Citation: 1P.199/2005 20.10.2005 E. 2

2.1 Come accennato, il ricorrente sostiene che l'uso per la ristorazione della tettoia non è mai stato formalmente autorizzato e che la conclusione contraria dei giudici cantonali è sprovvista di qualsiasi riscontro di causa oggettivo. Essa si fonderebbe infatti su un semplice scritto di parte, peraltro alquanto generico nel contenuto, che manifestamente non rappresenterebbe una domanda di costruzione e che mai sarebbe stato allegato ad una tale domanda. Sarebbe inoltre insostenibile interpretare a suo svantaggio il fatto di aver tollerato per anni, in buona fede, un uso illecito del fondo, ritenuto che la vigilanza sulla polizia delle costruzioni incombe in ogni modo all'autorità comunale. La decisione impugnata ometterebbe infine in modo arbitrario di considerare che l'illiceità materiale dell'uso dell'area coperta dalla tettoia era già stata decretata in via definitiva dal Consiglio di Stato nel giudizio del 30 marzo 2004 relativo al diniego della licenza edilizia in sanatoria. 2.2 Trattandosi dell'accertamento dei fatti e del loro apprezzamento, il Tribunale federale interviene solo quando essi siano arbitrari (DTF 129 I 337 consid. 4.1; 119 Ia 362 consid. 3a). Secondo la giurisprudenza, l'arbitrio, vietato dall'art. 9 Cost., non è ravvisabile quando una soluzione diversa da quella adottata è immaginabile o addirittura preferibile, bensì quando la decisione impugnata risulta manifestamente insostenibile, in contraddizione palese con la situazione effettiva, gravemente lesiva di una norma o di un chiaro principio giuridico, o in contrasto intollerabile con il sentimento di giustizia e di equità. La decisione deve inoltre essere arbitraria nel suo risultato e non solo nella sua motivazione (DTF 131 I 217 consid. 2.1; 129 I 173 consid. 3.1, 49 consid. 4, 8 consid. 2.1). Un accertamento dei fatti o un apprezzamento delle prove è arbitrario solo quando l'autorità abbia manifestamente disatteso il senso e la portata di un mezzo di prova, abbia omesso senza ragioni valide di tener conto di un elemento di prova importante e suscettibile di modificare l'esito della causa, oppure quando, sulla base degli elementi raccolti, abbia tratto delle deduzioni insostenibili (DTF 129 I 8 consid. 2.1). 2.3 Nel giudizio impugnato i giudici cantonali hanno esaminato le domande di costruzione che hanno interessato il fondo confinante con quello del ricorrente negli ultimi venticinque anni, periodo al quale si riferiscono i documenti versati agli atti dalle parti e dal Municipio di Bellinzona. Hanno convenuto con l'insorgente che dai piani presentati nel 1981, per la trasformazione del già esistente esercizio pubblico in una locanda con alloggio, non risultava l'esistenza del servizio di ristorazione anche all'aperto. Hanno tuttavia aggiunto che sia la domanda di costruzione inoltrata l'11 febbraio 1991, per lo spostamento della tettoia insistente sul sedime, sia la relativa licenza edilizia, rilasciata il 29 maggio seguente, davano per scontato l'uso del manufatto a tale scopo. Non solo gli istanti in licenza ed il vicino, ma anche l'Autorità comunale ne erano consapevoli. Del resto, ha argomentato ancora la Corte cantonale, prima della pronuncia governativa del 16 novembre 2004 il ricorrente non ha mai contestato l'utilizzo della tettoia a scopi commerciali, limitandosi ad opporsi alla sua chiusura completa. 