<h2>SubmittedText<h2><p>In occasione del dibattito del 5 ottobre 2005 sul programma di armamento, il presidente della Confederazione Samuel Schmid si è riferito a una sessione della CPE durante la quale aveva giustificato l'acquisto del sistema IFASS a Israele adducendo che nel Vicino Oriente ci sarebbero elementi che lasciano ben sperare. Ha fatto allusione a un nuovo presidente palestinese, al ritiro dalla striscia di Gaza e al mandato relativo alla questione dell'emblema. Ha motivato questa opportunità di acquisto dicendo che la somma di 150 milioni di franchi non inciderà in maniera decisiva sull'industria militare israeliana.</p><p>Perché la questione dell'emblema assume in questa discussione un ruolo più importante dei pareri di diritto (per esempio del rapporto svizzero dell'ONU), secondo i quali la costruzione del muro sul territorio palestinese è contraria al diritto internazionale?</p><p>Quali fatti danno l'impressione al Consiglio nazionale che la situazione dei diritti umani in Israele sia migliorata? Incarichiamo il Consiglio federale di motivare la sua risposta con dati che sono stati oggetto di una valutazione internazionale.</p><p>Da quando l'importo delle transazioni ha assunto un ruolo importante nell'acquisto di armi a Paesi in cui i diritti umani e il diritto umanitario internazionale non sono rispettati? Il consigliere federale Schmid ritiene che sarebbe veramente esagerato parlare, in questo contesto, di una somma che influenzerebbe in maniera decisiva l'industria militare israeliana (cfr. Bollettino ufficiale).</p><p>Perché citare il ritiro dalla striscia di Gaza e non le nuove colonie costruite in Cisgiordania? La "NZZ" del 16 luglio 2005 riconosce che il governo di Sharon ha continuato a costruire nuove colonie in Cisgiordania, beffandosi degli obblighi contratti nella road map da entrambe le parti. Continuando la costruzione della barriera di sicurezza israeliana sui territori occupati (atto che viola il diritto internazionale secondo il parere consultivo pronunciato un anno fa dalla Corte internazionale di giustizia dell'Aia), Sharon dà l'impressione a coloro che esprimono scetticismo che non combatte solo il terrorismo ma che cerca nel contempo di consolidare i fatti territoriali a Gerusalemme e in Cisgiordania (secondo un articolo di Reinhard Meier apparso sulla "NZZ" il 16 luglio 2005).</p><p>In occasione del dibattito, il presidente della Confederazione ha commentato la situazione in Israele rispondendo a una domanda critica nel modo seguente: evidentemente questa regione non ha ancora raggiunto la pace, ma negli ultimi tempi sono stati compiuti sforzi che nei decenni passati sarebbero stati assolutamente inimmaginabili.</p><p>A quali sforzi si riferisce?</p><h2>FederalCouncilResponseText<h2><p>Durante il dibattito del 5 ottobre 2005 sul programma di armamento e in occasione della sessione della CPE menzionata nell'interpellanza si trattava di dimostrare che la situazione nel Vicino Oriente, che aveva spinto il Consiglio federale ad adottare la decisione del 10 aprile 2002, per certi versi è migliorata. Il 2002 è stato contrassegnato da un intensificarsi della violenza: la rioccupazione delle città palestinesi, l'attacco israeliano contro la sede dell'autorità palestinese, gli attentati suicidi e il ricorso talvolta eccessivo alle forze armate. In ogni caso, il Consiglio federale resta fedele alla sua politica in materia di esportazioni di materiale bellico in Israele e respinge ogni domanda a destinazione delle forze armate e delle autorità israeliane. La decisione di acquistare materiale bellico non cambia assolutamente tale politica. La Svizzera non ha neppure cambiato la sua posizione per quanto riguarda i problemi persistenti relativi al rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani (cfr. risposta del Consiglio federale all'interrogazione Vermot-Mangold 05.1024).</p><p>1. La posizione della Svizzera rimane immutata in particolare per quanto concerne la barriera di separazione. Riteniamo che la costruzione di tale barriera sia una violazione del diritto internazionale umanitario in quanto il suo tracciato non segue la "linea verde". Le consultazioni avviate e gli sforzi intrapresi dalla Svizzera in qualità di Stato depositario delle Convenzioni di Ginevra per quanto attiene alla questione di un emblema supplementare per il movimento della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa non sono minimamente importanti nella discussione sull'acquisto di armi.</p><p>2. Allo stesso modo, l'abrogazione della decisione del 2002 non modifica affatto la posizione della Svizzera nei confronti della politica coloniale del governo israeliano. Un potenza occupante non può procedere al trasferimento di una parte della sua popolazione civile sui territori che occupa, poiché ciò è contrario alla quarta Convenzione di Ginevra. A tale proposito, il proseguimento dell'estensione delle colonie in Cisgiordania e in particolare a Gerusalemme Est e nei suoi dintorni preoccupa molto la Svizzera. Il nostro Paese, che è già intervenuto a più riprese presso il governo israeliano, continuerà a trattare apertamente tali questioni nell'ambito dei suoi contatti bilaterali con Israele.</p><p>3. Per quanto concerne l'ammontare delle transazioni, l'argomento secondo il quale gli acquisti svizzeri inciderebbero in maniera decisiva sull'industria militare israeliana è stato sollevato durante la sessione della commissione. In realtà, l'importo di tali acquisti rappresenta solo una minima parte degli introiti israeliani generati dalle esportazioni di armi.</p><p>4. I diversi fattori ed eventi che hanno modificato la situazione dal 2002 sono i seguenti: il rilancio del processo di pace, i cambiamenti avvenuti dopo la morte del presidente Yasser Arafat e l'elezione del suo successore Mahmoud Abbas, le elezioni presidenziali nei territori palestinesi occupati, il primo incontro tra Ariel Sharon e Mahmoud Abbas a Sharm El-Sheikh nel febbraio 2005 e, da ultimo, l'attuazione del ritiro israeliano unilaterale dalla striscia di Gaza e dal nord della Cisgiordania. Questi eventi, che lasciano ben sperare, hanno altresì spinto gli Stati arabi e islamici a riconsiderare le proprie relazioni con Israele. La Giordania e l'Egitto, per esempio, hanno mandato nuovamente i loro ambasciatori in Israele nel febbraio rispettivamente nel marzo 2005 e diversi Paesi arabi prevedono di riprendere le relazioni diplomatiche con Israele.</p>  Risposta del Consiglio federale.