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Modifiche al decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, in materia di responsabilità amministrativa dell’ente e dei poteri dell’organismo di vigilanza. Onorevoli Senatori. -- Trascorsi molti anni di vigenza del decreto legislativo n. 231 del 2001, è diffusa l'opinione che al rodaggio sia subentrato un collaudo applicativo insoddisfacente o, comunque, lontano dall'esprimere un assestamento intorno a equilibri condivisi dai vari protagonisti della prevenzione del rischio penale d'impresa. Vi sono dunque ragioni che giustificano un intervento normativo ispirato dall'intenzione di concentrare gli sforzi riformatori solo sulle criticità più rilevanti, anche secondo i principali indirizzi giurisprudenziali e le più autorevoli voci dottrinali, onde evitare di produrre soluzioni di rottura che rischierebbero di compromettere la funzionalità del testo e di smarrire gli operatori, ormai abituati ad acquisizioni che hanno dato buona prova di sé. Si spiega in questa prospettiva la scelta di non intervenire sul catalogo dei cosiddetti reati presupposto della responsabilità dell'ente preferendo affidare tale riflessione al dibattito parlamentare. Il disegno di legge di riforma del decreto legislativo n. 231 del 2001 è composto da 14 articoli. L'articolo 1 novella l'articolo 1 del decreto legislativo n. 231 del 2001. Il nuovo testo non interviene sulla questione dell'assoggettabilità al decreto delle piccole e medie imprese, puntando però a scongiurarne l'estensione, che pure si è registrata in giurisprudenza, a imprese individuali. All'articolo 2 viene richiamato il principio di legalità. L'ente non può essere ritenuto responsabile per l'illecito dipendente da reato qualora la responsabilità in relazione a quel reato e le relative sanzioni non siano espressamente previste da una legge entrata in vigore prima della commissione del fatto. Intervenendo sull'articolo 5 del decreto legislativo n. 231 del 2001, il disegno di legge, all'articolo 3 prevede, al comma 2, l'inserimento del requisito del vantaggio, ripristinando la simmetria dello schema dell'interesse e vantaggio, presente nel comma 1 e abbandonato nel comma 2: il vantaggio andrà dimostrato positivamente e non potrà essere presunto. L'articolo 4, sostituendo l’articolo 6 del decreto legislativo, rubricato «Reati commessi da soggetti apicali», sposta l'onere della prova in capo all'accusa in caso di reato commesso da soggetti apicali, novità che riconduce la ripartizione dell'onere della prova al rispetto dei principi costituzionali. Spetta, dunque, al pubblico ministero -- e non più alla difesa -- dimostrare che: l'ente non ha adottato un modello conforme ai requisiti previsti, non è stato istituito un organismo di vigilanza munito di determinate caratteristiche ovvero che quest'ultimo ha omesso di vigilare o l'ha fatto in maniera inefficace. Inoltre si decide l'espunzione del discusso requisito dell'elusione fraudolenta, concentrando lo sforzo probatorio richiesto al pubblico ministero al fine di dimostrare l'esistenza di una cosiddetta colpa organizzativa in capo all'ente. Il comma 2 prevede che è disposta la confisca, anche per equivalente, del profitto che l'ente ha ottenuto in conseguenza del reato. Nel caso di reati commessi da soggetti sottoposti all'altrui direzione, l'articolo 5 chiarisce che è prevista la responsabilità nei casi di inosservanza degli obblighi di direzione e vigilanza e che detta responsabilità è esclusa qualora l'ente, prima della commissione del reato, abbia adottato ed efficacemente attuato un modello di organizzazione gestione e controllo, di cui all'articolo 7- bis del decreto legislativo n. 231 del 2001, introdotto dal presente disegno di legge, idoneo a prevenire reati della stessa specie di quello verificatosi. L'articolo 6 interviene sul decreto legislativo n. 231 del 2001 aggiungendo due articoli al suddetto decreto. Il primo -- articolo 7- bis -- ha ad oggetto le caratteristiche che il modello di organizzazione, gestione e controllo