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SENATO DELLA REPUBBLICA Legislatura 18 Resoconto di Commissione GIUSTIZIA (2ª) 151 OSTELLARI La seduta inizia alle ore 11,10. IN SEDE CONSULTIVA delega trasporto aereo DDL 727 Delega al Governo per il riordino delle disposizioni legislative in materia di trasporto aereo (Parere alla 8 a Commissione. Esame e rinvio) Il relatore CRUCIOLI ( M5S ) illustra le parti di competenza del disegno di legge, consistenti nel criterio di delega di cui alla lettera z) del comma 2 dell'articolo 1, nonché i due emendamenti soppressivi ad esso riferiti. La senatrice MODENA ( FIBP-UDC ) chiede chiarimenti in merito ai criteri per la definizione della localizzazione degli aeroporti sul territorio nazionale, forieri di potenziale contenzioso nei rapporti con l'ENAC. Al relatore CRUCIOLI ( M5S ), secondo cui la questione non sarebbe attinente alla materia della Commissione giustizia, il senatore CALIENDO ( FIBP-UDC ) ricorda la necessità che i parametri indicati nella legge di delega siano definiti e predeterminati, pena il rischio di contenzioso giurisdizionale di risulta. Dopo che il PRESIDENTE ha condiviso l'identificazione dei meccanismi di soluzione alternativa delle controversie come ambito proprio della competenza consultiva della Commissione, il relatore CRUCIOLI ( M5S ) accetta l'invito a svolgere una riflessione ulteriore in merito alla necessità di meglio definire l'ambito della delega, che appare troppo ampio. Non facendosi osservazioni, il seguito dell'esame è quindi rinviato. IN SEDE CONSULTIVA SU ATTI DEL GOVERNO AG. N. 151 - Schema di decreto legislativo recante norme di attuazione della direttiva (UE) 2017/1371 relativa alla lotta contro la frode che lede gli interessi finanziari dell'Unione mediante il diritto penale Doc n. 151 Schema di decreto legislativo recante norme di attuazione della direttiva (UE) 2017/1371 relativa alla lotta contro la frode che lede gli interessi finanziari dell'Unione mediante il diritto penale (Parere al Ministro per i rapporti con il Parlamento, ai sensi dell'articolo 3 della legge 4 ottobre 2019, n. 117. Esame e rinvio) Il senatore MIRABELLI ( PD ) riferisce alla Commissione sullo schema di decreto legislativo in titolo, volto ad armonizzare la disciplina penale italiana alla direttiva (UE) 2017/1371 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 luglio 2017, in tema di lotta contro la frode che leda gli interessi finanziari dell'Unione (cosiddetta "direttiva PIF" - direttiva per la protezione interessi finanziari). L'articolo 1 reca una serie di modifiche al codice penale. In proposito è necessario ricordare che l'articolo 7 della Direttiva impone agli Stati membri, nei riguardi delle persone fisiche, di assicurare che i reati c.d. PIF siano puniti con sanzioni penali effettive, proporzionate e dissuasive. Inoltre si prevede che gli Stati membri adottino le misure necessarie affinché tali reati siano punibili con una pena massima che preveda la reclusione. La Direttiva specifica che qualora ne derivino danni o vantaggi considerevoli, i medesimi reati debbano essere puniti con una pena massima di almeno quattro anni di reclusione. Il medesimo articolo 7 della Direttiva detta i criteri in base ai quali valutare i danni o vantaggi considerevoli; in particolare la direttiva specifica che si presume considerevole il danno o il vantaggio di valore superiore ai 100.000 EUR per tutti i reati c.d. PIF, ad eccezione dei danni o vantaggi derivanti da reati in materia di IVA, che si presumono sempre considerevoli. Gli articoli 3 e 4 della Direttiva sono, poi, dedicati all'elencazione dei reati che ledono gli interessi finanziari dell'Unione. È in primo luogo definita la nozione di frode lesiva degli interessi finanziari. Essa si articola in quattro punti che riguardano: la materia delle spese sostenute dall'Unione e non relative agli appalti; la materia delle spese sostenute dall'Unione e relative agli appalti; la materia delle entrate dell'Unione, diverse dalle risorse proprie provenienti dall'IVA; la materia delle entrate derivanti dalle risorse IVA. Le diverse forme di frode si possono realizzare secondo specifiche modalità. La prima tipologia di condotta fraudolenta si sostanzia nell'utilizzo o presentazione di dichiarazioni o documenti falsi, inesatti o incompleti, cui segua il conseguimento di un indebito beneficio per l'agente, con danno del bilancio UE. Il secondo modello, invece, coincide con la mancata comunicazione di informazioni, a fronte di un preciso obbligo in tal senso, da cui derivino le medesime conseguenze. Il terzo tipo di condotta fraudolenta si rinviene nella distrazione di somme o benefici (ovvero il conseguimento a finalità incompatibili