Citation: 6B_437/2008 24.07.2009 E. 5

5. Ricorso di C.________ 5.1 L'insorgente si duole anzitutto del verbale del dibattimento che ritiene essere lacunoso e arbitrario. Il verbale non avrebbe quindi alcuna fedefacenza e gli accertamenti dedotti da tale verbale sarebbero di conseguenza arbitrari. Il ricorrente ammette che, in sede cantonale, la censura era stata sollevata espressamente dai correi A.________ e B.________, mentre egli si era limitato a dei rimproveri sparsi, comparabili nondimeno a delle censure formali. La critica sfugge a un esame di merito. Nelle pagine della sentenza che evadono il ricorso per cassazione presentato da C.________, la CCRP non si china sulla questione del verbale del dibattimento. Se ne deve dedurre che o il ricorrente non ha impugnato formalmente davanti alla CCRP il verbale del dibattimento e allora la censura sarebbe inammissibile per il mancato esaurimento delle istanze cantonali (v. art. 80 cpv. 1 LTF), o l'ha fatto e la CCRP non ha vagliato la doglianza incorrendo in tal caso in un diniego di giustizia formale. In quest'ultimo caso, davanti a questa Corte il ricorrente avrebbe allora dovuto imputare alla CCRP un diniego di giustizia formale e non, come in casu, limitarsi a definire arbitrarie le motivazioni con cui l'autorità cantonale respinge le censure sollevate dai correi. Impropriamente motivata, la critica non può non essere dichiarata inammissibile. A titolo abbondanziale, si rinvia comunque a quanto già esposto al considerando 4.1 che precede. 5.2 A mente del ricorrente, la CCRP sarebbe incorsa nell'arbitrio oltrepassando il proprio potere di cognizione. Malgrado il primo giudice non accerti la necessità di posare un pannello resistente o delle barriere protettive, nella sua sentenza la Corte cantonale si scosta da questo accertamento e ritiene che nel caso concreto fosse possibile posare un pannello di protezione contro le cadute nel vano scale. Il potere cognitivo della CCRP è disciplinato dalla procedura cantonale. Nell'impugnativa tuttavia manca qualsiasi riferimento alle disposizioni topiche del codice di procedura cantonale che sarebbero state disattese, interpretate e applicate in modo arbitrario. Su questo punto dunque il ricorso si palesa inammissibile perché impropriamente motivato (v. art. 106 cpv. 2 LTF). 5.3 Il ricorrente lamenta arbitrio nell'accertamento dei fatti e nella valutazione delle prove in merito alla possibilità, ritenuta dalla CCRP, di coprire il buco del vano scale con un pannello resistente. Poiché tutti coloro che sono stati sentiti nel corso dell'istruttoria hanno contestato che fosse possibile adottare misure di sicurezza quanto meno durante i lavori diurni, le autorità avrebbero dovuto istruire maggiormente la questione oppure, in assenza di riscontri probatori, prosciogliere l'imputato in virtù del principio in dubio pro reo. Le tavole processuali non permetterebbero di ritenere che il buco del vano scale potesse essere coperto con un pannello resistente. Tale misura non poteva essere adottata anche perché J.________ "avanzava su" dal vano scale. La conclusione della CCRP risulta quindi in palese contrasto con gli atti di causa. 5.3.1 L'insorgente sostiene che, nel corso del dibattimento, A.________ avrebbe riferito che J.________ "avanzava su" dal vano scale. Questa dichiarazione tuttavia, come ammesso nel gravame, non figura nel verbale del dibattimento, ma sarebbe stata annotata dall'avvocato della difesa. Erra il ricorrente laddove afferma che tali appunti avrebbero la stessa valenza di un verbale dibattimentale né letto né approvato. Gli appunti dell'avvocato non fanno parte dell'incarto cantonale e non possono essere equiparati al verbale di cui, peraltro, la procedura cantonale non prevede né lettura né approvazione. Non è pertanto possibile tener conto di quanto addotto nel ricorso in relazione a J.________ in quanto privo di qualsiasi riscontro. 