<h2>InitialSituation<h2><p><b>Comunicato stampa del Consiglio federale del 05.03.2021</b></p><p><b>Il Consiglio federale intende inasprire la prassi in materia di esportazione di materiale bellico </b></p><p><b>Il 5 marzo 2021 il Consiglio federale ha approvato il messaggio concernente l'iniziativa popolare "Contro l'esportazione di armi in Paesi teatro di guerre civili (Iniziativa correttiva)". Raccomanda di respingere l'iniziativa, ma le contrappone un controprogetto indiretto. In questo modo l'Esecutivo sostiene il rafforzamento del controllo democratico nell'ambito delle esportazioni di materiale bellico e l'inasprimento della prassi di autorizzazione attuale. </b></p><p>Il comitato promotore chiede che i criteri di autorizzazione previsti per l'esportazione di materiale bellico non siano più disciplinati a livello di ordinanza, bensì a livello di Costituzione. Questo significa che il Popolo e i Cantoni sarebbero chiamati a decidere in merito a eventuali modifiche. In questo modo si vuole impedire che sia esportato materiale bellico in Paesi teatro di guerre civili. L'iniziativa chiede anche un divieto generale di esportazione di materiale bellico in Paesi che violano in modo grave e sistematico i diritti umani. </p><p></p><p>Un'iniziativa che minaccia gli interessi del Paese</p><p>L'inserimento nella Costituzione dei criteri di autorizzazione previsti per l'esportazione di materiale bellico auspicato dall'iniziativa priverebbe il Consiglio federale e il Parlamento della competenza necessaria per adeguare tali criteri. Il Parlamento non potrebbe quindi più assicurare il mantenimento dei settori economici importanti per la sicurezza del Paese, come previsto dalla legge sul materiale bellico. L'accettazione dell'iniziativa metterebbe in discussione il regime speciale sulla fornitura di pezzi di ricambio. Le imprese svizzere non potrebbero più adempiere in tutti i casi ai loro obblighi contrattuali nei confronti degli acquirenti stranieri perché potrebbe essere necessario negare le forniture di pezzi di ricambio senza valide ragioni. Ciò potrebbe compromettere la reputazione della Svizzera come partner economico affidabile e indebolire le industrie rilevanti per la sicurezza che operano in Svizzera. </p><p></p><p>Un maggiore controllo democratico</p><p>Nel raffronto europeo, la prassi attuale della Svizzera in materia di autorizzazione delle esportazioni di materiale bellico è severa ed è per molti aspetti più restrittiva di quella di altri Paesi europei. Il Consiglio federale comprende comunque le ragioni del comitato promotore. Con il suo controprogetto indiretto intende sancire i criteri di autorizzazione a livello di legge, rafforzando in tal modo il controllo democratico: il Parlamento potrebbe quindi adeguare i criteri di autorizzazione e con il referendum facoltativo il Popolo avrebbe l'ultima parola. </p><p>Il controprogetto è inoltre inteso a inasprire la prassi corrente in materia di autorizzazioni. Le disposizioni odierne consentono di derogare al divieto di esportare materiale bellico in Paesi che violano in modo grave e sistematico i diritti umani. Il controprogetto prevede l'abolizione di queste deroghe criticate dall'iniziativa. La Svizzera andrebbe così ben oltre quanto previsto dal Trattato internazionale sul commercio delle armi o le istruzioni dell'UE destinate agli Stati membri. Le esportazioni verso i cosiddetti Paesi teatro di guerre civili sono in ogni caso escluse. </p><p>Il controprogetto deve consentire al Consiglio federale di derogare, entro un quadro ben definito, ai criteri di autorizzazione in presenza di eventi straordinari se lo impone la salvaguardia degli interessi della politica estera o della politica di sicurezza della Svizzera. Questa possibilità di ponderare gli interessi è importante per esempio nel caso di affari di compensazione (offset) legati a un acquisto di armamenti da parte dell'Esercito svizzero. </p><p>Il controprogetto prevede, infine, una deroga per le esportazioni di materiale bellico impiegato per interventi a favore della pace. La deroga riguarda in primo luogo le operazioni di mantenimento della pace effettuate sulla base di un mandato delle Nazioni Unite o dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE). </p><p>Abolendo la deroga per i Paesi che violano in modo grave e sistematico i diritti umani, sancendo a livello di legge i criteri di autorizzazione ed escludendo le esportazioni di materiale bellico nei cosiddetti Paesi teatro di guerre civili si tiene conto delle tre richieste principali del comitato promotore. Nel contempo la facoltà di deroga in presenza di eventi straordinari risponde a una richiesta centrale emersa dalla procedura di consultazione.