<h2>SubmittedText<h2><p>In seguito a lettere di cittadini svizzeri preoccupati e a racconti di panico regnante tra le persone interessate, presento la seguente interrogazione al Consiglio federale.</p><p>A quanto pare, da qualche tempo l'Etiopia è disposta a riammettere anche cittadini rimpatriati a forza dalla Svizzera. Questo grazie a un impegno finanziario da parte della Svizzera.</p><p>1. Come si è giunti a tale accordo? È vero che altri Paesi e governi hanno sospeso l'erogazione di aiuti finanziari all'Etiopia? Come mai la Svizzera si è invece impegnata dal punto di vista finanziario? Di che forma di finanziamento si tratta? I soldi vanno al governo etiope o a progetti specifici o a ONG?</p><p>2. A quanto pare, all'Ufficio federale della migrazione è giunto un rapporto di Amnesty International relativo all'allarmante situazione in Etiopia. Migliaia di oppositori sono incarcerati in campi di detenzione. In giugno e novembre 2005, più di un centinaio di persone sono state massacrate in occasione di manifestazioni pacifiche. Quali sono le conclusioni che il governo svizzero e in particolare l'UFM traggono da questo rapporto? L'Etiopia può continuare a essere ritenuta un Paese sicuro per coloro che ritornano?</p><p>3. Se l'Etiopia è ritenuta un Paese sicuro, l'UFM è disposto a procedere con misura e cautela ai rimpatri forzati e a garantire mediante un monitoraggio che le persone rimpatriate contro la loro volontà non finiscano nelle mani del boia?</p><p>4. Le azioni intraprese sono concordate e coordinate tra i vari dipartimenti?</p><p>5. La Svizzera esige dall'Etiopia il rispetto dei diritti dell'uomo e il rilascio dei prigionieri politici? In caso affermativo, che cosa fa concretamente?</p><h2>FederalCouncilResponseText<h2><p>Le domande d'asilo di cittadini etiopi sono in netto calo: nel 2005, 87 persone hanno presentato una domanda d'asilo rispetto alle 166 dell'anno precedente e alle 325 del 2003. Al momento, 107 domande sono pendenti in prima istanza e 135 in una procedura di ricorso. Di norma, tali domande d'asilo sono respinte ed è disposto l'allontanamento. 1106 persone sono state respinte con decisione passata in giudicato e devono lasciare la Svizzera. Per anni l'Etiopia non ha ottemperato all'obbligo di diritto internazionale pubblico di riammettere i propri cittadini e ha rilasciato i necessari documenti sostitutivi del passaporto soltanto per le persone disposte a ritornare volontariamente. Nel 1999 è stato lanciato un programma per la promozione del ritorno volontario, previsto per la durata di due anni, che è stato tuttavia sospeso per mancanza di interesse.</p><p>1. Nel marzo 2005, il Ministero degli affari esteri etiope ha informato la Svizzera che la rappresentanza a Ginevra aveva ricevuto l'ordine, contrariamente alla prassi in vigore, di rilasciare documenti sostitutivi del passaporto autonomamente e anche senza la cooperazione dei cittadini etiopi interessati. Tale modifica della prassi non è vincolata a nessuna condizione posta alla Svizzera. Non vi è stata alcuna contropartita, in particolare di natura finanziaria, da parte della Svizzera verso l'Etiopia.</p><p>Il Consiglio federale ribadisce che tra la Svizzera e l'Etiopia non esiste alcun accordo per il rimpatrio di richiedenti l'asilo respinti.</p><p>L'Etiopia non è un Paese chiave nella cooperazione svizzera allo sviluppo. Non esistono dunque progetti in tal senso con il governo etiope. L'attuale impegno della Svizzera si estende principalmente all'aiuto umanitario, erogato per il tramite di organizzazioni partner, ossia istituzioni di soccorso svizzere e istituzioni regionali, nonché a sovvenzioni all'ONU, alla Banca mondiale e alla Banca africana di sviluppo.</p><p>In seguito ai disordini successivi alle elezioni del maggio 2005, la comunità internazionale dei donatori sta valutando se proseguire la collaborazione allo sviluppo con l'Etiopia ed erogare l'aiuto preventivato non più direttamente al governo, bensì ai ceti più poveri della popolazione, perlopiù per il tramite di organizzazioni non governative e autorità regionali.</p><p>2. L'Ufficio federale della migrazione (UFM) conosce la situazione politica generale in Etiopia. La osserva costantemente valutando numerose fonti d'informazione, tra cui anche i rapporti di Amnesty International. L'UFM trae dunque le dovute conclusioni basandosi su tutte le informazioni a disposizione, secondo cui attualmente in Etiopia non vige una situazione di guerra o di guerra civile né di violenza generalizzata. Di conseguenza, le domande d'asilo di cittadini etiopi sono esaminate caso per caso. A tale proposito, il Consiglio federale rinvia alla sua risposta all'interrogazione Vischer (05.1199, Situazione in Etiopia. Sicurezza e diritti dell'uomo).</p><p>3. Il trattamento caso per caso garantisce che nessuna persona potenzialmente in pericolo concreto nel Paese d'origine venga costretta a ritornare contro la propria volontà. Se è rilasciato un documento sostitutivo del passaporto, la persona interessata ha la possibilità di lasciare autonomamente la Svizzera. Finora non è stato eseguito alcun rimpatrio forzato in Etiopia.</p><p>4. Lo scambio di informazioni e il coordinamento per questioni in tale ambito avvengono in seno al gruppo di lavoro interdipartimentale per le questioni delle migrazioni (IAM) e al gruppo di direzione interdipartimentale per l'aiuto al ritorno. Dato che l'esecuzione degli allontanamenti era bloccata da anni, l'Etiopia era uno dei Paesi su cui si concentrava l'IAM. Ciononostante, non sono state concordate e coordinate misure concrete, tanto più che il cambiamento di prassi da parte della rappresentanza etiope in Svizzera ha mutato la situazione.</p><p>5. Il Dipartimento federale degli affari esteri, insieme all'ambasciata ad Addis Abeba, segue con molta attenzione l'evolversi della situazione nel Paese. La Svizzera figura tra i membri del "Ambassadors Donor Group", che insieme al gruppo degli Stati dell'UE in loco preme fortemente per il rispetto dei diritti dell'uomo. Una serie di interventi comuni ha infatti chiesto al governo etiope di rilasciare le persone incarcerate o di portarle dinanzi ai tribunali competenti. Al momento, circa 300 delle migliaia di persone arrestate in occasione dei disordini sono ancora detenute.</p>  Risposta del Consiglio federale.