5.3.2 Secondo le dichiarazioni rilasciate durante l'istruttoria - indicate nel gravame - non sarebbe stato possibile posare un pannello sul vano scale perché il muratore stava eseguendo dei lavori. Sennonché, interrogato durante il dibattimento, il muratore in questione ha affermato che, se il vano scale fosse stato chiuso, egli avrebbe comunque potuto lavorare con l'ausilio di una luce (verbale del dibattimento pag. 9). Per quanto riguarda la valutazione del rapporto dell'ing. N.________, per evitare inutili ripetizioni, si rinvia a quanto già esposto al considerando 4.3 che precede. È sufficiente qui ribadire che la CCRP non ha commesso arbitrio nel ritenere che il vano scale potesse essere protetto con la posa di un pannello resistente. 5.4 Nell'impugnativa viene sollevata inoltre la censura di arbitrio in relazione alla mancata indicazione da parte del Giudice della Pretura penale delle misure di protezione in concreto attuabili. Egli si è infatti limitato ad accertare che per la sicurezza non era stato messo in atto nulla e a ipotizzare possibili misure da adottare, dimostrando in tal modo di non essere in grado di indicare quale misura andava effettivamente presa nel caso concreto. Il ricorrente sostiene che occorreva stabilire invece in modo preciso l'atto che doveva essere compiuto conformemente a quanto imposto dalla DTF 114 IV 130. Nel respingere la critica, la CCRP ha rilevato come il primo giudice avesse constatato che quanto fatto per la sicurezza era insufficiente e avesse quindi formulato delle ipotesi d'intervento tratte dalla vOLCostr e confermate dal funzionario SUVA interpellato in merito. La stessa CCRP, tuttavia, ha comunque stabilito nella sua sentenza che il vano scale poteva essere coperto con un pannello. La Corte cantonale ha quindi indicato in modo chiaro e preciso quale misura di sicurezza avrebbe dovuto essere adottata. Le censure in merito sono state tutte respinte, sicché il ricorso si palesa infondato su questo punto. Quanto poi al rapporto SUVA su cui si è fondata l'autorità cantonale, non precisa in quale momento, se di giorno o di sera, le misure segnalate come adeguate dovessero essere adottate. Il funzionario SUVA infatti indica quale causa dell'infortunio la copertura dell'apertura nella soletta con un telone di plastica, invece di una copertura resistente alla rottura e solidamente fissata. Non è dunque arbitrario ritenere che il pannello potesse essere posato anche durante il giorno. 5.5 Il ricorrente si duole inoltre della violazione del principio accusatorio. Nel suo decreto di accusa, il Procuratore pubblico ha accusato l'insorgente di aver violato le regole dell'arte edilizia per aver tollerato che il vano scale venisse coperto con un semplice telone e omesso di predisporre le necessarie misure di sicurezza. Benché non ne abbia fatto menzione, il Procuratore pubblico imputava all'insorgente la violazione dell'art. 16 vOLCostr di cui riproduceva il contenuto. Il magistrato non ha però indicato quale misura fosse da adottare nel caso concreto. Il Giudice della Pretura penale non ha rimproverato al ricorrente di aver tollerato la posa del telone, bensì di non essersi accertato che il suo ordine fosse stato eseguito. Non avendo confermato le imputazioni contenute nel decreto d'accusa, il giudice avrebbe dovuto prosciogliere il ricorrente e non formulare una nuova imputazione disattendendo quanto disposto all'art. 250 CPP/TI. Mentre il decreto d'accusa contemplava la violazione dell'art. 16 vOLCostr, il Giudice della pretura penale ha condannato il ricorrente per violazione dell'art. 18 vOLCostr. L'insorgente ha potuto impugnare questa nuova imputazione solo con il ricorso in cassazione, rimedio che non permette di rivedere liberamente i fatti. Egli è quindi stato privato del diritto a un grado di giurisdizione con pari cognizione. Ne segue una violazione del principio accusatorio e dei diritti della difesa. 5.5.1 Per la CCRP, il giudice di primo grado non si è fondato su una fattispecie diversa da quella contenuta del decreto di accusa. I fatti sono stati ben circostanziati dal magistrato d'accusa, fatti ripresi e discussi dal Giudice della pretura penale. Non ha nulla a che fare con il principio accusatorio, continua la CCRP, il fatto che il giudice abbia scorto gli articoli precisi della vOLCostr applicabili alla fattispecie. 