Citation: 6B_374/2009 26.10.2009 E. 4

Infine il ricorrente invoca la violazione del principio della celerità. I fatti incriminati risalgono al 5 agosto 2005 e solo il 4 luglio 2008, quasi tre anni dopo, l'UFAC ha emanato la decisione penale. Sostiene che è decisamente troppo attendere quattro anni un giudizio definitivo per una contravvenzione. Chiede che venga accertata tale violazione e, di conseguenza, che venga abbandonato il procedimento a suo carico o, eventualmente, che venga affrancato da ogni pena e spesa. 4.1 Il principio della celerità è sancito dagli art. 29 cpv. 1 Cost., 6 n. 1 CEDU e 14 n. 3 lett. c Patto ONU II (RS 0.103.2). Il principio della celerità impone alle autorità penali di procedere con la dovuta speditezza non appena l'imputato è informato dei sospetti che pesano su di lui, al fine di non lasciarlo inutilmente nello stato di angoscia che una tale procedura suscita (DTF 133 IV 158 consid. 8; 130 I 54 consid. 3.3.1). Si tratta di un'esigenza che va distinta dalla circostanza attenuante del tempo relativamente lungo di cui all'art. 48 lett. e CP (rispettivamente all'art. 64 penultimo cpv. vCP ), che coincide con la logica della prescrizione e presuppone che l'accusato abbia tenuto buona condotta nel periodo in questione (DTF 130 IV 54 consid. 3.3.1 pag. 55). La questione di sapere se il principio della celerità sia stato violato va decisa soprattutto in base a un appezzamento globale del lavoro effettuato; tempi morti sono inevitabili e, se nessuno di essi ha avuto una durata scioccante, è l'apprezzamento globale ad essere decisivo (DTF 124 I 139 consid. 2a e c). Anche secondo la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, il carattere ragionevole della durata di un procedimento si valuta secondo le circostanze della causa e tenuto conto in particolare della sua complessità, del comportamento dell'interessato e di quello delle autorità competenti (v. ad esempio le sentenze della CorteEDU nelle seguenti cause: Gelli contro Italia del 6 settembre 1999 e Ledonne contro Italia del 12 maggio 1999, apparse in: Rivista internazionale dei diritti dell'uomo 1/2000, pag. 354 e segg. n. 40, 3/1999, pag. 859 e segg. n. 21). Più concretamente sono stati giudicati inaccettabili un'inattività di tredici o quattordici mesi in fase istruttoria, un periodo di quattro anni per statuire su di un ricorso contro l'atto di accusa ed un periodo di dieci o undici mesi prima di trasmettere l'incarto all'autorità di ricorso (DTF 124 I 139 consid. 2c pag. 144; 119 IV 107 consid. 1c pag. 110). Il principio della celerità può essere violato anche se alle autorità penali non è imputabile nessuna colpa (DTF 130 IV 54 consid. 3.3.3). 4.2 Nel caso concreto, dall'esame dell'incarto non si constatano particolari momenti di inattività nel corso della procedura di istruzione o di giudizio, né del resto il ricorrente pretende il contrario. Certo, considerata la natura dell'infrazione rimproveratagli, la procedura è stata alquanto lunga. Tuttavia, poiché non si ravvisano periodi morti nel corso della procedura, nemmeno adombrati nel gravame, non si può ritenere che nel caso specifico sia stato violato il principio della celerità. La critica si palesa così infondata.