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SENATO DELLA REPUBBLICA Legislatura 18 Resoconto di Assemblea 255 Presidenza del vice presidente TAVERNA, indi del vice presidente CALDEROLI N.B. Sigle dei Gruppi parlamentari: Forza Italia Berlusconi Presidente-UDC: FIBP-UDC; Fratelli d'Italia: FdI; Italia Viva-P.S.I.: IV-PSI; Lega-Salvini Premier-Partito Sardo d'Azione: L-SP-PSd'Az; MoVimento 5 Stelle: M5S; Partito Democratico: PD; Per le Autonomie (SVP-PATT, UV): Aut (SVP-PATT, UV); Misto: Misto; Misto-IDEA e CAMBIAMO: Misto-IeC; Misto-Liberi e Uguali: Misto-LeU; Misto-MAIE: Misto-MAIE; Misto-Più Europa con Emma Bonino: Misto-PEcEB. Presidenza del vice presidente TAVERNA PRESIDENTE . La seduta è aperta (ore 16,33). Si dia lettura del processo verbale. PISANI Giuseppe, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del 4 settembre. PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato. Comunicazioni della Presidenza PRESIDENTE . L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna. Sull'ordine dei lavori PRESIDENTE . Informo l'Assemblea che all'inizio della seduta il Presidente del Gruppo MoVimento 5 Stelle ha fatto pervenire, ai sensi dell'articolo 113, comma 2, del Regolamento, la richiesta di votazione con procedimento elettronico per tutte le votazioni da effettuare nel corso della seduta. La richiesta è accolta ai sensi dell'articolo 113, comma 2, del Regolamento. Sui lavori del Senato PRESIDENTE . La Conferenza dei Capigruppo ha approvato integrazioni al calendario corrente e il nuovo calendario dei lavori fino al 24 settembre. Nella seduta di oggi sarà discussa, fino alla sua conclusione, la relazione della Commissione d'inchiesta sul femminicidio sulla governance dei servizi antiviolenza e sul finanziamento dei centri antiviolenza e delle case rifugio. L'ordine del giorno della seduta di domani, con inizio alle ore 10, prevede la deliberazione su una proposta di questione pregiudiziale, ai sensi dell'articolo 78 del Regolamento, in ordine al decreto-legge proroga emergenza Covid-19, le ratifiche di accordi internazionali e la discussione del disegno di legge costituzionale, già approvato dalla Camera dei deputati, concernente l'estensione dell'elettorato per il Senato. Restano confermati, per la seduta di giovedì 10, il sindacato ispettivo e, alle ore 15, il question time , con la presenza dei Ministri dell'interno, della difesa e per le pari opportunità e la famiglia. L'Assemblea e le Commissioni non terranno sedute nella settimana dal 14 al 18 settembre, in occasione della tornata elettorale del 20 e 21 settembre. L'Assemblea tornerà a riunirsi mercoledì 23, alle ore 10, e giovedì 24, alle ore 9,30, per il solo esame del decreto-legge proroga emergenza Covid-19, approvato dalla Camera dei deputati, in quanto la settimana sarà prevalentemente dedicata ai lavori delle Commissioni, con particolare riguardo al decreto-legge per il sostegno e il rilancio dell'economia. Calendario dei lavori dell'Assemblea Discussione e reiezione di proposta di modifica PRESIDENTE . La Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari, riunitasi oggi, con la presenza dei Vice Presidenti del Senato e con l'intervento del rappresentante del Governo, ha adottato - ai sensi dell'articolo 55 del Regolamento - integrazioni al calendario corrente e il nuovo calendario dei lavori fino al 24 settembre: Martedì 8 settembre h 16,30-20 - Doc . XXII- bis , n. 3 - Relazione della Commissione di inchiesta sul femminicidio sulla governance dei servizi antiviolenza e sul finanziamento dei centri antiviolenza e delle case rifugio - Deliberazione su proposta di questione pregiudiziale in ordine al disegno di legge n. 1928 - Decreto-legge n. 83, Proroga emergenza COVID-19 (approvato dalla Camera dei deputati) - Ratifiche di accordi internazionali definite dalla Commissione affari esteri - Disegno di legge costituzionale n. 1440 e connessi - Estensione elettorato per il Senato (approvato dalla Camera dei deputati) (prima deliberazione del Senato) (voto finale con la presenza del numero legale) - Sindacato ispettivo - Interrogazioni a risposta immediata, ai sensi dell'articolo 151- bis del Regolamento (giovedì 10, ore 15) Mercoledì 9 " h. 10-20 Giovedì 10 " h. 9,30 L'Assemblea non terrà sedute nella settimana dal 14 al 18 settembre, in occasione della tornata elettorale del 20 e 21 settembre. Mercoledì 23 settembre h. 10 - Disegno di legge n. 1928, Decreto-legge n. 83, Proroga emergenza COVID-19 (approvato dalla Camera dei deputati) (scade il 28 settembre) Giovedì 24 " h. 9,30 Gli emendamenti al disegno di legge n. 1928 (Decreto-legge n. 83, Proroga emergenza COVID-19) dovranno essere presentati entro le ore 19 di mercoledì 9 settembre. Ripartizione dei tempi per la discussione del disegno di legge n. 1928 (Decreto-legge n. 83, Proroga emergenza COVID-19) (7 ore, escluse dichiarazioni di voto) Relatori 40' Governo 40' Votazioni 40' Gruppi 5 ore, di cui: M5S 1 h. 4' L-SP-PSd'Az 49' FI-BP 45' PD 35' Misto 31' IV-PSI 27' FdI 27' Aut (SVP-PATT, UV) 23' Dissenzienti 5' ROMEO (L-SP-PSd'Az) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. ROMEO (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, il Gruppo Lega, penso in accordo anche con Forza Italia e Fratelli d'Italia, propone una diversa calendarizzazione rispetto a quella uscita oggi dalla Conferenza dei Capigruppo. Chiediamo che il disegno di legge sull'estensione dell'elettorato al Senato non venga trattato questa settimana, ma in quella successiva alle elezioni regionali, soprattutto anche in virtù del risultato che ci sarà sul referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari. La proposta quindi è che l'argomento venga trattato nella settimana del 23 settembre - data in cui la calendarizzazione prevede la prima seduta, alle ore 10 - e che quindi in quel contesto venga calendarizzato. Ci sembra più corretto e più giusto, infatti, aspettare l'esito del referendum sulla riforma costituzionale prima di affrontare un altro passaggio assolutamente importante su questo tema. MALAN (FIBP-UDC) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. MALAN (FIBP-UDC) . Signor Presidente, il Gruppo Forza Italia è favorevole alla proposta formulata dal presidente Romeo, che ha perfettamente motivato la questione. Al di là di come la si pensi su questa proposta e su questo disegno di legge di revisione dell'elettorato del Senato, che dovrebbe essere discusso, secondo il calendario, proprio nell'ultima seduta del Senato prima delle votazioni su un referendum che riguarda di nuovo il Senato (perché riguarda la riduzione del numero dei parlamentari sia alla Camera sia al Senato), accavallare le due questioni confonde le idee, già abbastanza confuse: per un'informazione molto scarsa sui mezzi di informazione a proposito del referendum ; per il fatto che i referendum si svolgono abbinati a importanti elezioni regionali (e questo non era mai successo in passato); per il fatto che all'estero vi è un'enorme difficoltà, intanto a far conoscere i contenuti del referendum , ma anche perché in molti Paesi vi sono difficoltà oggettive (i nostri consolati sono a funzionalità quantomeno ridotta e, in certi Paesi, le Poste addirittura non funzionano a causa della pandemia). Dunque, francamente non vediamo le ragioni per discutere a tutti i costi questa settimana quel disegno di legge. Vediamo, invece, tutte le ragioni per discuterne, senza alcun ritardo di rilievo, immediatamente dopo la tornata elettorale del referendum e delle varie elezioni regionali e comunali. Riteniamo che questo sarebbe un andamento dei lavori molto migliore e che, se qualcuno pensa di farsi una pubblicità particolare con questo disegno di legge, è un motivo ulteriore per ritardarne la discussione. Le riforme della Costituzione si dovrebbero fare perché sono e si ritengono giuste e perché servono al Paese, non per fare uno "spottino" elettorale, che infatti incide su una Costituzione che è stata scritta con ben altri propositi, nel 1946 e nel 1947, e che meriterebbe rispetto e un'adeguata discussione (che peraltro, sul disegno di legge di cui stiamo parlando, quello sull'estensione dell'elettorato del Senato, sembra assai poco chiara). Si parte infatti dalla Camera, che estende solo l'elettorato attivo. Qui viene approvato in Commissione, all'ultimissimo momento, un testo che cambia completamente, anche con riferimento all'elettorato passivo. Sembra vi sia un emendamento - presentato dallo stesso relatore, che aveva dato parere favorevole all'inclusione anche dell'elettorato passivo nella riforma - con il quale si tornerebbe indietro. Sarebbe molto meglio discutere altrove, ma sicuramente non nell'ultima seduta prima delle competizioni elettorali e referendarie. Certe questioni, in particolare relative alla Costituzione, bisogna esaminarle con una certa attenzione, anche per rispetto dei 49 milioni di italiani che vengono chiamati a votare il 20 e 21 settembre. Indipendentemente da quello che diranno su una questione riguardante lo stesso organo, cioè il Senato - oltreché, naturalmente, la Camera - diciamo: comunque decidiate, facciamo anche un'altra cosa. Le due questioni non possono essere disgiunte, perché sempre di Senato e di architettura costituzionale si tratta. Non è che cambiamo un pezzo; non è il vestito di Arlecchino: è una costruzione che deve avere le sue ragioni e i suoi equilibri. Se vogliamo fare gli "spottini", allora si può andare avanti così. Se si vuol fare una riforma seria, bisogna agire in un altro modo. PRESIDENTE . Senatore Malan, se posso riassumere, comunque la sua proposta di modifica del calendario è la medesima avanzata dal senatore Romeo. Metto ai voti la proposta di modifica del calendario dei lavori dell'Assemblea volta a posticipare alla settimana del 23 settembre la trattazione della modifica costituzionale contenuta nel disegno di legge n. 1440. Non è approvata. Dispongo la controprova. Ordino la chiusura delle porte. Procediamo alla controprova mediante procedimento elettronico. Non è approvata . (Commenti del senatore Nencini) . Senatore Nencini, possiamo raccogliere il suo voto direttamente in segreteria. Discussione del documento: Doc Doc. XXII-bis, n. 3 Relazione sulla governance dei servizi antiviolenza e sul finanziamento dei centri antiviolenza e delle case rifugio, approvata dalla Commissione femminicidio nella seduta del 14 luglio 2020 Approvazione della proposta di risoluzione n. 1 PRESIDENTE . L'ordine del giorno reca la discussione del documento XXII- bis , n. 3. La relazione è stata già stampata e distribuita. Chiedo alla relatrice se intende integrarla. VALENTE, relatrice . Signor Presidente, le chiedo l'autorizzazione a lasciare agli atti il testo scritto della mia relazione, che cercherò di illustrare oralmente, soprattutto per essere breve e incisiva. (Brusio) . PRESIDENTE. Senatrice Valente, la Presidenza la autorizza in tal senso, ma le chiedo la gentilezza di attendere che l'Assemblea si metta in ascolto della relatrice, che ha cominciato la sua esposizione. Cortesemente, colleghi, se abbassiamo i toni delle discussioni personali, io in primis ho l'opportunità di ascoltare la relatrice, grazie. VALENTE, relatrice . Conoscendo l'attenzione e il rispetto, vorrei evitare di leggere una relazione che potrebbe apparire stanca e rituale, perché proprio non si tratta di ciò, ma innanzitutto del frutto di un anno importante di lavoro per la nostra Commissione. In premessa non posso che ringraziare le commissarie e i commissari non solo per il merito, per l'attenzione e anche per la sensibilità con cui abbiamo tutti insieme costruito questo lavoro, ma anche perché abbiamo lavorato di comune accordo - in questo periodo forse non è proprio usuale - forze di maggioranza e forze di opposizione. Per l'ennesima volta, questa Commissione ha scelto ed è riuscita ad approvare una relazione importante all'unanimità. L'abbiamo fatto il 14 luglio. Ringrazio dunque tutti i Capigruppo per avere velocemente inserito all'ordine del giorno dei lavori dell'Assemblea la nostra relazione. Proprio in questi giorni si ricorda l'importante Conferenza di Pechino e molte sono state le donne e gli uomini che hanno scritto di quella data, di quello straordinario evento e di quanti passi sono stati fatti. La presentazione della relazione al nostro esame, tenuta oggi che non è il 25 novembre né l'8 marzo, cioè non è una data assolutamente rituale, a mio parere è la risposta migliore che questo Parlamento può dare alle tante donne che ancora ogni giorno - lo vorrei dire - non solo vengono ammazzate, ma subiscono violenza in ogni forma. Assistiamo a numerose dichiarazioni, innanzitutto di politici, ma anche di altri opinion leader , che si indignano di fronte alle violenze che subiscono le donne, leggendo in tale violenza anche una faccia di questo Paese. Credo che la risposta migliore a tale indignazione sia quella che possiamo dare con gli atti, i provvedimenti e le leggi, che da soli non bastano, ovviamente, ma che possono aiutare a cambiare la cultura di un Paese. Tornerò in seguito su questo concetto. A proposito della nostra relazione e del nostro anno di lavoro, abbiamo scelto non a caso, come Commissione, di non presentare una relazione unica su tutto il lavoro che sarà svolto nel corso degli anni - anche grazie alla proroga che il Parlamento ha voluto concedere alle nostre attività, facendo coincidere la fine dei lavori della Commissione con la scadenza della legislatura - ma di puntare l'attenzione su singoli aspetti. Abbiamo scelto non a caso di iniziare dai centri antiviolenza, che in gergo chiamiamo CAV, e dalle case rifugio. Questi luoghi di prossimità - lo voglio dire con chiarezza - sono oggi gli unici luoghi della rete che contrasta la violenza contro le donne nei quali quelle che la subiscono una violenza possono essere accolte in maniera efficace e adeguata. Sono gli unici luoghi in cui le donne non vengono messe in discussione, ma credute e accolte in una relazione fra donne; soprattutto vi è la centralità della donna che ha subito la violenza, del suo vissuto e della sua storia. Ci sono il rispetto per lei, una capacità di ascolto e soprattutto professionalità e specializzazioni. Bene, per noi i centri antiviolenza sono sicuramente l'anello più prezioso dell'intera catena ed eccellenze senza le quali il sistema complessivo della rete oggi in Italia non potrebbe reggere. Eppure - da qui la scelta della Commissione di iniziare esattamente da questo pezzo - oggi i centri antiviolenza si mantengono, nella stragrande maggioranza dei casi, sul volontariato delle donne e delle operatrici che a questo dedicano la