<h2>SubmittedText<h2><p>Lo scorso 28 maggio, la Commissaria per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Dunja Mijatovic, ha esortato gli Stati europei in una dichiarazione a rimpatriare d'urgenza i loro cittadini minorenni detenuti nel campo di Al-Hol in Siria.</p><p>Il 90 per cento dei seguaci dell'organizzazione Stato Islamico confinati in questo campo sono donne e bambini. Nello stesso sono morte circa 250 persone, l'80 per cento delle quali erano bambini in tenera età. Le condizioni di vita in questo e altri campi profughi sono caratterizzate da mancanza di acqua, cibo e strutture sanitarie, per non parlare della scolarizzazione (assente) e delle varie minacce e violenze. Ai bambini detenuti in questi campi non è quindi concessa la protezione a loro dovuta.</p><p>Dal 2001 sono stati all'incirca un centinaio i cittadini svizzeri che sono partiti per partecipare alla jihad. Molti hanno portato con sé i propri figli o ne hanno avuti sul posto. Attualmente (marzo 2019), nella regione del conflitto siriano iracheno si troverebbero circa venti cittadini svizzeri che presumibilmente vi si erano recati per motivi terroristici. Secondo la RTS (aprile 2019), almeno sei bambini in tenera età si troverebbero confinati nel campo con i loro genitori appartenenti al gruppo dello Stato Islamico.</p><p>La Svizzera, che ha ratificato sia la Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo sia il Protocollo facoltativo alla Convenzione sui diritti del fanciullo relativo alla partecipazione di fanciulli a conflitti armati, ha l'obbligo di proteggere i suoi cittadini minorenni, specialmente i bambini in tenera età che si trovano in una regione di conflitto. È inoltre compito suo adottare ogni adeguato provvedimento per agevolare il riadattamento fisico e psicologico ed il reinserimento sociale di ogni fanciullo vittima di un conflitto armato (Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo, art. 39). Nella seduta dell'8 marzo 2019 il Consiglio federale ha fissato gli obiettivi e la strategia per il trattamento dei cittadini svizzeri recatisi all'estero per motivi terroristici e, soprattutto, ha dichiarato che, per i minorenni, un rimpatrio poteva essere preso in considerazione per il loro bene.</p><p>Il Consiglio federale è pronto a procedere rapidamente al rimpatrio dei figli svizzeri di jihadisti detenuti nei campi di prigionia, come già hanno fatto o sono sul punto di fare diversi altri Stati europei?</p><h2>FederalCouncilResponseText<h2><p>La sicurezza della popolazione svizzera è un'assoluta priorità del Consiglio federale. Per questo, nella sua decisione dell'8 marzo 2019, ha spiegato che le autorità svizzere non interverranno attivamente per rimpatriare gli adulti che hanno lasciato il Paese spinti da motivi terroristici, e che prenderà tutte le misure operative a sua disposizione per impedire il ritorno incontrollato in Svizzera di tali persone. Tuttavia, come fa giustamente notare l'autrice dell'interpellanza, il rimpatrio dei minori deve essere esaminato caso per caso ed è possibile a determinate condizioni.</p><p>Conformemente alla Convenzione sui diritti del fanciullo e al suo Protocollo facoltativo relativo alla partecipazione di fanciulli a conflitti armati, entrambi ratificati dalla Svizzera, l'interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione permanente del Consiglio federale. Su richiesta delle autorità cantonali di protezione dei minori, il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) - in collaborazione con il Dipartimento federale di giustizia e polizia (DFGP) e con il Dipartimento federale della difesa, della protezione della popolazione e dello sport (DDPS) - analizza caso per caso la situazione di bambine e bambini svizzeri che si trovano nei campi a nord-est della Siria, nei territori sotto il controllo curdo. Questa analisi comprende anche la valutazione di un eventuale ritorno nel rispetto delle condizioni di sicurezza necessarie. A tal fine, il DFAE è in stretto contatto con rappresentanti degli Stati esteri che hanno già compiuto operazioni di rimpatrio di minori. La sicurezza delle persone eventualmente coinvolte in un rimpatrio e quella degli organi di sicurezza deve essere garantita in ogni caso. Da come si può evincere, i rimpatri sono operazioni complesse che richiedono una preparazione accurata e l'adozione di precauzioni adeguate.</p><p>Il Consiglio federale fa inoltre notare che va precisata l'affermazione dell'autrice dell'interpellanza in merito al numero di persone che si sono recate all'estero per partecipare alla jihad. Secondo il Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC), infatti, il numero di persone di provenienza svizzera partite con questo intento che si trovavano o si trovano ancora nelle zone di conflitto dal 2001 è pari a 92, 31 delle quali hanno la cittadinanza svizzera (e, di queste, 18 hanno la doppia cittadinanza).</p>  Risposta del Consiglio federale.