<h2>FederalCouncilResponseText<h2><p>La richiesta del presente postulato è simile a quella del postulato Zbinden del 1997 (97.3626). In quanto disposto a sostenere l'idea di una riforma parziale del diritto di voto in seno al Consiglio dei direttori esecutivi, il Consiglio federale aveva proposto di togliere di ruolo il postulato in quanto già realizzato. Con la sua richiesta di una riforma fondamentale del diritto di voto in seno al Fondo monetario internazionale (FMI), il presente postulato va però oltre. Alla luce della situazione attuale occorre riesaminare le argomentazioni pro e contro una riforma del diritto di voto.</p><p></p><p>A favore di una riforma del diritto di voto vi sono sempre due argomenti. Il primo è dato dalla continua erosione del peso dei voti di base causata dai numerosi aumenti delle quote. Nel 1958 i voti di base rappresentavano il 15,6 per cento di tutti i diritti di voto in seno al FMI. Oggi questa proporzione è solo del 2,1 per cento. Questa evoluzione ha comportato un graduale allontanamento dall'obiettivo dei voti di base, che è quello di garantire ad ogni membro una parte minima del totale dei voti. Come conseguenza di questo fenomeno, 58 dei 182 Stati membri del FMI hanno un numero di voti equivalente allo 0,05 per cento o meno. Insieme, questi Paesi arrivano ad un numero di voti pari all'1,79 per cento, vale a dire dieci volte inferiore a quello degli Stati Uniti. Alla luce del principio dell'uguaglianza degli Stati un aumento dei voti di base è quindi giustificabile. Tuttavia, gli Stati popolosi non vi ricavano alcun aumento dei voti di base. In effetti, un incremento dei voti di base accentuerebbe ulteriormente le disuguaglianze esistenti a questo livello, poiché i Paesi in sviluppo e in transizione con una vasta popolazione - come ad esempio India e Cina - vedrebbero diminuire ancor di più il peso del loro voto.</p><p></p><p>Il secondo argomento a favore di un aumento dei voti di base è la diminuzione del numero di voti dei Paesi in sviluppo più poveri. Tuttavia, bisogna relativizzare l'opinione secondo cui dal 1970 i Paesi in sviluppo e in transizione avrebbero visto ridursi l'importanza del loro voto. Al contrario, a seguito della crescita di alcuni Paesi emergenti, la loro parte è aumentata. Secondo la classificazione del FMI, i Paesi in sviluppo e in transizione detengono oggi circa il 39 per cento dei diritti di voto in seno al FMI, mentre nel 1970 questa quota ammontava a circa il 35 per cento. È tuttavia vero che la parte dei Paesi in sviluppo più poveri nel totale dei voti si è ridotta. Ciò è dovuto al fatto che negli ultimi decenni il loro peso economico relativo è ulteriormente regredito e - per ragioni inerenti alla sua stabilità finanziaria - il FMI ha adeguato le quote alle realtà economiche. Un aumento dei voti di base arginerebbe una marginalizzazione di questi Paesi. </p><p></p><p>Oltre a questi argomenti di fondo a favore di una riforma del diritto di voto, occorre tener presente anche differenti argomentazioni contrarie ad un forte aumento dei voti di base. In primo luogo, non deve essere toccato il principio secondo cui sono essenzialmente le quote (partecipazione di capitale) che determinano la parte del totale dei voti detenuta dai Paesi membri. Questo principio è giustificato dalla natura stessa del FMI che è una comunità che concede crediti ed ha finora contribuito in modo considerevole al funzionamento dell'organizzazione. In secondo luogo, una riforma del diritto di voto non deve portare a un sensibile spostamento del peso dei voti dai Paesi che danno crediti a quelli che ne ricevono. Vi sarebbe infatti il pericolo di un indebolimento della condizionalità e di una minore disponibilità dei Paesi creditori a mettere a disposizione ulteriori mezzi. </p><p></p><p>Nel contesto attuale appare particolarmente importante il terzo motivo, vale a dire quello secondo cui ogni aumento dei voti di base provoca una riduzione del numero di voti della Svizzera. Da qualche tempo alcuni grandi Paesi stanno mettendo in discussione il diritto di rappresentanza della Svizzera e di altri piccoli Paesi europei in seno al Consiglio dei direttori esecutivi del FMI. Con l'istituzione nel 1999 del G-20 - una piattaforma informale di contatto tra il G-7 e 13 importanti Paesi emergenti, che tratta questioni di politica finanziaria internazionale - e del Forum per la stabilità dei mercati finanziari, questi Paesi vogliono tener conto dei cambiamenti del ruolo dei differenti attori dell'economia mondiale. La Svizzera, che non è rappresentata in questi gruppi, s'impegna invece per un rafforzamento degli organi direttivi formali in seno al FMI e alla Banca mondiale nonché dei pertinenti comitati direttivi ministeriali. Grazie al sistema delle quote questi garantiscono una rappresentanza adeguata. Vista l'importanza economica e finanziaria del nostro Paese è normale che la Svizzera abbia diritto a un seggio in seno ai Consigli dei direttori esecutivi del FMI e della Banca mondiale nonché al Comitato monetario e finanziario internazionale e al Comitato di sviluppo. La Svizzera dispone di una piazza finanziaria importante a livello internazionale e figura tra i più importanti Paesi creditori del mondo, sia come Paese di provenienza di flussi di capitali internazionali privati sia anche come Paese datore di crediti pubblici in casi di necessità di rifinanziamento giustificate da crisi.</p><p></p><p>Alla luce di questo contesto, un cospicuo aumento dei voti di base, così come richiesto dall'autore del postulato, non è nell'interesse della Svizzera. Nonostante le giuste richieste dei Paesi membri più poveri e più piccoli, ogni riforma del diritto di voto - che vada oltre un aumento marginale dei voti di base - si tradurrebbe per la Svizzera in una riduzione volontaria della propria parte del totale dei voti e quindi nella rinuncia all'attuale posizione alla testa di un gruppo di Paesi. Per conseguire un maggiore equilibrio nel rapporto del diritto di voto, il Consiglio federale si impegnerà nuovamente in occasione della prossima revisione delle quote per una modesta riforma del diritto di voto, ma respinge il presente postulato per una riforma fondamentale.</p>  Il Consiglio federale propone di respingere il postulato.