5.5.2 Il ricorrente non sostiene, o comunque non in modo sufficientemente motivato (v. art. 106 cpv. 2 LTF), che il diritto cantonale di procedura gli accordi una protezione più vasta di quella che egli può dedurre dalla Costituzione federale e dalla CEDU delle cui disposizioni si prevale. È pertanto sufficiente esaminare le sue critiche alla luce delle norme federali e convenzionali invocate. 5.5.3 In quanto espressione del diritto di essere sentito, contemplato dall'art. 29 cpv. 2 Cost., il principio accusatorio può essere anche dedotto dagli art. 32 cpv. 2 Cost. e 6 n. 3 CEDU, i quali non esplicano tuttavia portata distinta. Questo principio implica che il prevenuto sappia esattamente quali fatti gli sono rimproverati e a quali pene e misure rischia di essere condannato, dimodoché possa adeguatamente far valere le sue ragioni e preparare efficacemente la sua difesa (DTF 126 I 19 consid. 2a pag. 21). Il principio accusatorio non impedisce all'autorità giudiziaria di scostarsi dai fatti o dalla qualificazione giuridica ritenuti nell'atto d'accusa, a condizione tuttavia che vengano rispettati i diritti della difesa (DTF 126 I 19 consid. 2a e 2c). Il principio è leso quando il giudice si fonda su una fattispecie diversa da quella indicata nell'atto di accusa, senza che l'imputato abbia avuto la possibilità di esprimersi sull'atto di accusa adeguatamente e tempestivamente completato o modificato (DTF 126 I 19 consid. 2c). Se l'accusato è condannato per un'infrazione diversa da quella indicata nell'atto d'accusa, occorre esaminare se egli poteva, tenuto conto delle circostanze del caso concreto, prevedere questa nuova qualificazione giuridica dei fatti, in caso affermativo non sussiste alcuna violazione dei diritti della difesa (DTF 126 I 19 consid. 2d/bb pag. 24). 5.5.4 La qualificazione giuridica dell'infrazione rimproverata al ricorrente figurava dall'inizio nel decreto d'accusa. Vi si formulava il rimprovero d'aver "omesso di impartire e predisporre quanto di sua competenza per garantire la sicurezza e di controllare l'esecuzione di tali misure, in particolare evitare le cadute nel vuoto, per cui, per negligenza, provocò la morte di G.D.________" nonché d'aver "omesso di predisporre le necessarie misure di sicurezza, in particolare far sì che le aperture nei suoli attraverso le quali è possibile cadere devono essere provviste di protezione laterale o di copertura resistente alla rottura e solidamente fissata, per cui per negligenza, trascurò le regole riconosciute dell'arte e pose in pericolo la vita e l'integrità delle persone ivi operanti". Risultava quindi già chiaramente dal decreto di accusa che al ricorrente veniva rimproverato un omicidio colposo in relazione alla violazione delle regole dell'arte edilizia. Ora è vero che con l'accusa di violazione delle regole dell'arte edilizia il Procuratore si limitava a rimproverare al ricorrente di aver omesso di predisporre le necessarie misure di sicurezza, tuttavia con l'accusa di omicidio colposo il magistrato formulava l'ulteriore rimprovero di aver omesso di controllare l'esecuzione delle misure volte a garantire la sicurezza. Appariva quindi evidente, già a una prima lettura globale del decreto di accusa, che il ricorrente veniva biasimato per aver omesso sia di predisporre le necessarie misure di sicurezza sia di verificare che queste venissero eseguite. Contrariamente a quanto sostenuto nel gravame, il giudice non ha quindi aggiunto alcuna nuova imputazione rispetto a quanto contenuto nel decreto di accusa. La censura di violazione del principio accusatorio e dei diritti della difesa risulta su questo punto infondata e va pertanto respinta. 