<h2>FederalCouncilResponseText<h2><p>1. Il Consiglio federale è da anni consapevole della situazione spesso difficile della popolazione curda non soltanto in Turchia, ma anche in Iraq, Siria e Iran. A causa della dimensione regionale della questione curda, gli approcci politici in vista della sua soluzione sono estremamente laboriosi e richiedono un ampio sostegno internazionale.</p><p></p><p>Nel caso della Turchia, dove vive la popolazione curda numericamente più importante, la soluzione della questione curda appare particolarmente difficile non da ultimo perché prevale il concetto dello Stato unitario laico. Per poter avere un influsso sulla Turchia in merito a detta questione è indispensabile la cooperazione della comunità di Stati internazionale. Per questa ragione, negli ultimi anni, la Svizzera si è rivolta a più riprese al Consiglio d'Europa e all'OSCE perché si sollecitasse la Turchia a riconoscere certi diritti delle minoranze in favore dei curdi e a rispettare i diritti dell'uomo, senza trovare invero l'auspicato sostegno da parte degli altri Stati membri di detta organizzazione. Ciononostante il Consiglio federale continuerà, nell'ambito di tale piattaforma di trattative multilaterali, a impegnarsi per migliorare la posizione della popolazione curda. A titolo di buoni servizi, il Consiglio federale è anche disposto ad esaminare il sostegno a iniziative internazionali atte a risolvere politicamente la questione curda. Ha inoltre ribadito tale offerta anche in occasione della sua presa di posizione del 17 febbraio scorso in merito alle azioni dei Curdi.</p><p></p><p>2. Le aspettative formulate dal Consiglio federale in merito al processo contro Ocalan sono state trasmesse il 23 febbraio 1999 all'Incaricata d'affari turca a Berna. Sia a Berna che ad Ankara le competenti autorità federali si impegneranno a far presente con energia i loro desiderata alle autorità turche. Anche la rappresentanza permanente della Svizzera presso il Consiglio d'Europa è stata invitata a operare in favore di un intervento del Consiglio d'Europa nell'affare Ocalan. Un primo risultato è stato la visita del Comitato contro la tortura del Consiglio d'Europa nella prigione di Ocalan, avvenuta lo scorso 2 marzo. La Svizzera auspica inoltre la presenza di rappresentanti del Consiglio d'Europa al processo Ocalan.</p><p></p><p>3. Molti indizi - fra gli altri il servizio concomitante della televisione curda MED-TV e lo svolgimento nel tempo degli atti di violenza - fanno supporre che le occupazioni e le prese di ostaggi del 16 febbraio e dei giorni successivi fossero opera di un coordinamento centrale. Secondo il Centro d'informazione Curdistan a Colonia (Germania) il Comitato centrale del PKK ha definito le azioni nei vari Stati come mobilitazione generale dei curdi in Europa. Con tali tumulti in tutta Europa, orditi centralmente, il PKK ha dimostrato di rappresentare, per tutti gli Stati coinvolti, un notevole potenziale di minaccia.</p><p></p><p>È chiaro che soltanto la collaborazione internazionale delle competenti autorità preposte alla sicurezza può permettere di far fronte a una simile minaccia. Questo si applica soprattutto allo scambio reciproco di informazioni. Benché le autorità svizzere preposte alla sicurezza siano rappresentate in vari organismi internazionali e pratichino una stretta collaborazione anche con i servizi d'informazione, tuttavia il fatto che il nostro Paese non sia membro dell'Unione europea - come il Consiglio federale ha già fatto notare a più riprese - impone limiti non indifferenti a una piena partecipazione alla collaborazione europea in materia di sicurezza. È segnatamente il caso per la collaborazione nell'ambito dell'Accordo di Schengen, della Convenzione di Dublino, del Trattato di Amsterdam e in misura minore dell'Accordo su Europol. Pertanto, in tutti i settori della sicurezza interna - a cominciare dai visti per passare all'asilo e arrivare alla collaborazione con organi di polizia e giustizia - la Svizzera deve accettare svantaggi. Nel caso dei tumulti curdi estesi a tutta l'Europa è tuttavia risultato che anche Paesi membri dell'UE siano stati colti di sorpresa, cosa questa che mostra i limiti della collaborazione nel settore della sicurezza interna, quando sono toccati interessi nazionali.