con quelle originarie). Per la sola IVA si prevede tuttavia, accanto alle predette condotte fraudolente, altresì la "presentazione di dichiarazioni esatte ( ) per dissimulare in maniera fraudolenta il mancato pagamento o la costituzione illecita di diritti a rimborsi dell'IVA". In ottemperanza a quanto previsto dall'articolo 3, comma 1, lettera f ) della legge di delega e dalla Direttiva, sono individuate (lettere a-c del comma 1) le fattispecie di reato per le quali viene stabilito un aumento della pena edittale massima fino a quattro anni di reclusione, quando il fatto commesso lede gli interessi finanziari dell'Unione europea ed il danno ovvero il profitto conseguenti al reato sono superiori ad euro 100.000. Si tratta, in particolare: del reato di peculato mediante profitto dell'errore altrui di cui all'articolo 316 del codice penale; del reato di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato di cui all'articolo 316- ter del codice penale; del reato di induzione indebita a dare o promettere utilità (articolo 319- quater ). Lo schema incide non sulla pena prevista a carico del pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio (che induce taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità), ma su quella prevista per chi dà o promette denaro o altra utilità (reclusione fino a tre anni). In ottemperanza a quanto previsto dall'articolo 3, comma 1, lettera d ), della legge di delega, la lettera d ) modifica l'articolo 322- bis del codice penale al fine di estendere la punizione dei fatti di corruzione passiva, come definita dalla Direttiva, anche ai pubblici ufficiali e agli incaricati di pubblico servizio di Paesi terzi rispetto agli Stati membri dell'Unione europea o di organizzazioni pubbliche internazionali, quando tali fatti siano posti in essere in modo che ledano (o possano ledere) gli interessi finanziari dell'Unione. È opportuno ricordare che l'articolo 4, paragrafo 2, della Direttiva alla lettera a ) specifica che per «corruzione passiva» si intende l'azione del funzionario pubblico che, direttamente o tramite un intermediario, solleciti o riceva vantaggi di qualsiasi natura, per sé o per un terzo, o ne accetti la promessa: si tratta di una condotta finalizzata a compiere o omettere un atto proprio delle sue funzioni o nell'esercizio di queste, in un modo che leda (o possa ledere) gli interessi finanziari dell'Unione. Infine, alla lettera e) , l'Unione europea viene equiparata allo Stato italiano quale parte lesa nel delitto di truffa aggravata (articolo 640, secondo comma, numero 1), ai fini sia della pena che della procedibilità d'ufficio. L'articolo 2 integra la disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto di cui al decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74. In particolare, lo schema di decreto interviene sull'articolo 6 di tale decreto legislativo, per introdurre  con l'aggiunta del comma 1- bis  una deroga alla non punibilità del tentativo qualora determinati reati (dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici e dichiarazione infedele) siano compiuti anche nel territorio di un altro Stato facente parte dell'Unione, al fine di evadere l'IVA per un valore complessivo non inferiore a dieci milioni di euro. La legge di delega (comma 1, lettera c ) dell'articolo 3) prescriveva al Governo un intervento abrogativo delle norme interne che stabiliscono la non punibilità a titolo di concorso o di tentativo dei delitti che ledono gli interessi finanziari dell'Unione europea; il legislatore delegato ha però ritenuto di dare attuazione esclusivamente alla norma che imponeva la punibilità a titolo di tentativo (l'articolo 56 del codice penale era sin qui escluso, in materia fiscale e di violazioni relative all'IVA, dall'articolo 6 del citato decreto legislativo n. 74 del 2000) e non quella a titolo di concorso nei reati. Sul punto la Relazione illustrativa, che accompagna lo schema di decreto legislativo, specifica che l'intervento sul concorso è "da ritenersi non necessario"; per quanto attiene al concorso è opportuno ricordare che in campo fiscale, e quindi anche in materia di violazioni relative all'IVA, l'articolo 9 del decreto legislativo n. 74 del 2000 deroga all'articolo 110 del codice penale (che testualmente recita: "quando più persone concorrono nel medesimo reato, ciascuna di esse soggiace alla pena per questo stabilita"), prevedendo la non punibilità a titolo di concorso per l'emittente di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti. A legislazione vigente, chi concorre con quest'ultimo non è punibile a titolo di concorso nel reato di "dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti"; si prevede inoltre la non punibilità a titolo di