<h2>SubmittedText<h2><p>Fondandomi sull'articolo 160 capoverso 1 della Costituzione federale e sull'articolo 107 della legge sul Parlamento, presento la seguente iniziativa:</p><p>Le apposite basi legali, in particolare la legge federale sull'Assemblea federale (Legge sul Parlamento, LParl) del 13 dicembre 2002 (stato 1° marzo 2016) devono essere modificate in maniera tale che vi sia trasparenza in merito alle cittadinanze di un parlamentare svizzero.</p><h2>InitialSituation<h2><p><b>Comunicato stampa della commissione delle istituzioni politiche del Consiglio nazionale del 20.11.2020</b></p><p><b>La Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio nazionale (CIP-N) sottopone alla propria Camera un progetto di revisione dell'ordinanza sull'amministrazione parlamentare volto a rendere pubbliche eventuali ulteriori cittadinanze oltre a quella svizzera dei membri dell'Assemblea federale. Le cittadinanze figureranno nelle note biografiche pubblicate in Internet.</b></p><p>Al termine di un ampio dibattito, con 14 voti contro 8 e 2 astensioni la CIP-N ha adottato questo progetto nella votazione sul complesso. Secondo la Commissione, è auspicabile instaurare trasparenza in materia di cittadinanza dei membri dell'Assemblea federale. Le cittadinanze devono essere rese pubbliche analogamente ad altre informazioni personali quali il luogo d'origine e quello di residenza, in modo che i cittadini siano informati. Una minoranza propone di non entrare in materia su tale progetto, in quanto quest'ultimo insinua che i titolari di cittadinanze multiple potrebbero dare prova di slealtà. Un'altra minoranza propone peraltro che la pubblicazione di ulteriori cittadinanze oltre a quella svizzera sia estesa anche ai membri del Consiglio federale.</p><h2>Proceedings<h2><p>Notizia ATS</p><p><b>Dibattito al Consiglio nazionale, 10.06.2021</b></p><p><b>Deputati e "ministri", indicare tutte le nazionalità</b></p><p><b>In futuro sia i parlamentari che i membri del Consiglio federale dovrebbero essere obbligati a dichiarare se possiedono più nazionalità. Lo ha deciso oggi il Consiglio nazionale per 115 voti a 64 e un'astensione approvando un progetto che realizza un'iniziativa parlamentare di Marco Chiesa (UDC/TI). Il dossier va agli Stati.</b></p><p>Contrario alla modifica dell'ordinanza sull'amministrazione del Parlamento il campo rosso-verde, secondo cui la trasparenza sulle nazionalità ha un intento discriminatorio volto ad ingenerare il sospetto che vi siano cittadini di serie "A" e cittadini di serie "B".</p><p>Secondo Greta Gysin (Verdi/TI), autrice di una proposta di non entrata nel merito poi respinta per 102 voti a 62, la trasparenza sulla nazionalità invocata dai promotori dell'iniziativa non rappresenta un interesse pubblico, come per esempio i legami di interesse con associazioni economiche o imprese, che possono effettivamente condizionare l'operato di un deputato tenuto conto della somme che girano.</p><p>L'intento dell'iniziativa, secondo la consigliera nazionale ecologista - sostenuta nelle sue argomentazioni dal PS - è invece tendenzioso poiché suggerisce l'esistenza di un conflitto di lealtà tra chi è Svizzero per nascita e chi non lo è ma lo è diventato per scelta. Insomma, l'idea che si vuol far passare è che chi possiede anche un'altra nazionalità non sia adatto a rappresentare il paese, ha sostenuto Samira Marti (PS/BL). Per Irene Kälin (Verdi/AG), con questa modifica dell'ordinanza stiamo imboccando una strada pericolosa.</p><p>Per Marco Romano (Centro/TI), invece, l'indicazione della nazionalità rappresenta un dato rilevante. Il ticinese, assieme ad altri oratori, ha rinfacciato al campo rosso-verde un atteggiamento contraddittorio, dal momento che questo schieramento politico si erge a paladino della trasparenza ogniqualvolta si tratti di far luce sui legami di interesse degli eletti, fino a chiedere l'origine dei proventi derivanti da attività che nulla hanno a che fare col mandato del popolo, mentre si tira indietro su questo aspetto.