Citation: 6B_674/2023 E. 5.1.2

5.1.2. Nel motivare la sua censura, la ricorrente si scosta dai fatti accertati senza arbitrio dalla CARP, in particolare laddove pretende che l'accusatrice privata avrebbe compiuto una "spedizione guastafeste". È stato infatti accertato che quest'ultima si è presentata a casa del suo ex compagno per dirimere alcuni problemi relativi all'affidamento della figlia (v. supra consid. 4.1), e non si ravvedono ragioni per qualificare tale comportamento come sconveniente. L'insorgente si avvale di una "storia pluriennale di dissidio vivissimo" che avrebbe preceduto le ingiurie proferite. Trattasi tuttavia di un'asserzione che non solo non trova fondamento negli accertamenti di fatto della sentenza impugnata, ma che contrasta anche con quanto esposto nel gravame. La stessa ricorrente fa risalire i contrasti a un sms a lei inviato dall'accusatrice privata il 12 novembre 2016, ossia appena più di un mese prima dall'episodio qui in giudizio. Sicché, già sulla scorta di quanto da lei sostenuto, non è possibile seguirla laddove si avvale di "una persecuzione condotta pervicacemente e costantemente da anni" da parte dell'accusatrice privata, che costituirebbe un contegno sconveniente all'origine delle ingiurie. Ma v'è di più. Nella querela penale che l'insorgente ha sporto in Italia, allegata al rapporto di inchiesta di polizia giudiziaria e di cui lamenta la mancata presa in considerazione da parte della CARP, ella stessa riconduce l'inizio del preteso comportamento persecutorio e vendicativo dell'accusatrice privata a dopo i fatti qui in giudizio (incarto cantonale, all. 5). Quand'anche per ipotesi dato, tale preteso comportamento, essendo posteriore alle ingiurie, non può averle provocate. Quanto allo stato di agitazione dell'accusatrice privata riferito dagli agenti di polizia, la CARP ha considerato che non giustificava in alcun modo le ingiurie proferite, posto come essi siano sopraggiunti in un secondo momento e quindi posteriormente alle stesse. La Corte cantonale ha quindi concluso che l'ipotizzato comportamento sconveniente dell'accusatrice privata non può in ogni caso aver provocato la reazione illecita dell'imputata. Questa conclusione è conforme al diritto e alla giurisprudenza. Contrariamente a quanto preteso nell'impugnativa, la CARP non è incorsa in alcuna contraddizione. Se è vero che, al momento di commisurare la pena, essa ha indicato che la ricorrente risponde "per la reazione di un attimo", ciò non significa che riconosca le ingiurie come una risposta all'azione o al comportamento dell'accusatrice privata. L'insorgente si aggrappa al senso letterale del termine "reazione", laddove chiaramente nel contesto in cui è stato impiegato esso assume una portata diversa e va evidentemente inteso quale "scatto". Nella fattispecie non sono pertanto date le condizioni dell'art. 177 cpv. 2 CP, sicché il rifiuto della CARP di applicare tale norma risulta conforme al diritto.