Citation: 1B_47/2007 28.06.2007 E. 3

3.1 Essi fanno valere la violazione degli art. 45, 46 e 50 DPA, 9 13 e 29 Cost. e 6 e 8 CEDU, senza poi precisare meglio le asserite violazioni delle invocate norme, e censurano, parzialmente, l'accertamento dei fatti rilevanti, ritenendolo manifestamente inesatto. Essi adducono che il gravame è determinato dalla volontà di tutelare la clientela degli studi legali e, su un piano generale, di salvaguardare la fiducia nella categoria professionale dell'avvocato. I ricorrenti rilevano in particolare che nell'ambito dell'udienza di levata dei sigilli del 27 luglio 2006 è stata offerta la possibilità alla ricorrente di presentare alla Corte dei reclami penali un elenco degli incarti che riteneva soggetti al segreto professionale. Al suo dire, problemi di salute del ricorrente le avrebbero impedito di concretare tale opportunità, pur manifestando la disponibilità a rispondere, ove la Corte lo avesse richiesto, a eventuali domande inerenti determinati incarti. Ella sostiene che l'istanza precedente ha poi proceduto in modo autonomo alla cernita, secondo la citata procedura in tre fasi, senza chiedere ulteriori indicazioni ai ricorrenti. 3.2 In tale ambito i ricorrenti fanno valere la violazione della buona fede processuale e, in particolare, del diritto di essere sentiti, perché la Corte dei ricorsi penali avrebbe mutato la propria prassi relativa alla cernita, non offrendo loro la possibilità di parteciparvi. 3.2.1 La censura è manifestamente infondata. Certo, l'istanza inferiore non si esprime del tutto sulla questione, sebbene nel verbale dell'8 giugno 2006 della riunione preliminare in vista dell'udienza di levata dei sigilli il giudice delegato precisava che riteneva indispensabile la presenza dei ricorrenti. Dagli atti di causa risulta nondimeno quanto segue. Nel verbale dell'udienza di levata dei sigilli, avvenuta il 27 luglio 2006 alla presenza della ricorrente e del suo patrocinatore, è stato precisato che, viste le divergenze insormontabili tra le parti circa l'utilità della documentazione rimanente per l'inchiesta, la Corte avrebbe statuito su tutti gli incarti, applicando essa medesima la procedura in tre fasi: le parti si sono dichiarate d'accordo con questo approccio, rinunciando quindi alla procedura in contraddittorio, ma lasciando tuttavia alla ricorrente la possibilità di presentare alla Corte, entro il 20 agosto 2006, una lista degli incarti sigillati per i quali ritiene sia da salvaguardare il segreto professionale dell'avvocato. 3.2.2 Ciò nondimeno, con lettera del 10 agosto 2006, la ricorrente ha semplicemente comunicato che "alcuni impegni lavorativi urgenti" non le avrebbero permesso di prendere tempestivamente posizione: sottolineava che avrebbe provveduto a indicare gli incarti rientranti nell'attività tipica dell'avvocato entro il 1° settembre seguente. Con scritto del 31 agosto 2006, il suo patrocinatore ha poi semplicemente ribadito di non aver dato seguito alla prospettata comunicazione a dipendenza dello stato di salute generale (non meglio precisato) del ricorrente, che non avrebbe permesso a quest'ultimo né alla ricorrente di indicargli i dati necessari. Il 1° settembre 2006 la Corte ha comunicato al patrocinatore che i verbali della menzionata udienza, trasmessi per firma e per eventuali osservazioni, non erano ancora stati ritornati. Dall'incarto non risulta, né i ricorrenti lo sostengono, d'aver nondimeno trasmesso, durante i mesi seguenti, la prospettata lista e ciò prima dell'emanazione della decisione impugnata, del 20 febbraio 2007. Un simile modo di procedere, dilatorio, non merita chiaramente protezione. L'accenno dei ricorrenti, nelle osservazioni del 9 febbraio 2007, della loro disponibilità ad assistere l'istanza precedente nel lavoro di anonimizzazione non è, in siffatte circostanze, decisivo (sull'obbligo di collaborazione e sul dovere di dimostrazione nella procedura fiscale cfr. DTF 132 IV 63 consid. 4.6). Ciò non toglie, come ancora si vedrà, che l'istanza precedente doveva comunque procedere alla prospettata cernita. 