<h2>SubmittedText<h2><p>Il Consiglio federale è incaricato di concludere un accordo monetario tra la Svizzera - che sarebbe il primo tra i Paesi europei a compiere un tale passo - e la Cina. In questo modo gli esportatori non saranno più costretti a negoziare in dollari statunitensi le loro esportazioni destinate alla Cina.</p><h2>FederalCouncilResponseText<h2><p>La Banca centrale cinese (People's Bank of China - PBoC) ha concluso accordi monetari bilaterali sotto forma di "currency swap line" con le banche centrali di diversi Paesi (tra i quali Hong Kong, Indonesia, Singapore, Malesia, Corea del Sud, Argentina, Kazakistan, Nuova Zelanda, Uzbekistan e Bielorussia). Questi accordi permettono alla Banca centrale di uno Stato partner di sostenere in caso di necessità le transazioni del settore privato nella valuta cinese (renminbi). Rispetto al commercio globale di ogni Stato membro, la maggioranza degli accordi monetari esistenti tra la PBoC e le banche centrali dei singoli Paesi membri si limitano a un importo piuttosto esiguo. Finora questi strumenti swap sono stati poco utilizzati e si continua a negoziare perlopiù in dollari statunitensi.</p><p>Gli accordi monetari esistenti della PBoC con le banche centrali (principalmente dell'area asiatica) sono stati conclusi su iniziativa cinese. Obiettivo di questi accordi è consentire al settore privato cinese di svolgere in renminbi parte degli scambi commerciali nei Paesi limitrofi. Questo offre vantaggi sia agli importatori sia agli esportatori cinesi. Se essi possono effettuare le transazioni in renminbi, sostengono costi di transazione minori e un rischio di cambio inferiore rispetto agli scambi commerciali in dollari statunitensi.</p><p>Per la Svizzera, invece, la conclusione di un accordo monetario con la Cina non elimina il rischio di cambio, ma lo trasferisce semplicemente dal dollaro statunitense al renminbi. Quest'ultimo è ancora indirettamente vincolato al dollaro statunitense, ragion per cui ultimamente non solo il dollaro statunitense, ma anche la valuta cinese ha subito consistenti perdite di valore rispetto al franco svizzero. Di conseguenza, non sarebbe possibile eliminare il problema attuale della sopravvalutazione del franco svizzero e delle sue ripercussioni sugli esportatori svizzeri con un accordo monetario con la Banca centrale cinese.</p><p>Potenzialmente, a causa dell'attuale convertibilità limitata del renminbi, in caso di cambio da dollaro statunitense a renminbi, la Svizzera sarebbe confrontata con rischi valutari e costi di transazione addirittura maggiori. Ad esempio, in caso di evoluzione sfavorevole del corso di cambio si potrebbe difficilmente reagire con rapidi trasferimenti da renminbi ad altre valute, cosa che è invece possibile per le valute liberamente convertibili come il dollaro statunitense. A causa delle grandi possibilità delle autorità cinesi di influire sul traffico di capitali e quindi sul corso di cambio del renminbi, esiste anche un rischio politico relativo all'evoluzione del corso di cambio.</p><p>Bisogna altresì osservare che nei Paesi che hanno già stipulato un accordo monetario con la Cina, quest'ultima riveste un ruolo di partner commerciale molto più importante che in Svizzera. Nonostante la Cina sia il partner principale della Svizzera in Asia e la sua importanza è destinata ad aumentare, nel 2010 le esportazioni svizzere in Cina ammontavano solo al 4 per cento delle esportazioni totali.</p><p>Non si esclude che con la conclusione di un accordo monetario il commercio esterno svizzero trarrebbe vantaggi per il fatto che le aziende cinesi preferiscono gli scambi commerciali con imprese disposte a commerciare in renminbi. La posizione negoziale delle aziende svizzere rispetto ad altri concorrenti esteri potrebbe essere rafforzata da scambi commerciali in renminbi. Tuttavia, è pressoché impossibile valutare e quantificare con precisione questi eventuali vantaggi. Inoltre, questi vantaggi potenziali non dovrebbero comportare neppure un obbligo esplicito o implicito a effettuare scambi commerciali in renminbi. Dovrebbe, infatti, anche essere possibile continuare a operare transazioni in altre valute. Per ragioni di ordine istituzionale sarebbe inaccettabile limitare le imprese commerciali private nella scelta della valuta privilegiata per gli affari internazionali.</p><p>Poiché in linea di principio un accordo monetario con la Cina non riduce i rischi legati al corso di cambio per l'economia svizzera, ma addirittura potenzialmente li aumenta e poiché attualmente sussiste incertezza per quanto concerne l'utilità di un tale accordo monetario, il Consiglio federale non ritiene opportuno stipulare un simile accordo con la Cina.</p><p>Inoltre non è chiaro tramite quale istituzione potrebbe essere realizzato in pratica un simile accordo monetario. La conclusione di uno swap monetario per promuovere le esportazioni non è compatibile con il compito della Banca nazionale svizzera (BNS) che consiste nella conduzione di una politica monetaria (cfr. art. 99 cpv. 2 Cost.). La BNS può concludere autonomamente solo swap monetari a scopi di politica monetaria. A causa della sua indipendenza sancita dalla Costituzione, alla BNS è vietato esplicitamente chiedere o accettare istruzioni dal Consiglio federale (cfr. legge federale sulla Banca nazionale svizzera - LBN art. 5 cpv.1 e 2 e art. 6). Poiché è esclusa la conclusione di un accordo monetario tramite la BNS, è da chiedersi in che modo il Consiglio federale possa concludere un accordo monetario tra la Svizzera e la Cina.</p>  Il Consiglio federale propone di respingere la mozione.