<h2>SubmittedText<h2><p>Di fronte alla delicata questione della nostra identità nazionale, che è anche religiosa, sarebbe bene trovare una posizione equilibrata.</p><p>Da un lato, occorrerebbe una tolleranza che consenta a ciascuno di praticare la propria fede come ritiene giusto, con una considerevole autonomia nell'espressione della sua religione, compresa la libertà di portare una croce, una kippa o un velo.</p><p>In compenso, ciascuno avrebbe un obbligo di reciprocità, ossia di manifestare benevolenza e comprensione equivalenti nei confronti delle altre tradizioni e fedi.</p><p>La libertà di praticare la propria religione avrebbe dunque per corollario un obbligo di rispetto reciproco. Questo binomio di valori è alla base della nostra convivenza e una delle libertà fondamentali del nostro Paese.</p><p>Un tale sistema è possibile, come dimostra il caso di Singapore. Anche se questo Paese cosmopolita è assai differente dal nostro, è di grande ispirazione vedere con quale armonia vi convivono le comunità più disparate: Buddisti (dalla Cina), Musulmani (dalla Malesia o dall'Indonesia), Indù, Cristiani, Ebrei. Tutti i giorni di festa sono celebrati insieme: Natale, Pasqua, Id al-Fitr (festività al termine del Ramadan), Diwali (festa delle luci induista), Vesakh (festa che celebra l'illuminazione del Buddha). Agli eventi sono invitati rappresentanti delle altre culture e religioni.</p><p>Una tale posizione di apertura e rispetto va accolta positivamente, nel contempo respingendo in Svizzera qualsivoglia proselitismo da parte dei nuovi arrivati, che sono esortati ad adeguarsi alla nostra cultura giudeo-cristiana. I nostri concittadini non devono rinunciare al loro modo di pensare, ai loro riti e alle loro abitudini. Per questo motivo le pratiche che dovessero minacciare l'ordine pubblico o la difesa nazionale vanno sottoposte a restrizioni. E qualsiasi atteggiamento denigratorio o discriminatorio va fermato con risolutezza. Va impedita la formazione di comunità religiose separate e di ghetti.</p><p>Si tratta di favorire una maggiore apertura alle peculiarità altrui rafforzando nel contempo la nozione di "intolleranza all'intolleranza".</p><p>In che modo la Confederazione, i Cantoni e tutte le cerchie interessate potrebbero condurre insieme una tale riflessione, ipotizzare soluzioni inclusive e definire il punto di equilibrio tra tolleranza accordata a ciascuno e incarnata da tutti?</p><h2>FederalCouncilResponseText<h2><p>I diritti fondamentali della libertà di credo e di coscienza (art. 15 della Costituzione) nonché della libertà di opinione e d'informazione (art. 16 della Costituzione) garantiscono che in Svizzera tutte le persone possano vivere secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche ed esprimere liberamente la loro opinione. Sul piano legale questi diritti fondamentali possono essere limitati se interessi pubblici o la tutela di diritti fondamentali di terzi lo giustificano e se la limitazione è proporzionata. Restrizioni di questo tipo sono previste nel diritto penale e nella legislazione in materia di migrazione. I processi citati dall'autore dell'interpellanza volti a favorire soluzioni inclusive sono importanti. Si svolgono nella Confederazione, nei Cantoni e nei Comuni in settori quali la formazione, l'integrazione degli stranieri e la sicurezza. La Confederazione, i Cantoni e i Comuni si impegnano a portare avanti questi processi e a perfezionarli.</p>  Risposta del Consiglio federale.