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Previdenza - Somme finalizzate alla corresponsione di compensi professionali dovuti al personale dell'avvocatura interna delle amministrazioni pubbliche - Previsione che le stesse siano comprensive anche degli oneri riflessi a carico del datore di lavoro - Dedotta violazione dei principi di solidarietà, di uguaglianza e di ragionevolezza - Denunciata compressione della sfera riservata alla contrattazione collettiva in materia di retribuzione - Non fondatezza della questione.. Non è fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma 208, della legge 23 dicembre 2005, n. 266, sollevata - in riferimento agli artt. 2, 3 e 39 della Costituzione. Innanzitutto, non risulta suffragata da idonea argomentazione l'affermazione del rimettente del collegamento esistente tra l'art. 2 della Costituzione con il principio della parità degli oneri contributivi enunciato dall'art. 2115 cod. civ. Va esclusa, poi, la violazione dell'art. 3 della Costituzione, poiché, quanto alla parità di trattamento, essendo il personale dell'avvocatura interna delle pubbliche amministrazioni il solo che percepisce compensi professionali, manca un tertium comparationis su cui operare un raffronto e, quanto alla manifesta irragionevolezza, poiché nell'ottica della traslazione degli oneri previdenziali è irrilevante la derivazione di quei compensi dalla condanna di controparte alle spese del giudizio, piuttosto che dalla loro compensazione tra le parti. Non sussiste, infine, la violazione dell'art. 39 Cost., poiché la norma censurata non mira ad una riduzione del trattamento retributivo complessivo dell'avvocato dipendente previsto dalla contrattazione collettiva, ma disciplina piuttosto la distribuzione del carico contributivo tra ente pubblico-datore di lavoro e dipendente.