<h2>SubmittedText<h2><p>Il Consiglio federale è invitato, nell'ambito della prossima revisione dell'IVA, a proporre al Parlamento l'attuazione di un'imposta sugli articoli di lusso, introducendo e modificando le disposizioni necessarie, segnatamente all'articolo 36 LIVA.</p><h2>FederalCouncilResponseText<h2><p>1. Nella mozione si chiede che, in occasione della prossima revisione della legge sull'IVA, il Consiglio federale proponga l'introduzione di un'aliquota d'imposta più elevata per gli articoli di lusso. Così nell'IVA verrebbe introdotta una quarta aliquota d'imposta, che andrebbe ad aggiungersi all'aliquota normale (attualmente del 7,6 per cento), all'aliquota ridotta (attualmente del 2,4 per cento) e all'aliquota speciale per le prestazioni del settore alberghiero (attualmente del 3,6 per cento). Ciò è in contrasto con gli sforzi del nuovo regime finanziario, che intende mantenere basso il numero delle aliquote d'imposta per questioni di semplicità del sistema fiscale.</p><p>Il problema principale consiste tuttavia nella qualifica di bene di lusso. Ciò che è lusso non può essere stabilito in modo oggettivo-scientifico. La nozione dipende piuttosto dall'idea personale (ognuno ha la propria scala di esigenze), è relativa ed è soggetta a continui cambiamenti nello spazio e nel tempo. Le diverse esigenze non sono stabilite dalla popolazione in generale bensì dall'individuo e non possono essere generalizzate se non arbitrariamente. Sono pochi i beni riconosciuti comunemente da tutti come beni di lusso. Durante la validità dell'imposta federale sul lusso in vigore dal 1942 al 1958 erano qualificati come beni di lusso, ad esempio, gli apparecchi fotografici, gli orologi da polso e i giradischi. Nessuno può oggi seriamente affermare che questi beni - almeno nella loro forma di commercio usuale - hanno ancora carattere di lusso.</p><p>La problematica dell'imposizione del lusso consiste quindi innanzitutto nella delimitazione della cerchia dei beni. Questo punto di partenza insoddisfacente fa sì che l'imposta sul lusso diventi un oggetto permanente di controversie; l'applicazione del sistema dell'imposta sul valore aggiunto diverrebbe ancor più confusa e complessa e porrebbe questioni di delimitazione ancora più spinose. Inoltre, la cerchia dei beni di lusso dovrebbe continuamente essere adeguata alle mutate situazioni e concezioni della vita.</p><p>Se i beni, ipoteticamente imponibili all'aliquota di lusso, fossero forniti a destinatari contribuenti, la deduzione dell'imposta precedente sarebbe ammessa. Un albergo a cinque stelle potrebbe, ad esempio, dedurre l'imposta precedente pagata per il costoso arredamento. Per restare all'esempio dell'albergo di lusso: l'insalata sarebbe imponibile all'aliquota normale e il caviale all'aliquota di lusso. Che accadrebbe però con il vino? Da quale prezzo sarebbe considerato un bene di lusso? Tra l'altro, l'albergo dovrebbe all'occorrenza applicare tre (!) aliquote d'imposta: l'aliquota speciale per il pernottamento con la prima colazione, l'aliquota di lusso per la fornitura di determinati beni di lusso e l'aliquota normale per le altre prestazioni.</p><p>Un'imposta sul lusso non è adatta a migliorare l'equità fiscale, poiché, secondo l'esperienza, la scala individuale delle esigenze non è in relazione con l'ammontare del reddito. I cosiddetti beni di lusso non sono affatto acquistati soltanto dai benestanti, ossia da chi s'intende colpire con la presente mozione.</p><p>2. Un'imposta sul lusso si contrappone ai propositi di numerosi interventi parlamentari, che mirano proprio alla semplificazione del sistema dell'imposta sul valore aggiunto. Si tratta in particolare del postulato dell'ex-consigliere nazionale Hansueli Raggenbass concernente il giudizio sull'IVA (03.3087) e della mozione del consigliere nazionale Ulrich Schlüer sulla riduzione degli oneri IVA (04.3338).</p><p>3. L'introduzione di un'imposta sul lusso sarebbe chiaramente contraria al diritto UE. La direttiva 1999/49/CE del Consiglio del 25 maggio 1999 che modifica, per quanto riguarda l'aliquota normale, la direttiva 77/388/CEE sul sistema comune di imposta sul valore aggiunto come pure la direttiva 2001/41/CE del Consiglio, del 19 gennaio 2001, che modifica, in relazione alla durata di applicazione dell'aliquota minima in materia di aliquota normale, la sesta direttiva (77/388/CEE) relativa al sistema comune di imposta sul valore aggiunto fissano per ogni Stato membro aliquote minime vincolanti. L'aliquota normale non può essere inferiore al 15 %. Oltre a ciò gli Stati dell'Unione possono applicare una o due aliquote ridotte, che non possono essere inferiori al 5%. Il diritto UE prescrive quindi un'aliquota normale e al massimo due aliquote ridotte. È per contro esclusa un'aliquota d'imposta più elevata, ad es. per beni di lusso.</p><p>Evidentemente il diritto fiscale europeo non esplica un effetto diretto sull'ordinamento fiscale svizzero. È però indubbio che il diritto svizzero in materia d'imposta sul valore aggiunto sia sempre più influenzato dall'evoluzione del diritto europeo. In questo modo il costituente voleva di proposito avvicinare l'imposizione svizzera del consumo a quella dell'UE e dei suoi Stati membri, mirando non da ultimo a rafforzare la competitività dell'economia svizzera.</p>  Il Consiglio federale propone di respingere la mozione.