<h2>SubmittedText<h2><p>La situazione in materia di rifugiati è tesa anche in Svizzera. Gestione dei rischi significa, tra le altre cose, analizzare i possibili imprevisti, le incognite e i pericoli, compresa la peggiore ipotesi ("worst case"), e prevedere corrispondenti misure. In tal senso, il Consiglio federale cerca di sensibilizzare anche i cantoni a predisporre più alloggi per futuri richiedenti l'asilo. Perlomeno finora non si può tuttavia parlare di caos nel settore dell'asilo.</p><p>In tale contesto occorre tuttavia tenere presente, con occhio particolarmente critico, le mezze verità e le menzogne diffuse oralmente e per iscritto in merito alla diaspora proveniente dall'Eritrea, che ostacolano una discussione più oggettiva. Secondo la voce più recente, apparentemente diffusa ancora una volta dal console onorario Locher, Israele pagherebbe gli eritrei affinché lascino il Paese, questi emigrerebbero effettivamente per poi ritornare in patria, dove - sempre secondo voci - non subirebbero alcuna minaccia, tortura o altri trattamenti inumani dopo il loro ritorno, nonostante tutti i timori europei. Per fugare attivamente le incertezze nella popolazione - e poter comunicare in maniera obiettiva - invito il Consiglio federale a rispondere alle domande seguenti:</p><p>1. È a conoscenza delle più recenti voci e affermazioni? In caso affermativo, come risponde a tali affermazioni?</p><p>2. È disposto a far sentire il console onorario Locher da esperti svizzeri, anche su questi punti in particolare, in modo da poter opporre a tali voci argomenti obiettivi e credibili?</p><p>3. È disposto ad attribuire ufficialmente la priorità al dossier Eritrea, in modo da contrastare l'incertezza nella popolazione?</p><p>4. Se le voci dovessero rivelarsi fondate, prenderebbe in considerazione una nuova valutazione dello status in materia di rifugiati e asilo per l'Eritrea?</p><p>5. Se le voci dovessero rivelarsi fondate, sarebbe disposto ad intavolare discussioni con l'UE in modo da conseguire una nuova valutazione nel caso dell'Eritrea e una posizione comune nella prassi in materia di accoglienza e rinvio di cittadini eritrei?</p><h2>FederalCouncilResponseText<h2><p>1. In virtù della legge israeliana anti-infiltrazione approvata nel 2012, numerosi immigrati provenienti tra l'altro dall'Eritrea sono trattenuti nelle strutture di Holot e Saharonim in condizioni vicine alla detenzione. Secondo vari rapporti pubblicati dalla stampa o da organizzazioni di difesa dei diritti umani, spesso sono liberati soltanto se accettano di lasciare Israele.</p><p>Le autorità israeliane definiscono volontarie tali partenze e pagano agli interessati il biglietto d'aereo nonché due pernottamenti nel Paese di destinazione e versano loro 3500 dollari americani. Dal 2013 circa 10 000 immigrati africani sono partiti in tal modo da Israele. Non sono disponibili informazioni precise in merito alle nazionalità e ai Paesi di destinazione; si tratta tuttavia perlopiù di cittadini sudanesi ed eritrei. Una parte, soprattutto sudanesi, sono tornati in patria. Molti, soprattutto eritrei, hanno invece preferito recarsi in un Paese terzo per timore di persecuzioni nel Paese d'origine.</p><p>Le autorità israeliane non rilevano informazioni sulla sorte degli immigrati trasferiti in Eritrea. "Human Rights Watch" e l'organizzazione non governativa israeliana "Refugees Hotline" non sono riuscite, nonostante i considerevoli sforzi profusi, a contattare le persone ritornate o a informarsi sulla loro sorte. I cittadini eritrei trasferiti in Uganda e in Ruanda non vi ricevono alcun permesso di soggiorno o sostegno di altro tipo e pertanto cercano spesso di raggiungere il Sudan del Sud, il Sudan, la Libia o l'Europa.</p><p>2. Il Consiglio federale dispone di informazioni attendibili sulla politica e la prassi israeliane in materia di ritorno. Ignora invece quale sia la sorte delle persone tornate in Eritrea, in quanto le autorità di questo Paese non consentono alcun monitoraggio da parte di organizzazioni indipendenti.</p><p>3./4. Il Consiglio federale discute regolarmente in merito alla situazione in Eritrea e allo stato delle relazioni bilaterali nel settore della migrazione. La Segreteria di Stato della migrazione (SEM) valuta costantemente le informazioni fornite dall'Alto commissariato dell'ONU per i rifugiati e da altre organizzazioni dell'ONU, da organizzazioni internazionali di difesa dei diritti umani e da altre fonti attendibili. Intrattiene inoltre uno scambio intenso con esperti del campo della scienza e della politica nonché di organizzazioni internazionali, con gli uffici della migrazione di altri Paesi, con l'Ufficio europeo di sostegno per l'asilo (UESA) e con numerosi rifugiati eritrei. Se possibile, la SEM chiede informazioni anche a rappresentanti delle autorità dell'Eritrea e dei Paesi limitrofi. Ha per esempio effettuato un viaggio di servizio in Eritrea (novembre 2013) come pure due viaggi nei campi profughi per eritrei in Sudan (gennaio 2012) ed Etiopia (settembre 2014). Le informazioni attuali sono state pubblicate a giugno 2015 nell'ambito di un rapporto dettagliato dell'UESA.</p><p>In base a tali fonti la SEM verifica la sua prassi in materia di valutazione delle domande d'asilo di cittadini eritrei. Alla luce delle informazioni disponibili non vi è attualmente motivo di modificare sostanzialmente la prassi.</p><p>5. La Svizzera discute già oggi con partner europei, tra l'altro nel quadro dell'UESA, sulla valutazione della situazione in Eritrea e sull'attuale prassi in materia di asilo e allontanamento. Il rapporto UESA citato nella risposta 4 sulla valutazione della situazione in Eritrea è stato elaborato in collaborazione con l'Austria, il Belgio e la Danimarca. Anche un'eventuale nuova valutazione sarebbe coordinata e concordata in questo ambito.</p>  Risposta del Consiglio federale.