<h2>SubmittedText<h2><p>Nel 2003 il Consiglio federale ha imposto in un modo singolare un divieto di accesso ai documenti conservati presso l'Archivio federale riguardanti il Sudafrica all'epoca del regime dell'apartheid. Nel 2010 e 2011 il Consiglio federale ha rifiutato di revocare il divieto di consultare gli archivi nonostante abbia riconosciuto che l'apartheid deve essere classificato come crimine contro l'umanità (art. 264a CP). Nemmeno all'editore dei Documenti diplomatici svizzeri, un ampio progetto di ricerca scientifica dell'Accademia svizzera delle scienze umane e sociali, è stata concessa la consultazione. Nel 2014 saranno trascorsi venti anni da quando fu liberamente eletto Nelson Mandela, primo presidente del Sudafrica, e l'apartheid fu definitivamente superato. </p><p>Chiedo al Consiglio federale:</p><p>È finalmente disposto a revocare il divieto di consultare gli archivi?</p><p>Se contro ogni aspettativa non dovesse esserlo: in che modo può giustificare una censura del genere da parte dell'autorità nei confronti di un'opinione pubblica democratica?</p><h2>FederalCouncilResponseText<h2><p>Il 16 aprile 2003 il Consiglio federale ha deciso, in seguito a una denuncia collettiva presentata negli Stati Uniti contro imprese che hanno relazioni d'affari con il Sudafrica - tra le quali anche ditte svizzere - di limitare l'accesso a determinati documenti conservati presso l'Archivio federale riguardanti le esportazioni di merci e capitali verso il Sudafrica nel periodo dell'apartheid. Tuttavia la maggior parte dei documenti non sono sottoposti al divieto parziale. Con questa misura si intendeva garantire l'uguaglianza giuridica delle parti svizzere ed estere, per evitare che gli attori avrebbero dovuto ricorrere alle vie giudiziarie per consultare gli atti riguardanti le imprese estere, mentre in Svizzera sarebbe stato sufficiente inoltrare una richiesta all'Archivio federale.</p><p>Dal 20 novembre 2009 le imprese svizzere non sono più direttamente interessate dalla denuncia collettiva. Dopo un esame approfondito della situazione e sulla base di una perizia giuridica di uno studio legale statunitense, il 24 settembre 2010 il Consiglio federale ha deciso di mantenere la limitazione d'accesso ai documenti finché non sarà pronunciata la sentenza di prima istanza, al fine di garantire l'uguaglianza giuridica. Fintanto che il tribunale competente non avrà preso una decisione definitiva in merito sussiste il rischio che, nel caso emergano fatti nuovi, le imprese svizzere siano coinvolte nuovamente nell'attuale processo e che risultino svantaggiate a causa della prassi liberale della Svizzera rispetto all'estero per quanto riguarda la consultazione di documenti dell'Archivio federale.</p><p>Il Consiglio federale è consapevole del fatto che il divieto parziale di accesso ai documenti può limitare la ricerca che si occupa della relazione tra Svizzera e Sudafrica all'epoca dell'apartheid. Il governo ha pertanto incaricato il DFF di osservare gli sviluppi negli Stati Uniti al fine di effettuare tempestivamente adeguamenti alla prassi di consultazione. Il DFF è supportato da un gruppo di lavoro interdipartimentale che aggiorna costantemente le informazioni riguardanti lo stato della denuncia collettiva. Secondo l'ultimo rapporto dell'ambasciata svizzera a Washington del settembre 2013, sono state emanate decisioni incidentali in materia. Tuttavia il tribunale di primo grado non ha ancora preso una decisione definitiva. La situazione rimane dunque la stessa come nell'ultimo esame approfondito della limitazione della consultazione degli atti effettuata dal Consiglio federale nel 2010. Per le imprese svizzere i rischi derivanti dalla denuncia collettiva sussistono senza modifiche. Fintanto che la sentenza di prima istanza non verrà emessa, il Consiglio federale è del parere che non sussista nessun motivo per revocare la decisione del 24 settembre 2010 e procedere a una nuova valutazione della limitazione d'accesso ai documenti del 16 aprile 2003.</p>  Risposta del Consiglio federale.