</p><p>Stando a Tiana Moser (Verdi liberali/ZH), l'intento discriminatorio denunciato dalla sinistra è "tirato per i capelli". A suo parere, invece, il fatto che si dichiari l'esistenza o meno di più nazionalità è positivo ed ha un effetto propedeutico poiché farà crescere nella popolazione la consapevolezza che molti cittadini svizzeri - uno su quattro - possiedono anche un secondo passaporto. Si tratta di un arricchimento, secondo la consigliera nazionale zurighese, che non fa che illustrare l'apertura e la forte connessione del Paese con l'estero.</p><p>Nel suo intervento a favore dell'iniziativa, Damien Cottier (PLR/NE) ha tuttavia giudicato l'esclusione dei consiglieri federali dal progetto una contraddizione che non ha ragion d'essere. La sua proposta di includere anche i membri dell'esecutivo nella modifica dell'ordinanza è stata accolta per 96 voti a 79.</p><p>Stando a Cottier, non è inutile sapere se un eletto ha una seconda nazionalità, specie per chi è membro di una delegazione che cura i rapporti con altri paesi esteri. Non è poi un caso che i diplomatici svizzeri con doppio passaporto non vengano inviati in Paesi con i quali esiste un legame emotivo. E tale ragionamento viene esteso anche alle consorti.</p><p>Al termine del dibattito, il plenum ha anche stabilito - 175 voti a 4 - di stralciare dall'ordinanza l'obbligo di indicare anche un indirizzo postale. Il motivo? Evitare l'invio di corrispondenza non richiesta e fare in modo che i parlamentari vengano molestati al domicilio. Si tratta insomma anche di una questione di rispetto della vita privata e di sicurezza. Per comunicare con gli eletti l'indirizzo di posta elettronica dovrebbe bastare.</p><p></p><p>Notizia ATS</p><p><b>Dibattito al Consiglio degli Stati, 29.09.2021</b></p><p><b>Deputati e "ministri", indicare tutte le nazionalità</b></p><p><b>In futuro sia i parlamentari che i membri del Consiglio federale dovrebbero essere obbligati a dichiarare se possiedono più nazionalità. Dopo il Consiglio nazionale, anche quello degli Stati ha deciso oggi per 29 voti a 12 una modifica in tal senso dell'ordinanza riguardante la legge sul parlamento che realizza un'iniziativa parlamentare di Marco Chiesa (UDC/TI).</b></p><p>Contrario alla modifica dell'ordinanza sull'amministrazione del Parlamento il campo rosso-verde, secondo cui la trasparenza sulle nazionalità ha un intento discriminatorio volto ad ingenerare il sospetto che vi siano cittadini di serie "A" e cittadini di serie "B".</p><p>Il "senatore" Mathias Zopfi (Verdi/GL) ha giudicato inutile questa modifica dell'ordinanza che non farà che "portare acqua al mulino di coloro che pensano che una doppia o tripla nazionalità possa gettare una luce negativa sul nostro lavoro, ingenerando il sospetto che possa sussistere un conflitto di lealtà".</p><p>Per Zopfi, "proprio a causa del nostro lavoro i parlamentari sono già esposti; questa aggiunta non fa che gettare ulteriore benzina sul fuoco, dando un'occasione in più a certi personaggi per insultarci e metterci alla gogna". Il consigliere agli stati ecologista non nega che ci possa essere un interesse pubblico per il cittadino, ma sarebbe altrettanto interessante per il cittadino, in nome della tanto strombazzata trasparenza, conoscere l'onorario degli eletti attivi per determinate associazioni.</p><p>Al voto, tuttavia, la proposta di minoranza di Zopfi che chiedeva di rinunciare a questa modifica è stata bocciata per 28 voti a 13. Il plenum ha anche stabilito di mantenere nell'ordinanza l'obbligo di indicare anche un indirizzo postale. Il motivo? Non tutti hanno dimestichezza con i moderni metodi di comunicazione, leggi posta elettronica.</p><p>Il Consiglio nazionale aveva invece stralciato quest'obbligo allo scopo di evitare l'invio di corrispondenza non richiesta, facendo anche in modo di evitare che i parlamentari vengano molestati al domicilio. Il dossier ritorna alla Camera del popolo per eliminare questa divergenza.