Citation: 1A.119/2005 13.07.2005 E. 3

3.1 Il ricorrente, riconosciuto che i diritti della difesa sono stati rispettati riguardo alla sentenza milanese, sostiene che lo stesso non varrebbe per il procedimento svoltosi a Roma. Egli ammette che il 3 aprile 1981 venne a conoscenza della possibilità di difendersi, ma visto che l'Italia, il 10 luglio 1981, aveva ritirato la domanda di estradizione poteva pensare che la procedura, contumaciale, fosse conclusa. Aggiunge ch'egli non avrebbe potuto parlare con il suo difensore d'ufficio e sostiene che non avrebbe rinunciato volontariamente a difendersi. 3.2 Occorre quindi esaminare se il procedimento contumaciale estero non avrebbe rispettato i diritti minimi della difesa previsti dall'art. 6 CEDU e dall'art. 37 cpv. 2 AIMP, norme che s'ispirano all'art. 3 del titolo III del Secondo protocollo addizionale alla CEEstr (FF 1995 III 21). Le citate norme dispongono che l'estradizione può essere negata se la domanda si fonda su una sentenza contumaciale e la procedura giudiziale non ha rispettato i diritti minimi della difesa, eccetto quando lo Stato richiedente offra garanzie ritenute sufficienti per assicurare alla persona perseguita il diritto a un nuovo processo che li salvaguardi. Secondo la giurisprudenza degli Organi di Strasburgo, l'art. 6 CEDU è violato se il condannato, che non ha avuto conoscenza della sua citazione ai dibattimenti e non ha cercato di sottrarsi alla giustizia, non può ottenere di far riassumere il processo che alla condizione di provare d'essere stato impedito, per forza maggiore, di presentarsi. L'art. 6 CEDU non esige, in linea di massima, che il condannato in contumacia possa ottenere in ogni caso e senza condizioni la revoca del giudizio contumaciale, ma soltanto ch'egli possa far riassumere il processo allorquando sia accertato che non abbia avuto conoscenza dei procedimenti avviati nei suoi confronti. L'onere della prova a tal proposito non può essergli imposto; spetta allo Stato dimostrare ch'egli si è intenzionalmente sottratto alla giustizia, ritenuto che la rinuncia a un diritto garantito dalla Convenzione dev'essere stabilita in maniera non equivoca (sul tema v. DTF 129 II 56 consid. 6.2 e rinvii; sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo del 12 ottobre 1992 nella causa T., serie A, vol. 245-C, n. 26 seg. e del 23 novembre 1993 nella causa Poitrimol, serie A vol. 277 A n. 31; Laurent Moreillon (editore), Entraide internationale en matière pénale, Basilea 2004, n. 7-12 all'art. 37 AIMP; Claude Rouiller, L'extradition du condamné par défaut: illustration des rapports entre l'ordre constitutionnel autonome, le "jus cogens" et le droit des traités, in: Etudes en l'honneur de Jean-François Aubert, Basilea, 1996, pag. 647 segg.; Stefan Heimgartner, Auslieferungsrecht, tesi Zurigo 2002, pag. 138 segg.). La giurisprudenza del Tribunale federale si basa sulle medesime concezioni (DTF 117 Ib 337 consid. 5b; cfr. anche DTF 127 I 213 consid. 3 e 4). 3.3 L'art. 3 del Titolo III del Secondo protocollo addizionale alla CEEstr, applicabile nei rapporti con l'Italia (DTF 129 II 56 consid. 6.1 in fine), concerne, in materia estradizionale, le citate garanzie offerte dall'art. 6 CEDU (DTF 117 Ib 337 consid. 5c). Questo disposto si riferisce al parere dello Stato richiesto; questo, nell'accertare se la procedura contumaciale abbia o meno salvaguardato i diritti della difesa, dispone dunque di un vasto potere di apprezzamento, che dipende dalle circostanze del caso concreto. In genere, la persona condannata in contumacia non può esigere incondizionatamente il diritto di essere giudicata di nuovo (DTF 129 II 56 consid. 6.2 con numerosi riferimenti alla prassi della Corte europea; Robert Zimmermann, La coopération judiciaire internationale en matière pénale, 2a ed., Berna 2004, n. 452, 453 e 453-1). 3.4 Dall'interrogatorio in via rogatoriale del 3 aprile 1981 dinanzi al Giudice istruttore sostituto sottocenerino e alla presenza del Giudice istruttore di Roma, che aveva presentato la domanda, il ricorrente aveva rilevato di non aver ancora nominato un difensore, che comunque gli sarebbe stato designato d'ufficio, qualora avesse ritenuto di doverne fare richiesta. Preso atto delle accuse mossegli, egli, contestatele, si era pronunciato dettagliatamente sulle stesse. Dagli atti di causa, e come ritenuto dall'UFG e peraltro non contestato dal ricorrente, nell'ambito del procedimento contumaciale romano egli era difeso dall'avvocato d'ufficio B.________. Dalla sentenza di primo grado del Tribunale di Roma del 25 maggio 1982 risulta inoltre, come visto, ch'egli era stato udito per rogatoria. Dalla sentenza 4 maggio 1985 della Corte d'appello di Roma, nel cui procedimento il ricorrente è stato ritenuto latitante-contumace, l'avviso era stato dato all'avv. C.________ ed era stato difeso dal citato avvocato d'ufficio. Il Tribunale federale ha già avuto occasione di stabilire che qualora l'interessato non partecipi personalmente al processo, ma si faccia rappresentare da un avvocato di sua scelta (o d'ufficio), conformemente a quanto previsto anche dall'art. 14 n. 3 lett. d del Patto ONU II, si può giungere, a determinate condizioni, a due soluzioni: o questi ha cercato deliberatamente di sottrarsi alla giustizia o, eventualmente, egli potrà far riassumere il procedimento contumaciale; in siffatte ipotesi, i diritti minimi della difesa non sono lesi (vedi, per le sentenze concernenti l'Italia, DTF 129 II 56 consid. 