3.3 Certo, riguardo alla questione dell'impossibilità di distinguere i dati protetti dal segreto professionale da quelli che non lo sono, i ricorrenti sostengono che si sarebbe in presenza di un accertamento manifestamente inesatto e contraddittorio dei fatti, visto che, al loro dire, le fatture inviate ai clienti sarebbero di colore giallo per le attività riguardanti l'avvocatura (tipica e non tipica) e verde per quella notarile, anch'essa tutelata dal segreto professionale. Questa distinzione cromatica, contrariamente all'assunto ricorsuale, non implica manifestamente la restituzione delle fatture verdi ai ricorrenti, ritenuto che dal colore delle stesse non risulta affatto se si tratti di un'attività dove prevale l'attività tipica del notaio, rispettivamente dell'avvocato o quella commerciale, non soggetta al segreto. Poiché, sempre al loro dire, per le fatture di colore giallo è indicato il nome del cliente, sarebbe sufficiente attribuire la fattura agli incarti dello studio legale, segnatamente a una delle seguenti categorie: incarti non asportati dallo studio legale (A), incarti esaminati dal TPF e restituiti poiché ritenuti inutili (B), incarti consegnati all'AFC poiché utili e non coperti dal segreto (C) e, infine, incarti consegnati all'AFC in forma anonimizzata poiché coperti dal segreto (D). Essi ne deducono, in maniera invero poco comprensibile, che risulterebbe in modo automatico se la fattura concerne o no l'attività protetta dal segreto (D) o quella commerciale (C), visto ch'esse indicherebbero altresì quasi sempre la natura della pratica. 3.4 I ricorrenti sostengono poi che una volta classificati i nomi dei clienti (secondo la distinzione cliente tipico/cliente commerciale) partendo dalle fatture, l'anonimizzazione della restante documentazione contabile si ridurrebbe a un'operazione puramente meccanica. Affermano nondimeno, che vi sarebbero comunque altri atti, che non presenterebbero tuttavia alcun interesse per l'autorità fiscale, oltre a numerosi doppioni. Ne deducono, che la criticata consegna della documentazione contabile restante - senza cernita e anonimizzazione - sarebbe arbitraria, vista la possibilità di procedere alla suddivisione appena esposta. Aggiungono che ciò vanificherebbe inoltre il lavoro di cernita già svolto dall'istanza precedente. 3.5 Essi, proponendo questa nuova tesi, disconoscono tuttavia che il Tribunale federale fonda la sua sentenza sui fatti accertati dall'autorità inferiore (art. 105 cpv. 1 LTF). Può scostarsi da questo accertamento solo qualora esso sia avvenuto in modo manifestamente inesatto o in violazione del diritto ai sensi dell'art. 95 LTF (art. 105 cpv. 2 LTF). La parte ricorrente che intende contestare i fatti accertati dall'autorità inferiore deve quindi spiegare, in maniera circostanziata, per quale motivo ritiene che le condizioni di una delle citate eccezioni previste dall'art. 105 cpv. 2 LTF sarebbero realizzate; in caso contrario non si può tener conto di uno stato di fatto diverso da quello posto a fondamento della decisione impugnata (cfr. DTF 130 III 136 consid. 1.4 pag. 140; sentenza 1C_3/2007 del 20 giugno 2007 consid. 1.4.3 destinata a pubblicazione). I citati accenni di critica non dimostrano l'esistenza di siffatti presupposti. 3.6 I ricorrenti nemmeno tentano di spiegare perché, durante i mesi che hanno preceduto l'emanazione del contestato giudizio, non avrebbero potuto indicare questo sistema all'istanza precedente. Ora, secondo l'art. 99 cpv. 1 LTF, possono essere addotti fatti nuovi e nuovi mezzi di prova soltanto se ne dà motivo la decisione dell'autorità inferiore. Limitandosi ad accennare al fatto che dopo la ricezione della decisione impugnata, ai fini del ricorso in esame, avrebbero potuto accedere alla documentazione contabile residua, da essi peraltro compiutamente conosciuta, essi non dimostrano l'impossibilità di presentare all'autorità precedente questo sistema, avendo avuto a disposizione vari mesi per farlo. Questi fatti e mezzi di prova, nuovi, sono quindi inammissibili. 3.7 Certo, i ricorrenti affermano che il rimprovero mosso nei loro confronti, di non aver assistito l'istanza precedente nel lavoro di identificazione della clientela tipica, poggerrebbe anch'esso su un accertamento manifestamente inesatto dei fatti. Al riguardo si limitano tuttavia a rilevare che la mancata presentazione della prospettata lista degli incarti tipici sarebbe dovuta, a torto come si è visto, a ragioni oggettive. Aggiungono ch'essa non sarebbe comunque stata determinante, visto che l'istanza inferiore, come risulta dalle precedenti sentenze da essa emanate, ha potuto procedere autonomamente alla cernita degli altri incarti, distinguendovi l'attività tipica dell'avvocato da quella commerciale.