<h2>SubmittedText<h2><p>Invito il Consiglio federale a rispondere alle seguenti domande:</p><p>1. Quali sono gli effetti sul tessuto economico e industriale della presenza sul nostro mercato di prodotti provenienti dalla Cina?</p><p>2. Il Consiglio federale condivide il parere secondo cui la presenza di prodotti cinesi sul nostro mercato si basa su condizioni disuguali? Le differenze esistenti tra la Svizzera e la Cina in materia di protezione delle condizioni sociali, della tutela della manodopera dal profilo sociale e dell'ambiente non rischiano forse di falsare la concorrenza tra le imprese dei due Paesi a vantaggio dei Cinesi?</p><p>3. Intende dotarsi di strumenti efficaci per privilegiare in particolare i beni che vengono prodotti in condizioni sociali eque e in modo rispettoso dell'ambiente, favorendo volutamente l'importazione di beni prodotti nel rispetto dell'equilibrio ecologico e da persone che lavorano in condizioni accettabili (rammento tra l'altro il divieto del lavoro minorile, la non discriminazione fondata sulla religione e sulle opinioni politiche, ecc.)?</p><p>4. In questo ordine di idee, come valuta il governo la possibilità di introdurre controlli per i prodotti importati, allo scopo di garantire le condizioni menzionate in precedenza?</p><p>5. Siccome nei confronti della Cina - e dei Paesi analoghi - sarà impossibile per le PMI svizzere essere concorrenziali a livello dei prezzi, quali provvedimenti intende intraprendere il Consiglio federale per differenziare qualitativamente i nostri prodotti? Non è forse giunto il momento di creare le basi legali che permetteranno di evidenziare le esigenze più rigorose imposte dalla normativa svizzera? A tale proposito non bisogna sottovalutare le ricadute in termini di immagine della dichiarazione positiva, che mette in evidenza gli sforzi fatti per il miglioramento della qualità della produzione (creazione di certificati d'origine e di marchi che attestano la qualità dal punto di vista ambientale e sociale).</p><p>6. Che cosa intende intraprendere il Consiglio federale per evitare il "turismo industriale", vale a dire un notevole decentramento delle imprese svizzere? Berna non dovrebbe forse seguire l'esempio dell'Austria, che accorda esenzioni fiscali ai lavoratori e alle imprese che optano per la formazione continua?</p><h2>FederalCouncilResponseText<h2><p>1. I prodotti cinesi importati in Svizzera rappresentavano nel 2003 solo una minima parte del totale delle importazioni svizzere (1,9 percento; 2,4 miliardi di franchi). Dopo che dal 1990 al 2000 erano quadruplicate, le importazioni cinesi hanno segnato il passo nel 2001 (-1,9 percento) e nel 2002 (-2,3 percento) per poi mostrare una ripresa nel 2003 (+9,4 percento). Esse sono costituite da articoli non concorrenziali con i prodotti fabbricati in Svizzera, o di categoria medio-bassa non corrispondenti al livello tecnologico della Svizzera. Nel 2002, queste importazioni si ripartivano principalmente tra: tessili e abbigliamento (22,5 percento), macchine (20,3 percento), prodotti chimici (11,6 percento), orologi (8,3 percento), giochi e materiale sportivo (6,4 percento) e cuoio (4,8 percento).</p><p>La valutazione degli effetti delle importazioni cinesi in Svizzera deve tenere conto anche del commercio globale tra i due Paesi. L'apertura del mercato svizzero alle importazioni cinesi ha come controparte che anche il mercato cinese è aperto alle esportazioni svizzere. Di ciò beneficiano le PMI, che rappresentano i gangli vitali del nostro tessuto economico. Le esportazioni svizzere, nel corso degli ultimi 15 anni, hanno beneficiato dell'elevato potenziale del mercato cinese e hanno registrato una crescita considerevole. Mentre l'economia mondiale segnava il passo, nel 2001 e nel 2002 esse sono aumentate rispettivamente del 18,9 percento e 22,7 percento, mantenendo questo slancio anche nel 2003 (+20,2 percento; 2,5 miliardi di franchi), e hanno superato il livello delle importazioni, per la prima volta dal 1989, di 46 milioni di franchi. La Cina, dodicesimo partner commerciale della Svizzera a livello mondiale, ha quindi un effetto globalmente positivo sull'economia svizzera, che viene ulteriormente rafforzato dagli investimenti svizzeri in Cina.</p><p>2. La produzione cinese si basa sulle condizioni sociali e ambientali prevalenti in Cina. In Svizzera, dove il livello di sviluppo e le priorità politiche sono molto diversi, vigono altre condizioni. La transizione da un'economia pianificata a un'economia di mercato socialista implica un continuo adeguamento ai meccanismi del mercato da parte della Cina. Nell'ambito di questo processo lungo e difficile la Svizzera non ha, finora, individuato prodotti cinesi i cui prezzi o la cui forte progressione delle vendite in Svizzera falserebbe la concorrenza e provocherebbe danni a settori specifici di produzione svizzeri. Se così fosse, il Consiglio federale potrebbe adottare misure di protezione, soprattutto nell'ambito del Protocollo concernente l'adesione della Cina all'OMC.</p><p>3. Dal dicembre 2001 la Cina è membro dell'OMC. Le relazioni commerciali tra la Svizzera e la Cina sono regolate essenzialmente dalle norme dell'OMC che si fondano sui principi della non-discriminazione e della nazione più favorita. L'OMC attualmente non prevede norme riguardanti la protezione sociale e ambientale.