6.2 pag. 60 con riferimenti). 3.5 Nell'ambito del procedimento di prima istanza, di cui ha avuto conoscenza, il ricorrente era patrocinato da un difensore d'ufficio e ha potuto esprimersi sui fatti rimproveratigli nell'ambito della citata audizione rogatoriale. Dal menzionato interrogatorio risulta ch'egli era a conoscenza del procedimento penale, delle accuse mossegli, sulle quali ha potuto pronunciarsi, come pure della facoltà di nominare un avvocato di fiducia o di farsi rappresentare da un difensore d'ufficio. In effetti il suo patrocinatore d'ufficio ha partecipato al dibattimento e ha potuto formulare conclusioni. Il ricorrente non asserisce poi che non gli sarebbe stata comunicata la data del dibattimento. In siffatte circostanze non si può sostenere che i diritti minimi della difesa non sarebbero stati salvaguardati (cfr. DTF 129 II 56 consid. 6.3). Il ricorrente, ammesso che il 3 aprile 1981 era stato informato del procedimento pendente nei suoi confronti e della facoltà concessagli di difendersi, rileva nondimeno che il 10 luglio 1981 l'Italia aveva ritirato la domanda di estradizione presentata il 12 maggio 1981, per cui poteva pensare che la procedura fosse conclusa. Questa circostanza non è decisiva. In effetti, il ritiro della domanda, verosimilmente dovuta al fatto che il ricorrente era stato udito per rogatoria, è avvenuto comunque oltre tre mesi dopo. Il ricorrente, che venne arrestato in Svizzera soltanto nel novembre 1982, disponeva quindi del tempo necessario per preparare la sua difesa, per informarsi sul prosieguo del procedimento e per scegliere liberamente se partecipare personalmente o meno al processo: si può pertanto ritenere ch'egli vi abbia rinunciato in maniera non equivoca Il ricorrente accenna inoltre al fatto che non avrebbe avuto la possibilità di conferire con il suo difensore: egli non fa tuttavia valere di non aver avuto conoscenza della condanna contumaciale di primo grado e nemmeno di non aver potuto far uso dei rimedi di diritto contro la stessa, impugnata dal suo difensore d'ufficio dinanzi alla Corte di appello. Né egli spiega perché queste procedure, nel loro insieme, avrebbero leso i diritti minimi della difesa e osterebbero quindi all'estradizione (cfr. Heimgartner, op. cit., pag. 132 e segg.). 3.6 Il ricorrente, limitandosi a trascrivere parte della sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo nella causa Ismet Sejdovic contro l'Italia del 10 novembre 2004 (richiesta n. 56581/00), disattende che la fattispecie è diversa. Nell'invocata sentenza, contrariamente al caso in esame, è stato ritenuto che le autorità italiane non avevano potuto notificare all'interessato l'invito a nominare un difensore di fiducia, per cui ne era stato nominato uno d'ufficio (n. 10). In quella vertenza, sempre contrariamente al caso di specie, dall'incarto non era desumibile se il richiedente aveva avuto ufficialmente conoscenza delle accuse mossegli (n. 15). Nella causa Tamas Somogyi contro l'Italia, del 18 maggio 2004 (richiesta n. 67972/01), la Corte europea dei diritti dell'uomo, accertato che non si era potuto stabilire se il richiedente aveva ricevuto l'avviso che fissava l'udienza preliminare, evenienza non addotta in questa vertenza, ha ritenuto che, in assenza di un controllo scrupoloso, non si poteva stabilire se la sua rinuncia a partecipare all'udienza era o meno equivoca (n. 68). 3.7 Nella causa Sejdovic, la Corte ha inoltre ritenuto che l'art. 175 CPP italiano, concernente lo spurgo di una sentenza contumaciale le cui condizioni erano già state ritenute non del tutto chiare dal Tribunale federale (sentenza 1A.251/1997 del 20 novembre 1997, consid. 4), non garantisce con un sufficiente grado di certezza e in maniera incondizionata all'accusato, che non è mai stato informato in maniera effettiva del perseguimento penale, la possibilità di partecipare e di difendersi nel quadro di un nuovo procedimento (n. 38 e 40). Ciò è stato riconosciuto come dovuto a un problema risultante dalla legislazione italiana in materia di processi contumaciali concernenti più persone, per cui si imponeva l'adozione di misure di carattere generale tendenti a impedire il ripetersi di violazioni analoghe. La Corte ha quindi invitato l'Italia a sopprimere ogni ostacolo legale che potrebbe impedire la restituzione del termine per proporre l'impugnazione (n. 44-47). Sulla base di questa giurisprudenza, il ricorrente potrebbe pertanto, dandosene i presupposti, chiedere all'autorità estera di applicare l'art. 175 CPP italiano in maniera conforme alla prassi appena citata. Anche in considerazione di questa circostanza non si giustifica di rifiutare l'estradizione. Non vi è infatti motivo di ritenere che l'Italia, all'occorrenza, non rispetterà e applicherà quanto stabilito dalla Corte europea dei diritti dell'uomo.