loro vita con passione e professionalità, ma che ci lanciano anche un grido d'allarme e ci dicono di non farcela. In questi anni i centri antiviolenza in Italia sono aumentati (la relazione lo fotografa): siamo arrivati a 366, la stragrande maggioranza dei quali sono del privato sociale, gestiti da associazioni. Per quanto vi siano grandi professioniste, si tratta sostanzialmente di associazioni di volontariato. La Corte dei conti, di fronte al grido d'allarme che arriva dai centri antiviolenza, ci dice che beneficiano di finanziamenti pubblici per 6.000 euro all'anno per la loro attività. Chiedo a quest'Assemblea di capire cosa sono 6.000 euro all'anno per un'attività aperta cinque giorni a settimana, che risponde h24 (spesso in piena notte) alle richieste di aiuto di donne che non sanno a chi rivolgersi e che trovano molto spesso soltanto un operatore o un'operatrice dall'altra parte del telefono in grado di accoglierle. Questi centri negli ultimi mesi - ma potrei dire anni - ci hanno detto di volere dalla politica una risposta più concreta e che non basta loro l'indignazione della politica, di una parlamentare o di una senatrice di fronte alla morte di una donna, ma che vogliono gesti e risultati concreti. Chiediamo alla politica e al Governo di dare questo tipo di risposta, a partire dalle indicazioni contenute nella nostra relazione, nella quale fotografiamo la storia dei centri antiviolenza e diciamo perché sono nati intorno a una pratica di associazioni femminili e di relazioni tra donne. Ricordiamo che sono nati, dopo il movimento degli anni Settanta e Ottanta, intorno ad associazioni storiche di questo Paese - penso all'Unione donne italiane (UDI) e a tante altre realtà e associazioni femminili); poi però sono cresciuti. Lo Stato italiano, a partire dal 2009, passando attraverso la Convenzione di Istanbul, fino ad arrivare ai piani antiviolenza del 2014 e del 2017 e alla prima intesa Stato-Regioni, ha costruito un'impalcatura e una legislazione sicuramente di tutto rispetto. Spartiacque - lo diciamo nella nostra relazione - è stata sicuramente la legge n. 119 del 2013, con la quale finalmente destiniamo finanziamenti strutturali ai centri e ai piani antiviolenza; riconosciamo un metodo e un approccio metodologico a questi centri, ne facciamo tesoro e diciamo che quello è il metodo giusto, ma ci fermiamo lì, perché i finanziamenti sono ancora insufficienti. Soprattutto - questa è la seconda grande criticità che fotografa la relazione - non abbiamo una lettura intersettoriale e interistituzionale chiara e corretta delle relazioni tra i soggetti che operano per il contrasto alla violenza e non facciamo ancora tesoro in maniera sufficiente della lettura corretta della violenza contro le donne, che solo ed esclusivamente dentro i centri antiviolenza riesce davvero ad albergare. Lo voglio dire con chiarezza: la violenza contro le donne, per noi della Commissione d'inchiesta sul femminicidio, che seguiamo questa materia quotidianamente, è lo specchio di rapporti asimmetrici di potere che ancora esistono tra gli uomini e le donne. Non ci stancheremo mai di dirlo. Non c'entrano niente i raptus degli uomini, l'aggressività improvvisa di un uomo o la condizione d'instabilità e di sofferenza. Siamo stanche di leggere titoli di giornali che raccontano di improvvisi scatti di uomini alterati, che aggrediscono le donne. Non c'entra niente tutto questo. La violenza contro le donne è la fotografia di rapporti asimmetrici di potere: per questa ragione chiediamo, anche in questa sede, che sia finalmente inquadrata nella maniera corretta, quindi intersettoriale e interistituzionale, nel raccordo tra tutti i soggetti che lavorano, il che significa lavorare per ridare centralità a una parità effettiva tra gli uomini e le donne. Fin quando esisterà tale asimmetria, esisterà la violenza. Le due principali criticità che fotografiamo sono, da un lato, la carenza di risorse, ma dall'altro il fatto che queste non sono e non riescono ad essere certe e seguono procedure troppo lunghe dal Dipartimento pari opportunità fino al momento in cui arrivano ai centri antiviolenza, per cui passa troppo tempo. Ci sono stati sicuramente interventi che hanno voluto accelerare ed aiutare in tal senso e l'impegno di tutti i governi - lo possiamo dire in maniera trasversale - è stato sicuramente volto ad accelerare i tempi, ma non ci siamo ancora. Ancora rischiamo che i soldi arrivino ai centri antiviolenza due anni dopo lo stanziamento e questo sicuramente non è un bene. Non è un bene - lo diciamo chiaramente - che i finanziamenti siano stanziati anno per anno e non consentano programmazioni di tempo più lunghe. Chiediamo che siano almeno triennali. Non è un bene che le operatrici facciano sostanzialmente un lavoro di volontariato. Non è un bene che chi gestisce un centro antiviolenza non sappia quante risorse poter utilizzare. Allora diciamo che occorre intervenire su questo, ossia sulle procedure in termini di accelerazione, ma anche sui criteri per l'aggiudicazione delle risorse. Non è accettabile il criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa, non si può adottare per i centri antiviolenza. Chiediamo di superarlo e crediamo che sia un passo importante per valorizzare l'altro aspetto che appare più critico: la mancanza di specializzazione e professionalizzazione di alcuni soggetti che vengono ammessi a finanziamento. La stragrande maggioranza dei centri è fortemente specializzata, ma ce ne sono stati alcuni di nuova istituzione e troppe volte in questi ultimi anni si sono costruite nuove realtà per accedere ai finanziamenti senza avere quella specializzazione e quella specificità dei centri che per noi sono fondamentali e preziose. Servono criteri e accreditamenti più stringenti. Facciamo in modo di valorizzare davvero i centri che fanno di questa cultura il loro asset e il loro modo di operare, perché questo per noi può fare la differenza. Dal finanziamento ai centri, dalle procedure e dall'aumento delle risorse passiamo alla valorizzazione vera di questi luoghi, capendo che vi si fanno, sì, protezione e accoglienza, ma si può fare anche prevenzione, per cambiare un modo di leggere la violenza contro le donne e per farne innanzitutto una battaglia culturale, che è quella vera, che noi insieme possiamo vincere. Questa è la ragione per cui, oltre a ringraziare le tantissime audite dei centri antiviolenza e tutti gli operatori, Conferenza Stato-Regione, Dipartimento, Istat e CNR, che hanno con noi costruito questa relazione, vorrei chiedere, a tutto il Parlamento, come abbiamo fatto in Commissione - è nostro auspicio - che la relazione, firmata da tutti i Capigruppo in Commissione, sia approvata all'unanimità, perché crediamo che da questo approccio si possa davvero partire con il piede giusto e nella direzione auspicata. (Applausi) . PRESIDENTE . Avverto che eventuali proposte di risoluzione al documento in esame potranno essere presentate entro la conclusione della discussione. ROSSOMANDO (PD) . Signor Presidente, colleghi, nel ringraziare il presidente Valente, vorrei svolgere alcune brevi considerazioni sul prezioso lavoro fatto dalla Commissione d'inchiesta sul femminicidio, che ci dà alcuni dati su cui riflettere e lavorare, non solo ovviamente petizioni di principio. Abbiamo sempre sostenuto naturalmente l'importanza dei centri antiviolenza e ci siamo sempre battute e battuti per un finanziamento più importante, più strutturale ed effettivo. Alcuni risultati ci danno dati come l'aumento delle strutture, che va anche a colmare una disparità spesso presente sul nostro territorio, quando si parla di servizi, tra zone del nostro Paese. I dati ci dicono infatti che nel Sud c'è stato un importante incremento. La sottolineatura allora è che questi centri hanno sicuramente l'importantissima funzione di sottrarre innanzitutto alla violenza fisica, intesa come atto concreto e minaccia all'incolumità psicofisica delle donne colpite da quest'aggressione. Qui si trova anche la ragione profonda per cui è necessario destinare risorse importanti, con obiettivi e con l'elemento coraggioso della valutazione, che a me piace molto, introdotto dal presidente Valente: la funzione, cioè, di dare un sostegno per trovare il coraggio di sottrarsi alla violenza. Quello di ritrovare se stesse è un aspetto molto importante, perché il danno fortissimo che viene arrecato alle donne vittime di questo tipo di violenza non è ovviamente la violenza fisica in sé, ma la perdita del sé. D'altra parte, cos'è la violenza di genere, se non una violenza connaturata dal voler far perdere il sé a chi ne è oggetto? Che cos'è, se non una violenza diretta all'annullamento dell'altro da sé? Che cos'è, se non la rottura di quel rapporto che non è ovviamente solo sentimentale, perché il rapporto emotivo-sentimentale con un'altra persona è il riconoscimento dell'altro da sé, l'unione con una persona che è altro da sé e diversa da sé? È un aspetto sociale della violenza di genere che segna una crisi profonda e una frattura delle società moderne. Non ci stancheremo mai di dire, infatti, che la violenza di genere e gli episodi di femminicidio sono un fatto moderno, non arcaico e il frutto di una crisi delle società moderne. Sicuramente non è il luogo né il momento e poi essendo cose risapute, commetterei un torto a doverle ricordare e ripetere, ma è ovvio che nel passato c'erano rapporti fermi e stereotipati di potere e di soggezione che ovviamente stabilivano una serie di criteri e di violenze interne anche alla struttura della famiglia. Oggi però si tratta di un tipo diverso di violenza, che naturalmente risente anche dell'incapacità di ripensare le relazioni tra uomo e donna. Ecco quindi, per concludere, l'importanza di ritrovare se stesse. C'è bisogno di competenza e di valorizzazione per il sostegno e la funzione sociale di questi centri. È questo che intendiamo per prevenzione e valorizzazione dei criteri di valutazione. Ritengo quindi che vada bene la relazione che ho ascoltato, che ci dà strumenti per intervenire con maggior forza e con maggiore efficacia, come in effetti abbiamo provato a fare in questi anni. (Applausi). PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Papatheu. Ne ha facoltà. PAPATHEU (FIBP-UDC) . Signor Presidente, mi rivolgo ai colleghi uomini di quest'Assemblea, chiedendo loro di ascoltarci e soprattutto di aiutarci. Sì, perché, a parte alzare la tavoletta del water , fare la spesa, mettere lo sporco nei cestini, badare ai bambini e poi anche partorire - perché, intendiamoci, siamo noi a dare alla luce voi uomini, e per fortuna, perché sicuramente, per il dolore che si prova, se ci fosse questa prova per voi uomini, l'estinzione dell'umanità sarebbe già un dato di fatto - ci siamo noi a sopportare tutto questo, ma, a parte ciò, ci sono donne che sopportano di più. Sopportano in silenzio, alle volte forse anche timidamente, cercando dei segnali da mandare all'esterno per denunciare le violenze che subiscono, spesso a casa da parte dei loro uomini che dicono di amarle o che sono i loro padri. Mi rivolgo a voi uomini, perché sicuramente oggi l'esempio e soprattutto il dovere di proteggerci spetta a voi, nella duplice veste di figli (perché siamo noi donne ad avervi generato) e - soprattutto - di padri di figlie femmine che devono essere ancora protette. Questa forma di violenza ha sempre dimostrato che non esistono grandi differenze tra Nord e Sud e fra ceti sociali: pensiamo a quanto accaduto durante il lockdown a Furci Siculo, quando una giovane laureanda in medicina è stata barbaramente uccisa dal proprio uomo. Accanto a questo, altri 1.000 casi: i numeri sono veramente agghiaccianti. Sappiamo che il silenzio uccide e, quindi, l'importanza di questi centri è fondamentale in quanto queste reti a sostegno delle donne sono l'unica salvezza per alcune donne. Ciò mi costringe, ancora una volta, a richiamare i dati relativi a queste forme di violenza, che non cessano: ogni quindici minuti c'è una vittima e non so quante donne muoiono e subiscono maltrattamenti, umiliazioni e stalking . Ancora oggi aspettiamo il braccialetto elettronico così da tutelare la vittima, potendo la Polizia essere avvisata in caso di non rispetto del divieto di avvicinamento. Noi abbiamo dato tante risposte - è vero - e mi vanto del fatto che io e il Gruppo Forza Italia, di cui faccio parte, siamo intervenuti fin da subito collaborando alla stesura di tante norme. Oggi desidero però ringraziare il presidente Valente per il lavoro svolto insieme a noi donne parlamentari, che ci ha visto veramente tutte unite. Soprattutto, desidero ringraziare i colleghi uomini della Commissione sul femminicidio per la loro partecipazione, che mi ha stupito: malgrado il mio scetticismo, chi ha partecipato ha dato dei contributi veri e reali e questo è un segnale importante di vero cambiamento. Ogni tanto suggerisco a qualche uomo di partecipare alle audizioni, perché nella Commissione sul femminicidio non ci si può limitare a usare l'intelletto, che è limitato. Sappiamo che questa Commissione ha avuto l'opportunità di fare dei sopralluoghi, grazie ai quali abbiamo potuto toccare con mano le situazioni, anche emozionandoci a volte nell'audire le donne e le altre vittime. Infatti, ricordiamoci che, purtroppo, le vere vittime sono i figli, in quanto le donne muoiono per il silenzio che hanno voluto mantenere, mentre i mariti vengono messi in carcere (alcuni, purtroppo, vengono addirittura liberati, mentre altri - per fortuna - marciscono nelle galere, così come deve essere). Desidero ringraziare il presidente Valente e le colleghe della Commissione, perché siamo tutti stati bravissimi. Da donna non posso naturalmente dimenticare di ringraziare il presidente Alberti Casellati e il ministro Bonetti, che mi fa piacere sia oggi presente in Aula, la quale non si è mai fatta desiderare e ci è sempre stata sempre vicina, accettando ogni invito ricevuto dal Presidente. Il presidente Alberti Casellati ha inoltre aperto le porte di questo Palazzo a due delle cooperative del Sud (Lazzarelle ed Eva) che danno dignità alle donne. Infatti, le donne hanno bisogno di lavorare per uscire dallo stato di difficoltà in cui si trovano. Che altro posso dire? Tutto quello su cui abbiamo lavorato è stato fatto nell'ottica di migliorare l'attuale legislazione. Il lockdown ci ha consegnato dei dati che sono migliori, ma solo apparentemente, perché nella realtà indicano l'esatto contrario visto che le donne, essendo costrette a rimanere a casa, non hanno potuto segnalare gli episodi di violenza. Per questo motivo, invito il Governo e i colleghi a promuovere