Citation: H 97/04 29.06.2006 E. 2

Nel proprio gravame D.________ e J.________ eccepiscono in primo luogo la perenzione della pretesa risarcitoria, contestando l'applicabilità immediata delle norme sostanziali della nLAVS riguardanti la perenzione. Per i ricorrenti non è infatti possibile riconoscere una retroattività impropria - così come stabilito dai primi giudici - perché verrebbero a trovarsi in una situazione peggiore di quella precedentemente valida. D.________ e J.________ sono dell'avviso che si debba escludere l'ammissibilità della retroattività impropria in quanto, oltre ad essere lesiva dei loro diritti acquisiti, si avrebbe anche una violazione della parità di trattamento, della sicurezza del diritto, della protezione dall'arbitrio e del principio della buona fede. Concludono asserendo che le decisioni 4 aprile 2003 sarebbero irrimediabilmente perente perché, come peraltro rilevato anche dai primi giudici, la Cassa avrebbe avuto conoscenza del danno il 6 marzo 2002. 2.1 L'abrogato art. 82 cpv. 1 OAVS, in vigore fino al 31 dicembre 2002, prevedeva che il diritto di richiedere il risarcimento di un danno si prescrive quando la cassa di compensazione non lo fa valere mediante una decisione entro un anno dal momento in cui ha avuto conoscenza dello stesso. Questo termine, contrariamente alla lettera del disposto, è di perenzione, la quale, come tale, deve essere accertata d'ufficio (DTF 128 V 12 consid. 5a, 17 consid. 2a, 126 V 451 consid. 2a, 121 III 388 consid. 3b e sentenze ivi citate). Per il nuovo art. 52 cpv. 1 LAVS, in vigore dal 1° gennaio 2003, il datore di lavoro deve risarcire il danno che egli ha provocato violando, intenzionalmente o per negligenza grave, le prescrizioni dell'assicurazione (v. consid. 1.4 sopra). Giusta il terzo capoverso della medesima norma, il diritto al risarcimento del danno si prescrive in due anni, dal momento in cui la cassa di compensazione competente ha avuto notizia del danno, ma in ogni caso in cinque anni dall'insorgere del danno. Questi termini possono essere interrotti. Il datore di lavoro può rinunciare a eccepire la prescrizione. 2.2 Dalla documentazione agli atti risulta che la Cassa il 16 ottobre e il 13 dicembre 2001 ha ricevuto i verbali di pignoramento in cui era menzionato che questi ultimi valevano quali attestati provvisori di carenza di beni ai sensi dell'art. 115 LEF. Risulta inoltre che l'amministrazione il 7 marzo 2002 ha ricevuto il conto finale e stato di riparto inviatole per raccomandata 6 marzo 2002 dall'Ufficio di esecuzione nell'ambito delle esecuzioni in via di pignoramento. Emerge infine che la stessa amministrazione il 23 aprile 2002 ha ottenuto due attestati definitivi di carenza di beni nelle esecuzioni in via di pignoramento. Ora, in mancanza di disposizioni transitorie nella legge, il giudice deve esaminare quali regole siano applicabili in conformità dei principi generali del diritto intertemporale (DTF 131 V 429 consid. 5.1 e riferimenti). Secondo giurisprudenza e dottrina le disposizioni del nuovo diritto riferite alla prescrizione o alla perenzione si applicano alle pretese sorte nel vecchio diritto, a condizione che siffatti diritti nati ed esigibili prima dell'entrata in vigore della nuova disciplina non siano già perenti al 1° gennaio 2003 (DTF 131 V 429 consid. 5.2). È principio giurisprudenziale indiscusso che la protezione dei diritti acquisiti esiga che - nei casi in cui il vecchio diritto non abbia previsto termini di prescrizione o perenzione per pretese sorte sotto di esso - tali termini inizino a decorrere solo con l'entrata in vigore del nuovo diritto. Se questa massima debba trovare applicazione anche quando un termine di perenzione sia sostituito nella nuova disciplina da uno di prescrizione, è questione che può continuare a rimanere aperta (DTF 131 V 430 consid. 5.2) per i motivi che saranno indicati di seguito. 2.3 Nel caso in esame è controverso il momento in cui la Cassa ha avuto conoscenza del danno. Per i ricorrenti il dies a quo si situa al 6 marzo 2002, ossia quando l'Ufficio esecuzione ha inviato alla Cassa il conto finale con lo stato di riparto. Anche i primi giudici sono di questo avviso - negando però che l'azione della Cassa sia prescritta, ritenendo, a torto come si vedrà, che già valga il nuovo termine biennale giusta il nuovo art. 52 cpv. 3 LAVS - perché indotti a credere che dal conto finale e dallo stato di riparto, atto spedito il 6 marzo 2002 e ricevuto dalla Cassa il giorno successivo, si possa evincere in modo incontrovertibile che quest'ultima abbia subito perdite consistenti. Orbene, siffatta conclusione - sostenibile nella procedura di liquidazione fallimentare - non può essere seguita nel caso di specie, trattandosi di conto finale con stato di riparto rilasciato nella procedura di esecuzione in via di pignoramento, atteso che questo atto procedurale si limita a certificare che la realizzazione dei beni pignorati non è stata sufficiente a coprire i crediti dedotti in esecuzione. Esso non dimostra ancora che la società escussa non abbia altri beni da pignorare nell'ambito di una nuova esecuzione in via di pignoramento. Nemmeno risulta che le esecuzioni indicate nel citato documento - riferite alle esecuzioni dal n. xx al n. xx - siano sfociate in attestati definitivi di carenza di beni dopo pignoramento, come è per contro il caso per le successive esecuzioni n. xx e xx giunte allo stadio di attestato definitivo di carenza di beni dopo pignoramento, atti notificati all'escussa E.________ SA il 23 aprile 2002. Ne consegue che il dies a quo per il computo del termine di perenzione di un anno stabilito dall'abrogato art. 82 cpv. 1 OAVS ha iniziato a decorrere dal 23 aprile 2002 (cfr. DTF 131 V 430 consid. 5.3 con riferimenti) e che pertanto le due decisioni amministrative 4 aprile 2003 risultano essere tempestive perché non ancora perente al 1° gennaio 2003.