<h2>FederalCouncilResponseText<h2><p>1. Come gli autori dell'interrogazione, il Consiglio federale si è preoccupato nel vedere la Banca mondiale (e la Banca asiatica di sviluppo) concedere cospicui crediti ai Paesi più colpiti dalla crisi finanziaria asiatica. La delegazione svizzera, inviata dal Consiglio federale alle assemblee annuali delle istituzioni di Bretton Woods all'inizio del mese di ottobre 1998, ha espresso apertamente tale inquietudine. Nel corso di tali assemblee è stato dichiarato in modo esplicito che d'ora in poi, in caso di crisi, la Banca mondiale dovrà concentrarsi essenzialmente sui problemi strutturali, ponendo l'accento, nelle sue attività, sui settori sociali, sulla corretta gestione pubblica e sul miglioramento del settore finanziario. La rappresentanza svizzera presso il gruppo della Banca mondiale si è opposta sin dall'inizio al rafforzamento del ruolo della Banca nella lotta contro la crisi. Essa ha richiamato l'attenzione sul fatto che la Banca mondiale non disponeva né di strumenti adeguati, né - a lungo termine - dei fondi necessari. Occorreva d'altronde soppesare gli svantaggi palesi di un intervento della Banca mondiale rispetto al suo ruolo precipuo che consiste nell'aiutare i suoi membri nei momenti di difficoltà economiche.</p><p></p><p>Anche noi temiamo che l'intervento massiccio della Banca mondiale in tali Paesi avvenga a scapito dei suoi compiti prioritari, vale a dire la lotta contro la povertà nei Paesi più poveri. Ciononostante non ci siamo opposti alla concessione di tali crediti, e ciò per i seguenti motivi:</p><p></p><p>(i) La crisi asiatica non è riducibile a una crisi finanziaria e di liquidità: si tratta infatti di una crisi strutturale. Ci sembra quindi importante il fatto che la Banca mondiale si preoccupi attivamente, fin dall'inizio, di trovare una soluzione alla crisi.</p><p></p><p>(ii) La crisi che imperversa nei Paesi asiatici ha effetti importanti sulla povertà. Le misure di risanamento devono quindi essere integrate, sin dal primo momento, nei provvedimenti che mirano a combattere le conseguenze negative della crisi per gli strati più poveri della popolazione.</p><p></p><p>(iii) La crisi ha esercitato - ed esercita ancora - un notevole influsso negativo sull'economia mondiale e, di conseguenza, sui Paesi in via di sviluppo più poveri. Si sono pertanto dovute mobilitare tutte le risorse a disposizione per impedire il più possibile che la crisi si estendesse ad altri Paesi.</p><p></p><p>La nostra preoccupazione era perciò dovuta più al modo in cui la banca mondiale concedeva il proprio aiuto piuttosto che all'aiuto stesso e all'idea che situazioni straordinarie, le quali richiedono risposte straordinarie, potessero provocare un cambiamento di rotta, cosa che intendiamo evitare e continueremo sempre ad evitare.</p><p></p><p>2. La preoccupazione principale della Svizzera - come ha affermato ripetutamente e con decisione il nostro rappresentante in seno al consiglio esecutivo - è che la Banca mondiale perda la propria capacità di svolgere i compiti che le competono in materia di sviluppo. La lotta contro la povertà costituisce l'obiettivo primario della cooperazione svizzera allo sviluppo e uno dei principali criteri per valutare tutti i progetti della Banca mondiale. Il Consiglio federale ha ritenuto che tale obiettivo e la durevolezza dei progetti di sviluppo a cui si fa giustamente allusione nell'interrogazione ordinaria sarebbero compromessi se la crisi finanziaria asiatica, che minacciava di assumere una dimensione mondiale, non fosse domata. A nostro parere, nella seconda fase di assistenza ai Paesi in crisi, la Banca mondiale si concentra di nuovo maggiormente sui suoi compiti principali, che consistono nel ridurre l'impatto della crisi sugli strati più poveri della popolazione. In occasione delle assemblee annuali delle istituzioni di Bretton Woods, abbiamo difeso questo punto di vista in seno al comitato di sviluppo e abbiamo chiesto che i ruoli del FMI e della Banca mondiale in siffatte situazioni di crisi vengano definiti meglio.</p><p></p><p>3. Le decisioni relative ai crediti menzionati sono state approvate praticamente da tutti i direttori esecutivi della Banca mondiale. Corrisponde al vero che quest'ultima e i suoi membri hanno agito sotto pressione. Tuttavia questa pressione non è stata esercitata esclusivamente dagli Stati Uniti, come suppongono gli autori dell'interrogazione, ma anche da tutto il G7. Quest'ultimo si è per lo più lasciato guidare dalle considerazioni summenzionate. Il fatto che alcuni Paesi industrializzati esitino ad ottemperare ai loro obblighi può dare certamente fastidio, ma non bisogna comunque accordare alla questione un'importanza maggiore di quanto essa meriti: infatti, si tratta spesso di ritardi tecnici, che prima o poi si possono ricuperare e che non mettono fondamentalmente in discussione il funzionamento della Banca mondiale. Il Consiglio federale doveva inoltre tener conto della situazione dei Paesi che fanno parte del gruppo di voto diretto dalla Svizzera nell'ambito delle istituzioni di Bretton Woods. Un minimo di stabilità in Russia riveste un interesse vitale per tali Paesi.</p><p></p><p>4. Il Consiglio federale è perfettamente consapevole dei problemi definiti attualmente dall'espressione "moral hazard". La lotta condotta nel corso degli ultimi dodici mesi per vincere la crisi è consistita soprattutto nel ripristino della situazione nei Paesi coinvolti, affinché possano far fronte ai loro impegni, cosa di cui dovrebbero beneficiare in primo luogo gli strati più poveri delle loro popolazioni. Nel contempo sono state adottate misure al fine di rafforzare i settori finanziari e di aiutare gli Stati a padroneggiare meglio i problemi che sorgono nel settore finanziario. Altre misure importanti miravano a rendere più trasparenti le attività dello Stato e a incoraggiare pertanto le iniziative private.</p><p></p><p>5. Al momento di concepire le misure di lotta contro la crisi asiatica, la Banca mondiale si era preoccupata di rispettare il suo mandato di sviluppo. Il Consiglio federale ritiene pertanto che l'impiego di mezzi destinati alla cooperazione allo sviluppo sia giustificato dal fatto che la Banca mondiale, subito dopo lo scoppio della crisi, aveva già cominciato ad analizzare le sue componenti sociali e ad adottare i provvedimenti d'urgenza che si imponevano. Attualmente, essa si sforza di sostituirli con una politica sociale pertinente, a lungo termine e durevole, allo scopo di essere maggiormente in grado di affrontare in futuro - o meglio, di prevenire - problemi analoghi a quelli sollevati dalla crisi asiatica.</p><p></p><p>Si può effettivamente dubitare delle ricette tradizionali applicate durante la crisi asiatica. Tuttavia, il FMI e la Banca mondiale non le hanno utilizzate in modo ottuso: nel corso della crisi, essi le hanno costantemente adattate per aiutare meglio le popolazioni interessate. Il Consiglio federale non crede che fondi destinati all'aiuto allo sviluppo siano stati impiegati per pareggiare le perdite degli investitori stranieri. Nondimeno la Svizzera sostiene gli sforzi intrapresi dalle istituzioni di Bretton Woods per migliorare la struttura del sistema finanziario internazionale, in modo da impedire d'ora in poi che gli impegni del settore privato si interrompano bruscamente a causa di una crisi temporanea.</p>  Risposta del Consiglio federale.