deve possedere per essere ritenuto idoneo. Tra queste, particolare risalto è stato conferito alla previsione di protocolli ritagliati intorno alle dimensioni e alla complessità dell'ente -- lettera b) --, nonché alla necessità di provvedere ad adeguate attività di formazione del personale -- lettera f) --: scelta, quest'ultima, dettata dalla volontà di sottolineare la funzione preventiva di una valida attività di formazione e di correggere, mediante l'espressa introduzione di un obbligo, quelle prassi applicative che tendono a relegare la formazione sul modello di organizzazione a mera eventualità. Si noti, poi, come la modifica proposta chiarisca che i protocolli e le decisioni dell'ente difficilmente possano riguardare direttamente i reati, ma hanno presumibilmente ad oggetto e, comunque, concernono le attività -- individuate attraverso l'analisi prevista dalla lettera a) del comma 2 -- nel cui ambito possono essere commessi. Con riferimento al sistema disciplinare -- lettera g) --, si segnala come la modifica abbia finalità di semplificazione e chiarezza, esplicitando la presenza e il funzionamento di un apparato sanzionatorio senza il quale il modello non può dirsi né adeguato né efficace. Da rilevare, inoltre, il tentativo, compiuto nel comma 3, di riportare a razionalità la previsione del vigente articolo 6, comma 3, attribuendogli un contenuto coerente con il contributo che il Ministero della giustizia può ragionevolmente fornire sulle linee guida di categoria. Il secondo articolo introdotto dall'articolo 6 del disegno di legge di riforma del decreto legislativo n. 231 del 2001, disciplina i requisiti dell'organismo di vigilanza -- articolo 7- ter . Esso è preceduto da un'opzione radicale: l'eliminazione del comma 4- bis dell'articolo 6, sancendo il venir meno dell'attuale facoltà prevista in capo alle società di capitali di attribuire le funzioni dell'organismo di vigilanza (O.d.V.) al collegio sindacale, al consiglio di sorveglianza e al comitato per il controllo della gestione. Tre ragioni precludono, in particolare, l'affidamento delle funzioni dell'O.d.V. al collegio sindacale: la coincidenza tra controllore e controllato esplicitata dalla responsabilità penale dei sindaci per taluni reati societari -- di cui all'articolo 25- ter , comma 1 --; la valutazione giurisprudenzale dell'obbligo di impedire il reato altrui in capo ai sindaci; le differenti competenze tecniche richieste dal ruolo di sindaco -- in senso lato, di natura contabile -- rispetto a quelle peculiari del componente dell'O.d.V. È per questo motivo che l'articolo 7- ter s'incarica di superare le poche e frammentarie previsioni che attualmente investono l'O.d.V., per riconoscergli una speciale visibilità nel disegno della responsabilità degli enti. Si spiega così, in particolare, l'espressa menzione del requisito dell'indipendenza, da sommare ai valori della professionalità e della disponibilità di adeguate risorse finanziarie. Si tratta di requisiti imprescindibili per provvedere ai compiti di vigilanza sull'efficace attuazione e sull'aggiornamento del modello, largamente attestati dalla dottrina, dalla giurisprudenza e dalle best practice . In particolare, il requisito soggettivo dell'indipendenza dei componenti dell'O.d.V., pur essendo desumibile implicitamente dal sistema, risponde alla preoccupazione di evitare, da un lato, scelte di nomina dei componenti con responsabilità di gestione severamente censurate dalla giurisprudenza; dall'altro, una composizione totalmente interna. L'articolo 7 interviene sui casi di riduzione della sanzione pecuniaria, novellando l'articolo 12 del più volte citato decreto. Le sanzioni possono essere ridotte, a seconda della gravità della condotta del soggetto agente, della metà, da un terzo alla metà e nel caso concorrano entrambe le condizioni previste dal comma 2 dalla metà ai due terzi. In ogni caso la sanzione pecuniaria non può essere superiore ad euro 10.329. L'articolo 8 disciplina la figura del commissario giudiziale, sostituendo l'articolo 15 del decreto