</p><p><b></b></p><p>Notizia ATS</p><p><b>Dibattito al Consiglio nazionale, 06.12.2021</b></p><p><b>Indicazione indirizzo postale parlamentari va stralciata</b></p><p><b>In futuro sia i parlamentari che i membri del Consiglio federale dovranno essere obbligati a dichiarare se possiedono più nazionalità. Su questo progetto che realizza un'iniziativa di Marco Chiesa (UDC/TI) le due Camere si sono già dette d'accordo. Oggi il Nazionale - con 112 voti contro 69 e 2 astenuti - ha però ribadito di voler stralciare dall'ordinanza l'obbligo di indicare anche l'indirizzo postale degli eletti. L'oggetto ritorna quindi agli Stati.</b></p><p>Secondo la maggioranza della Camera del popolo, togliendo l'indirizzo postale si eviterà l'invio di corrispondenza non richiesta e si farà in modo che i parlamentari non vengano molestati al domicilio. Si tratta insomma anche di una questione di rispetto della vita privata e di sicurezza, ha dichiarato la consigliera nazionale ticinese Greta Gysin (Verdi). "Siamo già raggiungibili all'indirizzo di posta elettronica e all'indirizzo postale del Parlamento", le ha fatto eco Angelo Barrile (PS/ZH).</p><p>Una minoranza, guidata dal presidente del Centro Gerhard Pfister (ZG), ha tentato invano di mantenere nell'ordinanza l'obbligo di indicare anche l'indirizzo postale del domicilio. Il motivo? Non tutti hanno dimestichezza con i moderni metodi di comunicazione. Ma al voto tale proposta è stata nettamente bocciata.</p><p></p><p>Trasparenza</p><p>Come detto, tra i due rami del Parlamento sussisteva solo questa divergenza. Quanto al fondo della questione, le Camere sono d'accordo, appellandosi alla trasparenza, che gli eletti indichino se hanno più nazionalità. Durante i dibattiti in prima lettura il campo rosso-verde si è dichiarato contrario a tale cambiamento, perché - a suo dire - la trasparenza sulle nazionalità avrebbe un intento discriminatorio volto ad ingenerare il sospetto che vi siano cittadini di serie "A" e cittadini di serie "B".</p><p>Per la maggioranza dei due plenum, l'indicazione della nazionalità rappresenta invece un dato rilevante. Vari oratori hanno rinfacciato al campo rosso-verde un atteggiamento contraddittorio, dal momento che questo schieramento politico si erge a paladino della trasparenza ogniqualvolta si tratti di far luce sui legami di interesse degli eletti, fino a chiedere l'origine dei proventi derivanti da attività che nulla hanno a che fare col mandato del popolo, mentre si tira indietro su questo aspetto.</p><p><b></b></p><p>Notizia ATS</p><p><b>Dibattito al Consiglio degli Stati, 13.12.2021</b></p><p><b>CSt: parlamentari dovranno indicare tutte le nazionalità</b></p><p><b>In futuro sia i parlamentari che i membri del Consiglio federale dovranno dichiarare se possiedono più nazionalità. È quanto prevede una modifica ala Legge sul parlamento che realizza un'iniziativa del Consigliere agli Stati Marco Chiesa (UDC/TI).</b></p><p>Oggi la Camera dei Cantoni ha eliminato l'ultima divergenza col Nazionale, stralciando dalla legge l'obbligo di indicare anche l'indirizzo postale. Rimarrà invece la possibilità di contattare gli eletti via posta elettronica. Secondo il Parlamento, togliendo l'indirizzo postale si eviterà l'invio di corrispondenza non richiesta e si farà in modo che i deputati non vengano molestati al domicilio.</p><p>Tra i due rami del Parlamento sussisteva solo questa divergenza che i "senatori" hanno eliminato tacitamente. Durante i primi dibattiti alle Camere, il campo rosso-verde si è dichiarato sempre contrario a tale cambiamento della Legge sul Parlamento, perché - a suo dire - la trasparenza sulle nazionalità avrebbe un intento discriminatorio volto ad ingenerare il sospetto che vi siano cittadini di serie "A" e cittadini di serie "B".</p><p>Per la maggioranza dei due plenum, l'indicazione della nazionalità rappresenta invece un dato rilevante. Vari oratori hanno rinfacciato al campo rosso-verde un atteggiamento contraddittorio, dal momento che questo schieramento politico si erge a paladino della trasparenza ogniqualvolta si tratti di far luce sui legami di interesse degli eletti, fino a chiedere l'origine dei proventi derivanti da attività che nulla hanno a che fare col mandato del popolo, mentre si tira indietro su questo aspetto.</p>