</p><h2>Proceedings<h2><p>Notizia ATS</p><p><b>Dibattito al Consiglio degli Stati, 03.06.2021</b></p><p><b>No a iniziativa correttiva, ma sì a controprogetto</b></p><p><b>L'iniziativa popolare "Contro l'esportazione di armi in Paesi teatro di guerre civili" (Iniziativa correttiva) deve essere respinta. È quanto raccomanda il Consiglio degli Stati. La Camera ha invece sostenuto con 30 voti a 11 il controprogetto indiretto proposto dal Governo, che potrebbe portare al ritiro della stessa iniziativa.</b></p><p>Quest'ultima mira a garantire il controllo e la partecipazione democratica e a impedire l'esportazione di materiale militare in Paesi teatro di violazioni gravi e sistematiche dei diritti umani o di guerre civili. Prevede che i criteri di autorizzazione per l'export, oggi disciplinati a livello di ordinanza, vengano iscritti nella Costituzione. Ciò significa che popolo e cantoni sarebbero chiamati a decidere in merito a eventuali modifiche.</p><p>Il testo è sostenuto dalla sinistra. "Questa iniziativa è troppo importante a livello etico, a livello democratico e per il ruolo della Svizzera nella promozione della pace", ha affermato Marina Carobbio (PS/TI). Il Consiglio federale ha dimostrato negli ultimi anni di non avere una linea coerente sul tema, ha aggiunto la ticinese, ricordando la prevista modifica dell'ordinanza sul materiale bellico nel 2018, che portò a una reazione nella società civile e al lancio dell'iniziativa.</p><p>Nella popolazione c'è una grossa sensibilità su dove finisca il materiale bellico prodotto in Svizzera, e "sempre più spesso termina nelle mani sbagliate", ha fatto notare Daniel Jositsch (PS/ZH), definendo il testo in votazione "moderato". Il Consiglio federale non dovrebbe essere l'unico a decidere modificando le ordinanze. Il Parlamento e la popolazione devono potersi esprimere, ha da parte sua aggiunto Lisa Mazzone (Verdi/GE).</p><p>Per la destra non è invece opportuno un disciplinamento a livello costituzionale. Ciò comporterebbe un profondo trasferimento di competenze che limiterebbe in misura eccessiva il margine di manovra del Consiglio federale, ha ammonito Werner Salzmann (UDC/BE). L'accettazione metterebbe in discussione il regime speciale sulla fornitura di pezzi di ricambio, è stato inoltre rilevato. Le imprese svizzere non potrebbero più adempiere in tutti i casi ai loro obblighi contrattuali nei confronti degli acquirenti stranieri perché potrebbe essere necessario negare le forniture di pezzi di ricambio senza valide ragioni.</p><p>Ciò potrebbe compromettere la reputazione della Svizzera come partner economico affidabile e indebolire le industrie rilevanti per la sicurezza che operano in Svizzera. "La crisi del coronavirus ci ha insegnato che non siamo indipendenti dall'estero", ha per esempio rilevato Thierry Burkart (PLR/AG).</p><p>Il Consiglio federale comprende le preoccupazioni dei promotori, ha rilevato il ministro dell'economia Guy Parmelin, aggiungendo però che il testo si spinge troppo lontano. Oltretutto la definizione di "paese democratico" non è abbastanza precisa, e causerebbe non poche difficoltà, ha aggiunto. Proprio per questo l'Esecutivo ha proposto un controprogetto indiretto, i cui contenuti hanno acceso gli animi nel plenum.</p><p>La proposta del Governo prevede un disciplinamento a livello di legge e consente così al popolo di avere l'ultima parola facendo capo al referendum facoltativo. Elimina le deroghe di esportazione per i paesi che violano gravemente e sistematicamente i diritti umani. Le vendite a Paesi in guerra civile continuerebbero ad essere vietate.</p><p>Il controprogetto - ed è stato questo il punto più discusso - prevedeva una deroga per il Governo da questi criteri di autorizzazione in circostanze eccezionali, per salvaguardare gli interessi di politica estera o di sicurezza nazionale.</p><p>Una deroga mal digerita a sinistra, ma anche al centro, poiché secondo questi schieramenti indebolirebbe troppo il controprogetto. Oltretutto, per Carlo Sommaruga (PS/GE) il suo margine di interpretazione è troppo ampio. "Quali sono gli interessi del Paese, le questioni di sicurezza?", si è chiesto.</p><p>"Il Consiglio federale può derogare solo per periodi limitati, in un quadro legale definito e deve sempre e ancora rispettare il diritto internazionale e il commercio delle armi", ha replicato Parmelin. Le tendenze attuali mostrano che i paesi occidentali, principali partner commerciali della Svizzera, potrebbero di nuovo essere coinvolti in conflitti, ha rilevato il ministro, citando le tensioni tra Nato e Russia. Il Governo ha bisogno di un margine di manovra se la situazione si aggravasse, ha sostenuto invano.