5.5.5 L'insorgente non può essere seguito poi laddove afferma che la violazione dell'art. 16 vOLCostr e quella dell'art. 18 vOLCostr sono "due reati differenti". Le suddette disposizioni non descrivono affatto due diversi doveri di diligenza: in entrambi i casi si tratta di misure di sicurezza volte a evitare o comunque limitare i rischi di caduta nel corso di lavori di costruzione. Le due norme sono strettamente connesse tra loro. L'art. 16 vOLCostr stabilisce quali misure debbano di regola essere adottate in presenza di aperture nei suoli. L'art. 18 vOLCostr si configura come un prolungamento della prima in quanto precisa che, nel caso le misure elencate all'art. 16 vOLCostr non siano tecnicamente attuabili o la loro installazione risulti troppo pericolosa, devono essere adottate altre misure di protezione. Ne consegue che il ricorrente poteva prevedere un rimprovero da parte del giudice di violazione dell'art. 18 vOLCostr. Anche sotto questo aspetto la censura va quindi disattesa. 5.6 A mente del ricorrente, trattando la sua censura di violazione dell'art. 229 CP, la CCRP avrebbe commesso arbitrio. Nell'esporre la critica formulata, la sentenza riporta che l'insorgente adduce che si apprestava a verificare "al mattino" l'ordine impartito. Sennonché nel suo ricorso per cassazione egli non ha mai affermato nulla del genere. In che misura tale preteso arbitrio possa avere un'incidenza sull'esito del procedimento non è dato di sapere. Lo stesso ricorrente peraltro si domanda se tale accertamento sia arbitrario anche nel risultato. Non v'è ragione quindi di dilungarsi oltre. 5.7 Il ricorrente si duole della violazione degli art. 117 e 229 CP. L'autorità cantonale non ha infatti esaminato le regole dell'arte applicabili né determinato a chi spettasse il loro rispetto. Le norme afferenti la sicurezza nei lavori di costruzione devono essere rispettate dai lavoratori, dai datori di lavoro e dagli impresari. La legge federale del 13 marzo 1964 sul lavoro (LL; RS 822.11) e la LAINF (RS 832.20) prevedono infatti che, per tutelare la salute e prevenire gli infortuni, sia il datore di lavoro a dover prendere, avvalendosi della collaborazione dei dipendenti, tutte le misure adatte alle circostanze (art. 6 LL e 82 LAINF). Anche secondo il diritto privato (art. 328 CO) e il diritto cantonale (art. 6 cpv. 1 lett. b della legge del Cantone Ticino del 1° dicembre 1997 sull'esercizio della professione di impresario costruttore [LEPIC; RL 7.1.5.3]) è dovere del datore di lavoro, rispettivamente dell'impresa, adottare le necessarie misure di sicurezza a tutela della salute e dell'integrità personale dei lavoratori. Questi ultimi sono tenuti a osservare le istruzioni del datore di lavoro in materia di sicurezza e a tener conto delle norme di sicurezza generalmente riconosciute (art. 11 dell'ordinanza del 19 dicembre 1983 sulla prevenzione degli infortuni, OPI; RS 832.30). L'adozione di misure di sicurezza non essendo compito della direzione lavori, al ricorrente non può quindi venir rimproverata la violazione delle regole dell'arte edilizia e di riflesso neppure l'omicidio colposo. A seguito delle trattative relative alla sicurezza intercorse tra la direzione lavori, A.________ e B.________, il ricorrente aveva assunto quale unico compito quello di provvedere ai ponteggi che sono risultati essere a regola d'arte. La sicurezza all'interno dell'edificio in costruzione spettava invece alle diverse ditte che vi operavano (K.________SA e L.________SA). All'insorgente non può pertanto venir ascritta alcuna violazione dell'art. 16 o dell'art. 18 vOLCostr. 5.7.1 Il ragionamento sviluppato nel gravame è corretto. Il diritto pubblico in materia di prevenzione contro gli infortuni pone in effetti degli obblighi essenzialmente in capo ai datori di lavoro e agli stessi lavoratori. Tuttavia questo non significa che la direzione lavori non sia tenuta a rispettare o a far rispettare tali obblighi. Contrariamente a quanto addotto nell'impugnativa, la sentenza 6P.121/2006 del 7 dicembre 2006 non implica l'impossibilità di ascrivere una violazione delle norme della vOLCostr alla direzione lavori. Il Tribunale federale si è infatti limitato ad affermare che non sia possibile, sulla base della LAINF o delle numerose ordinanze che vi si rapportano, attribuire una posizione di garante alla direzione lavori. Nella fattispecie però il ricorrente non contesta il suo ruolo di garante (ricorso pag. 28). Inoltre il caso in esame si contraddistingue da quello della precitata sentenza in quanto nella fattispecie, come ammesso dallo stesso insorgente, è applicabile la norma SIA 118. 