maggiormente gli strumenti che già esistono e che sono tanti. Lo strumento secondo me più importante, al di là della repressione, delle misure penali e dell'inasprimento delle pene, è quello della prevenzione, su cui dobbiamo lavorare perché è quello grazie al quale ci salveremo. Oggi i dati che sono stati consegnati alla Commissione di inchiesta sono veramente desolanti, perché le associazioni sono tantissime e stanno crescendo e questo è un bene, ma significa che stanno aumentando le domande e le denunce e questo ovviamente ci impone una riflessione. Invito a rivedere, in occasione dell'avvio dell'insegnamento dell'educazione civica, l'emendamento che avevo presentato come prima firmataria, ma naturalmente a nome del mio Gruppo politico, per l'introduzione, fra i valori insegnati, del diritto al rispetto, perché grazie all'insegnamento dell'educazione civica che è stato ripristinato possiamo lavorare sui ragazzi fin dall'età infantile. Infine, vorrei dire che è stato fatto un altro passo avanti con il telefono rosa, che ha ricevuto un'enormità di telefonate, addirittura 1.104, che poi si sono ridotte, con il lockdown , a 496, a dimostrazione di questo fenomeno. Invitiamo ad una maggiore promozione degli strumenti del numero 1522 e invitiamo il Governo a darne maggiore diffusione, attraverso la possibilità di pubblicizzare questo numero in locali come le farmacie, i supermercati e i luoghi dove, durante il lockdown , le donne erano legittimate ad andare. C'è anche un altro strumento, che purtroppo non ha avuto una grande promozione, che è stato introdotto dalla Polizia di Stato: l' app YouPol. Essa è stata introdotta in effetti più per dare ai ragazzi la possibilità di fare delle denunce relative a spacci o ad abusi che subiscono, ma in effetti è stata estesa anche alle donne e quindi sarebbe bello promuovere ancora una volta questo strumento, perché di strumenti ne abbiamo dati tanti e ne abbiamo ogni giorno perfezionati e migliorati altri. È il momento, però, di lavorare anche sulla cultura, per permettere agli uomini di crescere con una diversa visione della donna e accanto a questo bisogna aumentare la sensibilità della società civile tutta. L'allerta della polizia di vicinato potrebbe essere determinante per poter supportare le donne nella decisione, spesso difficile, di denunciare il padre dei propri figli. È questo il vero motivo per cui spesso si arriva purtroppo ad acquisire il dato quando la donna non c'è più, quando viene ammazzata. Dobbiamo essere consapevoli di doverci prendere cura di chi ci ha dato la fiducia, non solo come rappresentanti politici, ma anche come donne, è il femminile che si prende cura di voi e, a parte le mie battute iniziali, ricordatevi che è la donna che è l'origine di tutto, che si prende cura di voi, della casa, dei vostri figli, degli uomini e quindi spetta a voi uomini essere da esempio e da monito per tutti gli altri affinché non ci sia questa aberrazione che è il femminicidio. Concludo invitando i colleghi ad ascoltare stasera un grande artista, il maestro Battiato, che nella canzone «La cura» afferma che la donna è un essere speciale e che avrà cura di lei: «Io sì, avrò cura di te». È questo l'appello e la preghiera che rivolgo a tutti gli uomini: abbiate cura di noi donne perché siamo un dono da amare e proteggere. Le donne dovete conquistarle con i fatti, non solo con le belle parole, e i fiori - vi prego - lasciateli nei campi. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Conzatti. Ne ha facoltà. CONZATTI (IV-PSI) . Signor Presidente, ringrazio il ministro Bonetti per la sua presenza e le colleghe della Commissione di inchiesta sul fenomeno del femminicidio. Questa relazione sulla governance dei servizi antiviolenza e sul sistema di finanziamento dei centri ci dà l'occasione oggi per fare una riflessione più ampia sulla rete di protezione che c'è oggi in Italia e sul perché sia ancora oggi necessaria una rete di protezione in Italia. Vale sempre la pena ricordarlo, perché sono numeri enormi: otto milioni di donne - sono i numeri certificati dall'Istat - su 32 milioni di donne in Italia hanno subito una qualche forma di violenza nel corso della loro vita, dalle intimidazioni alla violenza economica, alle minacce, alle percosse, fino ovviamente ad essere uccise. Ogni due giorni e mezzo viene uccisa una donna in Italia e nell'86 per cento dei casi ciò avviene per mano dell'uomo con cui ha o ha avuto una relazione, un uomo che considera la donna un proprio possesso e per questo si permette di toglierle la vita, un uomo che assume di avere una posizione preordinata e per questo si permette di picchiarla, di intimidirla, di vietarle di uscire. Sono uomini maltrattanti, molto spesso dipinti - forse per scaricare la responsabilità - come dei mostri o come delle persone dipendenti da qualche tipo di sostanza o di ossessione per il gioco. Invece non è così: nella maggior parte dei casi sono uomini che "funzionano" in altri aspetti della loro vita, ma nelle relazioni affettive e intime adottano questo metodo di prevaricazione, ritenendo la donna un essere subordinato e questo ha molto a che fare con il sistema culturale del nostro Paese. Parliamo di un'aberrazione atavica, tanto che il nostro stesso ordinamento giuridico fino al 1959 permetteva e contemplava lo ius corrigendi , cioè la potestà del marito di giudicare e di correggere la moglie in maniera unilaterale rispetto a comportamenti liberi e legittimi. È davvero un'aberrazione e ci abbiamo messo moltissimo tempo, con anni di battaglie in piazza - penso al diritto di famiglia, alla legge sull'aborto - per arrivare finalmente, nel 1995, ad aderire alla Dichiarazione di Pechino e ad affermare ufficialmente che l'Italia era per la parità di genere e per la valorizzazione dei talenti femminili. È solo nel 1997 che il Governo italiano ha emanato la prima direttiva contro la violenza sulle donne: parliamo di tempi recentissimi. Del 2001 è il primo provvedimento precautelare per l'allontanamento di un uomo maltrattante dalla casa familiare. È intuitivo che una donna già vittima di violenza non può subire una vittimizzazione secondaria, con l'ulteriore violenza di essere allontana insieme ai propri figli dalla casa e che debba essere invece l'uomo acclaratamente violento ad essere allontanato. Eppure, ancora oggi, c'è molta difficoltà e molta resistenza ad applicare la normativa, che solo i tempi del Covid hanno accelerato (e sono orgogliosa del fatto che proprio il procuratore di Trento lo abbia fatto in questo periodo di emergenza sanitaria). Altri passi avanti naturalmente ci sono stati: del 2006 è la legge contro le mutilazioni genitali femminili e quella per l'istituzione di un numero verde per le donne vittime di violenza; nel 2009 c'è stata la legge sullo stalking , ma siamo dovuti arrivare al 2013 per renderci conto in Italia che avevamo bisogno di un approccio strutturale perché, visti i dati, c'era bisogno di un approccio strutturale e integrato. Il Parlamento ha adottato quindi la Convenzione di Istanbul, nelle cui premesse è scritto che quella contro le donne è una violenza basata sul genere, sulla sperequazione di potere tra uomini e donne; è un tipo di violenza che ha bisogno di un approccio integrato di servizi, per cui forse non bastano nemmeno i centri antiviolenza. La Convenzione si concentra poi moltissimo sull'autore della violenza: non possiamo continuare giustamente ad aiutare le donne senza evitare che le donne siano vittime di violenza e per questo dobbiamo fortemente lavorare sugli uomini. Come dicevo, l'Italia ci è arrivata, ma ci è arrivata tardi perché il primo piano straordinario contro la violenza sulle donne è del 2015-2017, per cui stiamo parlando di tempi contemporanei. Sembra quasi un'aberrazione: mentre il nostro Parlamento adottava la Convenzione di Istanbul, prevendendo un approccio integrato - quindi non solo centri antiviolenza e case rifugio, ma nuclei di valutazione con i servizi del territorio, con la polizia, con gli ospedali - e mentre in Inghilterra si sperimentava il modello delle Marac (multi-agency risk assessment conference), noi stavamo ancora valutando in che modo accreditare e finanziare i centri antiviolenza. Ancora, mentre la Convenzione di Istanbul metteva al centro il focus sull'uomo maltrattante per evitare la violenza sulle donne e per proteggere la donna, noi ancora eravamo fermi al modello di finanziamento. Siamo ancora fermi così. Questa relazione, infatti, certifica che ci sono ancora gravi problemi nel finanziamento dei centri. Noi sappiamo che l'anno scorso sono stati finanziati 38 milioni di euro, ma il costo diretto o indiretto della violenza contro le donne in Italia ammonta a 17 miliardi di euro all'anno; 17 miliardi all'anno in servizi medici, servizi sociali, avvocati. La macchina che si mette in moto è poderosa. È un'ingiustizia, ma è anche un danno enorme contro il Paese. Dobbiamo allora metterci nella predisposizione di stanziare enormi risorse per vietare che nel nostro Paese vi sia questo fenomeno, che vogliamo - forse anche nascondendoci dietro l'affermazione che bastano i centri antiviolenza - far finta di non vedere; dobbiamo invece affrontarlo per quello che è, per l'enormità di quello che è. Stiamo parlando di un fenomeno che si insinua nelle relazioni affettive, che è strutturale e non emergenziale; è costante nel tempo, si ripete tutti i giorni ed è trasversale: non ci sono condizioni economiche, sociali, di titolo di studio che differenzino questo modello di comportamento. È un modello di comportamento che prescinde, che si basa solo su una sperequazione di potere tra uomini e donne. La sfida che abbiamo davanti è allora questa, proprio nella settimana in cui iniziamo le audizioni su recovery fund. Usiamo le risorse del recovery fund per affermare precisamente che l'Italia è dentro i principi di parità e di non discriminazione che la nostra comunità europea ci indica e a cui noi apparteniamo. Usiamo allora questi fondi per la prevenzione, per la protezione, per realizzare veramente un metodo integrato di approccio alla violenza. Lo dico perché io vengo da un territorio in cui queste cose si sono già fatte. È un territorio che, potendo finanziare, con le proprie risorse, i centri antiviolenza e tutta la rete del sistema antiviolenza, può permettersi anche di guardare all'eccellenza e di porsi alcuni passi avanti rispetto al modello nazionale. Ma proprio per questo io dico che si può fare; si può fare la prevenzione, facendo i corsi di educazione al rispetto in tutte le scuole di ogni ordine e grado, in tutte le università, affinché non ci siano più giornalisti che scrivono certi titoli, non ci siano più giudici che scrivono certe sentenze, non ci siano più medici che non riconoscono la violenza, non ci siano più Forze dell'ordine che rimandano a casa la donna dicendole di essere brava e di non far arrabbiare suo marito. Sulla rete di protezione le risorse che sono state impegnate non bastano; bisogna che siano maggiorate e che le procedure siano meno burocratiche. È inoltre probabilmente necessario che gli affidamenti siano fatti in maniera diversa. Il metodo dei bandi annuali non aiuta la programmazione, non aiuta a strutturare servizi di qualità. Ci sono dei modelli, che ho visto nel mio territorio, di coprogettazione e di accreditamento dei centri che durano anche cinque anni, dando la possibilità di svolgere un percorso di sviluppo e di radicare le migliori pratiche. Un altro tassello riguarda il monitoraggio, non solo con un organo sovranazionale, che monitori e valuti, ma anche esaminando caso per caso. Abbiamo sperimentato dei codici criptati, secretati, coperti da privacy che seguono la donna in tutti i suoi accessi, dal primo all'ultimo, anche se non denuncia. Adesso disponiamo di un sistema che effettua un monitoraggio solo dalle denunce in poi, ma queste sono solo il 10 per cento. Noi dobbiamo fare in modo che dal primo momento in cui una donna si approccia e dichiara di essere in una situazione di violenza ella sia, con modalità che tutelino la privacy , seguita accesso per accesso. Tutti questi dati devono essere raccolti, perché noi dobbiamo avere la consapevolezza dell'enormità di questo fenomeno, che mette in ginocchio il nostro Paese giorno dopo giorno. Siamo una bella squadra nella Commissione femminicidio e al Governo il ministro Bonetti è una guida per tutte noi. Abbiamo donne importanti, dal Presidente al Vice Presidente, che rispetto a questo tema sanno che il nostro impegno deve essere massimo. È quindi il momento per dimostrare che siamo determinate nel risolverlo. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Rampi. Ne ha facoltà. RAMPI (PD) . Signor Presidente, signor Ministro, signor Presidente della Commissione, sottolineo questa introduzione perché, come ha detto una collega, l'argomento al nostro esame è straordinariamente seguito e curato dalle senatrici in quest'Aula, però questa materia non può riguardare, incaricare o caricare solo le colleghe di quest'Assemblea. Non è un tema che riguarda le donne. Credo che questa sia una questione fondamentale perché, se non partiamo da qui, non risolveremo questo problema, che riguarda tutti noi e che costituisce innanzitutto un grande deficit culturale di questo e di altri Paesi, ma del nostro in particolare. Le storie, le tradizioni e le culture infatti contano. La storia del Mediterraneo e la cultura machista è esistita e ha condizionato un certo tipo di rappresentazione della donna e, soprattutto, un certo tipo di rapporto tra la donna e l'uomo: noi abbiamo ancora nella tradizione, nella cultura e nei riferimenti simbolici l'idea che un uomo (il padre) consegni la figlia a un uomo (il marito): c'è un passaggio di proprietà. Questo è un fondamento della nostra tradizione culturale e, quindi, è chiaro che, quando si è di fronte a un passaggio di proprietà, la proprietà si comporta come tale: deve fare ciò che ti aspetti da lei e, quando non succede, poiché sei il proprietario, non capisci perché una tua proprietà non si comporti come ti aspetteresti. È come se uno va in cucina la notte, tenta di aprire il frigorifero per prendere l'acqua e il frigorifero si rifiuta di aprirsi; questa persona darebbe di matto. Ho voluto raccontarlo con un estremo paradosso per dire che siamo ancora dentro non ai retaggi - sarebbe meglio - ma a questo tipo di cultura, che dobbiamo combattere. Abbiamo voluto istituire in questo Parlamento una Commissione di inchiesta e lo abbiamo voluto fare in maniera straordinaria dandole anche un tempo importante di lavoro, evidentemente perché individuiamo questo come uno dei principali problemi del Paese. Come si decide che c'è un problema di lotta alla mafia, che c'è un problema sul traffico e la gestione dei rifiuti, c'è un problema drammatico di femminicidio, che ovviamente è la punta dell' iceberg e l'elemento radicalmente più grave, ma che arriva alla fine di tanti altri aspetti di violenza e di sopraffazione. Il lavoro estremamente rigoroso fatto in questi mesi, di cui la relazione dà giustamente memoria e sulla quale però si prendono degli impegni, è collettivo. Io credo che da questo Parlamento possano uscire oggi tre messaggi veramente significativi e importanti. Vi è innanzitutto un messaggio unanime di appoggio e di supporto a tante persone, innanzitutto a chi è vittima di violenza, che deve poter sapere e che potrebbe sapere dai nostri discorsi e - ci auguriamo - da un'attenzione mediatica al tema, dai titoli dei giornali, che il clima e la cultura stanno cambiando. Vi è poi un messaggio a chi combatte la violenza, a tutti coloro che operano in questo settore nei centri antiviolenza, ma anche a tutti coloro che operano nel campo della giustizia: sappiano che il Parlamento e i cittadini italiani, che noi rappresentiamo, li supportano. Il terzo messaggio riguarda noi come legislatori, che decideremo le priorità economiche e dove investire le risorse, e anche il Governo: dobbiamo fare di più; stiamo facendo, ma dobbiamo fare di più perché abbiamo di fronte un'enorme sfida culturale e vinceremo e combatteremo questa piaga solo se rivolteremo come un calzino la cultura italiana e il livello di attenzione rispetto a temi come questi. (Applausi) . PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Malan. Ne ha facoltà. MALAN (FIBP-UDC) . Signor Presidente, la questione della violenza sulle donne è molto complessa e giustamente è stata istituita una Commissione che se ne occupa. Ringrazio pertanto il Presidente e tutti i componenti della Commissione per il lavoro che hanno svolto e per le relazioni che stanno preparando e che stanno presentando all'Assemblea, che giustamente le deve esaminare. Anche se sembrerebbe quasi superfluo farlo, voglio dire che la violenza di un uomo su una donna è esecrabile, ripugnante e da rigettare sotto qualunque punto di vista e da qualunque versante culturale, sociale e storico la si guardi. La prerogativa della difesa della dignità della donna non è solo dell'ideologia recente, ma ogni cultura decente e ogni società precedente l'ha fatta propria, pur con evidenti carenze ed eccezioni. Detto questo, vorrei parlare di un problema molto particolare, con cui sono venuto a contatto occupandomi di altro. Presiedo da cinque anni un'associazione, che si occupa dei bambini fuori famiglia, dei bambini tolti alle famiglie, dei percorsi che devono affrontare e a volte degli abusi che vengono commessi nel togliere i bambini alle famiglie. La cosa è diventata molto di attualità lo scorso anno, quando il caso che ha coinvolto una nota località in provincia di Reggio Emilia è diventato di dominio nazionale. Il fenomeno, però, non è certo limitato solo a quell'area e non è certo nato l'anno scorso, ma va avanti da anni. Ebbene cosa c'entra questo tema con la violenza sulle donne? Alcuni casi di persone che si sono rivolte o che comunque sono finite all'attenzione di questa associazione, denominata «Rete sociale», avvenivano nel modo che mi appresto ad illustrare. Spero di essere smentito, ma purtroppo da anni chiedo e mi informo su questa condizione e, ahimè, non ho trovato smentite. Per quanto ne so io, tutte o comunque la stragrande maggioranza delle donne che si rivolgono ai centri antiviolenza o si recano nelle "case rifugio" - o come le vogliamo chiamare, visto che hanno diverse denominazioni o "ragioni sociali" - vengono sottoposte alla valutazione da parte dei servizi sociali per accertare se siano in condizione di esercitare la responsabilità genitoriale. Detto in modo chiaro, vengono immediatamente messe sotto analisi per vedere se togliere loro i bambini, o meno. Questo accade a tutte, a quanto mi risulta. Trovo che già questo sia un abuso e una violenza. Ma come? Stiamo parlando infatti di una donna che trova il coraggio di rivolgersi a questi centri ed è un coraggio che non vale solo per se stessa e a difesa di se stessa, ma è a difesa dei propri figli (che a volte sono vittime loro stessi, perché spesso gli uomini violenti con la loro donna lo sono anche con i bambini, e a volte no, ma sta di fatto che ovviamente ai bambini non faccia bene stare in un ambiente in cui l'uomo picchia, maltratta o esercita violenza, a volte grave, sulla sua compagna, moglie o quello che sia). Ebbene, queste donne vengono messe immediatamente sotto osservazione, per vedere se sono buone madri. C'è un provvedimento frequente che riguarda i loro figli: succede infatti che se una donna, ad esempio questa mattina o oggi pomeriggio, denuncia una violenza, le viene chiesto da quando il marito abbia cominciato ad avere atteggiamenti violenti. Quando la donna risponde che saranno, ad esempio, due o tre anni, due o tre mesi o due o tre settimane, le viene domandato come mai abbia aspettato tutto questo tempo per venire a denunciare, con i figli che sono in pericolo. Anche se magari i figli non sono mai stati toccati, si considerano comunque in pericolo e si sospetta dunque che la donna sia una cattiva madre e così dal sospetto si passa all'azione. Ci sono molti provvedimenti di tribunali, che prevedono la seguente formula, riguardante i bambini di qualunque età, ovviamente minorenni: «Venga collocato il minore in uno spazio protetto con la facoltà della madre di accudirlo». «Facoltà» vuol dire: «se vuoi e puoi» - poi discuterò anche di questo aspetto - «Cara madre puoi stare con tuo figlio; se però, per qualsiasi motivo, non puoi o non vuoi sia chiaro che il bambino resta qui e tu vai o dove ti pare o dove decidiamo noi». Ci sono casi in cui le donne vanno con il loro figlio, ma poi vengono allontanate forzosamente da queste case, perché essendo stata loro sospesa - qualche volta anche tolta - la cosiddetta responsabilità genitoriale, non hanno più alcuna possibilità, alcun diritto di stare con il bambino: hanno una facoltà di stare con il bambino. A volte, a insindacabile - di fatto - giudizio di taluni operatori, la donna viene considerata non sufficientemente collaborativa con la casa dove si trova. Essere collaborativa vuol dire naturalmente tenere in ordine la stanza o gli spazi che condivide con il figlio o i figli; ma a volte vuol dire anche fare le pulizie nelle zone comuni e le scale, non certo perché la casa famiglia abbia bisogno di questo (perché le case famiglia non badano a spese, a volte), ma per dimostrare la sua collaboratività. Dimostrandola, risparmia anche qualche spesa alla casa famiglia. Se non dimostra sufficiente collaboratività, viene considerata non conciliante, non collaborativa, incompatibile con l'ambiente in cui si trova, e dunque viene allontanata e privata dei suoi figli. Trovo che questa sia una cosa mostruosa (Applausi), perché a una donna già vittima di violenza vengono anche tolti i bambini, non perché vi sia un incidente, ma con l'infamia: tu non sei degna di essere madre dei tuoi figli. E perché? A volte per buoni motivi - ci sono anche dei casi giustificati - ma a volte no. È chiaro che è un po' come l'analisi sui tamponi: più ne fai e più è facile che ci siano dei casi positivi. Lo stesso accade nella valutazione della capacità genitoriale, a volte sulla base di un giudizio non sempre equilibrato, come abbiamo letto nelle cronache. Tante volte ho incontrato, parlando direttamente con le persone o con i legali che se ne occupano, anche soggetti che, privi di titoli, aiutano persone in questa situazione. Vi è un altro effetto collaterale che si determina quando le donne devono abbandonare la casa. Purtroppo, troppo spesso - ma non dovrebbe succedere mai - la legge dice che, nel caso di violenza fra coniugi, debba essere allontanato il coniuge violento. È un'elementare norma di giustizia, ma spesso si dice: «Noi possiamo allontanare il marito o il compagno violento, però non siamo in grado di tenere le Forze dell'ordine davanti alla casa; infatti il marito o il coniuge violento potrebbe sempre tornare». Per cui è meglio allontanare il coniuge che subisce (che nella grande maggioranza dei casi è la donna). Di conseguenza, questo coniuge si trova sradicato e spesso perde il lavoro che aveva oppure, trovandosi la donna da sola, vorrebbe averlo. Non sono casi isolati, poiché anche a tale proposito ho avuto testimonianza di diversi casi in cui la donna trova sì un lavoro, ma quest'ultimo, come sappiamo, non vuol dire che lavori quando vuoi: non è il lavoro che piace come quelli raffigurati nei film, ad esempio lo scrittore che quando vuole scrive quattro versi che poi vengono venduti in milioni di copie. Il lavoro che fanno le persone normali tante volte vuol dire fare quattro, sei o otto ore lavoro. Ebbene, ci sono donne allontanate da queste case e dai loro figli perché «lei deve trovare, signora o signorina, un lavoro che si concili con il suo ruolo di madre». Ma come, noi giustamente siamo per la piena occupazione anche delle donne quando sono in casa loro e poi, quando sono sotto la tutela diretta delle strutture pubbliche, diciamo: «Tu, donna, devi trovare un lavoro da due o tre ore perché non potrai mica pensare di fare un lavoro normale come se tu fossi un uomo»? Di queste cose bisognerebbe occuparsi, anche perché c'è un piccolo problema. Sempre sulla base di testimonianze ricevute, risulta difficilissimo capire quanto gli enti diano a questi centri che si occupano dei bambini e delle donne. Quando lo si viene a sapere, sono somme alte, assai più alte di un buon reddito. Parliamo di 100 euro al giorno, per cui madre e figlio o madre e figlia in un mese portano 6.000 euro alla struttura che li ospita. Difficilmente le spese sono superiori. Quando c'è un eccesso di compenso per un'attività c'è allora il rischio che questa attività si gonfi, travalichi e vada al di là di quello che dovrebbe fare. Siccome c'è bisogno di tutelare le persone che si trovano in queste difficoltà, di tutelare le donne e di tutelare i loro figli, quando ce ne sono, non si può fare uso sbagliato di questi soldi, perché ciò vuol dire incentivare le cattive pratiche e magari lasciare chi davvero ha bisogno senza le risorse di cui avrebbe davvero necessità. PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice De Lucia. Ne ha facoltà. DE LUCIA (M5S) . Signor Presidente, spero sinceramente che ognuno di noi oggi in Aula abbia contezza di quello che sta accadendo in Senato. È la prima volta che la Commissione di inchiesta sul femminicidio procede ad effettuare un'indagine di monitoraggio del sistema istituzionale di finanziamento e governance dei servizi che operano nel campo della prevenzione e del contrasto alla violenza maschile contro le donne. In pratica, si è tentato di ricostruire il percorso delle principali tappe politiche e normative che hanno strutturato l'attuale sistema istituzionale e del ruolo primario svolto dai centri antiviolenza e dalle case famiglia. Ulteriore novità di questo monitoraggio è che vengono presentate e rappresentate anche alcune raccomandazioni, che possono essere utili per una complessiva riforma della governance dei centri antiviolenza. Una tra le principali criticità che sono state riscontrate dalla Commissione riguarda il sistema di rilevamento: risulta essere ormai indispensabile una revisione dell'intesa Stato-Regioni; obiettivo prioritario non più rinviabile, da intendersi come primo necessario passaggio verso l'elaborazione di una riforma organica della normativa in materia di prevenzione e contrasto ad ogni forma di violenza di genere. Vediamo, però, innanzitutto i numeri che fanno parte di questa relazione amplissima, che è, appunto, la summa del monitoraggio e del lavoro intenso che tutta la Commissione unita ha portato avanti per lungo tempo. Le audizioni sono state tantissime, alcune emozionanti, come hanno detto le colleghe, alcune ancora più dense di numeri, proprio perché abbiamo udito tantissime associazioni per cercare di non lasciare nessuno indietro. Questa mi sembra un'operazione assolutamente innovativa, considerando che la Commissione è composta da componenti di diversi partiti. Abbiamo, però, lavorato in maniera assolutamente armonica, tant'è vero che la relazione lascia intravedere quanto il lavoro sia stato intenso e coordinato alla perfezione tra noi commissari. Veniamo ai numeri. I centri antiviolenza che risultavano attivi all'atto dell'avvio dell'indagine erano 366. Di questi, ne sono stati analizzati 335, alcuni dei quali articolati, oltre che in una sede principale, in uno o più sportelli diffusi sul territorio, per un totale di 647 punti di accesso. Le donne che hanno contattato almeno una volta un centro antiviolenza sono state, complessivamente, oltre 49.000. Sono 32.000, invece, quelle che hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza con il sostegno dei centri. Tra queste, sono 10.488 le donne inviate ai centri da altri servizi specializzati e generali presenti sul territorio e 8.711 le donne straniere. In base alla stessa rilevazione, le case rifugio operative sul territorio nazionale sono risultate essere 264. Le persone prese in carico dalle strutture di accoglienza sono state 4.483. Come evidenziava il nostro Presidente, e come è emerso a seguito delle audizioni delle diverse associazioni che abbiamo effettuato il 14 gennaio scorso, in Commissione ci siamo trovati di fronte a numeri in costante crescita. È un dato che anche se potrebbe sembrare allarmante, in realtà ci fa capire come le donne comincino a fidarsi della gestione dei centri antiviolenza. Infatti, se aumenta la necessità di rivolgersi a centri professionali, ciò vuol dire che si ha evidentemente la coscienza di poter recuperare quantomeno una quotidianità che, purtroppo, molte volte a queste donne viene negata e anche ai loro figli. Tra le criticità riscontrate e portate in relazione vi è anche la necessaria introduzione di criteri minimi per il finanziamento dei servizi offerti, che solo in parte vengono fissati dal piano d'azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere previsto dalla legge in vigore, che si completa ora, nel 2020. In questo caso giocano un ruolo straordinario le associazioni di donne che per prime hanno inteso sopperire ad una mancanza legislativa che poi ha fatto propria l'esperienza maturata sul campo dalle associazioni. In pratica, se queste reti rappresentano oggi la risposta più coordinata e organizzata al fenomeno della