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Ratifica ed esecuzione del Protocollo addizionale alla Convenzione del Consiglio d'Europa sulla criminalità informatica, riguardante la criminalizzazione degli atti di razzismo e xenofobia commessi a mezzo di sistemi informatici, fatto a Strasburgo il 28 gennaio 2003. Onorevoli Senatori . – Il Protocollo addizionale alla Convenzione del Consiglio d'Europa sulla criminalità informatica, riguardante l'incriminazione di atti di natura razzista e xenofoba commessi a mezzo di sistemi informatici, è stato aperto alla firma il 28 gennaio 2003. L'Italia lo ha firmato il 9 gennaio 2011, ma non ancora ratificato. Questo strumento determina un'estensione della portata della Convenzione del Consiglio d'Europa sulla criminalità informatica (detta anche « Convenzione sulla cyber -criminalità », ratificata dall'Italia ai sensi della legge 18 marzo 2008, n. 48), comprese le sue disposizioni di cooperazione procedurali e internazionali, per includervi i reati legati alla propaganda a sfondo razzistico o xenofobo. In tale modo, oltre ad armonizzare gli elementi giuridici reali di tali atti, esso intende fornire alle Parti la possibilità di utilizzare i mezzi e le vie della cooperazione internazionale stabiliti nella Convenzione in questo campo. Sono parte al Protocollo, ad oggi, venti Stati, mentre altri diciotto lo hanno firmato ma non hanno ancora proceduto alla ratifica. L'articolo 1 definisce lo scopo del Protocollo, che è quello di completare le disposizioni della Convenzione sulla cyber- criminalità. L'articolo 2 fornisce le definizioni di materiale razzista e xenofobo. Gli articoli 3, 4, 5, 6 e 7 prevedono rispettivamente l'incriminazione delle seguenti condotte: diffusione di materiale razzista e xenofobo tramite sistemi informatici, minaccia con motivazione razzista e xenofoba, insulto con motivazione razzista e xenofoba, negazione, minimizzazione palese, approvazione o giustificazione del genocidio o dei crimini contro l'umanità, aiuto e complicità. Gli articoli da 8 a 16 disciplinano le relazioni tra la Convenzione e il Protocollo, la manifestazione del consenso a essere vincolati dal Protocollo, l'entrata in vigore, l'adesione, le riserve e le dichiarazioni, l'applicazione territoriale, la denuncia e la notifica. Le caratteristiche del tutto peculiari dello spazio cibernetico, e in particolare le interazioni delle attività telematiche con la sfera privata dei cittadini, rendono necessario ricercare il giusto equilibrio tra sicurezza, tutela della riservatezza dei dati personali e tutti gli altri diritti e libertà fondamentali (in primo luogo la libertà di espressione attraverso i mezzi telematici). Trovare un equilibrio in tale senso è di per sé molto impegnativo. In un contesto giuridico internazionale caratterizzato da strumenti negoziali che mettono al centro la tutela dei diritti della persona umana e di cui l'Italia è parte, le limitazioni dei suddetti diritti e principalmente del diritto alla riservatezza devono sempre essere giustificate da esigenze superiori quali la protezione della sicurezza nazionale, l'ordine pubblico, la salute e la morale pubblica (articolo 12 del patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, adottato il 19 dicembre 1966, reso esecutivo dalla legge 25 ottobre 1977, n. 881; articolo 10 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali del 4 novembre 1950, resa esecutiva dalla legge 4 agosto 1955, n.848). In definitiva, tali restrizioni devono essere: 1) previste dalla legge (di qui la necessità di adottare una normativa interna in materia); 2) conformi agli obblighi derivanti dai menzionati accordi internazionali, di cui l'Italia è parte; 3) riferite a un obiettivo specifico e strettamente proporzionati ad esso. Nell'ambito dell'Unione europea, la Strategia per la lotta al crimine informatico per il periodo 2013-2017 rappresenta il primo documento politico adottato nel settore del contrasto dei reati di natura informatica. Essa individua, in particolare, le priorità europee nella lotta alla pedo-pornografia infantile on line e alle frodi nei pagamenti con carta di credito, nonché nella protezione dei sistemi informatici e delle infrastrutture critiche. Nel quadro delle finalità perseguite dalla Strategia, l'Unione europea ha adottato, il 12 agosto 2013, con il forte sostegno dell'Italia, la direttiva 2013/40/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 12 agosto 2013, relativa agli attacchi contro i sistemi di informazione, che sostituisce la decisione quadro 2005/222/GAI del Consiglio, del 24 febbraio 2005, che punta ad armonizzare a livello di Unione i reati commessi su larga scala e le relative sanzioni. In aggiunta, il 1° gennaio 2013 è stato inaugurato il Cybercrime Centre, con sede all'Aja – presso l'Europol – allo scopo di fornire sostegno agli Stati membri e alle istituzioni