<h2>SubmittedText<h2><p>Dopo il fallito tentativo di colpo di Stato del 15 luglio 2016 il presidente turco Erdogan ha imposto lo stato di emergenza, prorogandolo poi fino al 19 gennaio 2017. Da luglio la Turchia è governata in base a un decreto sullo Stato di emergenza, ma i golpisti non sono gli unici a essere chiamati a rispondere delle loro azioni. Erdogan ha infatti approfittato della situazione per imbavagliare l'opposizione antigovernativa, chiudendo i mezzi d'informazione critici nei confronti del governo, arrestando giornalisti e licenziando decine di migliaia di dipendenti statali nei settori dell'istruzione e della sicurezza nonché in ambito giudiziario. L'ondata di arresti si è abbattuta anche su deputati del partito antigovernativo HDP democraticamente eletti e sono state presentate denunce penali contro parlamentari del CHP, secondo partito di opposizione del Paese. Erdogan intende inoltre firmare una legge per reintrodurre la pena di morte. Numerose strutture sanitarie, diversi sindacati e oltre 370 ONG sono stati chiusi. </p><p>Invito pertanto il Consiglio federale a rispondere alle seguenti domande, contenenti questioni delicate per la politica estera della Svizzera: </p><p>1. Il Consiglio federale come pensa di impostare le relazioni di politica estera con un Paese che non rispetta i diritti umani e che viola i principi dello Stato di diritto? </p><p>2. Quali sono i passi diplomatici che il Consiglio federale ha intrapreso per esprimere la propria disapprovazione e offrire al contempo i suoi buoni uffici? </p><p>3. Come reagirebbe se la Turchia reintroducesse la pena di morte? </p><p>4. Nel 2013 il DFAE ha pubblicato le "Linee guida della Svizzera concernenti la protezione dei difensori dei diritti dell'uomo" (bit.ly/edamr). Concretamente, in che modo esse vengono applicate al caso della Turchia, Paese in cui è stata sospesa l'attività di oltre 370 ONG? Qual è il ruolo di queste linee guida negli scambi con le autorità turche? </p><p>5. L'articolo 5 dell'ordinanza sul materiale bellico (OMB) vieta l'esportazione di materiale bellico in Paesi implicati in un conflitto armato interno o internazionale. Quali sono le conseguenze di questa disposizione in relazione alla Turchia?</p><p>6. Come valuta la situazione dei quasi tre milioni di profughi siriani e iracheni presenti in Turchia? La Turchia continua a essere considerata un "Paese terzo sicuro"?</p><p>7. La politica repressiva del governo turco potrebbe scatenare una nuova ondata di profughi, in particolare per quanto riguarda la comunità curda. Il Consiglio federale è preparato a questo scenario? Come pensa di reagire? La Turchia è ancora considerata un "Paese di provenienza sicuro"? Se del caso, il Consiglio federale rilascerà visti umanitari?</p><h2>FederalCouncilResponseText<h2><p>1. Nell'ambito della sua strategia di politica estera, la Svizzera imposta le relazioni con gli altri Paesi conformemente agli obiettivi, agli interessi e ai valori iscritti nella Costituzione, tra cui rientrano tra l'altro la promozione della democrazia, dello Stato di diritto e dei diritti umani. La Svizzera persegue questi obiettivi anche nelle relazioni con la Turchia, sia a livello bilaterale sia a livello regionale e multilaterale (OSCE, Consiglio d'Europa, ONU). Alla luce delle sfide attuali, il Consiglio federale ritiene che un dialogo aperto, diretto, critico e costruttivo con il governo turco sia la via più efficace per difendere i valori, gli interessi e gli obiettivi menzionati. La Svizzera s'impegna inoltre in seno alle organizzazioni internazionali di cui sopra, che applicano i loro strumenti di tutela dei diritti umani nei confronti della Turchia. La Svizzera sostiene anche le istituzioni e i meccanismi internazionali che garantiscono il monitoraggio della situazione dei diritti umani in Turchia. Tra di essi figurano il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e il Commissario per i diritti dell'uomo del Consiglio d'Europa nonché il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura e sulla libertà di espressione.</p><p>2. Il Consiglio federale segue attentamente gli sviluppi in Turchia. Non mette in dubbio il diritto della Turchia di difendersi dai tentativi di rovesciamento e dagli attacchi terroristici. L'entità delle misure e le limitazioni dei diritti umani dopo il tentativo di colpo di Stato preoccupano tuttavia la Svizzera, che ha esortato ripetutamente la Turchia a rispettare le libertà fondamentali e i principi dello Stato di diritto e a onorare i suoi impegni internazionali. La Svizzera ha illustrato più volte questa posizione alle autorità turche, sia a livello bilaterale sia a livello multilaterale (OSCE, Consiglio d'Europa, ONU). Lo ha fatto anche durante l'incontro tra il capo del DFAE e il ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu, tenutosi il 3 novembre 2016 a Berna. La Svizzera è inoltre intervenuta al Consiglio dei ministri del Consiglio d'Europa il 9 novembre e al Consiglio permanente dell'OSCE il 10 novembre 2016.</p><p>Alla luce delle tensioni persistenti e del degrado della situazione nel Sud-Est della Turchia, la Svizzera ha espresso a più riprese la propria disponibilità a fornire un contributo attivo al ravvicinamento tra le parti, qualora gliene sia fatta richiesta. Finora il governo turco ha tuttavia fatto sapere che intende risolvere la questione curda senza la facilitazione o la mediazione di un'entità esterna, proveniente dalla Svizzera o da qualsiasi altro Paese.