concorso nel reato di "emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti". Sul punto la relazione illustrativa di accompagnamento dello schema precisa che l'esclusione del concorso di persone nel reato è stata introdotta "dal legislatore nazionale al fine di evitare che un medesimo soggetto sia chiamato a rispondere due volte per il medesimo fatto: una volta per aver emesso le fatture relative ad operazioni inesistenti ed un'altra volta per aver concorso, con l'emissione medesima, nel reato commesso con la dichiarazione fiscale dall'utilizzatore delle fatture medesime. Poiché la direttiva riguarda esclusivamente i delitti di dichiarazione, va osservato che la limitazione all'operatività della regola generale del concorso di persone riguarda esclusivamente colui che è punito, peraltro con medesime sanzioni penali, ad un differente titolo: ne consegue che non ne deriva alcun vuoto di tutela per gli interessi finanziari dell'Unione, proprio in quanto l'ordinamento italiano punisce già l'emissione delle fatture per operazioni inesistenti quale autonomo titolo di reato". Gli articoli 3 e 4 intervengono in materia di legislazione doganale (decreto del Presidente della Repubblica 23 gennaio 1973, n. 43), relativamente ai delitti di contrabbando, in quanto comportano lesione degli interessi finanziari dell'Unione. Come è noto i dazi doganali rappresentano una risorsa propria dell'UE e confluiscono nel bilancio unitario, ad esclusione di una percentuale del 25 per cento che viene trattenuta dallo Stato di entrata delle merci a copertura delle spese di riscossione. In particolare, l'articolo 3, apporta le seguenti modifiche all'articolo 295 della legge doganale, il quale reca la disciplina delle circostanze aggravanti del contrabbando: al comma 1, lettera a ), si introduce una circostanza aggravante specifica, per fare in modo che i reati di contrabbando (previsti nel Titolo VII, Capo I, del medesimo decreto del Presidente della Repubblica n. 43 del 1973) siano puniti, oltre che con la multa prevista per le singole fattispecie, anche con la reclusione da tre a cinque anni quando l'ammontare dei diritti di confine dovuti è superiore a centomila euro, in ottemperanza a quanto previsto dall'articolo 3, comma 1, lettera f ), della legge di delega; al comma 1, lettera b ), si sostituisce l'ultimo comma per fare in modo che i reati sopracitati siano puniti, oltre che con la multa prevista per le singole fattispecie, anche con la reclusione fino a tre anni quando l'ammontare dei diritti di confine dovuti sia di valore compreso tra i cinquantamila e i centomila euro. Conseguenza delle modifiche al decreto del Presidente della Repubblica n. 43 del 1973 è anche la modifica effettuata dall'articolo 4 dello schema: vi si introduce, in materia di diritti doganali, un'eccezione alla depenalizzazione compiuta dal decreto legislativo 15 gennaio 2016, n. 8, per i reati puniti con la sola pena pecuniaria, in virtù del fatto che i reati di contrabbando, per le ragioni sopra esposte, sono direttamente lesivi degli interessi finanziari dell'UE. L'articolo 5 interviene in materia di responsabilità amministrativa da reato delle persone giuridiche, apportando numerose modifiche al decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231. La legge di delega (articolo 3, comma 1, lettera e )) prescrive al Governo di integrare la disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica, prevedendo espressamente la responsabilità amministrativa da reato delle persone giuridiche anche per i reati che ledono gli interessi finanziari dell'Unione europea e che non risultino già compresi nelle disposizioni del citato decreto legislativo. Al riguardo si ricorda che l'articolo 6 della Direttiva detta specifiche disposizioni circa la responsabilità delle persone giuridiche in relazione ai reati lesivi degli interessi finanziari dell'Unione, commessi a proprio vantaggio da qualsiasi soggetto, a titolo individuale o in quanto membro di un organo della persona giuridica, e che detenga una posizione preminente in seno alla persona giuridica. L'articolo 9 della direttiva, inoltre, sempre per le persone giuridiche in tale ambito, prescrive l'adozione di misure necessarie affinché la persona giuridica riconosciuta responsabile ai sensi dell'articolo 6 sia sottoposta a sanzioni effettive, proporzionate e dissuasive, che comprendono sanzioni pecuniarie (penali o meno) e che possono comprendere anche altre sanzioni quali quelle indicate esemplificativamente nello stesso articolo. La definizione di «persona giuridica» è contenuta all'articolo 2, paragrafo 1, lettera b), della Direttiva: per essa si intende qualsiasi entità che abbia personalità giuridica in forza del diritto