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Società - Società cooperative e loro consorzi - Fusione - Obbligo, stabilito con norma autoqualificata interpretativa di devoluzione del patrimonio effettivo, dedotti il capitale versato e rivalutato e i dividendi eventualmente maturati, ai fondi mutualistici - Asserito carattere non interpretativo della norma censurata - Lamentata indebita interferenza sull'autonomia ed indipendenza della funzione giurisdizionale - Dedotta lesione dei principi di ragionevolezza e di tutela dell'affidamento - Carattere effettivamente interpretativo della disposizione censurata, attributiva alle disposizioni interpretate di un significato in esse già contenuto - Operatività della norma censurata sul piano delle fonti con esclusione di interferenza sulle attribuzioni dell'autorità giudiziaria - Non fondatezza della questione.. Non è fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 17 della legge 23 dicembre 2000, n. 388, sollevata in riferimento agli articoli 3, 101, 102 e 104 della Costituzione, nella parte in cui stabilisce che le disposizioni di cui all'articolo 26 del decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 14 dicembre 1947, n. 1577 (Provvedimenti per la cooperazione), ratificato, con modificazioni, dalla legge 2 aprile 1951, n. 302, all'articolo 14 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 601 (Disciplina delle agevolazioni tributarie), ed all'articolo 11, comma 5, della legge 31 gennaio 1992, n. 59 (Nuove norme in materia di società cooperative), si interpretano nel senso che all'obbligo delle società cooperative e loro consorzi di devolvere il patrimonio effettivo ai fondi mutualistici di cui al citato articolo 11, comma 5, «si intendono soggette le stesse società cooperative e loro consorzi nei casi di fusione e di trasformazione, ove non vietati dalla normativa vigente, in enti diversi dalle cooperative per le quali vigono le clausole di cui al citato articolo 26, nonché in caso di decadenza dai benefici fiscali». La norma censurata, infatti, è intervenuta in una situazione di incertezza del dato normativo e i criteri legali di ermeneutica rendevano possibile desumere dalle disposizioni interpretate la variante di senso che il legislatore ha inteso privilegiare, senza incidere né su orientamenti a tal punto consolidati da far ritenere implausibile la soluzione accolta, né su sentenze passate in cosa giudicata: essa, quindi, per il suo carattere interpretativo, si è saldata le norme precedenti intervenendo sul significato normativo di queste, il che rileva non solo per escluderne il carattere innovativo, con effetti retroattivi, ma anche sul piano del controllo di ragionevolezza, non essendo quindi configurabile una lesione dell'affidamento dei destinatari; inoltre, operando sul piano delle fonti, detta norma non ha vulnerato le attribuzioni del potere giudiziario né ha violato l'intangibilità del giudicato, difettando altresì ogni elemento per potere desumere che sia stata diretta ad incidere sui giudizi in corso, per determinarne gli esiti. - Sulla funzione della norma interpretativa di imporre una delle possibili opzioni ermeneutiche, lasciandone intatto il dato testuale, v., citate, sentenze nn. 397/1994, 311/1995, 425/2000, 374/2002, 234/2007, n. 95/1995 ( recte : ordinanza). - Sul positivo apprezzamento della ragionevolezza di una norma interpretativa, v., citate, sentenze nn. 291/2003, 409/2005, 135/2006, 274/2006, 234/2007. - Sul rapporto tra norma interpretativa e principio dell'affidamento, v., citate, sentenze nn. 229/1999, 26/2003. - Sull'operatività della norma interpretativa sul piano delle fonti e sul rapporto tra norma interpretativa e attribuzioni del potere giurisdizionale, v., citate, sentenze nn. 397/1994, 282/2005, 274/2006, 234 e 240/2007; nonché ordinanza n. 15/2005.