2.4 Orbene è pur vero, come rileva il ricorrente, che nel 1982 il Municipio di Bellinzona ha respinto l'istanza dell'allora proprietario del fondo per la sistemazione esterna e la realizzazione di un'autorimessa, sulla base di piani nei quali figuravano anche dei tavolini all'aperto. Poiché l'istanza era stata inoltrata sotto forma di semplice notifica, l'Autorità comunale aveva infatti chiesto la presentazione di una regolare domanda di costruzione, in seguito non inoltrata. Sulla base delle prove agli atti non è però manifestamente infondato ritenere che, quantomeno in occasione del rilascio della licenza edilizia del 1991, il Municipio abbia tra l'altro almeno implicitamente avallato anche l'uso della tettoia per proteggere la clientela. A prescindere dalla dichiarazione del precedente titolare del ristorante, ultimo rappresentante di una lunga gestione di famiglia, secondo cui la tettoia ha sempre avuto tale funzione, le lettere 12 giugno 1989 e 7 dicembre 1990 dei resistenti al Comune indicano espressamente il motivo della richiesta di spostamento, ossia quello di ridurre il disturbo che gli avventori arrecavano al vicino durante l'estate. La modifica prevedeva in effetti l'apertura della tettoia verso il fondo dei resistenti, anziché, come prima, verso quello del ricorrente e lo spostamento non avrebbe d'altronde avuto alcun senso se la pensilina non fosse già utilizzata per la ristorazione. Non è peraltro fuori luogo tener conto degli scritti menzionati, anche se almeno il primo non sia stato formalmente ripreso ed annesso al modulo della domanda di costruzione del 7 febbraio 1991. L'Autorità era comunque a conoscenza della controversia all'origine della domanda e quindi della destinazione del fabbricato. Lo conferma anche il rapporto/cronistoria allestito dai servizi comunali nel gennaio del 2003, secondo cui nel preavviso concernente questa domanda si era specificamente evocato il problema di vicinato e l'effetto positivo dello spostamento della pensilina, già oggetto di una domanda preliminare. Non era dunque soltanto il ricorrente a conoscere l'uso della tettoia e ad essere d'accordo con la modifica richiesta, come si evince anche dalla corrispondenza intercorsa tra gli allora legali delle parti e dalla firma apposta in calce ai piani di costruzione. In queste circostanze, il Tribunale amministrativo non è incorso nell'arbitrio nel ritenere l'utilizzo del portico a fini commerciali al beneficio di una valida autorizzazione, benché tale destinazione non fosse espressamente indicata nella licenza edilizia del 29 maggio 1991. 2.5 Rilevato che il ricorrente non fa valere in maniera esplicita l'applicazione arbitraria di norme cantonali di procedura, è comunque quantomeno sostenibile considerare che, giungendo alla conclusione indicata, il Tribunale amministrativo non abbia rimesso in discussione una questione già definitivamente risolta in una precedente procedura. Ammettere che il procedimento conclusosi con il diniego della licenza edilizia in sanatoria riguardasse esclusivamente la posa delle vetrate, e non anche l'uso del manufatto in quanto tale, non disattende in maniera manifesta la portata delle prove agli atti. Lo si deduce in particolare, oltre che dal tenore del rapporto di contravvenzione del 20 giugno 2000, dalla decisione municipale del 10 dicembre 2002, con cui è stata respinta la domanda "per la chiusura della veranda esterna all'esercizio pubblico". La circostanza secondo cui nella motivazione della successiva decisione su ricorso, resa il 30 marzo 2004, il Consiglio di Stato abbia accennato alla mancanza di un'autorizzazione edilizia per l'uso dell'area esterna può a ragione venir considerata irrilevante: nel dispositivo, che è la sola parte della sentenza a crescere in giudicato e può di principio essere impugnata, il Governo ha infatti semplicemente respinto il gravame, con la conseguente conferma della decisione municipale. Il Tribunale amministrativo si è dunque legittimamente confrontato con la questione, poiché la stessa ha assunto una reale portata giuridica solo con la menzione del divieto d'uso dell'area coperta dalla tettoia nel dispositivo della pronuncia governativa del 16 novembre 2004, oggetto per l'appunto dell'impugnativa dinanzi alla Corte cantonale. Anche sotto questo profilo, la decisione contestata resiste quindi alle critiche sollevate nel gravame.