applicabile, ad eccezione degli Stati o di altri organismi pubblici nell'esercizio dei pubblici poteri e delle organizzazioni internazionali pubbliche. In primo luogo, con la lettera a ), si interviene sull'articolo 24 del citato decreto legislativo del 2001, il quale prevede la sanzione pecuniaria fino a cinquecento quote a carico dell'ente, in relazione alla commissione di una serie di reati ai danni dello Stato o di altro ente pubblico. Le modifiche attengono: all'integrazione del catalogo di reati con il reato di frode nelle pubbliche forniture (articolo 356 del codice penale) e con il reato di appropriazione indebita o distrazione di fondi comunitari, commesso da chi "mediante l'esposizione di dati o notizie falsi, consegue indebitamente, per sé o per altri, aiuti, premi, indennità, restituzioni, contributi o altre erogazioni a carico totale o parziale del Fondo europeo agricolo di garanzia e del Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale"; all'inserimento dell'Unione europea tra i soggetti ai danni dei quali è compiuto il reato, che dà origine alla responsabilità dell'ente. La lettera b ) interviene invece sull'articolo 25 del decreto n. 231, includendo nell'elenco dei delitti in relazione ai quali si applica all'ente (a beneficio del quale le condotte illecite sono perpetrate), la sanzione pecuniaria fino a duecento quote: il peculato (articolo 314, comma 1, del codice penale); il peculato mediante profitto dell'errore altrui (articolo 316 del codice penale); l'abuso d'ufficio (articolo 323 del codice penale). La lettera c ) introduce all'articolo 25- quinquiesdecies del decreto n. 231 - mediante il nuovo comma 1- bis - i delitti di dichiarazione infedele, omessa dichiarazione e indebita compensazione (come già previsti dal decreto legislativo n. 74 del 2000 sui reati tributari) commessi, anche in parte, nel territorio di un altro Stato membro dell'Unione europea allo scopo di evadere l'IVA: essi rientrano così tra quelli in relazione ai quali è prevista la responsabilità amministrativa degli enti. Le sanzioni scattano se l'ammontare dell'evasione non è inferiore a 10 milioni di euro. Nello specifico, l'ente che evade l'imposta sul valore aggiunto è soggetto alle seguenti sanzioni pecuniarie: in caso di delitto di dichiarazione infedele (come da articolo 4 del decreto legislativo n. 74 del 2000) è prevista una sanzione fino a 300 quote; in caso di delitto di omessa dichiarazione (come da articolo 5 del decreto legislativo n. 74 del 2000) è prevista una sanzione fino a 400 quote; in caso di delitto di indebita compensazione (come da articolo 10- quater del decreto legislativo n. 74 del 2000) è prevista una sanzione fino a 400 quote. Infine la lettera d ) aggiunge un nuovo articolo al decreto n. 231 (articolo 25- sexiesdecies ) che prevede, in relazione alla commissione dei reati di contrabbando di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 43 del 1973, la responsabilità amministrativa degli enti e quindi l'applicazione di sanzioni pecuniarie e di sanzioni interdittive. Le sanzioni pecuniarie sono differenziate a seconda che i diritti di confine dovuti eccedano o meno i centomila euro, soglia oltre la quale la lesione degli interessi finanziari dell'Unione è ritenuta considerevole; nel primo caso la sanzione applicabile è fino a quattrocento quote, nel secondo fino a duecento. Per quanto riguarda invece le sanzioni interdittive, si opera un rinvio all'articolo 9, comma 2, lettere c), d ) ed e ) che prevedono, rispettivamente, il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, l'esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi e l'eventuale revoca di quelli già concessi ed il divieto di pubblicizzare beni o servizi. L'articolo 6 modifica la disciplina del reato di cui all'articolo 2 della legge 23 dicembre 1986, n. 898, che punisce chi "mediante l'esposizione di dati o notizie falsi, consegue indebitamente, per sé o per altri, aiuti, premi, indennità, restituzioni, contributi o altre erogazioni a carico totale o parziale del Fondo europeo agricolo di garanzia e del Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale": attualmente punito con la reclusione da sei mesi a tre anni, tale reato vede ora aumentare la sua pena massima a quattro anni quando il danno o il profitto sono superiori a 100.000 euro, secondo quanto previsto dall'articolo 3, comma 1, lettera f ), della legge di delega. L'articolo 7 prevede, in ottemperanza a quanto previsto dall'articolo 3, comma 1, lettera b ), della legge di delega, che i riferimenti alle Comunità europee - contenuti nelle norme penali che disciplinano i reati lesivi degli interessi finanziari dell'Unione europea - siano da intendersi come relativi all'Unione