</p><p>Nel settore ambientale, le norme dell'OMC lasciano tuttavia ai membri la possibilità di applicare sul loro territorio rigorose misure di protezione. Inoltre, in base all'Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio del 1994 (art. XX b e g) e l'Accordo generale sul commercio dei servizi (art. XIV, b), i membri possono anche prendere misure restrittive di fronte a importazioni che potrebbero mettere in pericolo il loro ambiente. Nel quadro degli attuali negoziati del ciclo di Doha, la Svizzera opera per fare maggiore chiarezza sulla questione della coerenza tra le misure di protezione ambientali e il diritto OMC allo scopo di pervenire a un sostegno reciproco del sistema ambientale e del sistema commerciale. Essa partecipa inoltre attivamente ai negoziati concernenti la riduzione delle barriere tariffarie e non tariffarie legate al commercio di beni e servizi ambientali. L'OMC non è però un'organizzazione competente per stabilire norme di protezione ambientale; queste ultime rientrano negli accordi multilaterali e regionali sull'ambiente e nei loro forum, nell'ambito dei quali la Svizzera si distingue come uno dei Paesi più impegnati a favore di una protezione effettiva e duratura dell'ambiente in ogni settore (Convenzione sulla biodiversità, Convenzione sul clima, Protocollo di Montreal, Convenzione sui prodotti chimici).</p><p>Anche la Cina ha manifestato la volontà di trattare seriamente la problematica ambientale. In tale contesto, ha istituito un organo consultivo, subordinato al presidente, dotato di un gruppo di lavoro e concentrato sul commercio e sull'ambiente. Questo organo è sostenuto finanziariamente e a livello sostanziale dalla Svizzera.</p><p>In campo sociale, il Consiglio federale rileva che la Svizzera opera a favore di un'applicazione di condizioni eque attraverso la ratifica delle otto convenzioni fondamentali dell'Organizzazione internazionale del lavoro (OIL). Nella sua risposta all'interpellanza Gysin Remo 03.3388, "Accordo OMC sugli investimenti", del 20 giugno 2003, il Consiglio federale aveva presentato i diversi strumenti e i lavori dell'OIL e aveva concluso che quest'ultima dispone di una gamma sufficiente di misure, alle quali è associata anche la Svizzera, per definire e garantire il rispetto dei diritti sociali. La Svizzera, peraltro, dal 2001 sostiene finanziariamente un progetto di cooperazione tecnica dell'OIL con la Cina. Questo progetto è inteso a migliorare lo sviluppo delle risorse umane e le relazioni tra datori di lavoro e lavoratori nelle due zone di promovimento economico e contribuisce a incoraggiare migliori condizioni di lavoro.</p><p>È un fatto ampiamente riconosciuto che secondo il loro livello di sviluppo, i membri dell'OMC sono in grado di offrire prestazioni più elaborate alla loro manodopera. Per quanto riguarda la protezione dell'ambiente, essa è affrontata dai diversi membri dell'OMC in relazione alle loro priorità, legate a uno sviluppo economico duraturo. Ne consegue che la crescita economica e l'aumento del tenore di vita favoriscono la creazione di condizioni che aprono la strada a una migliore protezione sociale e ambientale. In tale contesto, il Consiglio federale non dispone di strumenti giuridici per privilegiare l'accesso al mercato svizzero secondo l'applicazione da parte dei Paesi esportatori o delle loro imprese di criteri sociali o ambientali. Le istanze private possono invece sviluppare una politica di acquisti e di vendite in base a questi criteri, come avviene ad esempio nel caso dei prodotti Max Havelaar.</p><p>4. L'introduzione di controlli per i prodotti importati al fine di garantire il rispetto delle norme sociali o ambientali sarebbe difficilmente compatibile con gli impegni della Svizzera all'OMC; si scontrerebbe con la libertà del commercio, sarebbe difficilmente verificabile nei Paesi d'origine delle merci e inoltre andrebbe applicata a tutti i membri. Il Consiglio federale ritiene pertanto che l'applicazione di tali controlli non sia auspicabile e che violerebbe il principio della proporzionalità.</p><p>5. La concorrenza crescente della Cina e degli altri Paesi emergenti obbliga le imprese svizzere interessate ad adeguare costantemente la loro offerta di prodotti attraverso il ricorso a una elevata specializzazione. Risulta quindi necessario indirizzare le strutture industriali verso attività con una produttività e un valore aggiunto sempre maggiori che permettano di garantire un livello di vita sempre più elevato. Il Consiglio federale non ritiene opportuno intervenire nell'applicazione delle regole di mercato al di fuori degli strumenti offerti dagli accordi internazionali ai quali la Svizzera ha aderito.</p><p>6. Gli investimenti effettuati dalle imprese svizzere in Cina non sono il riflesso di una forte delocalizzazione industriale. Fino alla fine degli anni 1980, gli investimenti svizzeri in Cina erano poco sviluppati. Attualmente, la Svizzera è fra il 15 principali investitori stranieri in Cina (tra 3 e 5 miliardi di franchi). Essa è attiva soprattutto nelle industrie delle macchine, degli strumenti, degli equipaggiamenti di trasporto, della chimica, dei beni di consumo duraturi, degli alimenti e dei prodotti di lusso. L'industria svizzera investe in Cina essenzialmente per produrvi ed esportare prodotti di buona qualità e per ottenere l'accesso al mercato indigeno nella misura in cui questo si espande. In tal modo la Svizzera contribuisce al trasferimento di tecnologia verso la Cina.</p>  Risposta del Consiglio federale.