente, e quindi irritamente, sulla concessione dello stato di patrizio, sostituendo il suo limitato potere discrezionale a quello dell'assemblea patriziale competente, essa violerebbe infatti la libertà di decisione rientrante nell'autonomia patriziale (cfr. DTF 145 I 52 consid. 3.6 pag. 57; sentenza 1C_639/2018 del 23 settembre 2019 consid. 3.1.3).