</p><p>L'articolo è stato bocciato, contro l'avviso della commissione, con 22 voti a 20 e 2 astensioni. Altre due proposte di minoranza della sinistra sono state affossate. Le esportazioni saranno vietate solo se c'è il rischio che il materiale bellico sia usato contro i civili nel paese di destinazione. La consegna di pezzi di ricambio per materiale già autorizzato sarà consentita.</p><p></p><p>Notizia ATS</p><p><b>Dibattito al Consiglio nazionale, 13.09.2021</b></p><p><b>Acceso dibattito su iniziativa correttiva e controprogetto</b></p><p><b>Acceso dibattito oggi al Consiglio nazionale sull'iniziativa popolare "Contro l'esportazione di armi in Paesi teatro di guerre civili" (Iniziativa correttiva). Se da un lato si è fatto leva sulla tradizione umanitaria elvetica, dall'altro si è posto l'accento sugli aspetti economici. La commissione preparatoria, come gli Stati, ne propone la bocciatura, a favore del controprogetto indiretto proposto dal Governo, leggermente modificato. Proprio queste modifiche hanno catalizzato l'attenzione dei parlamentari.</b></p><p>L'iniziativa vuole garantire il controllo e la partecipazione democratica e impedire l'esportazione di materiale militare in Paesi teatro di violazioni gravi e sistematiche dei diritti umani o di guerre civili, ha ricordato in entrata Doris Fiala (PLR/ZH), a nome della commissione. Prevede che i criteri di autorizzazione per l'export, oggi disciplinati a livello di ordinanza, vengano iscritti nella Costituzione. Ciò significa che popolo e cantoni sarebbero chiamati a decidere in merito a eventuali modifiche.</p><p></p><p>Esportare la pace</p><p>Il testo è sostenuto dalla sinistra, ma anche dai Verdi Liberali. Nel corso del dibattito, Léonore Porchet (Verdi/VD) ha elencato una serie di recenti "incidenti" che hanno permesso ad armi svizzere di giungere in zone teatro di guerra, gettando cattiva luce sulla Confederazione e la sua neutralità. "L'iniziativa è la risposta a questa promesse tradite", ha sostenuto, chiamando il plenum a sostenerla.</p><p>Greta Gysin (Verdi/TI) ha ricordato i vari tentativi del Governo di allentare le norme in vigore. Eppure non dobbiamo dimenticare che "le armi e il materiale bellico uccidono", ha aggiunto. Il Governo è venuto meno alle sue promesse di 12 anni fa ed è qui che vuole intervenire l'iniziativa, ha spiegato.</p><p>"Vogliamo esportare la pace e non la guerra, i nostri buoni uffici, i servizi di mediazione", le ha fatto eco Marionna Schlatter (Verdi/ZH). Priska Seiler Graf (PS/ZH) ha da parte sua ricordato la levata di scudi della popolazione nel 2018 contro la volontà del Consiglio federale di allentare le restrizioni nelle esportazioni di materiale bellico.</p><p></p><p>Difendere aziende</p><p>Per la destra non è invece opportuno un disciplinamento a livello costituzionale. Il parlamento avrebbe meno competenze, ha rilevato Bruno Walliser (UDC/ZH), sottolineando inoltre l'importanza dell'industria tecnica, e le sue esportazioni, per l'economia svizzera. Oltretutto "puntiamo sulle armi difensive, prodotte per tutelare la popolazione", ha proseguito.</p><p>L'iniziativa si spinge troppo lontano anche per il PLR. Da un punto di vista politico non è giusto che popolo e cantoni decidano i criteri di esportazione, ha fatto notare Maja Riniker (PLR/AG), spezzando una lancia in favore di un disciplinamento a livello di legge.</p><p>Analoga la posizione di Thomas Rechtsteiner (Centro/AI), che ha pure sottolineato l'importanza del know-how dell'industria bellica elvetica per l'esercito svizzero. Anche Rocco Cattaneo (PLR/TI) ha posto l'accento sul settore che produce materiale bellico fatto di centinaia di aziende "che non potrebbero sopravvivere con la sola domanda interna". "Un'adozione dell'iniziativa sarebbe drastica per l'industria della sicurezza", gli ha fatto eco Alex Farinelli (PLR/TI).</p><p></p><p>Il controprogetto</p><p>Anche il Consiglio federale ritiene eccessiva l'iniziativa e ha elaborato un controprogetto indiretto, a livello di legge quindi, ciò che consente al popolo di avere l'ultima parola tramite referendum facoltativo. Esso elimina le deroghe di esportazione per i paesi che violano gravemente e sistematicamente i diritti umani. Le vendite a Paesi in guerra civile continuerebbero ad essere vietate.