<h2>FederalCouncilResponseText<h2><p>L'attuale campagna STOP AIDS condotta dall'UFSP e da Aiuto Aids Svizzero intende richiamare nuovamente l'attenzione della popolazione in Svizzera sull'importanza dell'uso del preservativo in situazioni a rischio. La campagna costituisce un ulteriore tassello della strategia vincente adottata nella lotta contro l'Aids fin dal 1987. Non è facile spiegare l'aumento del 25 per cento delle infezioni da virus HIV dichiarate nel 2002: si tratta soprattutto di infezioni HIV la cui trasmissione risale a diversi anni prima, ma che sono state diagnosticate solo nel 2002. Una piccola parte invece è da attribuire, probabilmente, a nuovi casi di infezione. Grazie a una combinazione terapeutica medicamentosa, disponibile dal 1997, l'infezione HIV non è più ritenuta una minaccia letale, e talvolta è perfino considerata guaribile: questa banalizzazione ha probabilmente indotto a trascurare la prevenzione individuale.</p><p>L'aumento del 25 per cento concerne soprattutto uomini svizzeri che hanno rapporti sessuali con altri uomini (147 casi nel 2002 contro 102 nel 2000) e persone provenienti dai Paesi subsahariani. Non si sa se queste persone siano state contagiate nel loro Paese d'origine o attraverso rapporti sessuali in Svizzera.</p><p>Il Consiglio federale intende portare avanti la strategia adottata nella lotta alla diffusione del virus HIV, che si è finora dimostrata vincente. Sui singoli punti elencati dall'autore dell'interpellanza prende posizione come segue:</p><p>1. Test obbligatorio per le donne incinte</p><p>Già oggi il test HIV è raccomandato a tutte le donne incinte e fa parte degli esami di routine consigliati, evidentemente eseguiti sempre e solo dopo aver informato la paziente e ottenuto il suo consenso. Lo scopo primario è di evitare la trasmissione dell'HIV al feto mediante la somministrazione di medicamenti, in combinazione - se necessario - a un taglio cesareo. Il rilevamento epidemiologico delle madri sieropositive e dei loro figli avviene già nell'ambito di uno studio continuato.</p><p>2. Test obbligatorio per gli immigrati</p><p>È risaputo a livello mondiale che il test HIV, quale misura tecnico-sanitaria, non induce ad un cambiamento di comportamento. Questo risultato può essere ottenuto unicamente con l'accompagnamento e la consulenza delle persone interessate. Per avere un effetto preventivo, i test obbligatori sugli immigrati dovrebbero essere preceduti e seguiti da una consulenza appropriata. Ma questa consulenza sarebbe estremamente costosa, senza peraltro garantire risultati migliori rispetto a quelli ottenuti con la campagna in corso. Di fatto, si tratterebbe di una misura supplementare che causerebbe ulteriori costi, dato che non è possibile rinunciare alla campagna (La Campagna STOP AIDS è la spina dorsale della prevenzione del virus HIV a livello della popolazione in generale. Una rinuncia sarebbe interpretata dalla maggioranza come un segnale indicante che l'Aids non è più considerata preoccupante). Senza un'appropriata consulenza, gli esami effettuati in serie potrebbero addirittura rivelarsi controproducenti, visto che un risultato negativo genererebbe un infondato senso di sicurezza che indurrebbe a trascurare l'importanza delle misure di protezione. Questo rischio riguarderebbe la stragrande maggioranza degli immigrati, poiché la maggior parte di essi, come la maggior parte delle persone nate in Svizzera, non è infetta dal virus HIV. Il test HIV è imposto agli immigrati solo in Belgio e in Baviera, mentre gli altri Stati dell'Europa occidentale hanno rinunciato a renderlo obbligatorio.