5.7.2 In virtù dell'art. 104 della norma SIA 118, nell'adempimento dei loro compiti, l'imprenditore e la direzione lavori sono tenuti a garantire la sicurezza della manodopera impiegata sul cantiere. Misure di sicurezza sono da prendere in considerazione già durante la fase di progettazione, in seguito durante la programmazione dei lavori, in particolare della loro successione, infine durante l'esecuzione. L'imprenditore adotta le misure di sicurezza necessarie a prevenire incidenti e garantire l'incolumità. La direzione lavori è tenuta a sostenerlo. Al fine di determinare la responsabilità penale del ricorrente, è necessario circoscrivere le reali competenze legate alla sua funzione di direttore lavori. La norma SIA 118 conferisce alla direzione lavori la facoltà di sorvegliare tutte le opere contrattuali dell'imprenditore e, se necessario, di impartire istruzioni vincolanti (art. 34 e seg.). A seconda delle circostanze, i suoi rappresentanti non sono solo autorizzati, ma anche obbligati sotto il profilo penale a intervenire e a dare degli ordini in presenza, per esempio, di una violazione di elementari disposizioni di sicurezza. Tale dovere d'intervento vale innanzi tutto quando il direttore lavori è cosciente delle insufficienze e carenze dell'attività di un appaltatore che possono condurre a pericoli e lesioni dell'integrità o della vita di terzi (sentenza 6S.181/2002 del 30 gennaio 2003 consid. 3.2.1; sentenza Str. 230/67 del 27 settembre 1967 consid. 1b pubblicata in ZR 67 (1968) pag. 227; Riklin, Zur strafrechtlichen Verantwortlichkeit des Architekten, in Das Architektenrecht, 3a ed., 1986, n. 1812 e segg.). In altre parole, la direzione lavori deve vegliare sull'effettiva e corretta applicazione delle prescrizioni di sicurezza sul cantiere (DTF 104 IV 96 consid. 4; v. anche consid. 1a della sopracitata sentenza del 27 settembre 1967 del Tribunale federale; Bendel, Die strafrechtliche Verantwortlichkeit bei der Verletzung der Regeln der Baukunde, tesi 1960, pag. 44; Idem, Die fahrlässige Tötung und Körperverletzung beim Bauen, in RPS 79/1963 pag. 32). 5.7.3 Se è vero che, in base al diritto pubblico, la responsabilità primaria per l'adozione delle misure di sicurezza incombe al datore di lavoro con il supporto dei lavoratori, la norma SIA 118 attribuisce una sorta di responsabilità secondaria in capo alla direzione lavori per la sicurezza del cantiere. La CCRP poteva quindi rimproverare al ricorrente, nella sua veste di direttore lavori, la violazione delle disposizioni della vOLCostr per non aver verificato la messa in sicurezza del vano scale. La censura si rivela così infondata. 5.8 Richiamandosi alla DTF 104 IV 96, il Giudice della Pretura penale ha ritenuto che dalla direzione lavori si esige una duplice cautela: da un lato deve predisporre il cantiere in maniera tale da renderlo accessibile nella misura più sicura possibile, dall'altro deve costantemente verificare che quanto da lei predisposto venga concretamente effettuato non potendo confidare ciecamente sul fatto che gli addetti ai lavori adottino le misure prescritte o previste dalla normativa vigente o dal contratto. Il ricorrente - per cui questa giurisprudenza non è più d'attualità - fa valere che, contrariamente al caso di cui alla DTF 104 IV 96, egli ha impartito un ordine a operai specializzati e poteva quindi confidare sulla sua esecuzione. Peraltro, dopo aver segnalato il pericolo ordinando di porvi rimedio, l'insorgente stava recandosi in cantiere per verificare se ciò fosse stato fatto. Egli poteva nondimeno attendersi che i carpentieri avessero eseguito quanto loro detto al mattino in virtù del principio dell'affidamento. 