</p><p>Lo scorso mese di giugno il Consiglio degli Stati ha voluto inasprirlo, cancellando una deroga da questi criteri concessa all'Esecutivo in circostanze eccezionali, per salvaguardare gli interessi di politica estera o di sicurezza nazionale. Proprio su questa deroga si sono concentrati molti interventi. La clausola è particolarmente mal digerita a sinistra, ma anche al centro, poiché secondo questi schieramenti indebolirebbe troppo il controprogetto.</p><p>La commissione preparatoria propone al plenum di stralciarla, poiché la considera una cambiale in bianco. Ritiene tuttavia che in casi eccezionali determinate deroghe debbano restare possibili, "ma devono essere limitate ai Paesi democratici che dispongono di un sistema di controllo delle esportazioni paragonabile a quello della Svizzera".</p><p>Raccomanda inoltre la bocciatura di altre due proposte volte a rendere più severo il controprogetto. La prima prevede che la fornitura di pezzi di ricambio sia soggetta alle stesse condizioni di quelle applicate al materiale bellico, la seconda di disciplinare il divieto di esportazione nei casi in cui esiste un rischio elevato, anche al di fuori del Paese destinatario, che il materiale bellico sia impiegato contro la popolazione. </p><p></p><p>Notizia ATS</p><p><b>Dibattito al Consiglio nazionale, 15.09.2021</b></p><p><b>CN inasprisce controprogetto, ritirata iniziativa correttiva</b></p><p><b>L'iniziativa popolare "Contro l'esportazione di armi in Paesi teatro di guerre civili" (Iniziativa correttiva) è stata ritirata. Dopo il Consiglio degli Stati, oggi il Nazionale ha infatti sostenuto il controprogetto indiretto proposto dal Governo, inasprendolo, ciò che ha portato i promotori a far cadere le loro richieste.</b></p><p>È un grande giorno per una politica di pace svizzera credibile, hanno annunciato gli iniziativisti dopo la decisione della Camera del popolo. "Visto che il controprogetto è un buon compromesso, ritiriamo l'iniziativa".</p><p>Quest'ultima voleva garantire il controllo e la partecipazione democratica e impedire l'esportazione di materiale militare in Paesi teatro di violazioni gravi e sistematiche dei diritti umani o di guerre civili. Prevedeva che i criteri di autorizzazione per l'export, oggi disciplinati a livello di ordinanza, venissero iscritti nella Costituzione.</p><p>Il testo era sostenuto dalla sinistra, ma anche dai Verdi liberali. Nel corso del lungo dibattito, svoltosi in gran parte lunedì, diversi oratori di questi schieramenti hanno ricordato una serie di recenti "incidenti" che hanno permesso ad armi svizzere di giungere in zone di guerra, gettando cattiva luce sulla Confederazione. Critiche sono state mosse anche al Governo e ai suoi tentativi di allentare le norme in vigore, ciò che ha portato a una levata di scudi nella società civile nel 2018, scaturita in questa iniziativa.</p><p>Sul fronte opposto, si è fatta invece leva sugli aspetti economici, sull'importanza dell'industria tecnica, e le sue esportazioni, per l'economia svizzera e la sicurezza del Paese. I partiti borghesi ritengono inoltre che l'iniziativa si spinga decisamente troppo lontano e non sia opportuno un disciplinamento a livello costituzionale, scavalcando in qualche modo il Parlamento.</p><p>Seguendo il Consiglio degli Stati, anche il Nazionale oggi ne ha raccomandato la bocciatura, con 105 voti a 88 e un'astensione, preferendogli il controprogetto indiretto elaborato dal Consiglio federale (110 voti a 76 e 6 astensioni).</p><p></p><p>Il controprogetto, senza deroga</p><p>La proposta governativa elimina le esportazioni verso i paesi che violano gravemente e sistematicamente i diritti umani e continuerebbe a vietare le vendite a Paesi in guerra civile, ha rilevato il ministro dell'economia Guy Parmelin, ricordando che consente comunque al popolo di avere l'ultima parola tramite referendum facoltativo.</p><p>Lo scorso mese di giugno gli Stati hanno voluto inasprirlo, cancellando la possibilità, concessa all'Esecutivo in circostanze eccezionali, di derogare a queste regole per salvaguardare gli interessi di politica estera o di sicurezza nazionale. La deroga è stata mal digerita a sinistra, ma anche al centro, poiché secondo questi schieramenti avrebbe indebolito troppo il controprogetto.</p><p>Il Consiglio federale può derogare solo per periodi limitati, in un quadro legale definito e deve sempre e ancora rispettare il diritto internazionale e il commercio delle armi, ha sostenuto invano Parmelin, aggiungendo che il Governo ha bisogno di un margine di manovra se la situazione si aggravasse. Oggi anche il Nazionale ha deciso di stralciarla, con 96 voti a 91 e 6 astensioni.</p>