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Modifiche alla legge 22 dicembre 2017, n. 219, in materia di obiezione di coscienza. Onorevoli Senatori. – L'opportunità o meno di legiferare sul confine tra la vita e la morte è stata nei decenni dibattuta dall'opinione pubblica e dallo stesso Parlamento. Alcuni anni fa, in particolare dopo il caso di Eluana Englaro, a orientare in senso affermativo anche coloro che, soprattutto in area liberale, avevano a lungo ritenuto che lo Stato non dovrebbe entrare in un ambito così intimo, era stata la pretesa dell'autorità giudiziaria di intendere come « vuoto normativo » la scelta del legislatore di non esprimersi e, dunque, di dettare per via giurisprudenziale indirizzi e pratiche peraltro contrari al favor vitae al quale il nostro ordinamento è conformato e dovrebbe in ogni caso conformarsi. Vanificato tuttavia a quel tempo, in dirittura d'arrivo, il tentativo di varare una legge equilibrata e ampiamente condivisa sulle dichiarazioni anticipate di trattamento, che aiutasse anche in situazioni difficili la prosecuzione dell'alleanza terapeutica tra medico e paziente senza tuttavia cedimenti a presunzioni deterministiche, senza coercizioni rispetto alla scienza e coscienza del medico e soprattutto senza aperture dirette o indirette all'eutanasia, alla fine della XVII legislatura il Parlamento ha approvato a maggioranza un impianto normativo che noi giudichiamo complessivamente inappropriato nella sua impostazione e gravemente dannoso nella sua formulazione. In particolare, esso contiene alcune previsioni sostanzialmente eutanasiche, come del resto evidenziato nell'ordinanza n. 207 del 2018 della Corte costituzionale. Quest'ultima infatti, sollecitata dall'autorità giudiziaria a pronunciarsi in tema di aiuto al suicidio, nella propria ordinanza di fissazione di una nuova udienza a distanza di circa un anno ha ipotizzato tra l'altro un intervento del legislatore sulla normativa sulle « disposizioni anticipate di trattamento », sulla base dell'assunto che ciò che è già consentito, a norma della suddetta legge sulle disposizioni anticipate di trattamento (DAT), « tramite una condotta attiva (...) da parte di terzi », con la « interruzione dei presidi di sostegno vitale », non possa essere negato tramite, ad esempio, « la somministrazione di un farmaco atto a provocare rapidamente la morte ». Se ciò ha indotto i sostenitori dell'eutanasia a sollecitare una normazione in tal senso, non può non rilevarsi come l'obiettivo di una legislazione univoca e omogenea possa essere raggiunto, a nostro avviso più proficuamente e in maniera più conforme ai princìpi che ispirano il nostro ordinamento, e in particolare alla tutela della vita, modificando gli aspetti della normativa vigente che appaiono particolarmente critici. In tal senso appare e urgente necessario introdurre la possibilità, ad oggi non prevista, di libertà di coscienza dei medici e del personale sanitario, i quali devono potersi rifiutare di sospendere un trattamento qualora ritengano che la loro condotta attiva porti alla morte del paziente in tempi brevi.. 1 1 Alla legge 22 dicembre 2017, n. 219, sono apportate le seguenti modificazioni: a all'articolo 1: 1 al comma 6, primo periodo, le parole: « e, in conseguenza di ciò, è esente da responsabilità civile o penale » sono soppresse; 2 al comma 7, le parole: « , nel rispetto della volontà del paziente ove le sue condizioni cliniche e le circostanze consentano di recepirla » sono soppresse; 3 al comma 9, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: « In ogni caso il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non è tenuto a prendere parte alle procedure di interruzione di un trattamento qualora la sua condotta attiva porti alla morte del paziente in tempi brevi »; b all'articolo 4, comma 5, le parole: « Fermo restando quanto previsto dal comma 6 dell'articolo 1 » sono sostituite dalle seguenti: « Fermo restando quanto previsto dai commi 6 e 9 dell'articolo 1 ».