5.8.1 Per la CCRP, l'esigenza di vigilanza da parte della direzione lavori s'imponeva con più forza nella fattispecie, posto come l'architetto aveva autorizzato i proprietari a effettuare determinati interventi. Ciò poteva indurlo a ritenere che i proprietari si interessassero maggiormente all'evoluzione dei lavori della loro casa e quindi potessero, ancorché non autorizzati, penetrare sul cantiere. Un primo segnale in tal senso lo ha avuto il giorno precedente l'infortunio quando il suocero di H.________ aveva tentato di raggiungere il primo piano del cantiere. Come affermato dallo stesso architetto, lasciare aperto quel buco "era una cosa da irresponsabili". Egli tuttavia non ha agito di conseguenza imponendo immediatamente di porvi rimedio. Per liberarsi dalle proprie responsabilità non è infatti sufficiente segnalare agli operai il difetto senza successivamente verificarne il rimedio. Il giorno dell'infortunio, il ricorrente si è recato sul cantiere alle ore 08.00, vi è tornato anche alle ore 15.00 e il buco era ancora "aperto". 5.8.2 Il principio dell'affidamento invocato dall'insorgente non può trovare applicazione nel caso concreto. Se è vero che egli si è rivolto a degli operai specializzati e poteva quindi contare che l'ordine dato il mattino sarebbe stato eseguito, tornando sul cantiere il pomeriggio ha però potuto constatare che così non è stato. Posto come la CCRP ha accertato senza arbitrio che fosse possibile adottare delle misure contro le cadute già durante il giorno, quando è tornato sul cantiere il pomeriggio, il ricorrente doveva esigere l'immediata messa in sicurezza del vano scale. Infondato, il gravame dev'essere respinto anche su questo punto. 5.9 A mente del ricorrente, tra l'omissione rimproveratagli e la morte di G.D.________ non sussisterebbe alcun nesso causale. L'unica causa dell'infortunio sarebbe da imputare ai due carpentieri che, stendendo il telone, hanno originato un grave pericolo. La loro colpa sarebbe talmente grave al punto da chiedersi se non abbiano agito con dolo eventuale. Nel caso in cui si dovesse comunque riconoscere un nesso causale con l'omissione del ricorrente, questo sarebbe stato interrotto dal comportamento di A.________ che, recatosi sul cantiere alle ore 16.00, non ha impartito alcun ordine ai suoi subordinati. In quest'ambito il ricorrente lamenta inoltre un diniego di giustizia formale perché le censure relative al nesso causale, seppur formulate nel ricorso per cassazione cantonale, non sono state esaminate dalla CCRP. 5.9.1 Per quanto attiene al preteso diniego di giustizia, il gravame è volto all'insuccesso. Seppur in modo non dettagliato, la CCRP si è infatti chinata sul comportamento dei carpentieri M.________ e O.________ (sentenza impugnata pag. 28-29) evadendo in tal modo la censura formulata nell'impugnativa sulla quale si tornerà qui appresso (v. infra consid. 5.9.2). Contrariamente a quanto preteso dal ricorrente, non risulta che egli abbia sostenuto davanti alla CCRP che il comportamento di A.________ fosse un fattore interruttivo del nesso causale. Nel suo ricorso per cassazione agli atti infatti, nel capitolo "Interruzione del nesso di causalità", l'insorgente focalizza la sua censura sul comportamento dei carpentieri senza minimamente accennare a quello di A.________. In questa sede il ricorrente non può pertanto rimproverare la Corte cantonale di non aver esaminato una censura che non le era stata presentata. 5.9.2 Il ricorrente sostiene che i carpentieri hanno agito passivamente omettendo di prendere i provvedimenti di sicurezza, ma pure per commissione, violando le più elementari norme di prudenza nel momento in cui hanno coperto il buco stendendo un telone sul vano e su gran parte della soletta. Il loro intervento intenzionale avrebbe così interrotto il nesso causale. Questa tesi non può essere condivisa in quanto non sufficientemente sostenuta dagli atti dell'incarto. Erra il ricorrente laddove intravede nel comportamento dei carpentieri una commissione. È vero che essi hanno posato un telone a copertura del vano scale. Sennonché, secondo gli accertamenti cantonali, il telo era stato posto con il solo e unico scopo di proteggere le (delicate) parti in legno al piano terra dalle imminenti piogge e non certo per proteggere dal rischio di caduta. Sotto il profilo della sicurezza quindi il comportamento dei carpentieri costituisce un'omissione. A torto inoltre l'insorgente ravvede in questo comportamento un fattore interruttivo del nesso causale. La CCRP ha rilevato che il ricorrente sembrava si fosse limitato ad affermare a O.