europea. L'articolo 8 dispone l'invio annuale alla Commissione europea, da parte del Ministero della giustizia, di una relazione contenente i dati statistici relativi ai reati che ledono gli interessi finanziari dell'Unione europea. Più in dettaglio, la relazione deve contenere: il numero dei procedimenti iscritti, delle sentenze di proscioglimento o condanna emesse e dei provvedimenti di archiviazione che hanno riguardato tali reati; l'importo delle somme confiscate; il valore stimato dei beni confiscati; il danno stimato procurato al bilancio dell'Unione europea o ad altri bilanci di istituzioni o organismi dell'Unione istituiti in virtù dei trattati o a bilanci da questi gestiti e controllati. L'articolo 9 reca infine la clausola di invarianza finanziaria. Il PRESIDENTE richiama l'attenzione dei commissari sulla previsione contenuta nell'articolo 3 comma 1 della legge di delega e ricorda la scadenza del termine del 10 marzo per la formulazione del parere. Il senatore CALIENDO ( FIBP-UDC ) chiede chiarimenti in merito all'incremento delle soglie sanzionatorie previsto dal provvedimento per alcune fattispecie di reato. Il senatore MIRABELLI ( PD ) si riserva un maggiore approfondimento all'esito della discussione generale e delle sollecitazioni che ne deriveranno; ricorda tuttavia che i margini di manovra sul provvedimento sono limitati dal momento che si tratta di un provvedimento di derivazione unionale europea, con conseguente rischio di procedimento di infrazione per eventuali inadempimenti. Del resto, con lettera di costituzione del 18 settembre 2019, la Commissione europea ha contestato all'Italia il mancato recepimento della direttiva PIF e, in data 20 novembre 2019, il Governo ha risposto alla Commissione europea segnalando l'inserimento della direttiva tra gli atti normativi europei oggetto di recepimento mediante la legge di delegazione europea 2018. Lo schema di decreto è adottato proprio ai sensi dell'articolo 3 della legge di delegazione europea 2018, che, oltre a rinviare ai principi e criteri fissati in via generale per tutte le direttive dall'articolo 1 della legge, detta alcuni principi e criteri direttivi specifici in relazione alla citata direttiva (UE) 2017/1371. L'articolo 1 della medesima legge rinvia all'articolo 31 della legge n. 234 del 2012 per definire il procedimento per l'esercizio della delega ed individuare il relativo termine, fissato al 2 maggio 2020 in virtù del combinato disposto dei commi 1 e 3 del medesimo articolo 31. Non facendosi osservazioni, il seguito dell'esame è quindi rinviato. AG N. 145 - Schema di decreto ministeriale recante regolamento concernente modifiche al decreto ministeriale 12 agosto 2015, n. 144, recante disposizioni per il conseguimento e il mantenimento del titolo di avvocato specialista, ai sensi dell'articolo 9 della legge 31 dicembre 2012, n. 247 Doc n. 145 Schema di decreto ministeriale recante regolamento concernente modifiche al decreto ministeriale 12 agosto 2015, n. 144, recante disposizioni per il conseguimento e il mantenimento del titolo di avvocato specialista, ai sensi dell'articolo 9 della legge 31 dicembre 2012, n. 247 (Parere al Ministro della giustizia, ai sensi dell'articolo 1, comma 3, della legge 31 dicembre 2012, n. 247. Esame e rinvio) La relatrice RICCARDI ( M5S ) dichiara che lo schema di decreto ministeriale si compone di 3 articoli ed è volto a modificare la disciplina regolamentare (decreto ministeriale n. 144 del 2015) delle specializzazioni forensi, prevista dall'articolo 9 della legge n. 247 del 2012. L'articolo 1, comma 1, lettere da a ) a f ), reca le modifiche - conseguenti ad alcune sentenze del TAR Lazio, successivamente confermate dalla sentenza n. 5575 del 2017 del Consiglio di Stato - al regolamento di cui al decreto ministeriale n. 144 del 2015. In particolare la lettera a ) sopprime il comma 3 dell'articolo 2, a norma del quale l'avvocato che spende il titolo di specialista senza averlo conseguito, commette illecito disciplinare. Sul punto, il Consiglio di Stato ha rilevato che, a fronte del rinvio operato dall'articolo 3, comma 3, della legge n. 247 del 2012 al codice deontologico, "la norma regolamentare è illegittima se vuole ampliare l'ambito delle fattispecie rilevanti, superflua e illogica se non perplessa, e dunque parimenti da annullare, se intende riportarsi alle previsioni del codice deontologico, specificandole" e quindi introducendo elementi di incertezza sulle conseguenze sanzionatorie dell'indebito utilizzo del titolo. A seguito del giudicato di annullamento della norma da parte del Consiglio di Stato, che produce effetti erga omnes ed ex tunc , non sarebbe a rigore necessario uno specifico intervento regolamentare; tuttavia