legislativo. Quest'ultimo così riformulato prevede che in caso di presupposti di applicazione di una sanzione interdittiva che determini l'interruzione dell'attività dell'ente, il giudice disponga la prosecuzione dell'attività dell'ente da parte di un commissario, per un periodo pari alla durata della sanzione interdittiva applicata, nei casi in cui l'ente svolga un pubblico servizio o un servizio di pubblica necessità e la relativa interruzione dell'attività possa creare un pregiudizio alla collettività o rilevanti ripercussioni sull'occupazione. Il commissario su disposizione del giudice cura l'efficace attuazione dei modelli di organizzazione e controllo idonei a prevenire i reati della specie di quello verificatosi. Tra gli strumenti annoverati dal decreto legislativo n. 231 del 2001, i più incisivi si sono rivelati essere, sul versante sanzionatorio, la confisca del prezzo o del profitto del reato e, su quello cautelare, il sequestro preventivo dei beni, di cui è consentita l'ablazione stessa. Il diffuso impiego di entrambi, nel processo penale contro gli enti, ha sollevato una molteplicità di problematiche e di dissidi interpretativi. Con l'articolo 9 il disegno di legge interviene sul decreto legislativo n. 231 del 2001 sostituendo l'articolo 19, in modo che la confisca possa indirizzarsi solo verso i beni di appartenenza dell'ente. Per quanto concerne la cautela reale del sequestro preventivo, l'articolo 11 riscrive l'articolo 53 del decreto legislativo n. 231 del 2001, intervenendo così sulla disciplina del fumus commissi delicti e del periculum in mora . L'articolo 10 dispone che l'ente che non si costituisce nel processo è dichiarato contumace in osservanza alla novella dell'articolo 420- quater del codice di procedura penale. La legge 28 aprile 2014, n. 67, infatti, ha abolito l'istituto della contumacia modificando, sul punto, il codice di procedura penale. È tuttavia mancato un intervento di coordinamento con il decreto legislativo n. 231 del 2001; non risultando ipotizzabile una «parallela» soppressione dell'articolo 41 del decreto -- per ragioni connesse alla peculiare regolamentazione della «presenza» dell'ente nel processo -- si è preferito qui richiamare la previsione codicistica che regola la sequenza successiva alla avvenuta sospensione del processo, per mancata comparizione all'udienza dell'imputato «inconsapevole», al fine di colmare una lacuna della disciplina. Gli articoli posti a chiusura dell'intervento normativo de quo -- articoli 12 e 13 -- intervengono sugli articoli 52 e 55 del decreto legislativo n. 231 del 2007 -- Attuazione della direttiva 2005/60/CE concernente la prevenzione dell'utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo, nonché della direttiva 2006/70/CE che ne reca misure di esecuzione --, il primo disciplinante gli organi di controllo ed il secondo le sanzioni penali. Il nuovo testo intende sopprimere taluni obblighi di segnalazione -- gravanti su soggetti esterni alla società -- impropriamente introdotti in capo all'O.d.V., che è bene rimanga un organo a valenza tutta interna. Non si tratta di un'opzione deresponsabilizzante, ma di una scelta dettata da un investimento in fiducia nelle qualità dei componenti dell'organismo: se tradito, questo investimento, per inerzie o altre inescusabili ragioni, potranno soccorrere altre tipologie sanzionatorie, non già il ricorso alla pena in un settore -- quello dei controlli interni -- dove essa risulta disfunzionale rispetto alla creazione di un clima che faciliti l'attivazione e la gestione degli indispensabili flussi informativi interni all'ente.. 1 1 L'articolo 1 del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, è sostituito dal seguente: «Art. 1. - (Enti collettivi). -- 1 . Il presente decreto disciplina la responsabilità degli enti collettivi per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato. 2 . Le disposizioni del presente decreto si applicano agli enti collettivi forniti di personalità giuridica e alle società e associazioni anche prive di personalità giuridica. 