<h2>SubmittedText<h2><p>In futuro, la Confederazione e in particolar modo la Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC) e la Segreteria di Stato dell'economia (SECO) dovranno operare nei settori della cooperazione internazionale, della cooperazione allo sviluppo, della cooperazione multilaterale e degli aiuti umanitari soltanto nei Paesi in cui la spesa militare in percentuale del PIL è stata non più del doppio di quella della Svizzera nel corso degli ultimi cinque anni.</p><p>Dalla proposta sono esclusi gli aiuti urgenti temporanei a favore delle popolazioni civili a seguito di catastrofi naturali o di conflitti armati interni. </p><h2>FederalCouncilResponseText<h2><p>Il Messaggio concernente la cooperazione internazionale 2013-2016 mette l'accento sul contributo della Svizzera alla gestione dei problemi legati alla povertà e delle crisi di portata globale. In tal senso, il Parlamento ha espresso la volontà di intensificare l'impegno della Svizzera in regioni considerate fragili, indipendentemente dall'entità delle spese militari dei rispettivi Stati. La Svizzera è presente in molti di questi Paesi e regioni, come ad esempio in Hindukusch (Afghanistan/Pakistan), dove con il suo programma di cooperazione regionale contribuisce al miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, alla promozione della risoluzione dei conflitti e al rafforzamento del buongoverno locale. L'obiettivo della cooperazione svizzera allo sviluppo non è il sostegno dei governi, bensì il miglioramento delle condizioni di vita dei ceti più poveri.</p><p>Con la sua strategia di politica estera (indirizzo strategico 3: stabilità in Europa, nelle sue regioni limitrofe e nel resto del mondo), la Svizzera intende stabilizzare in particolare anche gli Stati, sostenendo lo sviluppo di strutture governative e amministrative che rispettino i principi dello Stato di diritto e promuovano il buongoverno. Il coinvolgimento della popolazione e dell'amministrazione locali nonché della società civile rafforza la decentralizzazione, che favorisce a sua volta il controllo democratico e il dialogo sull'impiego delle finanze pubbliche, incluse le spese per gli armamenti. Inoltre, i progetti gestiti in modo decentralizzato contribuiscono a ridurre la quota di poveri che, a causa della loro emarginazione socioeconomica, potrebbero cedere alla tentazione di unirsi a movimenti armati o a gruppi terroristici.</p><p>L'ottica della mozione è di sanzionare indirettamente i governi con una spesa per gli armamenti relativamente elevata. Si tratta di un approccio poco efficace, poiché sulla base dei dati del SIPRI questo criterio significherebbe con ogni probabilità che la Svizzera dovrebbe sospendere il suo sostegno in almeno 16 dei 36 Paesi e regioni prioritari o regioni principali d'intervento umanitario della DSC/SECO. Tra questi Paesi figurano anche Burundi, Ciad, Vietnam e Myanmar. In generale, ciò significherebbe colpire i ceti più poveri della popolazione, sarebbe pregiudizievole per il processo di democratizzazione e per la stabilità di questi Paesi e, inoltre, controproducente per quanto concerne l'obiettivo della riduzione delle spese per gli armamenti. L'esempio della Corea del Nord mostra che la risposta adatta a questo tipo di situazioni - a patto che le condizioni della Legge sugli embarghi siano adempiute - consiste in sanzioni mirate che per principio però non vanno a toccare l'aiuto umanitario.</p><p>Il criterio citato nella mozione non costituisce una base oggettiva per valutare le spese militari. Secondo i dati del SIPRI, la spesa per gli armamenti della Svizzera rappresenta lo 0,76 per cento del PIL (media aritmetica per il periodo 2008-2012). Nel raffronto internazionale, si tratta di una percentuale relativamente bassa. Sempre secondo il SIPRI, la Germania investe quasi il doppio rispetto alla Svizzera, mentre in Francia tale spesa rappresenta il 2,4 per cento del PIL e in l'Italia l'1,8 per cento. La soglia menzionata nella mozione sarebbe applicabile indipendentemente da un eventuale ritardo giustificato di un Paese o dal suo contesto specifico in materia di sicurezza politica.</p><p>La continuità e l'efficacia della cooperazione internazionale sarebbero minacciate, se quest'ultima dipendesse ogni anno dal criterio della mozione. Inoltre, le spese militari della Svizzera e il suo PIL subiscono variazioni e non rappresentano quindi una base oggettiva per valutare le spese militari di altri Paesi. Alcuni Paesi sarebbero esclusi dalla cooperazione allo sviluppo solo per questo motivo. Paragonando ad esempio, sempre sulla base dei dati del SIPRI, i periodi 2003-2007 e 2008-2012, risulta che dieci Paesi sarebbero stati interessati da tali cambiamenti in entrambi i sensi.</p><p>La Svizzera si impegna inoltre attivamente, sul piano bilaterale e multilaterale, a favore della sicurezza e della stabilità, dei processi di pace, del disarmo e dei controlli degli armamenti. Si tratta di ambiti complementari alla cooperazione internazionale ai quali il nostro Paese continuerà a dedicarsi intensamente.</p>  Il Consiglio federale propone di respingere la mozione.