violenza di genere, è proprio grazie all'impegno decennale che le associazioni femminili o femministe hanno profuso su tutto il territorio nazionale. Tali associazioni, nonostante il ruolo strategico che gli viene riconosciuto, soffrono l'assenza di politiche di coordinamento e di una sostanziale valorizzazione delle competenze maturate. Ciò rende meno efficace la risposta ai bisogni delle donne che si impegnano in percorsi di uscita dalla violenza nel rispetto della loro autodeterminazione. Ad esempio, il metodo e i tempi di finanziamento dei centri e delle case rifugio è sproporzionatamente diverso da una Regione all'altra e le criticità sono tutte a discapito di una politica di coordinamento nazionale ormai assolutamente indispensabile. Questo accade nonostante sia una delle principali raccomandazioni contenute anche nel rapporto del Grevio, l'organismo indipendente del Consiglio d'Europa sulla lotta contro la violenza nei confronti delle donne e della violenza domestica che è appunto formato da esperti. Le osservazioni rivolte al Governo italiano da parte del Grevio riguardano soprattutto la semplificazione e l'accelerazione dell'erogazione dei finanziamenti a centri antiviolenza e a case rifugio. In questo senso, le associazioni audite dalla Commissione hanno coralmente sollecitato un superamento di questo sistema in favore di un finanziamento diretto alle strutture di ospitalità con convenzioni pluriennali. Un'ulteriore criticità segnalata dal Grevio riguarda la scarsità dei finanziamenti a disposizione. Ovviamente nella relazione chiediamo che si possano rivedere le cifre regolarmente stanziate per quelli che ormai sono divenuti dei veri e propri baluardi di civiltà rispetto alla violenza di genere. In conclusione della relazione emerge con chiarezza la necessità di una programmazione centrale e di un quadro unitario di riferimento in grado di ridurre la disomogeneità territoriale, garantendo la continuità e il necessario coordinamento agli interventi e alle politiche indirizzate alla prevenzione e al contrasto della violenza contro le donne. Al fine di garantire continuità e stabilità al sistema dei servizi antiviolenza, risulta ormai indilazionabile lo sviluppo e l'implementazione di una programmazione di più ampio respiro a partire dalla necessità di finanziamenti strutturali secondo un criterio di sostenibilità per gli enti del privato specializzati. Si tratta in pratica di superare la logica degli interventi straordinari o emergenziali (è un fenomeno che non è più un'emergenza, è un fenomeno stanziale, purtroppo) e di riconoscere quindi la dimensione sistemica del fenomeno della violenza contro le donne attraverso la definizione di un impegno istituzionale di lungo periodo nel contrasto alla violenza maschile contro le donne. In pratica - e qui concludo - la Commissione della quale mi pregio di fare parte ha inteso tracciare un percorso basato concretamente sulla prevenzione e sulla formazione, che sono ormai l'unica via possibile da poter perseguire se veramente vogliamo cancellare ufficialmente dal dizionario contemporaneo la parola femminicidio. (Applausi) . PRESIDENTE . Dichiaro chiusa la discussione. Comunico che è pervenuta alla Presidenza la proposta di risoluzione n. 1, a firma di senatori rappresentanti di tutti i Gruppi parlamentari, il cui testo è in distribuzione. Ha facoltà di parlare la relatrice. VALENTE, relatrice . Signor Presidente, ne approfitto per ringraziare le senatrici e i senatori intervenuti, alcuni dei quali sono membri della Commissione di inchiesta. Questo dimostra non solo un lavoro unanime di squadra, ma anche, credo, una passione autentica nell'affrontare il tema nella maniera più corretta e assolutamente fuori da rituali e atteggiamenti di circostanza o di apparenza. Rivolgo quindi un grazie davvero sincero per il lavoro svolto. Rivolgo un grazie anche all'attenzione del Parlamento. Mi permetto di dire che la proposta di risoluzione fa sue le parti finali della relazione, impegnando sostanzialmente il Governo rispetto alla direzione di marcia e ai suggerimenti contenuti nella relazione. Come ho detto nella presentazione della relazione, dopo la storia dei centri antiviolenza e dopo l'analisi delle attuali criticità, la relazione della Commissione individua dei suggerimenti da perseguire, che la proposta di risoluzione fa suoi, impegnando il Governo a lavorare insieme al Parlamento per andare in questa direzione. Le due tabelle di marcia riguardano, da un lato, finanziamenti, risorse, procedure, governance territoriali (forse un tema di cui si è parlato poco in questa discussione generale); è necessario lavorare affinché si omogenizzino i livelli e i modelli di governance territoriali, che purtroppo sono molto differenziati da Regione a Regione (questo sicuramente non è un bene), ovviamente con dei criteri più stringenti rispetto alla specializzazione, uniti all'esperienza, per le ragioni che sono state dette da tutti quelli che sono intervenuti. Ripeto, da un lato servono risorse e dall'altro serve specializzazione. Più risorse a fronte di una maggiore specializzazione: per noi questo tema non può essere affrontato in maniera neutra, non è un servizio. Questa è la specificità della relazione. Parliamo di un servizio sicuramente pubblico e di interesse pubblico, ma gestito da un privato sociale con autonomia; non per questo però non deve essere inteso come un servizio pubblico. Questa è la specialità di questo campo e di questa dinamica; la relazione prova a insinuarsi dentro questa specialità e a dare delle indicazioni chiare al Governo. Con la proposta di risoluzione facciamo proprie queste indicazioni e chiediamo al Governo di lavorare insieme a noi. Presidenza del vice presidente CALDEROLI (ore 17,54) ( Segue VALENTE, relatrice ). Mi permetto di dire - non l'ho detto prima e credo di poterlo dire adesso con serenità - che con il ministro Bonetti abbiamo un rapporto autentico di collaborazione e di reciproco riconoscimento del lavoro, con un impegno costante, quotidiano e continuo. So di trovare in lei, come nel Governo tutto (a partire dal presidente Conte, che è sempre stato molto disponibile rispetto all'attività e al lavoro della Commissione), sicuramente degli alleati e dei compagni di viaggio che in qualche modo renderanno attuabili le indicazioni contenute nella proposta di risoluzione e che ci aiuteranno a raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati tutti insieme. (Applausi) . PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo, al quale chiedo anche di esprimere il proprio parere sulla proposta di risoluzione presentata. BONETTI, ministro per le pari opportunità e la famiglia . Signor Presidente, sono davvero grata innanzitutto al lavoro della Commissione, alla presidente senatrice Valente e a tutte e tutti i suoi componenti. Sono grata per la discussione di quest'Assemblea, che è stata sinceramente ricca di intensità e di progettualità, volto davvero di quelle istituzioni che creano la necessaria sinergia per farsi volto di una comunità, che è l'unico luogo che può restituire concretezza di speranza alle donne, troppo sole e troppo abbandonate nella tragedia di una violenza subita e troppo spesso taciuta e dimenticata. La relazione ha messo in luce alcune criticità: il tema della complessità delle procedure, della lentezza e della non certezza di un'erogazione efficiente ed effettiva dei fondi. È un dato che io stessa ho rilevato un anno fa, quando mi sono insediata come Ministro; è per questo che nel riparto allora bloccato del 2019 abbiamo voluto mettere indicazioni di progettualità condivisa, di coprogettualità rispetto al livello nazionale, in coerenza con il piano strategico, e di monitoraggio. Tuttavia, ritengo sia importante anche lavorare su azioni di sistema. È per questo che nel riparto 2020, che è oggi all'attenzione del coordinamento tecnico delle Regioni, c'è l'intenzione di un bando e di una progettualità di alcuni fondi destinati ad azioni di sistema, perché è un sistema Paese che va costruito e rafforzato - com'è stato detto - con una molteplicità di soggetti protagonisti, nel quale certamente i centri antiviolenza e le case rifugio, a cui va davvero la gratitudine dell'intero Paese, svolgano e debbano svolgere sempre maggiormente un ruolo nevralgico. Ciò significa formazione, sostegno delle reti territoriali, coraggio di osare temi nuovi correlati alla violenza, come la violenza economica e come il tema del rapporto tra madri e figli, che è uno degli elementi oggi problematici all'interno del nostro processo. Le donne vanno infatti collocate nel divenire di una vita che va quindi resa autonoma anche rispetto alla loro autonomia finanziaria. Restituire la libertà significa anche questo e ciò va inserito all'interno di relazioni fondanti e fondative per la loro femminilità, come la maternità. Questo è un impegno che il Parlamento, il Governo e l'intero Paese possano assumersi. Oggi, a venticinque anni dalla Conferenza di Pechino, lo dobbiamo alla dignità delle donne, ma soprattutto lo dobbiamo alle donne che in questi mesi ci hanno lasciato, uccise tragicamente, trucidate dalla violenza più disumana che si può immaginare: Irina, Larisa, Barbara, Bruna, Pamela, Rossella, Irma, Lorena, Gina, Viviana e Alessandra. Parliamo di un fenomeno, ma dietro quel fenomeno ci sono storie di vita, notti di silenzio lacerate, vite violentate costantemente. E lo dobbiamo a Daniela, a cui è stata operata la violenza più disumana, con l'uccisione di Elena e Diego. L'impegno per Elena, Diego, Daniela e tutte le donne che ho ricordato deve essere oggi quello di andare avanti nello stesso impegno. È per questo che intendo convocare una conferenza straordinaria che veda coinvolti tutti i soggetti oggi protagonisti nel contrasto alla violenza contro le donne, dai centri antiviolenza alle Regioni, la Commissione femminicidio, gli enti locali, le Forze dell'ordine e tutti i componenti della cabina di regia, non solo per verificare il Piano strategico nazionale di contrasto alla violenza maschile contro le donne, ma per disegnare una nuova progettualità, eventualmente un nuovo sistema che accompagni il nostro Paese nel contrasto di questo fenomeno, ma soprattutto nella risposta alle singole vite delle donne alle quali oggi dobbiamo davvero tutto il nostro impegno, sia come istituzione che come Paese. (Applausi) . PRESIDENTE. Mi scusi Ministro, lo do per scontato, ma le devo chiedere il parere sulla proposta di risoluzione presentata. BONETTI , ministro per le pari opportunità e la famiglia . Scusi, Presidente, l'avevo dato per scontato. Sono ovviamente favorevole alla proposta di risoluzione, assumendomene come Governo tutti gli impegni. PRESIDENTE . Passiamo quindi alla votazione. RAUTI (FdI) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. RAUTI (FdI) . Signor Presidente, colleghi, Ministro, questa è la prima dichiarazione di voto dopo la discussione. Oggi quest'Assemblea si deve esprimere sulla relazione relativamente alla governance dei servizi antiviolenza e sul finanziamento dei centri antiviolenza e delle case rifugio. Questa relazione - lo sottolineo - è stata approvata all'unanimità nella nostra Commissione di inchiesta sul femminicidio e su ogni forma di violenza di genere e all'unanimità approveremo oggi una risoluzione, "la risoluzione" presentata. Non capita spesso che si registri piena unanimità in Commissione e molto meno frequente è che si voti all'unanimità una risoluzione in Aula. Di questo sono contenta, perché non è questa una materia sulla quale ci si possa dividere. Lo fa solo chi è miope e piccolo. Anzi mi correggo: non è una materia, ma è una questione, qualcosa di più ampio e di più profondo, sulla quale - ripeto - non ci si può e non ci si deve dividere, a meno che non si abbia una visione miope e piccola della stessa questione. Fratelli d'Italia voterà a favore della risoluzione e lo farà perché condivide gli impegni richiesti al Governo, ma soprattutto perché condivide quanto contenuto nella relazione approvata in Commissione. Sostanzialmente, se dovessi sintetizzare, noi - e penso di poter dire noi - abbiamo chiesto più risorse da impegnare nella prevenzione e nel contrasto alla violenza sulle donne, abbiamo chiesto una puntualità e una semplificazione nei finanziamenti, che sono di vitale importanza per la vita, la gestione e l'organizzazione dei centri antiviolenza e delle case rifugio. Abbiamo chiesto anche una tempistica che non fosse improvvisata, ma certa e che fosse più lunga di quella anno per anno, sapendo perfettamente che purtroppo i finanziamenti previsti ogni anno non arrivano mai a destinazione nei tempi stabiliti e che troppo spesso i centri antiviolenza e le case rifugio devono fronteggiare l'emergenza nell'emergenza, proprio perché i finanziamenti non arrivano in tempo. Abbiamo introdotto altresì la parola monitoraggio per verificare l'effettiva erogazione. In sostanza un grido per diminuire, anche qui o almeno qui, i mali della burocrazia, i passaggi, i rimandi, i rinvii per l'arrivo delle risorse e anche un aggiornamento nell'intesa Stato-Regioni. In definitiva, criteri più puntuali, requisiti chiari anche per gli enti gestori. Quando si parla infatti di queste risorse, si parla di risorse che consentono nella realtà la presa in carico delle donne vittime di violenza e dei loro bambini. Non si tratta soltanto del momento emergenziale in cui si consuma per esempio la violenza domestica, ma si tratta del dopo. Ognuna di noi riceve una richiesta d'aiuto. Cosa rispondiamo quando una donna si avvicina o ci chiama e ci chiede aiuto? La dirigiamo al numero 1522, la dirigiamo ai centri antiviolenza, le diamo delle indicazioni. Sono realtà che accolgono le donne vittime insieme ai loro figli. Stiamo parlando di qualcosa di reale, che deve essere mantenuto nella sua funzionalità e non può essere lasciato al volontariato. Esattamente come non si possono immaginare su questa materia interventi emergenziali e di segmento, ma interventi di sistema e non di settore, interventi nazionali, programmi di lungo periodo e di visione ampia, oltre, molto oltre, la logica stretta dell'emergenza. Soprattutto non dobbiamo mai favorire lo scenario, che purtroppo si crea qualche volta anche nella percezione delle vittime, che, da un lato, ci sono le Istituzioni e, dall'altro, i centri antiviolenza, cioè la realtà di accoglienza. Questa metafora, questa immagine di separazione è un paradigma che va rovesciato, ma quando purtroppo si verifica, è anche una realtà da curare e da aggiustare. Quando, per esempio, i fondi per il 2019 sono stati sbloccati nel mese