3 . Le disposizioni del presente decreto non si applicano allo Stato, agli enti pubblici territoriali, agli altri enti pubblici non economici nonché agli enti che svolgono funzioni di rilievo costituzionale». 2 1 L'articolo 2 del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, è sostituito dal seguente: «Art. 2. - (Principio di legalità) . -- 1. L'ente non può essere ritenuto responsabile per un fatto costituente reato se la responsabilità amministrativa in relazione a quel reato e le relative sanzioni non sono espressamente previste da una legge entrata in vigore prima della commissione del fatto». 3 1 L'articolo 5 del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, è sostituito dal seguente: «Art. 5. - (Causa di esclusione della responsabilità) -- 1. L'ente è responsabile per i reati commessi nel suo interesse o a suo vantaggio: a) da persone che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell'ente o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale nonché da persone che esercitano, anche di fatto, la gestione e il controllo dello stesso; b) da persone sottoposte alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti di cui alla lettera a) . 2. L'ente non risponde se le persone indicate nel comma 1 hanno agito nell'interesse o a vantaggio esclusivo proprio o di terzi». 4 1 L'articolo 6 del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, è sostituito dal seguente: «Art. 6. -- (Reati commessi da soggetti apicali) -- 1. Se il reato è stato commesso dalle persone indicate nell'articolo 5, comma 1, lettera a) , l'ente risponde se: a) l'organo dirigente non ha adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione del fatto, un modello di organizzazione, gestione e controllo, di cui all'articolo 7- bis , idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi; b) il compito di vigilare sull'efficace attuazione del modello, nonché sul suo aggiornamento, non è stato affidato all'organismo di cui all'articolo 7- ter ; c) vi è stata omessa o insufficiente vigilanza da parte dell'organismo di cui all'articolo 7- ter . 2. È comunque disposta la confisca del profitto che l'ente ha ottenuto in conseguenza del reato, anche nella forma per equivalente. 3 . Le disposizioni dei commi 1 e 2 si applicano anche agli enti soggetti ad attività di direzione e coordinamento». 5 1 L'articolo 7 del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, è sostituito dal seguente: «Art. 7. -- (Reati commessi da soggetti sottoposti all'altrui direzione) -- 1. Nel caso previsto dall'articolo 5, comma 1, lettera b) , l'ente è responsabile se la commissione del reato è stata resa possibile dall'inosservanza degli obblighi di direzione o vigilanza. 2. In ogni caso, è esclusa l'inosservanza degli obblighi di direzione o vigilanza se l'ente, prima della commissione del reato, ha adottato ed efficacemente attuato un modello di organizzazione, gestione e controllo, di cui all'articolo 7- bis , idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi». 6 1 Dopo l'articolo 7 del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, sono inseriti i seguenti: «Art. 7- bis . -- (Modello di organizzazione, gestione e controllo) -- 1. Il modello di organizzazione, gestione e controllo prevede, in relazione alla natura e alla dimensione dell'ente nonché al tipo di attività svolta, misure idonee a prevenire i rischi di commissione di reati. 2 . In relazione all'estensione dei poteri delegati e ai rischi di commissione dei reati, il modello di organizzazione, gestione e controllo deve: a) individuare le attività nel cui ambito possono essere commessi reati; b) prevedere specifici protocolli, proporzionati alla dimensione e alla complessità dell'ente, diretti a programmare la formazione e l'attuazione delle decisioni dell'ente in relazione alle attività di cui alla lettera a) ; c) individuare modalità di gestione delle risorse finanziarie idonee a impedire la commissione dei reati; d) prevedere la costituzione dell'organismo cui all'articolo 7- ter . e) prevedere obblighi di informazione nei confronti dell'organismo di cui all'articolo 7- ter ; f) stabilire obblighi formativi a carico delle persone indicate nell'articolo 5, comma 1, lettere a) e b) ; g) prevedere un sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato rispetto del modello. 