il Governo ha ritenuto di inserire nello schema di decreto la soppressione esplicita della norma per maggiore chiarezza. Peraltro, giova ricordare che il parere del Consiglio di Stato - reso prima dell'adozione del decreto ministeriale n. 144 del 2015 - definiva la norma sull'illecito disciplinare superflua (in quanto riconducibile a comportamenti sanzionabili disciplinarmente secondo le norme del codice etico), ma anche limitativa (riducendo a semplice illecito disciplinare una fattispecie che appare contigua a talune ipotesi di reato). La lettera b ) sostituisce integralmente l'articolo 3, riformulando compiutamente l'elenco dei settori di specializzazione secondo i criteri, congiuntamente o disgiuntamente applicati, dell'omogeneità disciplinare e della specialità della giurisdizione o del rito. I settori di specializzazione di cui al comma 1 del novellato articolo 3 passano, dai 18 individuati precedentemente, ai 12 seguenti: diritto civile; diritto penale; diritto amministrativo; diritto del lavoro e della previdenza sociale; diritto tributario, doganale e della fiscalità internazionale; diritto internazionale; diritto dell'Unione europea; diritto dei trasporti e della navigazione; diritto della concorrenza; diritto dell'informazione, della comunicazione digitale e della protezione dei dati personali; diritto bancario e finanziario; diritto della persona, delle relazioni familiari e dei minorenni; tutela dei diritti umani e protezione internazionale. Gli ambiti di specializzazione di cui alle lettere a ), b ) e c ), che fanno riferimento alla tradizionale tripartizione fra diritto civile, diritto penale e diritto amministrativo, sono ulteriormente suddivisi in indirizzi corrispondenti a rami del diritto specifici ed omogenei che, come dispone il comma 2 dell'articolo 3, assumono distinto rilievo ai fini dell'ottenimento del titolo di specialista, in quanto il percorso formativo seguito ovvero l'esperienza maturata devono essere relativi ad almeno uno degli indirizzi indicati nei commi 3, 4 e 5 dell'articolo 3. Per l'analisi dettagliata dei singoli settori di specializzazioni rinvia ai commi da 3 a 5 dell'articolo 3 del provvedimento in esame. La nuova formulazione dell'elenco e la conseguente ripartizione in indirizzi si sono resi necessari per superare i rilievi formulati dal Consiglio di Stato, che aveva ritenuto ingiustificata l'articolazione in sotto-settori del solo diritto privato. Riprendendo le censure già evidenziate dal TAR Lazio - secondo cui la suddivisione delle specializzazioni del decreto ministeriale n. 144 del 2015 era palesemente irragionevole ed arbitraria, oltreché illogicamente omissiva di determinate discipline giuridiche - il Consiglio di Stato aveva inoltre stigmatizzato il fatto che non fosse stata introdotta alcuna differenziazione all'interno dei settori del diritto amministrativo e del diritto penale, auspicando una disciplina della materia secondo parametri di effettività, congruità e ragionevolezza. La lettera c ) apporta modifiche all'articolo 6, in tema di colloquio da effettuare di fronte al Consiglio nazionale forense nel caso di domanda per l'ottenimento del titolo di avvocato specialista, fondata sulla comprovata esperienza. In primo luogo, il colloquio non verterà "sulle materie comprese nel settore di specializzazione", come previsto dal decreto ministeriale n. 144, bensì sarà volto all'esposizione ed alla discussione dei titoli presentati e della documentazione prodotta a dimostrazione della comprovata esperienza nei settori e negli indirizzi di specializzazione. In secondo luogo, vengono specificati il ruolo e la composizione della commissione di valutazione incaricata di condurre il colloquio, rafforzandone la posizione di terzietà. La commissione è composta da 5 membri (tre avvocati iscritti all'albo speciale per il patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori e due professori universitari di ruolo in materie giuridiche in possesso di documentata qualificazione nel settore di specializzazione oggetto della domanda), 4 nominati con decreto del Ministro della giustizia (di cui uno con funzioni di presidente) ed uno (avvocato) nominato dal Consiglio nazionale forense (CNF): saranno tutti individuati nell'ambito di un elenco, di durata quadriennale, tenuto presso il Ministero della giustizia e comprendente tutti i settori di specializzazione. La commissione delibera a maggioranza una proposta motivata sull'attribuzione del titolo o sul rigetto della domanda. Anche la disciplina del colloquio è stata modificata a seguito della già citata sentenza del Consiglio di Stato che, pur ritenendo ragionevole e legittima la scelta del colloquio quale strumento per l'attribuzione del titolo di