<h2>SubmittedText<h2><p>Il Consiglio federale è incaricato di elaborare una legge che garantisca in ogni caso la libera espressione delle proprie idee nell'ambito di processi di formazione delle opinioni e di dibattiti democratici, senza che disposizioni di legge limitino tale libertà. Occorre in particolare abrogare l'articolo 261bis CP (norma antirazzismo).</p><h2>FederalCouncilResponseText<h2><p>La richiesta di abrogare l'articolo 261 del Codice penale (CP) sulla discriminazione razziale non è nuova. Era già stata sollevata nel 1999 con la mozione Jürg Scherrer (Abrogazione della legge sul razzismo, 99.3169). Il Consiglio federale propose allora di respingere la mozione. Alla fine del 1999 l'intervento è stato tolto di ruolo, dopo che il suo autore aveva lasciato il Consiglio nazionale.</p><p>Il Consiglio federale ritiene che debba continuare a essere punito chiunque inciti pubblicamente all'odio o alla discriminazione contro una persona o un gruppo di persone a causa della loro razza, etnia o religione, chiunque denigri tali persone con parole o altre esternazioni o chiunque si rifiuti di fornire loro un servizio da lui offerto e destinato al pubblico. Parimenti deve continuare a essere punito chiunque diffonda pubblicamente ideologie di stampo razzista e chiunque disconosca o minimizzi grossolanamente il genocidio.</p><p>Creando l'articolo 261 CP la Svizzera ha ottemperato a un obbligo derivante dall'adesione alla Convenzione internazionale del 21 dicembre 1995 sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale. Tale Convenzione è entrata in vigore per il nostro Paese il 29 dicembre 1994. Se l'articolo 261 CP fosse abrogato senza essere sostituito, la Svizzera dovrebbe denunciare questa convenzione internazionale ratificata finora da 170 Stati (tra i quali tutti i Paesi dell'Europa occidentale, ad eccezione di Andorra): ciò susciterebbe incomprensioni e comprometterebbe la reputazione del nostro Paese.</p><p>L'autore della mozione motiva la sua richiesta rifacendosi fondamentalmente alla decisione del Tribunale federale del 27 maggio 2004 (6S.318/2003). Con tale decisione, il concetto di carattere pubblico sarebbe stato ampliato a tal punto da entrare ora in conflitto con i diritti fondamentali essenziali della libertà di espressione. L'autore della mozione è persuaso che, in base a tale sentenza, anche la riflessione fatta allo "Stammtisch" rientri ora nel campo di applicazione dell'articolo 261 CP.</p><p>La decisione si riferisce a un incontro avvenuto in un rifugio, in cui circa 40-50 persone dell'ambiente skinhead hanno tenuto una conferenza sulla nascita delle SS e sulle armi impiegate da tale organizzazione militare. Il Tribunale federale non ha riconosciuto il carattere privato della manifestazione, modificando quindi la sua precedente definizione di carattere pubblico ai sensi dell'articolo 261 CP. In base a tale decisione sono considerate pubbliche tutte le esternazioni e i comportamenti che non avvengono in un ambito privato, ossia in ambito non proveniente dalla cerchia familiare o degli amici oppure al di fuori di un contesto caratterizzato da relazioni personali o da un rapporto di fiducia particolare. È vero che in tal modo viene generalmente limitato il numero di riunioni private nell'ambito delle quali ci si può permettere di esternare affermazioni razziste. Sono quindi comprensibili le preoccupazioni dell'autore della mozione riguardo al conflitto con la libertà di opinione e i suoi timori che l'articolo 261 CP possa in futuro essere applicato alle conversazioni che avvengono allo "Stammtisch". Alcuni media hanno pure dipinto la decisione come un bavaglio messo a chi parteciperà a conversazioni agli "Stammtisch". Le persone che si riuniscono ad uno "Stammtisch" sono tuttavia generalmente legate da un rapporto di amicizia e le loro relazioni sono caratterizzate da una particolare fiducia, ciò che secondo la nuova giurisprudenza del Tribunale federale fa propendere per il carattere privato. Anche in futuro, tuttavia, questo aspetto sarà da considerare caso per caso, in base alle circostanze. Le esternazioni fatte allo "Stammtisch" erano da considerare pubbliche anche prima della decisione del TF, se potevano essere facilmente udite anche da terze persone.</p><p>La libertà di espressione è garantita esplicitamente dall'articolo 16 della Costituzione federale (Cost.). Attualmente il Consiglio federale non ritiene necessaria l'adozione di ulteriori disposizioni legislative a tutela di questo diritto fondamentale. Il Consiglio federale illustra chiaramente quanta importanza attribuire alla libertà di espressione nel parere relativo alla mozione Scherrer del 1999 e in parte in quello relativo alla mozione Gusset del 1997 (Articolo sul razzismo. Revisione, 97.3327). In tale occasione è stato ricordato che la libertà di espressione non è incondizionata. Vi sono dei limiti, ad esempio quando si tratta di proteggere la dignità o l'onore altrui. L'applicazione dell'articolo 261 CP si scontra inevitabilmente con i limiti della libertà di espressione. Nel caso singolo occorre ponderare se dare maggior peso alla protezione dalle discriminazioni o alla libertà di espressione. L'articolo 261 CP consente questa ponderazione, come dimostra una recente decisione del Tribunale federale del 6 ottobre 2004 (6S.64/2004), con la quale il direttore della polizia di Bienne Jürg Scherrer è stato assolto dall'accusa di discriminazione razziale.</p>  Il Consiglio federale propone di respingere la mozione.