3. Il modello di organizzazione, gestione e controllo può essere adottato, garantendo i requisiti di cui al comma 2, sulla base di linee guida redatte dalle associazioni rappresentative degli enti, comunicate al Ministero della giustizia, che, di concerto con i Ministeri competenti, può formulare entro trenta giorni osservazioni. Art. 7- ter . -- (Organismo di vigilanza) -- 1. L'organismo di cui agli articoli 6 e 7- bis deve essere indipendente e dotato di autonomi poteri di iniziativa e di controllo. 2. L'organismo dispone di adeguate risorse finanziarie per lo svolgimento delle sue funzioni. 3. I componenti dell'organismo devono possedere requisiti di professionalità. 4. Negli enti di piccole dimensioni i compiti dell'organismo possono essere svolti direttamente dall'organo dirigente». 7 1 L'articolo 12 del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, è sostituito dal seguente: «Art. 12. -- (Casi di riduzione della sanzione pecuniaria) -- 1. La sanzione pecuniaria è ridotta della metà e non può comunque essere superiore a euro 100.329 se: a) l'autore del reato ha commesso il fatto nel prevalente interesse proprio o di terzi e l'ente ne ha ricavato un vantaggio minimo; b) il danno patrimoniale cagionato è di particolare tenuità. 2. La sanzione è ridotta da un terzo alla metà se, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado: a) l'ente ha risarcito integralmente il danno e ha eliminato le conseguenze dannose o pericolose del reato ovvero si è comunque efficacemente adoperato in tal senso; b) è stato adottato e reso operativo un modello di cui all'articolo 7- bis idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi. 3. Nel caso in cui concorrono entrambe le condizioni previste dal comma 2, la sanzione è ridotta dalla metà ai due terzi. 4. In ogni caso, la sanzione pecuniaria non può essere inferiore a euro 10.329». 8 1 L'articolo 15 del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, è sostituito dal seguente: «Art. 15. - (Commissario giudiziale) -- 1. Se sussistono i presupposti per l'applicazione di una sanzione interdittiva che determina l'interruzione dell'attività dell'ente, il giudice, in luogo dell'applicazione della sanzione, dispone la prosecuzione dell'attività dell'ente da parte di un commissario per un periodo pari alla durata della sanzione interdittiva che sarebbe stata applicata, quando ricorre almeno una delle seguenti condizioni: a) l'ente svolge un pubblico servizio o un servizio di pubblica necessità la cui interruzione può provocare un grave pregiudizio alla collettività; b) l'interruzione dell'attività dell'ente può provocare, tenuto conto delle sue dimensioni e delle condizioni economiche del territorio in cui è situato, rilevanti ripercussioni sull'occupazione. 2. Con la sentenza che dispone la prosecuzione dell'attività, il giudice indica i compiti e i poteri del commissario, tenendo conto della specifica attività in cui è stato posto in essere l'illecito da parte dell'ente. 3. Nell'ambito dei compiti e dei poteri indicati dal giudice, il commissario cura l'adozione e l'efficace attuazione dei modelli di organizzazione e di controllo idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi. Non può compiere atti di straordinaria amministrazione senza autorizzazione del giudice. 4. Il profitto derivante dalla prosecuzione dell'attività viene confiscato. 5. La prosecuzione dell'attività da parte del commissario non può essere disposta quando l'interruzione dell'attività consegue all'applicazione in via definitiva di una sanzione interdittiva». 