</p><p></p><p>4. Per limitare gli svantaggi derivanti al nostro Paese dalla non partecipazione alla collaborazione europea in materia di sicurezza, la Svizzera ha avviato, in una prima fase, trattative con gli Stati limitrofi. Con Francia e Italia sono stati firmati accordi, nel frattempo ratificati anche dal Consiglio nazionale, che fra l'altro rafforzano la collaborazione fra le polizie di frontiera e disciplinano la riammissione degli immigrati clandestini. Il Consiglio federale auspica di poter firmare entro la primavera di quest'anno anche con Germania e Austria accordi sulla collaborazione fra le polizie. Determinati problemi possono infatti essere risolti soltanto a livello multilaterale. Da alcuni anni, e particolarmente l'anno scorso, il Consiglio federale si è impegnato molto attivamente per una collaborazione con gli Stati di Schengen e dell'UE. Il capo del DFGP ha intrapreso in proposito varie iniziative di politica estera. I competenti ministri degli Stati limitrofi hanno mostrato comprensione per la situazione della Svizzera.</p><p></p><p>Ciononostante la Svizzera non riesce a ottenere neppure un minimo avvicinamento a Schengen. A stragrande maggioranza, lo scorso settembre, in occasione di una seduta del Comitato esecutivo, gli Stati di Schengen hanno categoricamente respinto una tale pretesa. Fu soprattutto fatto osservare che il Gruppo di Schengen non aveva competenze in materia di politica estera. Un ulteriore motivo del rifiuto risiede nel fatto che con l'entrata in vigore del Trattato di Amsterdam la validità giuridica di Schengen sarà integrata nell'UE, il che comporterà, in tal momento, lo scioglimento del Gruppo di Schengen.</p><p></p><p>Con l'entrata in vigore del Trattato di Amsterdam, fra l'altro, i settori asilo e visti saranno trasferiti dal terzo al primo pilastro. Inoltre anche l'Aquis di Schengen sarà integrato nel Trattato dell'Unione - benché non sia ancora stato deciso a quale pilastro sarà trasferito. Si crea in tal modo una nuova situazione anche per il Consiglio federale.</p><p></p><p>Dopo l'entrata in vigore del Trattato di Amsterdam e tenendo conto della conclusione dei negoziati bilaterali Svizzera-UE, il Consiglio federale procederà, nel corso di quest'anno, a una nuova valutazione della situazione per ridefinire, se necessario, la strategia di avvicinamento della Svizzera alla cooperazione con l'UE in materia di sicurezza.</p><p></p><p>Visto il perdurare a livello europeo della minaccia degli estremisti violenti curdi, anche l'UE ha mostrato interesse a una collaborazione della Svizzera. Infatti, su invito della presidenza tedesca dell'UE, il capo del DFGP ha partecipato a una riunione dei ministri dell'interno dell'UE, tenutasi a Bonn il 23 febbraio 1999, nel corso della quale si è discusso delle occupazioni e degli atti di violenza di attivisti curdi. Vi fu unanimità nell'affermare che non si poteva tollerare la violenza in uno Stato di diritto, che non vi era alcuna giustificazione politica all'impiego della violenza e che occorreva sia unire le forze per impedire ulteriori atti di violenza sia sanzionare quelli già perpetrati. I partecipanti alla conferenza concordarono segnatamente un'intensificazione della collaborazione all'interno dei Paesi UE, con particolare attenzione al miglioramento dello scambio di informazioni e a un migliore coordinamento dei provvedimenti contro attivisti violenti del PKK. Il Consiglio federale esaminerà in quale misura la Svizzera potrà partecipare a una tale migliore collaborazione.</p><p></p><p>5. Il Consiglio federale ha già deciso provvedimenti per migliorare la protezione di installazioni poste sotto la responsabilità della Confederazione come pure misure per rafforzare la protezione dello Stato. Occorre reagire in misura adeguata e degna di uno Stato di diritto a quanto accaduto. Non ci si può invece lasciar andare a una falsa accondiscendenza nei confronti di chi ha violato il diritto. In altre parole occorre avviare con celerità e decisione, ma anche con la dovuta equità, le necessarie inchieste penali ed eseguire le sentenze penali inflitte. Il Consiglio federale è inoltre d'avviso che i seguenti provvedimenti, fondati sulle esistenti basi legali, debbano essere applicati con rigore dalle competenti autorità federali e cantonali:</p><p></p><p>- i competenti uffici del DFGP devono pronunciare