dell'Unione nel rafforzamento delle rispettive capacità operative e di analisi nel settore del contrasto degli attacchi informatici. Si segnala, da ultimo, la decisione quadro 2008/913/GAI del Consiglio, del 28 novembre 20018, sulla lotta contro alcune forme ed espressioni di razzismo e xenofobia mediante il diritto penale. Adottata il 28 novembre 2008 al termine di un complesso negoziato durato sette anni, che ha evidenziato le diversità tra i vari ordinamenti degli Stati membri in materia di tutela della libertà di espressione e delle relative limitazioni, la decisione quadro mira a definire un'impostazione penale comune per contrastare i reati basati sul razzismo e sulla xenofobia. Più nel dettaglio, i reati a cui fa riferimento la decisione quadro sono i reati di stampo razzista e xenofobo, quelli di istigazione e di complicità e quelli riconducibili alla motivazione razzista e xenofoba. Si tratta, pertanto, di fattispecie analoghe a quelle prese in considerazione dal Protocollo. Per quanto riguarda l'ordinamento italiano, sono state esaminate, oltre al codice penale, le seguenti fonti: la legge 9 ottobre 1967, n. 962 (prevenzione e repressione del delitto di genocidio), il decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122 (misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa), convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, e la legge 13 ottobre 1975, n. 654, che ratificato e dato esecuzione alla Convenzione internazionale sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, aperta alla firma a New York il 7 marzo 1966, ed entrata in vigore per l'Italia il 4 febbraio 1976. Nella citata Convenzione, per « discriminazione razziale » si intende « ogni distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, l'ascendenza o l'origine nazionale o etnica, che abbia lo scopo o l'effetto di distruggere o di compromettere il riconoscimento, il godimento o l'esercizio, in condizioni di parità, dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale e culturale o in ogni altro settore della vita pubblica » (articolo 1 della Convenzione). Tali disposizioni sono state oggetto di successive modifiche, prima con l'entrata in vigore del citato decreto-legge n. 122 del 1993, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205 (cosiddetta legge Mancino), che ha riformulato le norme previgenti ed introdotto la circostanza aggravante, avente portata generale, della finalità di discriminazione o di odio. Al riguardo, occorre, inoltre, menzionare la legge 24 febbraio del 2006, n. 85, che ha ulteriormente novellato la definizione delle condotte penalmente rilevanti, sostituendo i verbi « diffondere » e « incitare », rispettivamente, con « propagandare » e « istigare ». Più di recente, il legislatore ha introdotto, con la legge 16 giugno 2016, n. 115, l'aggravante del negazionismo, ulteriormente modificata dalla legge 20 novembre 2017, n. 167, in forza della quale si applica « la pena della reclusione da due a sei anni se la propaganda ovvero l'istigazione e l'incitamento, commessi in modo che derivi concreto pericolo di diffusione, si fondano in tutto o in parte sulla negazione, sulla minimizzazione in modo grave o sull'apologia della Shoah o dei crimini di genocidio, dei crimini contro l'umanità e dei crimini di guerra, come definiti dagli articoli 6, 7 e 8 dello statuto della Corte penale internazionale, ratificato ai sensi della legge 12 luglio 1999, n. 232 ». Infine, le disposizioni fin qui citate sono state trasferite all'interno del codice penale ed inserite al capo III del titolo XII del libro secondo codice penale, che disciplina i « Delitti contro l'eguaglianza ». Tuttavia, con particolare riferimento alle condotte di « diffusione di materiale razzista e xenofobo per il tramite dei sistemi informatici » (articolo 3 del Protocollo), si rileva che le stesse non risultano punite dalla legislazione vigente. L'attuazione del presente disegno di legge non comporta nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato. Il provvedimento infatti non prevede nuove attività rispetto a quelle già correntemente svolte dalle competenti amministrazioni, né dalle sue disposizioni derivano maggiori spese o minori entrate a carico della finanza pubblica.. 1 (Autorizzazione alla ratifica) 1 Il Presidente della Repubblica è autorizzato a ratificare il Protocollo addizionale alla Convenzione del Consiglio d'Europa sulla criminalità informatica, riguardante la criminalizzazione degli atti di razzismo e xenofobia commessi a mezzo di sistemi informatici, fatto a Strasburgo il 28 gennaio 2003. 2 (Ordine di esecuzione) 1 Piena ed intera esecuzione è data al Protocollo di cui all'articolo 1, a decorrere dalla data della sua entrata in vigore, in conformità a quanto disposto dall'articolo 10 del Protocollo stesso. 3 (Entrata in vigore) 1 La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.