9 1 L'articolo 19 del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, è sostituito dal seguente: «Art. 19. - (Confisca) -- 1. Nei confronti dell'ente è sempre disposta, con la sentenza di condanna, la confisca del prezzo o del profitto del reato, salvo che per la parte che può essere restituita al danneggiato. Sono fatti salvi i diritti acquisiti dai terzi in buona fede. 2 . Quando non è possibile eseguire la confisca a norma del comma 1, la stessa può avere ad oggetto somme di denaro, beni o altre utilità di valore equivalente al prezzo o al profitto del reato appartenenti all'ente». 10 1 L'articolo 41 del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, è sostituito dal seguente: «Art. 41. - (Contumacia dell'ente) -- 1. L'ente che non si costituisce nel processo è dichiarato contumace. Si osservano le disposizioni di cui all'articolo 420- quater del codice di procedura penale, in quanto applicabili». 11 1 L'articolo 53 del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, è sostituito dal seguente: «Art. 53. - (Sequestro preventivo) -- 1 . Il giudice può disporre il sequestro delle cose di cui è consentita la confisca a norma dell'articolo 19. 2. La misura può essere disposta quando sussistono gravi indizi per ritenere la sussistenza della responsabilità dell'ente per un illecito amministrativo dipendente da reato e del prezzo o del profitto del reato e vi sono fondati e specifici elementi che fanno ritenere concreto il pericolo della dispersione del prezzo o del profitto del reato. 3. Si osservano le disposizioni di cui agli articoli 321, commi 3, 3- bis , primo periodo, e 3- ter , limitatamente al caso previsto dal comma 3- bis , primo periodo, 322, 322- bis , 323 e 325 del codice di procedura penale, in quanto applicabili. 4. Ove il sequestro, eseguito ai fini della confisca per equivalente prevista dal comma 2 dell'articolo 19, abbia ad oggetto società, aziende ovvero beni, ivi compresi i titoli, nonché quote azionarie o liquidità anche se in deposito, il custode amministratore giudiziario ne consente l'utilizzo e la gestione agli organi societari esclusivamente al fine di garantire la continuità e lo sviluppo aziendali, esercitando i poteri di vigilanza e riferendone all'autorità giudiziaria. In caso di violazione della predetta finalità l'autorità giudiziaria adotta i provvedimenti conseguenti e può nominare un amministratore nell'esercizio dei poteri di azionista. Con la nomina si intendono eseguiti gli adempimenti di cui all'articolo 104 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, di cui al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271. In caso di sequestro in danno di società che gestiscono stabilimenti di interesse strategico nazionale e di loro controllate, si applicano le disposizioni di cui al decreto-legge 4 giugno 2013, n. 61, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2013, n. 89». 12 1 L'articolo 52 del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231, è sostituito dal seguente: «Art. 52. - (Organi di controllo) -- 1. Fermo restando quanto disposto dal codice civile e da leggi speciali, il collegio sindacale, il consiglio di sorveglianza, il comitato di controllo di gestione, l'organismo di vigilanza di cui all'articolo 7- ter del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, e tutti i soggetti incaricati del controllo di gestione comunque denominati presso i soggetti destinatari del presente decreto vigilano, ciascuno nell'ambito delle proprie attribuzioni e competenze, sull'osservanza delle norme in esso contenute. 2. Gli organi e i soggetti di cui al comma 1: a) comunicano, senza ritardo, alle autorità di vigilanza di settore tutti gli atti o i fatti di cui vengono a conoscenza nell'esercizio dei propri compiti, che possano costituire una violazione delle disposizioni emanate ai sensi dell'articolo 7, comma 2; b) comunicano, senza ritardo, al titolare dell'attività o al legale rappresentante o a un suo delegato, le infrazioni alle disposizioni di cui all'articolo 41, di cui hanno notizia; c) comunicano, entro trenta giorni, al Ministero dell'economia e delle finanze le infrazioni alle disposizioni di cui all'articolo 49, commi 1, 5, 6, 7, 12, 13 e 14, e all'articolo 50, di cui hanno notizia; d) comunicano, entro trenta giorni, all'autorità di vigilanza di settore le infrazioni alle disposizioni contenute nell'articolo 36 di cui hanno notizia. 