specialista, sottolinea come "tale strumento abbia contorni nebulosi ed indeterminati, anche perché l'attribuzione di competenza in materia al CNF "in via esclusiva" non può risolversi in una sorta di delega in bianco". Con la lettera d ) vengono apportate all'articolo 7, concernente i percorsi formativi, le modificazioni conseguenti all'introduzione degli indirizzi di specializzazione nei settori del diritto civile, del diritto penale e del diritto amministrativo: ciò avviene specificando che i corsi relativi ai suddetti settori devono prevedere una parte generale ed una parte speciale, di durata non inferiore ad un anno, destinata alla specializzazione in uno degli indirizzi afferenti al settore medesimo. La lettera e ) modifica l'articolo 8, sulla comprovata esperienza, riducendo da 15 a 10 gli incarichi da documentare; essi saranno annualmente trattati nel settore di specializzazione nel quale si vuole conseguire il titolo di avvocato specialista e svolti nel quinquennio antecedente alla presentazione della domanda. Per il conseguimento del titolo di avvocato specialista per comprovata esperienza si richiede un'iscrizione continuativa all'albo degli avvocati di almeno otto anni, nonché l'esercizio in modo assiduo, prevalente e continuativo, negli ultimi cinque anni, nel settore per il quale si richiede il titolo di avvocato specialista. La lettera f ) apporta alcune modifiche all'articolo 11, in materia di mantenimento del titolo di avvocato specialista per esercizio continuativo della professione nel settore di specializzazione; si tratta delle medesime modifiche già illustrate alla lettera e ) relative all'articolo 8: pertanto viene richiesto che siano documentati dieci - e non più quindici - incarichi annualmente trattati nel settore di specializzazione, nel triennio di riferimento, e che sia valutata dalla commissione la congruenza dei titoli presentati e degli incarichi documentati con il settore (ed eventualmente con l'indirizzo) di specializzazione, tenendo conto della loro particolare rilevanza e delle caratteristiche specifiche del settore (e dell'indirizzo) di specializzazione. L'articolo 2 dispone che la disciplina transitoria - dettata dall'articolo 14, comma 1, del decreto ministeriale n. 144 del 2015 - si applichi anche a coloro che hanno conseguito un attestato di frequenza di un corso almeno biennale di alta formazione specialistica nei cinque anni precedenti alla data di entrata in vigore del decreto in esame; in alternativa, si applicherà a coloro che hanno conseguito un attestato di frequenza di un corso, con le medesime caratteristiche, iniziato prima della data di entrata in vigore del decreto in esame e non ancora concluso alla stessa data. La richiamata disciplina prevede che l'avvocato - che abbia conseguito, nei cinque anni precedenti l'entrata in vigore del decreto ministeriale n. 144 del 2015, un attestato di frequenza di un corso almeno biennale di alta formazione specialistica - possa chiedere al Consiglio nazionale forense il conferimento del titolo di avvocato specialista, previo superamento di una prova scritta e orale. Il corso sarà organizzato da una facoltà, un dipartimento o un ambito di giurisprudenza delle università legalmente riconosciute e inserite in un apposito elenco del Ministero dell'università e ricerca, ovvero dal Consiglio nazionale forense, dai consigli dell'ordine degli avvocati o dalle associazioni specialistiche maggiormente rappresentative; esso, oltre ad avere durata almeno biennale, deve prevedere una didattica non inferiore a 200 ore, di cui almeno 100 di didattica "frontale", comportare un obbligo di frequenza in misura non inferiore all'ottanta per cento della durata del corso e deve prevedere almeno una prova, scritta e orale, al termine di ciascun anno di corso, volta ad accertare il livello di preparazione del candidato. La prova per il conferimento del titolo viene organizzata e valutata da una commissione, nominata dal CNF, composta da professori universitari di ruolo, ricercatori universitari, avvocati di comprovata esperienza professionale abilitati al patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori, magistrati che abbiano conseguito almeno la seconda valutazione e, per le sole materie non giuridiche, esperti di comprovata esperienza professionale almeno decennale nello specifico settore di interesse. L'articolo 3 reca infine la clausola di invarianza finanziaria. Il PRESIDENTE ricorda che il termine per l'espressione del parere decorre il 17 marzo prossimo. Non facendosi osservazioni, il seguito dell'esame è quindi rinviato. IN SEDE REFERENTE 812 - Diffamazione mezzo stampa DDL 812 Modifiche alla legge 8 febbraio 1948, n. 47, al codice penale, al codice