________ che il buco "sembra un po' una trappola per topi" senza aggiungere altro o esortarlo a porvi rimedio, nessuno gli avrebbe detto di chiudere il buco né di riferirlo anche a M.________. A questo proposito il ricorrente lamenta arbitrio non comprendendo dove la Corte cantonale abbia letto ciò. Sennonché nella stessa sentenza la CCRP ha indicato l'atto dell'incarto su cui si è fondata per dubitare dell'ordine impartito dall'insorgente (sentenza impugnata pag. 29 in alto). Sia come sia, se il ricorrente avesse esatto l'immediata messa in sicurezza del vano scale almeno il pomeriggio - dopo aver constatato che il buco era ancora aperto - questo non avrebbe più costituito un pericolo né il pomeriggio né la sera quando la vittima si è recata al primo piano. 5.9.3 Neppure il comportamento di A.________ ha interrotto il nesso causale. Dagli accertamenti cantonali non risulta che il ricorrente sapesse che A.________ sarebbe passato in cantiere. Certo, l'omissione di quest'ultimo, diretto superiore dei carpentieri e persona cognita di sicurezza sul cantiere, è da biasimare, la sua colpa è grave e costituisce senza dubbio una concausa del decesso della vittima. Tuttavia il peso del comportamento di A.________ non è tale da relegare in secondo piano l'omissione dell'insorgente. Le loro omissioni nei fatti si equivalgono: il ricorrente, conscio del pericolo, non ha preteso l'adozione immediata di misure di sicurezza; A.________, cognito di sicurezza nei lavori di costruzione, giunto posteriormente sul cantiere ("casualmente") non si è premurato di ordinare misure volte a evitare il rischio di caduta nel vano scale. Infondata, la censura va quindi respinta. 5.10 Il ricorrente si prevale infine di un errore sull'illiceità. La motivazione a sostegno della sua censura è alquanto laconica. Ora l'art. 42 cpv. 2 LTF dispone che nei motivi dell'atto ricorsuale è necessario spiegare in modo conciso perché l'atto impugnato viola il diritto. Nella fattispecie l'insorgente rileva che la censura era stata sollevata al dibattimento e davanti alla CCRP. Nella sentenza di primo grado non vi è traccia e in quella su ricorso la Corte cantonale si è limitata a dichiararsi allibita. Egli ritiene che la censura andava affrontata, respingendola se del caso, ma motivandola in quanto si trattava di sapere se il fatto di segnalare il pericolo e di ordinare di "rimediare la sera" poteva costituire per il ricorrente un motivo sufficiente. Non si capisce cosa in realtà sia contestato nel gravame se un diniego di giustizia, una motivazione insufficiente, arbitrio o la violazione dell'art. 21 CP, norma quest'ultima nemmeno citata. Le eventuali censure di natura costituzionale disattendono le accresciute esigenze di motivazione poste dalla legge e dalla giurisprudenza (v. art. 106 cpv. 2 LTF nonché DTF 135 III 232 consid. 1.2 con rinvii), ci si limiterà quindi a vagliare la critica sotto il profilo dell'art. 21 CP. Il ricorrente sapeva che il buco della soletta costituiva una fonte di pericolo e sapeva che occorreva porvi rimedio. Vincolato dalla norma SIA 118, doveva inoltre sapere che in quanto direttore lavori poteva impartire istruzioni vincolanti. Ora, non si scorge in quale errore sull'illiceità poteva trovarsi, non potendo pretendere che la segnalazione del pericolo e l'ordine di "rimediare la sera" fossero delle misure adeguate alla fattispecie. Il vano scale non protetto infatti costituiva un pericolo non solo in caso di eventuali visite sul cantiere dei proprietari, ma anche per gli stessi lavoratori attivi sul primo piano, ciò che il ricorrente non poteva ignorare. Per quanto ammissibile, la censura va pertanto respinta. 5.11 Da quanto precede risulta che il ricorso di C.________ dev'essere respinto nella misura della sua ammissibilità.