3. L'organismo di vigilanza di cui all'articolo 7- ter del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, è tenuto a svolgere solo le comunicazioni di cui al comma 2, lettera b) ». 13 1 L'articolo 55 del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231, è sostituito dal seguente: «Art. 55. - (Sanzioni penali) -- 1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque contravviene alle disposizioni contenute nel titolo II, capo I, concernenti l'obbligo di identificazione, è punito con la multa da 2.600 a 13.000 euro. 2. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, l'esecutore dell'operazione che omette di indicare le generalità del soggetto per conto del quale eventualmente esegue l'operazione o le indica false è punito con la reclusione da sei mesi a un anno e con la multa da 500 a 5.000 euro. 3. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, l'esecutore dell'operazione che non fornisce informazioni sullo scopo e sulla natura prevista dal rapporto continuativo o dalla prestazione professionale o le fornisce false è punito con l'arresto da sei mesi a tre anni e con l'ammenda da 5.000 a 50.000 euro. 4. Chi, essendovi tenuto, omette di effettuare la registrazione di cui all'articolo 36, ovvero la effettua in modo tardivo o incompleto è punito con la multa da 2.600 a 13.000 euro. 5 . Chi, essendovi tenuto, omette di effettuare la comunicazione di cui all'articolo 52, comma 2, è punito con la reclusione fino a un anno e con la multa da 100 a 1.000 euro. 6 . La previsione di cui al comma 5 non si applica all'organismo di vigilanza di cui all'articolo 7- ter del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231. 7 . Qualora gli obblighi di identificazione e registrazione siano assolti avvalendosi di mezzi fraudolenti, idonei a ostacolare l'individuazione del soggetto che ha effettuato l'operazione, la sanzione di cui ai commi 1, 2 e 4 è raddoppiata. 8 . Qualora i soggetti di cui all'articolo 11, commi 1, lettera h) , e 3, lettere c) e d) , omettano di eseguire la comunicazione prevista dall'articolo 36, comma 4, o la eseguano tardivamente o in maniera incompleta, si applica la sanzione di cui al comma 4. 9 . Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chi, essendovi tenuto, viola i divieti di comunicazione di cui agli articoli 46, comma 1, e 48, comma 4, è punito con l'arresto da sei mesi a un anno o con l'ammenda da 5.000 a 50.000 euro. 10 . Chiunque, al fine di trarne profitto per sé o per altri, indebitamente utilizza, non essendone titolare, carte di credito o di pagamento, ovvero qualsiasi altro documento analogo che abiliti al prelievo di denaro contante o all'acquisto di beni o alla prestazione di servizi, è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da 310 a 1.550 euro. Alla stessa pena soggiace chi, al fine di trarne profitto per sé o per altri, falsifica o altera carte di credito o di pagamento o qualsiasi altro documento analogo che abiliti al prelievo di denaro contante o all'acquisto di beni o alla prestazione di servizi, ovvero possiede, cede o acquisisce tali carte o documenti di provenienza illecita o comunque falsificati o alterati, nonché ordini di pagamento prodotti con essi. 11 . Per le violazioni delle disposizioni di cui all'articolo 131- ter del TUB nonché per le gravi e reiterate violazioni delle disposizioni di cui ai commi 1 e 4 del presente articolo è ordinata, nei confronti degli agenti in attività finanziaria che prestano servizi di pagamento attraverso il servizio di rimessa di denaro di cui all'articolo 1, comma 1, lettera n) , del decreto legislativo 27 gennaio 2010, n. 11, la confisca degli strumenti che sono serviti a commettere il reato. 12 . Gli strumenti sequestrati ai fini della confisca di cui al comma 11 nel corso delle operazioni di polizia giudiziaria, sono affidati dall'autorità giudiziaria agli organi di polizia che ne facciano richiesta».