di procedura penale, al codice di procedura civile e al codice civile, in materia di diffamazione, di diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di diffusione, di ingiuria e di condanna del querelante nonché di segreto professionale, e disposizioni a tutela del soggetto diffamato (Rinvio del seguito dell'esame) Il relatore LOMUTI ( M5S ) chiede un rinvio del seguito dell'esame, per l'approfondimento dei sub-emendamenti presentati ai suoi tre testi. Il senatore CALIENDO ( FIBP-UDC ) chiede che si fissi un termine impegnativo per la ripresa dei lavori, al fine di evitare ulteriori rinvii a tempo indeterminato. Il senatore MIRABELLI ( PD ) giudica preferibile che la Presidenza e tutti i Gruppi si impegnino per la calendarizzazione congiunta, in Assemblea, del disegno di legge in titolo con quello, brevemente apparso sul calendario dell'Aula, già licenziato dalla Commissione in tema di lite temeraria (Atto Senato n. 835): in tal modo il termine a riferire di cui all'articolo 44 del Regolamento fungerebbe da stimolo e data finale per la conclusione dei lavori in Commissione. Prende atto il PRESIDENTE , che, impregiudicate le determinazioni dei Gruppi nei termini testé prospettati, auspica comunque che dopo la fine della settimana prossima il Relatore abbia concluso l'approfondimento e comunichi alla Commissione le sue determinazioni. Il seguito dell'esame è quindi rinviato. SUI LAVORI DELLA COMMISSIONE Il PRESIDENTE richiama l'attenzione dei commissari sulla richiesta pervenuta dall'ordine degli avvocati di Lodi in merito all'emergenza determinata dalla quarantena nei territori della cosiddetta "zona rossa", oggetto tra l'altro delle misure di cui al decreto-legge n. 6 del 2020. Il senatore CALIENDO ( FIBP-UDC ) fa presente che, per quanto riguarda gli uffici giudiziari che rientrano all'interno della competenza giudiziaria della corte di appello di Milano, il procuratore generale ha già sospeso con tempestivo provvedimento lo svolgimento di tutte le attività giudiziarie. Il senatore GRASSO ( Misto-LeU ) ravvisa nella richiesta un profilo diverso, che impatta sui termini di sospensione processuale, per i quali è necessario l'intervento del legislatore. Il senatore CUCCA ( IV-PSI ) ricorda che il problema può riguardare anche tribunali posti al di fuori della cosiddetta "zona rossa" e invita a segnalare il problema al Ministro della giustizia. Il senatore CRUCIOLI ( M5S ) chiede di non esasperare la vicenda al fine di non creare ulteriori allarmismi; ricorda che esistono già appositi strumenti di tutela quale la remissione in termini processuale, prevista dal codice del processo amministrativo (che all'articolo 39, mediante rinvio esterno, rende applicabili le norme del processo civile al processo amministrativo). Il senatore PILLON ( L-SP-PSd'Az ) condivide l'intervento del senatore Cucca e ricorda che una situazione analoga era stata già disciplinata, in relazione al decreto per il tribunale di Bari, facendo presente come i problemi che si sono posti potrebbero riguardare anche gli avvocati che si spostino al di fuori della "zona rossa". Il senatore Emanuele PELLEGRINI ( L-SP-PSd'Az ) - ricordato l'elevato tasso di rotazione degli incarichi magistratuali a Lodi - fa presente la necessità di un intervento che segnali l'attuale emergenza al Ministro, mediante l'iniziativa prospettata dal Presidente. Il senatore BALBONI ( FdI ) ritiene che la sospensione dei termini possa essere disposta solo con legge, giudicando opportuno un intervento in tal senso. Il senatore DAL MAS ( FIBP-UDC ) condivide la necessità di un intervento di sospensione dei termini e ricorda tuttavia che bisognerà tener presente anche del problema dei tribunali cosiddetti "a scavalco" su due distretti. Il senatore GIARRUSSO ( M5S ) condivide la necessità di un intervento e chiede chiarimenti in merito al problema dei termini della prescrizione. Il senatore MIRABELLI ( PD ) indica l'imminente nuovo decreto-legge, sulla riduzione degli effetti economici dell'emergenza sanitaria, come la sede più propria per provvedere a soddisfare l'esigenza evidenziata: invita a farne menzione, nella prospettata corrispondenza con il Governo. La senatrice EVANGELISTA ( M5S ) invita a circoscrivere la problematica da evidenziare, nella missiva al Ministro, alla sola "zona rossa", da cui proviene la doglianza cui il Presidente ha ritenuto di dare risposta ponendola all'attenzione della Commissione. Non facendosi ulteriori osservazioni, la Commissione conferisce all'unanimità mandato al Presidente di inviare una lettera al Ministro della giustizia, per sollecitare l'intervento più idoneo a soddisfare la richiesta lodigiana di sospensione dei termini. La seduta termina alle ore 11,50.