</p><p>3. Test obbligatorio per le prostitute</p><p>Nella lunga storia della lotta alle infezioni trasmissibili per via sessuale, non è mai stato dimostrato che un esame diagnostico su tali malattie a scadenza regolare a donne e uomini dediti alla prostituzione contribuisca alla prevenzione. All'origine della sieropositività di una prostituta vi è - più frequentemente rispetto al consumo di droga per via endovenosa - un uomo infetto dal virus HIV, spesso un cliente che non si protegge. Se le prostitute fossero controllate dallo Stato, i clienti non sarebbero più motivati ad utilizzare il preservativo nei rapporti sessuali, ciò che esporrebbe le prostitute a un rischio accresciuto. Inoltre, la Confederazione non dispone di basi legali per impedire a una persona sieropositiva di prostituirsi. L'uso corretto del preservativo o la fedeltà nel rapporto tra partner resta la migliore protezione contro le infezioni da HIV nei rapporti sessuali.</p><p>4. Test di routine per tutte le persone ricoverate in ospedale</p><p>L'Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP) e l'INSAI non raccomandano l'esecuzione sistematica di test HIV al momento del ricovero in ospedale. In caso di ferite da punta o da taglio, tuttavia, l'UFSP e l'INSAI raccomandano di routine il test HIV e, se necessario, un trattamento antiretrovirale del paziente nonché del personale medico toccato. Studi approfonditi dimostrano che se sono osservate le misure standard previste per impedire la trasmissione di infezioni all'interno di un ospedale, la conoscenza o meno della sieropositività di un paziente non influisce sul rischio di contagio (ad esempio, la probabilità di procurarsi una ferita da punta non diminuisce conoscendo lo stato di salute del paziente relativamente all'HIV). La Confederazione gestisce due centri (a Zurigo e Losanna) in cui sono tenute sotto sorveglianza persone con ferite da punta o da taglio provocate da materiale potenzialmente infetto. Non vi sono indicazioni che giustifichino l'adozione di questa costosa misura a carico della comunità.</p><p>5. Individuare le catene di contagio</p><p>Individuare le catene di contagio richiede un investimento notevole in termini di personale, ed è possibile solo con la cooperazione degli interessati e delle persone con le quali questi hanno avuto rapporti a rischio. Già oggi, nella misura in cui risulta opportuno e possibile, la ricerca dei presunti contatti a rischio avuti dal paziente sieropositivo ("contact tracing") è una pratica medica corrente. L'obbligatorietà di tale misura non ne rafforzerebbe l'efficacità, al contrario.</p><p>6. Moltiplicare i test HIV facoltativi</p><p>Il test HIV è gia oggi raccomandato a tutti coloro che hanno avuto contatti a rischio. La diffusione su larga scala del test HIV di per sé non costituisce una misura preventiva. Per ottenere un effetto preventivo è necessaria una consulenza individuale prima e dopo il test. Secondo l'ordinanza sulle prestazioni relativa alla legge sull'assicurazione contro le malattie, le persone che sono esposte al pericolo di contagio possono sottoporsi ad un test HIV come misura preventiva a carico della cassa malati.</p><p>In Svizzera, prescindendo dai test effettuati sulle 450 000 donazioni di sangue, ogni anno sono eseguiti 300 000 test HIV. In un confronto internazionale questa cifra è considerata molto alta. Ricerche condotte presso i medici hanno evidenziato che la consulenza sulla prevenzione spesso non viene effettuata. Per rendere più efficace la prevenzione con i mezzi già investiti per i test HIV occorre dare maggiore peso alla consulenza piuttosto che aumentare il numero dei test. Nel Programma nazionale HIV/Aids 2004-08 la consulenza preventiva individuale costituisce un tema cardine.</p><p>7. Le misure proposte sono già state adottate da altri Stati?</p><p>La politica della Svizzera in materia di Aids è conforme alle raccomandazioni del Programma HIV/Aids delle Nazioni Unite (UNAIDS) - dunque a quelle dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) - e anche a quelle della maggior parte dei Paesi dell'Europa occidentale. Tuttavia, negli ultimi anni, le misure di polizia sanitaria sono sempre più sostituite, anche in altre regioni del mondo, da politiche incentrate sull'informazione e sull'integrazione dei diretti interessati - non da ultimo, a causa del fatto che le prime si sono rivelate molto meno efficaci e che non sono raccomandate dalle organizzazioni dell'ONU.</p>  Risposta del Consiglio federale.