<h2>FederalCouncilResponseText<h2><p>La visione del mondo degli Stati Uniti è cambiata sostanzialmente dall'11 settembre. Gli attentati di New York e Washington hanno provocato negli Stati Uniti un cambiamento di paradigmi che tanti osservatori esterni riescono a capire solo in parte. La percezione americana della minaccia alla quale sono esposti territorio e interessi è profondamente mutata. Gli Stati Uniti si considerano in guerra contro il terrorismo. Reputano conclusa definitivamente la fase post-guerra fredda. Ai loro occhi, le nuove minacce "asimmetriche" non possono più essere affrontate con la politica tradizionale di "deterrenza" e di "confinamento". Di fronte alle minacce contemporanee, gli americani ritengono che queste strategie non siano più adeguate, anzi siano addirittura inefficaci. Per questa ragione hanno elaborato una nuova dottrina che è stata pubblicata lo scorso 20 settembre con il titolo "La strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti d'America". Da una parte questa nuova dottrina afferma la necessità di sostenere fermamente i requisiti della dignità umana, di rafforzare le alleanze finalizzate a sconfiggere il terrorismo globale e di collaborare con altri per sgominare i conflitti regionali; inoltre ribadisce anche la determinazione nell'affrontare forze nemiche che minacciano con armi di distruzione di massa gli USA, i loro alleati e i loro amici, e la volontà di favorire la crescita economica globale, di rafforzare l'aiuto allo sviluppo agli Stati che si stanno sviluppando e di espandere la collaborazione con altre potenze mondiali. Dall'altra parte la dottrina sottolinea specialmente, ed in questo è innovativa, la volontà degli Stati Uniti di adottare in modo più risoluto delle misure preventive contro le minacce che si delineano senza che si sappia il momento o il luogo dell'eventuale attacco. Questa volontà di attacchi preventivi si manifesta chiaramente anche se gli Stati Uniti s'impegnano ad agire con misura e solo per motivi evidenti e cause giuste. Assicurano che s'impegneranno a ottenere il sostegno della comunità internazionale ma mettono in chiaro, rinviando al loro diritto di autodifesa, che agirebbero determinati contro il terrorismo anche soli, se venisse negato loro il sostegno. Infine, l'intenzione degli Stati Uniti di mantenere la loro posizione di supremazia militare trova la sua conferma nella nuova dottrina.</p><p></p><p>Il Consiglio federale risponde alle domande poste come segue:</p><p></p><p>1. Gli Stati Uniti, come unica grande potenza, partono da un principio globale nella percezione dei loro interessi e delle loro responsabilità. Il loro campo d'azione non si limita solo al proprio territorio ma si espande oltre le frontiere. La percezione di minacce che potrebbero mettere in pericolo i loro interessi si è accentuata dopo l'11 settembre. Ne consegue una nuova definizione della strategia di sicurezza nazionale. È una strategia che si appoggia sulla potenza militare degli Stati Uniti e sulla volontà sottolineata di servirsene in caso di necessità anche individualmente. </p><p>Le sfide che minacciano la sicurezza della comunità internazionale degli Stati sono mutate; il Consiglio federale condivide questa opinione. Le minacce odierne hanno un carattere globale. Il terrorismo, la minaccia dell'uso di armi di distruzione di massa ma anche la criminalità internazionale organizzata sono delle sfide che devono essere affrontate insieme ad altri Stati e seconde le norme del diritto internazionale. Il Consiglio federale è convinto che si debba cercare e trovare le risposte giuste a queste sfide con la cooperazione internazionale, specialmente negli organi idonei come le Nazioni Unite.</p><p></p><p>2. In caso di un conflitto militare in Iraq, le conseguenze sarebbero disastrose, specialmente per la popolazione civile. Sul piano umanitario (vittime, approvvigionamenti, flusso di profughi) dipenderebbero dalla dimensione e dalla durata delle operazioni militari. Vi si aggiungerebbe il pericolo di una destabilizzazione della regione che probabilmente si aggraverebbe se gli Stati Uniti agissero soli o con il sostegno di un numero limitato di alleati ma senza il consenso delle Nazioni Unite. Alcuni Governi della regione si ritroverebbero in una situazione delicata dovendosi confrontare con l'influenza crescente degli Stati Uniti e l'attitudine critica della popolazione a questo riguardo. Movimenti islamici, della regione o d'altrove, potrebbero essere tentati di trarne vantaggio e allargare il loro campo d'azione. Come reazione a tutto questo, gli sforzi di modernizzazione e di democratizzazione degli Stati colpiti potrebbero indebolirsi.