</p><p>3. I vari appelli a reintrodurre la pena di morte in Turchia preoccupano il Consiglio federale. Nelle sue prese di posizione indirizzate alla Turchia, la Svizzera ha dichiarato che la reintroduzione della pena di morte non contribuirebbe a una maggiore sicurezza nel Paese e violerebbe inoltre gli impegni internazionali della Turchia come pure gli impegni assunti dal Paese con la firma del secondo Protocollo facoltativo al Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici volto ad abolire la pena di morte e dei Protocolli 6 e 13 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Il Consiglio federale ritiene inoltre che la reintroduzione della pena di morte non sia compatibile con l'impegno positivo dimostrato negli ultimi anni dalla Turchia a favore dell'abolizione della pena di morte in tutto il mondo.</p><p>4. La Svizzera riconosce il ruolo importante e positivo che possono svolgere i singoli individui per il rispetto dei diritti umani. Ciò emerge anche dalle linee guida concernenti la protezione dei difensori dei diritti dell'uomo, che ha adottato nel 2013. In tale contesto, la repressione di difensori dei diritti umani, operatori dei media, rappresentanti della giustizia e del Parlamento e altri membri della società civile nonché la chiusura di organizzazioni non governative (ONG) preoccupano il Consiglio federale. La Svizzera ha espresso la sua preoccupazione e formulato le sue aspettative in via bilaterale e in vari organi multilaterali (Consiglio dei diritti umani, OSCE, Consiglio d'Europa).</p><p>5. È già da più di dieci anni che la Svizzera autorizza esportazioni di materiale bellico in Turchia in modo restrittivo. Da circa due anni sono ancora autorizzati solo pezzi di ricambio per sistemi d'arma forniti dalla Svizzera in passato nonché singole armi destinate a diplomatici turchi che fanno rientro nel loro Paese di origine. L'autorizzazione per i pezzi di ricambio è rilasciata conformemente all'articolo 23 della legge federale sul materiale bellico (LMB, RS<b></b>514.51) e quella per singole armi conformemente all'articolo 5 capoverso 3 dell'ordinanza sul materiale bellico (OMB, RS 514.511). Si tratta essenzialmente di pezzi di ricambio per sistemi di difesa antiaerea. Questi ultimi sono di natura difensiva e il rischio che vengano impiegati abusivamente contro la popolazione civile è considerato basso. La prassi restrittiva della Svizzera nel rilasciare autorizzazioni per la Turchia si riflette anche nelle statistiche relative alle esportazioni degli ultimi due anni: se nel 2015 le esportazioni avevano raggiunto un valore complessivo di 137 471 franchi, durante l'anno in corso (fino al 30 settembre) sono di 47 410 franchi.</p><p>6. Nel complesso, la situazione umanitaria dei profughi siriani e iracheni in Turchia è soddisfacente. Una minoranza dei profughi vive in campi in cui l'approvvigionamento è buono. La maggior parte dei profughi si trova al di fuori dei campi e chi non riesce a provvedere al proprio sostentamento riceve un sostegno adeguato. Come in altri Paesi di prima accoglienza, anche in Turchia un certo numero di profughi presenta disabilità e altre vulnerabilità che richiedono un'assistenza speciale. Accogliendo oltre la metà dei profughi siriani e iracheni, la Turchia fornisce un sostegno generoso e completo. Gli eventi che hanno segnato l'attualità s'iscrivono sostanzialmente nella politica interna e non hanno alcun impatto sulla situazione dei profughi.</p><p>La designazione della Turchia quale "Paese terzo sicuro" si riferisce in particolare all'accordo del 18 marzo 2016 tra l'UE e la Turchia. La Svizzera non si avvale di questa designazione nei confronti della Turchia e di conseguenza procede a un esame individuale delle domande di asilo di cittadini siriani e iracheni che in precedenza hanno soggiornato in Turchia.</p><p>Dallo scoppio della crisi siriana, la Svizzera appoggia la Turchia nel rafforzare le capacità di accoglienza nell'ambito dell'iniziativa regionale "Protection in the Region" con un importo di circa 7 milioni di franchi. Il suo contributo consiste nel rafforzare le capacità delle autorità migratorie turche nonché di organizzazioni non governative (ONG) e nel sostenere progetti di protezione dei profughi e intermediazione di servizi statali per i profughi. Gli sviluppi di politica interna non hanno compromesso l'operato dei partner a favore dei profughi. In generale, dall'inizio del conflitto nel 2011 la Svizzera si è impegnata nella crisi siriana stanziando oltre 250 milioni di franchi. Circa la metà degli aiuti è stata impiegata in Siria per contribuire alla protezione e all'aiuto alla sopravvivenza della popolazione colpita e l'altra metà nei Paesi limitrofi Giordania, Libano, Iraq e Turchia.</p><p>7. Finora, la popolazione curda nelle province maggiormente colpite dagli scontri nel Sud-Est del Paese non è fuggita in massa all'estero.</p><p>Sulla scorta del forte aumento delle domande di asilo registrato nel 2015, il Consiglio federale ha adeguato la sua pianificazione di emergenza, che resta valida.</p><p>Dalla metà di luglio 2015, la SEM osserva un lieve incremento delle domande di asilo in Svizzera di cittadini turchi, proseguita moderatamente anche nel corso del 2016. Nei primi dieci mesi del 2016 hanno presentato una domanda di asilo in Svizzera complessivamente 434 cittadini turchi.</p><p>La Turchia non è e non è mai stata un Paese di provenienza sicuro ai sensi della legge sull'asilo. </p><p>È possibile rilasciare un visto umanitario alle persone in grado di dimostrare un pericolo grave, concreto e diretto che richiede l'intervento delle autorità. Finora alla SEM non è stata presentata nessuna domanda giustificata.</p>  Risposta del Consiglio federale.