di aprile, quindi ben in ritardo, il Paese si trovava in piena emergenza del lockdown. Faccio solo un piccolo riferimento; quei fondi sono stati sbloccati, è vero, ad aprile, ma erano già in ritardo e questo dipende dal meccanismo che purtroppo spesso diventa rimpallo di responsabilità del riparto nella Conferenza unificata Stato-Regioni. Non può essere però materia di disputa tra Governo e Regioni se in mezzo c'è - e c'è - la vita delle donne vittime di violenza e dei loro bambini. Ora i fondi 2020 sono in discussione e mi auguro si arrivi celermente alla loro distribuzione sul territorio. Voglio però tornare al momento in cui i fondi venivano sbloccati e al periodo drammatico del lockdown. Per le donne vittime di violenza il lockdown ha significato l'acuirsi dell'isolamento e l'aumento della pressione e dei maltrattamenti. Tra i mesi di marzo e maggio scorsi c'è stata un'impennata di richieste di aiuto, stimata pari al 73 per cento. A fronte di un aumento del 73 per cento delle richieste di aiuto - lo dico proprio per contrappunto - c'è stato un calo delle denunce pari al 43 per cento. Infatti, le donne non potevano andare a denunciare perché erano chiuse in casa con gli uomini maltrattanti, i loro aguzzini. Dopo la fine del lockdown la richiesta di sostegno e domanda di aiuto è aumentata. Le strutture che abbiamo, che sono al di sotto di quelle previste e stabilite dalla Convenzione di Istanbul, non bastano ad accogliere tutte le domande e le richieste. C'è un problema di deficit quantitativo strutturale relativo al numero delle case rifugio, esattamente come c'è - ma è di carattere più qualitativo - un'eccessiva diversificazione, come diceva anche il presidente Valente, nell'offerta dei servizi territoriali. Questa è una discriminazione inaccettabile, perché una donna vittima di violenza non può essere più facilmente accolta al Nord, piuttosto che al Sud, o viceversa. Non può esistere discriminazione territoriale di sorta nell'offerta dei servizi. (Applausi) . Mi avvio a concludere, contenta di poter contribuire, con il nostro partito, a - lasciatemelo dire - questo clima di doverosa responsabilità e all'unanimità che decidiamo di conferire oggi alla decisione assunta da quest'Assemblea, nella convinzione profonda - lo dico davvero, in quanto sono anni che mi occupo di questi temi e cerco di contribuire anche in termini associativi e non solo come persona che fa politica - che le leggi le abbiamo adottate, ci sono, servono e sono una condizione necessaria, ma non sufficiente. Infatti, le leggi non bastano se non ci sono un cambio di paradigma, una rivoluzione culturale e anche progetti di recupero, attraverso i centri, degli uomini che compiono le violenze. In questo clima odierno di unanimità voglio dire che non esistono copyright partitici e politici su questi temi, così come non possono esistere strumentalizzazioni politiche. Infatti, dobbiamo essere consapevoli che oggi noi qui diamo un piccolo contributo a una questione purtroppo metastorica e strutturale, a un mondo - quello delle violenze sulle donne e sulle bambine - che attraversa il mondo, a qualcosa che, purtroppo, è trasversale non solo ai secoli, ma alle geografie, alle società, alle etnie, alle religioni e alle economie. Quello che facciamo oggi è quindi importante, ma dobbiamo essere consapevoli che è piccola cosa rispetto all'onda anomala delle violenze contro le donne. (Applausi) . GARAVINI (IV-PSI) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. GARAVINI (IV-PSI) . Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, il drammatico aumento del numero dei femminicidi nel nostro Paese ci dice chiaramente una cosa, ossia che servono una rivoluzione culturale in Italia e un cambio radicale di mentalità che contribuiscano a eliminare le tante - troppe - giustificazioni che vengono trovate per l'uso della violenza sulle donne. La proposta di risoluzione in esame vuole essere un passo in questa direzione. Ringraziamo ed esprimiamo apprezzamento per il lavoro bipartisan portato avanti in Commissione. La proposta di risoluzione dà atto anzitutto del lavoro fatto dal Governo e dal ministro per le pari opportunità e la famiglia Bonetti e lancia un messaggio bipartisan al Parlamento, proprio per contribuire insieme a questo cambio di mentalità di cui il Paese ha bisogno. Una risoluzione che chiede un aumento di fondi per i centri antiviolenza, l'istituzione di un osservatorio nazionale permanente, modifiche normative affinché ci sia un canale unico di assegnazione dei fondi. Sono tutte misure estremamente opportune, proprio perché sappiamo che la situazione è drammatica e continua, purtroppo, nonostante gli interventi, ad essere preoccupante. Per giunta, la situazione è stata resa ancora peggiore dal lockdown derivante dall'emergenza coronavirus. Come dicevano bene altre colleghe, ad esempio la senatrice Conzatti, negli interventi che hanno preceduto il mio, se guardiamo i dati generali propostici dall'Istat vediamo che una donna su tre in Italia ha subito una qualche forma di violenza, sette milioni di donne tra i sedici e i settant'anni hanno subito una qualche forma di violenza fisica (intorno al 20 per cento) o sessuale (21 per cento). Possiamo dire che di violenza muoiono più donne di quante non ne muoiano di cancro o per incidenti stradali, dunque è un fenomeno estremamente preoccupante, che spesso vede le origini di questa violenza proprio all'interno della famiglia stessa. Tra l'altro, sappiamo che è un fenomeno spesso sommerso. Il 12 per cento delle violenze viene denunciato, perché spesso prevale questa sintomatologia psicologica del rinunciare alle denunce a seguito di un processo di rassegnazione che si insinua. Credo, quindi, che sia un bel gesto che questa Assemblea oggi compie attraverso l'approvazione di questa risoluzione, che dà ancora più forza a quelle battaglie portate avanti, come dicevo inizialmente, dal Ministro per le pari opportunità, che sin dall'insediamento ha attivato lo sblocco di 30 milioni per quella rete di centri antiviolenza che oggi la risoluzione chiede di potenziare e che ha messo in campo anche un meccanismo di controllo per l'uso corretto di queste risorse, prevedendo progetti di microcredito per donne vittime di violenza, investendo anche risorse che questa Assemblea chiede all'unisono di aumentare: per il momento due milioni di stanziamento. È lo stesso Ministro che ha convocato una cabina di regia proprio per la presa in carico dei diversi casi di violenza, in modo tale che anche da parte dei diversi uffici e delle diverse amministrazioni ci possa essere la messa in campo di concrete misure proprio al fianco delle donne vittime di violenza. Ad esempio, nel corso del lockdown , è stata proficua la collaborazione con il ministro dell'interno Lamorgese per individuare alloggi aggiuntivi da mettere a disposizione, alla luce dei tanti casi di violenza, spesso consumati in famiglia, riscontrati proprio a causa delle condizioni di ristrettezza legate al lockdown. A questo si aggiungano le diverse misure messe in campo a favore dell'imprenditoria femminile o anche di ricalibratura dei congedi parentali, tutte misure puntuali volte a favorire l'indipendenza anche economica della donna, la ripresa del lavoro, per cercare di rompere quel circolo vizioso della sudditanza economica, che spesso fa sì che si creino quelle situazioni di rassegnazione e dunque di mancata denuncia e di mancata riuscita nell'emancipazione dalla violenza a cui facevo cenno poco fa. È quindi un atto che dà valore e prestigio a questo Parlamento, per il quale il Gruppo Italia Viva non può che esprimere convintamente il voto favorevole. (Applausi) . NUGNES (Misto-LeU) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. NUGNES (Misto-LeU) . Signor Presidente, noi tutti ringraziamo la Commissione per questo importante lavoro che ci consegna una relazione fondamentale e sicuramente voteremo a favore della risoluzione che accoglie le osservazioni contenute nella stessa. Questo lavoro è importante perché, come è stato detto, le leggi servono ma non bastano. Ci vogliono attenzione e focalizzazione, studio e analisi sui fatti, così com'è avvenuto. È un fenomeno di una gravità immane: alla data del 23 marzo di quest'anno il 48 per cento di tutti gli omicidi avvenuti in Italia era rappresentato da femminicidi. È un dato estremamente allarmante, che è stato aggravato dal lockdown , come abbiamo detto, perché la convivenza forzata ha reso le difficoltà esistenti estremamente più complicate. Naturalmente non ci troviamo di fronte a violenze occasionali che trascendono, anche questo è stato detto molto bene. Si tratta dello scontro con un mondo di matrice patriarcale, che perpetua la subordinazione e l'assoggettamento fisico e psicologico di genere fino alla schiavitù e alla morte. Il dato è gravissimo perché, se la rivoluzione culturale di cui si parla non avverrà, non ne usciremo mai fuori. Quello che la Commissione chiede e la proposta di risoluzione accetta si sostanzia in più risorse, meno burocrazia e più omogeneità territoriale: si mette chiaramente a frutto il fatto che al centro della rete di contrasto alle violenze sulle donne vi siano certamente i centri antiviolenza e le case di accoglienza, ma questi non sono al momento sufficienti. Anche da questo punto di vista, infatti, la mancanza di fondi e i ritardi che si vengono a creare determinano un gap culturale importante: non c'è sufficiente professionalità e succede che spesso, all'interno di quei centri che dovrebbero accogliere con attenzione individuale le donne, si viene a perpetuare una seconda fase di discriminazione, una vittimizzazione secondaria, com'è stata definita, perché non c'è abbastanza cultura negli operatori. È necessario quindi che si faccia un lavoro per il rafforzamento di queste strutture, che sono a sostegno, ma che si incida soprattutto nella prevenzione, facendo un lavoro di accoglienza dell'uomo violento, di diffusione della conoscenza e della cultura, partendo dalle scuole, dagli operatori e anche dalle Forze dell'ordine, perché altrimenti, come sempre avviene per le donne, da una violenza si passa ad altre successive che si perpetuano per il loro disagio. Siamo assolutamente convinti che la relazione di cui oggi stiamo discutendo rappresenti un grande lavoro di sensibilizzazione, anche questo è stato detto: è la prima volta che una Commissione lavora su questo tema in questo modo e siamo assolutamente e fermamente grati per quanto è stato portato alla luce. Per questo il nostro voto sarà favorevole. (Applausi) . FEDELI (PD) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. FEDELI (PD) . Signor Presidente, signor Ministro, signor Presidente della Commissione femminicidio, credo che quello di cui stiamo discutendo oggi non sia affatto il risultato di un'indagine qualsiasi. Mi permetto dunque di rivolgermi a lei, presidente Calderoli, per chiederle di farsi tramite nei confronti della Presidenza del Senato affinché la relazione e il lavoro della Commissione, che hanno visto uno straordinario impegno unitario di tutte le forze politiche, senza primogenitura - io sono d'accordo su questo, perché questo è il grande lavoro fatto dalla Commissione - diventino di tutto il Parlamento. Le chiedo quindi di fare avere il rapporto e i risultati dell'analisi e dell'indagine della Commissione anche alla Camera dei deputati. Mi permetto di sottolineare un ulteriore aspetto e mi rivolgo anche al Presidente della Commissione e a tutte le componenti e i componenti, oltre che a lei, Presidente, e al ministro Bonetti. Nella scorsa legislatura abbiamo dovuto scegliere di istituire questa Commissione solo monocamerale, ma il disegno di legge che ne proponeva l'istituzione chiedeva invece una Commissione bicamerale. Infatti, come si è dimostrato con lo straordinario lavoro che avete fatto, questa Commissione svolge un ruolo di indagine per cogliere costantemente i cambiamenti, l'attuazione delle nostre leggi ma anche le necessarie implementazioni, come previsto dalla Convenzione di Istanbul, nonché dalla legge dello Stato italiano n. 77 del 2013, per realizzare ciò che si determina necessario. Il lavoro che avete svolto ha uno straordinario valore. Mi piacerebbe poter nominare, a partire dal presidente Valente, ciascuna e ciascun componente, perché vi siete presi la responsabilità di fare un lavoro che serve al Parlamento, al Governo, ma soprattutto a tutto il Paese. Ciò che è emerso, e che la relazione del Presidente a mio avviso mette particolarmente in luce, è di straordinaria innovazione ed è frutto di una capacità di lettura della storia e della realtà dei centri antiviolenza e delle case rifugio. Quanto emerge da questa indagine è un punto di straordinaria innovazione e importanza, ma poi bisogna essere conseguenti; lo dico in questa sede al Ministro che, intervenendo prima, si è assunta la responsabilità dell'attuazione. È un obiettivo che in questo Paese non è presente nemmeno nel dibattito pubblico, né nell'azione politica del Parlamento e del Governo: i centri antiviolenza e le case rifugio devono vedere impiegato personale qualificato e, in quanto tale, riconosciuto e retribuito. Non è soltanto un fatto di programmazione e di aumento dell'investimento economico; stiamo parlando dell'economia della cura da parte di persone con specifiche competenze. Quando si parla di specifiche competenze si chiama in causa anche tutto il sistema formativo del nostro Paese: ci sono competenze complesse, che riguardano la presa in carico e l'accoglienza. Questo significa introdurre pienamente nell'ambito dei percorsi formativi universitari - lei lo sa, Ministro, perché abbiamo avviato un lavoro su questo - competenze specifiche per svolgere queste mansioni. Con questa indagine e con la relazione che il Presidente ha reso in questa sede a nome di tutta la Commissione noi stiamo avviando una svolta, che deve servire anche per gli investimenti che devono essere fatti attraverso i progetti, nell'ambito di un ragionamento di sistema-Paese sul recovery fund . Noi dobbiamo sapere che questa è una parte decisiva dell'investimento sull'economia della cura, sui servizi per la cura delle persone, in questo caso, ovviamente, per le donne che subiscono violenza e per i bambini che purtroppo assistono a violenza, oltre che per gli orfani di femminicidio. In questo intreccio c'è una visione, di cui continuo a ringraziare questa Commissione. Infatti, il riferimento all'intreccio con gli altri servizi implica proprio il più grande investimento che questo Paese possa fare. Aggiungo un'ulteriore riflessione: non si può tenere separato il discorso