</p><p>Il Consiglio federale constata che la stabilità della regione è nell'interesse della Svizzera come anche della comunità internazionale. Fa notare anche che pesano dei gravi sospetti sulla politica d'armamento irachena. Inoltre, si augura che il Governo iracheno mantenga gli obblighi che gli incombono in materia di ispezioni secondo le risoluzioni del Consiglio di sicurezza. Ha invitato l'Iraq a permettere la ripresa incondizionata delle ispezioni sul suo territorio, come anche la presenza dell'UNMOVIC e le loro attività d'ispezione. Il Consiglio federale è dell'opinione che bisogna intraprendere tutti gli sforzi possibili affinché si raggiunga una soluzione alla crisi irachena mediante negoziati. Se questo non fosse possibile, si dovrebbero rispettare tutte le procedure previste nella Carta delle Nazioni Unite e prima di un possibile ricorso alla forza, informare il Consiglio di sicurezza. La Svizzera prevede, a questo riguardo, una soluzione a due fasi, che permetterebbe al Consiglio di sicurezza di constatare se l'Iraq ha mantenuto i suoi impegni, sulla base di un rapporto degli ispettori e nel caso contrario di prendere tutte le misure necessarie prendendo atto della situazione. </p><p></p><p>3. Per la sua situazione geopolitica, lo Stato d'Israele sarebbe particolarmente colpito in caso di una guerra irachena. È difficile per il momento prevedere fino a che punto le azioni belliche si espanderebbero su Israele analogamente a quanto accaduto durante la guerra del Golfo all'inizio degli anni 90. Le relazioni tra Israele e i suoi vicini arabi sono tese a causa del conflitto israelo-palestinese. La sicurezza a lungo termine di Israele dipende soprattutto dalla soluzione di questo conflitto.</p><p></p><p>4. All'occasione del dibattito pubblico iniziato il 16 ottobre al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla crisi irachena, il rappresentante permanente della Svizzera ha espresso chiaramente la posizione del nostro Paese. Si è pronunciato contro ogni diffusione di armi di distruzione di massa e ha manifestato la sua preoccupazione che armi del genere potrebbero cadere nelle mani di terroristi internazionali. Ha confermato che gravi supposizioni pesano sul Governo iracheno riguardo al possesso di armi proibite e l'ha invitato a permettere la ripresa incondizionata delle ispezioni sul suo territorio anche nei cosiddetti "palazzi presidenziali". L'obbiettivo principale è l'eliminazione di tutte le armi proibite che vengono trovate in Iraq. Ha inoltre anche sottolineato l'importanza che la Svizzera dà al rispetto delle disposizioni della Carta delle Nazioni Unite specialmente per quanto riguarda l'uso della forza. </p><p>Il rappresentante svizzero ha in più riconfermato il totale sostegno della Svizzera agli sforzi del Consiglio di sicurezza, del Segretario generale delle Nazioni Unite e del capo della UNMOVIC affinché le ispezioni conducano ad una eliminazione effettiva delle armi proibite che potrebbero essere trovate. La Svizzera ha in particolare annunciato che parteciperà attivamente alla missione della UNMOVIC, se un suo sostegno dovesse essere richiesto. Il rappresentante svizzero ha infine ben accolto la disponibilità degli Stati Uniti a cercare una soluzione per l'attuale crisi nel Consiglio di sicurezza. Ha anche sottolineato il pericolo di una interpretazione precipitosa della nozione di legittima difesa nella prospettiva preventiva. Una tale interpretazione oltrepasserebbe il quadro fissato nella Carta delle Nazioni Unite. L'obbiettivo della Svizzera non è di rinforzare una coalizione anti-guerra ma piuttosto di richiedere rispetto per una politica sulla base della Carta delle Nazioni Unite.</p><p></p><p>5. Vedere risposta 4.</p>  Risposta del Consiglio federale.