<h2>SubmittedText<h2><p>Il Consiglio federale è incaricato di riconoscere il genocidio avvenuto in Bosnia e Erzegovina (simbolicamente rappresentato da quanto avvenuto a Srebrenica nel luglio 1995), scatenato dall'aggressione dei Serbi e delle truppe serbo-bosniache, e di trarne le debite conseguenze sia nell'ambito delle relazioni con la Bosnia e Erzegovina che, nell'ambito della politica interna, nei confronti dei profughi che sono stati vittima di questo genocidio.</p><h2>FederalCouncilResponseText<h2><p>1. La nozione di genocidio è definita nella Convenzione del 9 dicembre 1948 per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, come pure nello statuto dei tribunali ad hoc per l'ex Jugoslavia e per il Ruanda e nello Statuto di Roma che istituisce la Corte penale internazionale. Questi strumenti giuridici, che danno una definizione di genocidio, sono stati introdotti per determinare la responsabilità penale individuale nel caso specifico di persone accusate di aver commesso, tentato di commettere, incitato direttamente e pubblicamente qualcuno a commettere o preso parte a un genocidio. A livello nazionale, il 15 dicembre 2000 è stato introdotto il reato di genocidio (art. 264) nel Codice penale svizzero. Il procedimento e il giudizio dei relativi reati sottostanno alla competenza della Confederazione.</p><p>2. Spetta alle autorità giudiziarie nazionali e ai tribunali internazionali decidere in che misura determinati reati devono essere qualificati come delitti di genocidio. Nella sentenza del 2 agosto 2001 sul caso Krstic, il Tribunale penale per l'ex Jugoslavia è giunto alla conclusione che "è provato al di là di ogni ragionevole dubbio che nel luglio 1995 a Srebrenica è stato perpetrato un genocidio, sono stati compiuti crimini contro l'umanità e sono state violate leggi e consuetudini relative alle situazioni di guerra contro i musulmani di Bosnia". Il Consiglio federale condivide queste conclusioni, ma bisogna sottolineare che si tratta di eventi avvenuti a Srebrenica e non in generale in Bosnia e Erzegovina.</p><p>3. Da oltre dieci anni la Svizzera è attiva in numerosi settori importanti all'interno della Bosnia e Erzegovina. Il Consiglio federale ritiene molto importante continuare ad assistere le organizzazioni internazionali che operano in Bosnia e Erzegovina: in primo luogo l'Ufficio dell'Alto rappresentante, l'Alto commissariato dell'ONU per i rifugiati, l'OSCE, le truppe di protezione dell'UE (EUFOR) e le forze di polizia internazionali (EUPM). Tutte queste organizzazioni offrono un contributo decisivo alle attività di ricostruzione e di sostegno al ritorno dei profughi nonché al promovimento della democrazia, dei diritti umani e di una pace duratura nel Paese. Questi sforzi hanno consentito la realizzazione di numerose riforme, che non da ultimo hanno favorito l'avvicinamento della Bosnia e Erzegovina all'Unione europea.</p><p>4. La strada verso l'adesione all'Unione europea esige ancora ulteriori riforme di base. È indispensabile una riforma della carta costituzionale elaborata dieci anni fa sotto forma di allegato 4 agli accordi di pace di Dayton. Il sostegno offerto dal Consiglio federale si concentra in particolare sui processi avviati dalla società civile bosniaca e sull'operato degli specialisti inviati dall'estero quale contributo alla creazione delle condizioni quadro necessarie, sul piano politico e sociale, al successo di una riforma costituzionale.</p><p>5. La guerra del periodo 1992-1995 con le sue vittime, le deportazioni e le violazioni dei diritti umani, ha inferto profonde ferite alla società bosniaca. Fra le diverse popolazioni regna ancora la diffidenza e la riconciliazione richiederà un processo lungo e difficile. Il Consiglio federale considera di conseguenza molto importanti le misure atte a rielaborare sul piano giuridico o extra giuridico i crimini di guerra perpetrati in Bosnia e Erzegovina.</p><p>6. Dopo il 1996 circa 450 000 profughi e sfollati sono tornati in regioni della Bosnia e Erzegovina in cui si trovano in minoranza. Da quando, negli ultimi anni, la situazione in materia di sicurezza si è stabilizzata - non da ultimo anche nella regione attorno a Srebrenica - il numero delle persone desiderose di rimpatriare è notevolmente aumentato, anche se il Consiglio federale è consapevole che le condizioni di vita di chi appartiene a una minoranza rimangono difficili. In senso generale il Consiglio federale rinvia alla risposta data alla mozione Müller-Hemmi 04.3031, "La Bosnia e Erzegovina non è un Paese di provenienza sicuro". Va inoltre ricordato che nel caso in cui non sussistono le condizioni per la concessione dell'asilo, l'Ufficio federale della migrazione (UFM) valuta se si può ragionevolmente pretendere che la persona in questione torni a vivere in Bosnia e Erzegovina, anche in una regione che non è quella in cui abitava precedentemente, oppure se si può concedere un'ammissione provvisoria. Inoltre, nell'ambito della promozione del rientro volontario si offre sostegno individuale e alle persone vulnerabili si dà la possibilità di partecipare al nuovo programma d'aiuto al ritorno nei Balcani. Infine nei casi di rigore viene decisa un'ammissione provvisoria nel nostro Paese. Perciò il Consiglio federale ritiene sussistano le garanzie per un rimpatrio sicuro e dignitoso.</p><p>7. Il Consiglio federale intende continuare anche in futuro, nei limiti delle risorse disponibili, le diverse attività bilaterali e multilaterali in atto a favore di una pace duratura, della riconciliazione e del rafforzamento complessivo dello Stato in Bosnia e Erzegovina.</p>  Il Consiglio federale propone di respingere la mozione.