più facilmente divieti d'entrata contro presunti appartenenti a organizzazioni estremiste violente, che si trovano all'estero. In tal modo, in caso di non osservanza del divieto d'entrata, esisterebbe nel contempo un motivo di allontanamento;</p><p></p><p>- gli appartenenti a organizzazioni estremiste violente senza permesso di dimora o di domicilio oppure con permesso di dimora o di domicilio fuori dell'ambito dell'asilo, che hanno partecipato ad atti di violenza, vanno allontanati o espulsi. Nel caso in cui l'esecuzione dell'allontanamento risultasse non ammissibile, il capo del DFGP ha raccomandato ai Cantoni di imporre a tali persone il divieto di lasciare un determinato territorio;</p><p></p><p>- le persone che adempiono le condizioni di rifugiato, ma che hanno agito come estremisti violenti o che appartengono a un'organizzazione estremista violenta, vanno considerate non degne dell'asilo e l'asilo deve essere loro negato. Se esistono motivi fondati per cui tali persone possano micciare la sicurezza della Svizzera, dette persone vanno allontanate. Se l'esecuzione risulta non ammissibile a causa dell'articolo 3 CEDU, a tali persone va imposto il divieto di lasciare un determinato territorio;</p><p></p><p>- le persone alle quali la Svizzera ha concesso l'asilo, ma che hanno agito come estremisti violenti, possono essere espulse a determinate condizioni; anche in tal caso si dovrà tener conto dell'articolo 3 CEDU.</p><p></p><p>Per il momento il Consiglio federale non ritiene opportuno vietare il PKK in Svizzera; un tale divieto sarebbe contrario alla nostra tradizione, sotto l'aspetto poliziesco difficile da attuare e spingerebbe ancor più gli appartenenti del PKK nella clandestinità. Se i provvedimenti esposti sopra non dovessero sortire l'effetto sperato, tale divieto, a seconda delle circostanze, potrebbe tuttavia essere preso in considerazione.</p><p></p><p>Fra l'altro, le autorità preposte alla protezione dello Stato tengono da parecchi anni il PKK sotto osservazione. Le cognizioni della Polizia federale su detta organizzazione sono esposte nel rapporto sulla protezione dello Stato, pubblicato dal DFGP. Per ovvie ragioni, sull'organizzazione di condotta del PKK figurano nel rapporto soltanto i dati destinati al pubblico.</p><p></p><p>6. Analogamente ad altri gruppi di stranieri il cui Stato di origine è coinvolto in un conflitto armato, anche il PKK ha una forte necessità di denaro per finanziare il partito stesso e il sostegno alla lotta in Turchia. Essenzialmente i fondi provengono da collette, da contributi versati dai membri e dal ricavato della vendita di pubblicazioni. La somma da raccogliere è stabilita dalla Centrale del PKK per ogni regione. Verso la fine di ogni periodo di raccolta di fondi, detta raccolta diventa viepiù violenta in quanto gli incaricati non riescono a raccogliere con le sole offerte volontarie la somma stabilita per la loro regione. Sono noti molti casi di versamento forzato: nel rapporto (per l'anno 1997) della Polizia federale sulla protezione dello Stato, citato prima, è esposta tutta una serie di simili casi.</p><p></p><p>7. Nel rapporto intermedio, già a conoscenza del Consiglio federale, di un gruppo di lavoro interdipartimentale, istituito dal capo del DFGP e nel quale hanno collaborato anche i Cantoni, si afferma che la struttura del nostro Stato federalista, per quanto concerne il settore della polizia e segnatamente nella lotta alla criminalità internazionale e nella gestione dei problemi legati alla migrazione, è giunta al limite delle sue possibilità. Il capo del DFGP ha pertanto incaricato un gruppo di lavoro di esaminare l'intero sistema della sicurezza interna e in particolare anche la ripartizione dei compiti fra Confederazione e Cantoni al fine di stabilire se le odierne strutture siano ancora idonee ad affrontare i problemi e futuri. La discussione verte anche sui futuri compiti del Corpo delle guardie di confine.</p><p></p><p>Come mostrano i più recenti eventi, i corpi di polizia svizzera, vista la concomitanza di più missioni di polizia di sicurezza, sono al limite delle loro capacità qualora la necessità del loro impiego dovesse protrarsi nel tempo. Il gruppo di lavoro dovrà analizzare anche questa situazione ed elaborare proposte di soluzione.</p>  Risposta del Consiglio federale.