sui punti di fondo per la crescita di questo Paese attraverso nuovi paradigmi, come quello concernente la centralità dell'occupazione delle donne, dall'investimento sui centri antiviolenza, qualificandone competenze e professionalità. Allo stesso modo, per immettere nel mercato il lavoro delle donne, ovviamente fondato su una libera scelta, noi dobbiamo liberare le donne dai lavori di cura e far diventare i lavori di cura un elemento dell'economia e della professionalità. Questo è un intreccio molto forte: pensate alla sanità e alla scuola, che vedono una maggioranza di lavoro femminile. C'è un intreccio oggettivo e, quindi, ci sono il tema dei servizi e delle figure professionali come gli assistenti sociali, che sono a maggioranza femminile, e di tutta quella rete di servizi che stanno nei territori e che la stessa proposta di risoluzione riconosce come punto di intreccio di servizi. Anche per questa ragione il Partito Democratico vota convintamente la relazione e la risoluzione presentata, ma con un ultimo impegno. Questa volta, con la risoluzione in esame su questi temi, e non solo perché stiamo parlando del dolore, della sofferenza e del superamento di un dolore - una sofferenza e una situazione strutturale in questo Paese perché parla del rapporto di potere diseguale tra uomini e donne - noi abbiamo bisogno che ci sia la presentazione di azioni concrete da parte del Governo. Immagino che la Commissione e il Parlamento andranno avanti su questo lavoro perché è di loro competenza. Possono essere anche promotore e promotrice ovviamente di proposte, come ha fatto già la Commissione con questa risoluzione. Le scelte devono avvenire fra poco tempo e riguardare risorse, cambiamento e investimenti. Ce lo chiedono le donne di ogni colore politico e ogni realtà sociale perché, purtroppo, la violenza degli uomini sulle donne non si distingue tra classi sociali, di età e condizioni economiche. È un punto che riguarda tutta la società. Di questo dobbiamo scegliere di fare il più grande investimento del nostro Paese. L'economia della cura con il recovery fund - secondo me - è il tema che risponde all'importante relazione e allo straordinario lavoro che avete svolto come Commissione femminicidio. (Applausi). RIZZOTTI (FIBP-UDC) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. RIZZOTTI (FIBP-UDC) . Signor Presidente, colleghi, la relazione in esame illustra gli esiti di un'indagine di monitoraggio del sistema istituzionale di finanziamento e governance nei centri attivi nel campo della prevenzione e contrasto alla violenza maschile contro le donne. La relazione supera la logica degli interventi straordinari ed emergenziali. Vorrebbe indicare all'Esecutivo e al Parlamento punti da cui partire per l'elaborazione di una riforma organica della normativa in materia di contrasto a ogni forma di violenza di genere. Nella nostra relazione sono stati analizzati i dati più recenti elaborati dall'Istat, dal CNR e dall'Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali (IRPPS) in base all'accordo sottoscritto con il Dipartimento delle pari opportunità. Stando ai dati riportati, la maggioranza dei centri antiviolenza è gestita da enti privati senza fini di lucro, complessivamente 283 (pari a circa l'84 per cento del totale). Il 92 per cento di questi centri sono al Nord del Paese e questo è un fatto molto grave. La Commissione, nelle sue raccomandazioni, chiede l'adozione di procedure che riducano i tempi e semplifichino l' iter amministrativo per l'allocazione delle risorse agli enti gestori pubblici o del privato specializzato. Purtroppo, abbiamo perso una grande opportunità con il decreto semplificazioni, perché non ha semplificato proprio niente. E tutti sappiamo come il cancro del nostro Paese siano la burocrazia, la lentezza della burocrazia e gli infiniti passaggi nella pubblica amministrazione. (Applausi). L'ammodernamento di un Paese e i risparmi di una pubblica amministrazione si ottengono non con il taglio dei parlamentari, ma riammodernando la pubblica amministrazione e semplificando in modo vero la burocrazia che impasta ogni settore del nostro Paese e, addirittura, un problema così grave come la violenza femminile. (Applausi). La relazione raccomanda, inoltre, la modifica della normativa sulle procedure di affidamento della gestione dei servizi ricorrendo, come previsto, dal codice del settore a modelli alternativi rispetto a quello previsto dai contratti degli appalti pubblici. In questo contesto chiediamo anche di adottare dei criteri seri per l'accreditamento dei centri. Non basta avere i requisiti minimi: noi chiediamo un vero protocollo di accreditamento con professionalità che si occupino di questi centri. In caso contrario possiamo dare i soldi che vogliamo, e in quantità sempre crescenti ma, se le persone non sono formate per l'accoglienza e non possono supportare le donne e i loro figli - è stato agghiacciante in proposito l'intervento del senatore Malan - rischiamo davvero di fallire nei nostri ottimi intenti. La Commissione ha evidenziato l'assenza di un controllo preliminare all'assegnazione dei finanziamenti sull'organizzazione del privato sociale, che già gestisce o si candida a gestire i centri antiviolenza e le case rifugio. Il timore è che le risorse vengano assegnate anche a organizzazioni di scarsa esperienza, o il cui operato non promuova il rispetto dei principi fondamentali, come la parità tra uomini e donne e i diritti umani. Non voglio dilungarmi sui numeri relativi alla violenza sulle donne - cari colleghi - perché se ne è già parlato abbastanza in Assemblea. La fuoriuscita dalla violenza è però un percorso lungo e difficile che, se interrotto, perché magari il centro che segue la persona non ha più i fondi per poterlo fare, mette a repentaglio non solo il buon esito, ma anche la vita stessa delle donne assistite. Molti centri antiviolenza sul territorio attendono da otto anni l'accreditamento per ottenere il pagamento delle rette delle case rifugio. Ho apprezzato moltissimo le parole del Ministro e le sue promesse: capisco che conosce questo argomento molto meglio di noi, visto che è il Ministro delegato ad occuparsi di questo tema, ma magari oggi un po' più di attenzione a quanto diciamo in Assemblea sarebbe stata gradita. Occorre riconoscere il ruolo dei presidi sul territorio, che sono una rete fondamentale per salvare la vita delle donne. Anche a questo riguardo abbiamo insistito molto su quanto il fenomeno della violenza sia strutturale, multiforme, sociale e pervasivo. L'Italia nel 2013 ha ratificato la Convenzione di Istanbul; sono stati approvati il decreto-legge n. 93 del 2013 e tanti altri provvedimenti; sono stati stanziati 67,2 milioni di euro per il potenziamento delle case rifugio, a cui si sommano i 77,8 milioni di euro per l'attività di prevenzione e protezione del Piano di azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere 2015-2017. Nel periodo compreso tra il 2013 e il 2019, in Italia si sono stanziati 145 milioni di euro per realizzare l'azione di contrasto alla violenza contro le donne. L'analisi della Commissione, però, parla di un loro utilizzo frammentario e lento e riporta l'inadeguatezza di molte amministrazioni responsabili dell'attuazione degli interventi ad agire in maniera puntuale contro un fenomeno, che richiede una chiara volontà politica e un impegno quotidiano, di trecentosessantacinque giorni all'anno. Il rapporto Grevio - come è stato ricordato - ha sottolineato il grave ritardo per la distribuzione dei fondi e questo è - come già detto - un ostacolo alla continuità e alla qualità dei servizi. Un'altra conseguenza di siffatto modo di distribuire fondi nazionali è la mancanza di trasparenza e di uniformità nella gestione delle risorse a livello regionale e locale. Non si ha contezza di ciò - questo lo chiedo da anni e l'ho fatto anche nella Commissione di inchiesta della scorsa legislatura - e la relazione di oggi è un primo passo per poter sapere con esattezza a quanto ammontano i fondi destinati al contrasto alla violenza sulle donne e come vengono gestiti, perché c'è abbastanza confusione. Sebbene vi sia stato quindi un incremento progressivo dei fondi, per le case rifugio e per i centri antiviolenza, nessun miglioramento è stato registrato rispetto alla riduzione dei tempi di assegnazione e di stanziamento delle risorse. Il tempo medio di un anno, trascorso tra l'emanazione del decreto di ripartizione e il trasferimento dei fondi nelle casse regionali, impatta negativamente sulla gestione delle risorse a livello territoriale, gravando soprattutto sulla sostenibilità delle case rifugio. In questa logica, fondamentale è l'istituzione di un sistema di monitoraggio e valutazione periodica di impatto. Per quanto riguarda le Regioni, il monitoraggio fatto dalla Commissione ha evidenziato sì segnali di miglioramento rispetto allo scorso anno, ma altrettanto il permanere di una situazione critica generale. I dati mostrano un lieve incremento nella percentuale di liquidazione dei fondi del biennio 2015-2016 e per il 2017 l'attivazione e il potenziamento delle case rifugio antiviolenza in Italia. Gravissimo è lo stato dell'arte per le risorse relative al 2018 e al 2019. Dai dati reperibili risulta che, per l'annualità del 2018, solo la Regione Molise ha liquidato una quota dei fondi assegnati, mentre le restanti Regioni non hanno ancora trasferito alcuna risorsa statale agli enti locali e al privato sociale che gestiscono le strutture di accoglienza. Per l'annualità del 2019, il Dipartimento delle pari opportunità ha emanato il decreto di ripartizione dei fondi solo lo scorso aprile, e conosciamo il momento che abbiamo appena vissuto. Questa situazione mette seriamente a rischio la gestione delle case rifugio e dei centri antiviolenza, ed è urgente attivare politiche nazionali, regionali e locali fondate su un'analisi strutturata dei bisogni. Sono molto felice di quanto è stato discusso in Commissione, della relazione presentata e votata all'unanimità; altrettanto sicura sono che sarà approvata da quest'Aula, ma spero e mi fido delle parole dette dal Ministro per poter compiere dei passi avanti concreti sulle problematiche messe in evidenza dalla nostra relazione. (Applausi). RUFA (L-SP-PSd'Az) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. RUFA (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, la Commissione, a seguito di audizioni, documentazione e testimonianze, presenta oggi in Aula un atto di indirizzo, a riconoscimento dell'impegno notevole e difficile degli uomini e delle donne che si prestano alla risoluzione di una problematica complessa e articolata nei centri antiviolenza e nelle case rifugio. L'incolumità e la sicurezza delle donne vittime di violenza e di abusi è motivo di vita delle Forze dell'ordine tutte, dei servizi di tutela e di tutti i volontari che accolgono, aiutano, ascoltano e proteggono le vittime di violenza. A loro va il più sentito ringraziamento. Un doveroso e particolare ringraziamento lo rivolgo ai parroci che, nel silenzio, spesso sono la prima speranza di salvezza per molte donne sfortunate. La politica deve fare la propria parte; in modo particolare la Commissione d'inchiesta deve mostrare preparazione, responsabilità e libertà da preconcetti e logiche di partito. La Commissione ha redatto la risoluzione sollecitata dalle necessità e dalle richieste, più o meno celate, di oltre 350 centri antiviolenza e di oltre 250 case rifugio. Si rivendica chiarezza, già a cominciare da un numero certificato di tali strutture, e si chiede che rispettino requisiti strutturali omogenei. Non sempre, infatti, sono operative in esse figure professionali, accreditate o specializzate, come richiesto dalla Convenzione di Istanbul. La Commissione è stata informata e ha compreso che i centri misti, le cui finalità non sono solamente specifiche alla sfera della violenza sulle donne, non possono rappresentare al meglio il luogo finalizzato alla sicurezza e alla incolumità fisica e psicologica. Occorrono centri, case rifugio e strutture specializzate e preparate alla complessità del fenomeno della violenza sulle donne e di tutto il contesto che lo circonda, fino ad arrivare alle conoscenze delle diversità religiose e culturali. La risoluzione evidenzia, inoltre, la problematica della distribuzione dei fondi disponibili, non solo limitandoli attraverso la specializzazione tali centri, ma anche e soprattutto scongiurando il dubbio che alcune strutture possano diventare un vanto e una conseguenza politica, delegittimando l'intento e la natura notevole degli stessi. Per la Commissione è un dubbio inaccettabile. Allora occorrono criteri di distribuzione economica categorici e omogenei e requisiti strutturali e professionali obbligatori per i vari centri antiviolenza; il metodo non della raccomandazione per conoscenza, quanto piuttosto della meritocrazia nel finanziare progetti e strutture. Inoltre, nella Conferenza Stato-Regioni si sono deliberati 30 milioni: 10 milioni per centri antiviolenza, non solo pubblici ma anche privati, e 10 per case rifugio, non solo pubbliche ma anche private. I fondi, senza programmazione necessaria, sono del 2019 e la Commissione rivendica che le associazioni stesse chiedono velocità nella distribuzione economica. È fondamentale avere una certezza per programmare e garantire, con efficacia, la qualità del servizio di assistenza e di recupero. Il periodo di emergenza Covid-19 è stato testimonianza di ciò. Le figure professionali specializzate sono essenziali per affrontare e gestire il fenomeno della violenza fisica e morale. Ma, oltre al coraggio e al gran cuore, per i quali non c'è cifra che ne ripagherà l'impegno, esse vanno stipendiate e riconosciute per il lavoro effettuato. Premesso che l'unico percorso per chi abusa delle donne è una pena vera e duratura, in ambito normativo si è fatto tanto, anche se mai troppo. Nel 2009, l'Italia ha introdotto già il reato per atti di persecuzione; nel 2013, c'è stata la ratifica della Convenzione di Istanbul; nel 2019, la legge Codice Rosso. Le associazioni ci chiedono anche un aiuto effettivo e concreto. Il rapporto Grevio afferma che normare è più facile dell'azione programmatica di contrasto, ma questa deve iniziare già nelle famiglie e nelle scuole e passare anche per programmi mediatici, con atti di sensibilizzazione, controllo e condanna di mitomanie negative. Le regole, le richieste e le problematiche si moltiplicano quando, nelle strutture antiviolenza, oltre alle donne vittime ci sono anche i figli. Questo, insieme al vuoto assordante sulle donne e ragazze disabili vittime di violenza, dovrà essere il punto di partenza per la prossima risoluzione. Nell'ordinamento giuridico italiano, infatti, non esiste ancora una specifica normativa a loro tutela. Perciò, c'è tanto da fare. Sicuramente questa risoluzione è il continuo di una serie di battaglie di contrasto alla violenza. Al Governo si chiede oggi di implementare risorse, di specializzare e indirizzare centri e strutture antiviolenza, velocizzare e ottimizzare le erogazioni di denaro, premiare e riconoscere specifiche figure professionali, controllare i progetti ed erogazione di somme del fondo disponibile. Mi permetto, signor Ministro, visto che siamo in fase di sollecitazioni, di ricordarle che manca ancora la firma sul decreto del Presidente del Consiglio in merito all'obbligo di esposizione della cartellonistica del numero verde 1522 nei locali. Penso che si possa immediatamente porre rimedio. (Applausi) . Come Commissione di inchiesta siamo in doverosa disponibilità a partecipare fattivamente a tali impegni e chiediamo che la risoluzione venga accolta da tutti, ma a tutti chiedo di non fermarci qui. Signor Presidente, mi permetta di chiudere questo intervento onorando e commemorando in quest'Aula, con immensa tristezza, Willy Monteiro Duarte, morto a ventuno anni: per la mamma, il suo piccolo gigante che voleva fare il cuoco; un ragazzo d'oro, che amava amare, fino a rischiare la vita per difendere un amico. Ci stringiamo con cuore e con forza alla sofferenza dei familiari. A te, Willy, la terra sia lieve. (Applausi) . LEONE (M5S) . Domando di parlare per dichiarazione di voto. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. LEONE (M5S) . Signor Presidente, oggi siamo chiamati a votare una risoluzione che è figlia di un lavoro corposo, tra audizioni ed approfondimenti, sulla governance dei servizi antiviolenza, fatta all'interno della Commissione d'inchiesta sul femminicidio nonché su ogni forma di violenza di genere che ho l'onore di presiedere, come Vice Presidente, e all'interno della quale mi occupo di prevenzione. Ebbene, al fine di espletare un'azione preventiva davvero efficace, così diffusa e capillare sul territorio nazionale già a partire dagli anni Ottanta e Novanta - all'epoca i centri antiviolenza e le case rifugio hanno dato prova dell'importanza sociale che rivestono come punti di riferimento - sarà utile attivare dei meccanismi di controllo del finanziamento, più attenti alla spesa, magari razionalizzandola e, soprattutto, snellendone le procedure di erogazione, per garantire una continuità del servizio sui territorio. Ritengo comunque opportuno precisare e ribadire la differenza che intercorre tra i centri antiviolenza - i cosiddetti CAV - e le case rifugio. I CAV sono strutture nelle quali vengono accolte in prevalenza donne minacciate di violenza, ma che comunque non escludono anche la presenza di uomini. Le case rifugio sono strutture che forniscono accoglienza a donne e a minori vittime dirette di violenza o traumatizzate da forme di violenza assistita. Esse garantiscono agli ospiti anonimato e riservatezza. Entrambe le strutture erogano i propri servizi a titolo gratuito. Voglio altresì ricordare in quest'Aula, e per chi ci sta seguendo, che a queste strutture - ai centri antiviolenza e alle case rifugio - si accede tramite il 1522, numero di pubblica utilità a tutela delle donne, attivo ventiquattro ore su ventiquattro. Queste strutture sono preposte soprattutto alla salvaguardia dell'incolumità fisica dei suoi ospiti ma, accanto a questa primaria funzione, ve ne si affiancano altre altrettanto importanti. Esse infatti erogano servizi di assistenza psicologica; organizzano gruppi di mutuo aiuto; forniscono assistenza legale; accompagnano le persone a fruire del segretariato sociale; danno un indispensabile supporto ai minori traumatizzati da violenza assistita, sostegno alla genitorialità ed esercitano mediazione culturale per le donne straniere. Dunque, la permanenza in queste strutture non è passiva. Per ciascun soggetto viene costruito un progetto di intervento il più possibile personalizzato e di orientamento ai servizi e alle risorse attuabili e utili per ciascun caso specifico. A seguito del mio lavoro di prevenzione svolto anche al di fuori della Commissione di inchiesta - in un tour che mi ha portato dalla Sicilia al Nord - ho constatato in effetti anche io le criticità di gestione dei centri antiviolenza. Avevo presentato un emendamento al decreto cosiddetto milleproroghe già nel gennaio di quest'anno al fine di erogare fondi, con tempi ridotti e minimi, direttamente agli enti pubblici, essendo questi più vicini agli operatori e ai centri che forniscono servizi in azione in materia di contrasto al vergognoso fenomeno della violenza di genere. La Commissione d'inchiesta sul femminicidio, a seguito delle tante audizioni degli addetti ai lavori, ha rilevato tante criticità sulle quali sarà utile intervenire per attenuare o risolvere del tutto il problema. Ed è stato altresì indispensabile ricostruire le principali tappe politiche e normative con le quali è stato strutturato l'attuale sistema. Cito alcuni esempi: nel 1995 l'Italia aderisce alla Dichiarazione ONU, approvata dalla quarta Conferenza sulle donne svoltasi a Pechino, impegnandosi a dare esecuzione al programma di azione. Sei anni dopo sono state adottate nuove misure di contrasto alla violenza domestica grazie alla legge n. 154 del 2001. L'anno successivo, nel 1996, viene adottata la legge n. 66 sulla violenza sessuale. Nel 1998, nel Dipartimento pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri viene avviato un progetto pilota di ricerca, azione e rete antiviolenza. La rete nazionale dei centri antiviolenza e case rifugio contribuisce all'elaborazione della legge n. 7 del 2006, che prevede una nuova fattispecie di reato contro la violenza sulle donne, ovvero misure antistupro e stalking , attribuendo rilevanza anche ad altre forme di violenza come le mutilazioni genitali femminili. Nel 2006 viene istituita la linea telefonica 1522, la cui gestione viene coaffidata, attraverso un bando nazionale, alla rete «Le Onde-Onlus» di Palermo e un gruppo di ricercatori e ricercatrici «LeNove». Questa analisi ci ha permesso comunque di rilevare dei punti critici quali il parziale riconoscimento delle associazioni che gestiscono centri e case come esperte qualificate e titolate ad intervenire prioritariamente nella definizione delle politiche antiviolenza. Ciò è rappresentato proprio dall'intesa Stato-Regioni del 2014, che ha identificato i requisiti minimi per i centri antiviolenza e le case rifugio. Altra criticità è rappresentata dall'allocazione delle risorse assegnate all'attuazione del Piano antiviolenza e dalla lacunosità dei meccanismi di rilevamento dei fabbisogni effettivi delle vittime, dando luogo, in fase applicativa, a precarietà del regolare funzionamento di molti centri e di molte case rifugio che necessitano di flussi finanziari prevedibili, oltre che di finanziamenti atti alla programmazione dei propri interventi. La stessa criticità si ravvisa, inoltre, nelle raccomandazioni del rapporto del Grevio. Una certa irregolarità si rileva anche nelle attività di comunicazione e informazione, indispensabili per promuovere quel cambiamento sociale e culturale che costituisce il presupposto per scardinare la mentalità patriarcale che si manifesta sotto forma di violenza contro le donne per tante attività di prevenzione indirizzate non solo alle donne giovani ma ad un'intera società, poiché il problema della violenza sulle donne riguarda tutti e tutti dobbiamo esserne informati. Ebbene, è in questa direzione che il 31 maggio 2019 la Commissione d'inchiesta ha inteso indirizzare alcuni quesiti ai Presidenti delle Regioni e delle Province autonome. Un quesito riguardava i criteri tramite i quali i centri antiviolenza e le case rifugio potessero avere accesso alle risorse loro destinate; la risposta fornita ha evidenziato tre modelli di erogazione delle risorse finanziarie trasferite alle Regioni sulla base del piano di riparto previsto dall'intesa Stato-Regioni. I tre modelli erano pressappoco i seguenti: le Regioni trasferiscono i fondi ad altre amministrazioni locali; le Regioni assegnano i fondi direttamente ai centri e alle case rifugio; le Regioni assegnano le risorse agli enti locali, mentre provvedono alla selezione degli enti gestori, dei centri e delle case rifugio. Mi soffermo sui riscontri ottenuti non da tutte le Regioni, ma soltanto dalla mia Regione, la Sicilia, che si avvale del secondo metodo, ovvero provvede direttamente alla selezione e al finanziamento dei soggetti gestori dei centri e delle case rifugio. La Regione Sicilia non ha fornito informazioni sui soggetti beneficiari degli avvisi pubblici emanati per l'assegnazione delle risorse, ma, da una verifica a campione su alcuni elenchi, risulta effettuare il riparto delle risorse in base all'articolo 5- bis , rivolgendosi direttamente ai centri e alle case rifugio. La Regione Sicilia ha ricevuto in media, per gli anni dal 2016 al 2018, fondi pari a un milione e mezzo di euro, oltre a ulteriori risorse nazionali per concessione di contributi per l'adeguamento di centri e sportelli a essi collegati. Voglio sottolineare inoltre che la Regione Sardegna e la Regione Abruzzo non hanno fatto pervenire alcuna risposta alla Commissione d'inchiesta. Concludo dicendo che l'insieme di queste gravi criticità si ripercuote sull'organizzazione e la sostenibilità del lavoro dei centri antiviolenza e delle case rifugio; pertanto è inevitabile che ricada poi sulle donne e sui minori. Alla luce dei risultati ottenuti, la Commissione d'inchiesta ritiene necessario implementare le risorse del sistema di prevenzione e contrasto alla violenza; nonché, proprio per snellire il percorso dei finanziamenti, promuovere un'analisi dei bisogni, coinvolgendo gli enti gestori (le case rifugio e i centri antiviolenza); adottare uno standard e dei principi guida tali da assicurare un progressivo miglioramento della qualità dei servizi offerti; istituire un osservatorio nazionale permanente che monitori e valuti l'efficacia e l'efficienza del sistema delle azioni di contrasto alla violenza contro le donne. Proprio in questo momento si parla di prevenzione e dell'importanza di introdurre nella scuola l'educazione emozionale; dotare la scuola di una grammatica dell'emozione sta a monte proprio per scardinare il problema della violenza sulle donne. Voglio infine segnalare - mi avvio alla conclusione - che lo scorso luglio la Giunta capitolina ha approvato delle linee guida che orientano gli operatori già presenti sul territorio nella presa in carico integrata delle vittime di violenza. È un utile strumento all'interno del progetto "nessuna si senta sola", grazie al quale finalmente i diversi operatori possono agire in sinergia tra loro a tutela delle donne vittime di violenza, un fenomeno sempre più emergente mano a mano che le donne acquistano fiducia nell'istituzione. L'esempio datoci dalla Giunta Raggi è senz'altro un esempio - a mio avviso - virtuoso, che va esteso a livello nazionale. Concludo dicendo che il MoVimento 5 Stelle esprime un voto favorevole sulla proposta di risoluzione. (Applausi) . PRESIDENTE . Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo della proposta di risoluzione n. 1, presentata dalla senatrice Valente e da altri senatori. (Segue la votazione). Il Senato approva. (v. Allegato B) . (Applausi). Interventi su argomenti non iscritti all'ordine del giorno ANGRISANI (M5S) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. ANGRISANI (M5S) . Signor Presidente, gentili colleghi, senatrici e senatori, in un giorno così significativo in cui impegniamo il Governo, per quanto di competenza, a intraprendere ogni iniziativa utile al fine di risolvere le questioni evidenziate nella risoluzione appena votata, abbiamo l'obbligo di ricordare Luana Rainone di San Valentino Torio, provincia di Salerno... (Brusio). PRESIDENTE. Colleghi, vi prego di lasciare l'Aula in silenzio. Facciamo fuori gli ultimi commenti per consentire alla senatrice di svolgere il suo intervento. ANGRISANI (M5S) . Abbiamo l'obbligo - come dicevo - di ricordare Luana Rainone di San Valentino Torio, provincia di Salerno, accoltellata a morte ad appena trentuno anni. Il destino beffardo e la più assurda crudeltà umana hanno voluto che proprio in questi giorni si compisse un terribile e indicibile scempio: Luana è scomparsa il 23 luglio scorso ed è stata ritrovata venerdì scorso, priva di vita. Il suo corpo straziato è stato rinvenuto a Poggiomarino, avvolto come un oggetto nelle buste per la spazzatura, gettato disumanamente in un pozzo per le acque reflue. Questo è solo uno dei tanti casi di femminicidio che siamo purtroppo costretti a raccontare. Non possiamo dimenticare che i dati statistici mondiali sulla violenza sulle donne sono ancora oggi inquietanti e lasciano sbigottiti: una donna su tre subisce violenza e in Italia la situazione non è differente. Nella risoluzione approvata oggi ricordo che abbiamo chiesto di incrementare le risorse per l'intero sistema di prevenzione e contrasto alla violenza, semplificando e velocizzando il percorso dei finanziamenti. La politica ha il compito di monitorare eventuali vuoti normativi e l'impatto che le leggi hanno sui fenomeni deviati e sanguinari, come la violenza sulle donne. Su questo dobbiamo essere tutti uniti senza divisioni di sorta, senza se e senza ma. Casi come quello di Luana Rainone devono diventare solo un triste passato da commemorare come monito futuro. Non possiamo permettere che accadano fatti simili ancora una volta. Bisogna condannare fermamente ogni forma di aggressione, vessazione e maltrattamento. La storia di tutte le donne vittime di violenza ci addolora intimamente e ogni volta che veniamo a conoscenza di fatti di sangue che hanno la radice nell'odio di genere, ci rabbuia l'anima fino al profondo della nostra coscienza. Bisogna etichettare come violenza di genere tutti quei comportamenti che non tengono conto della volontà della donna e della sua libera autodeterminazione individuale. Questa piaga va affrontata a tutti i livelli, puntando sulle note tre «p»: prevenzione, protezione e punizione. Permettetemi di aggiungere anche la «c» di coraggio. Tocca a noi mettere le donne vittime di violenza in condizioni di sentirsi protette in caso di denuncia. PRESIDENTE. Concluda, senatrice Angrisani. ANGRISANI (M5S) . Ma noi donne, dalla nostra, dobbiamo imporci il coraggio di rivolgerci alle istituzioni. Ricordiamoci che la storia di Luana potrebbe essere la storia di una di noi, di una nostra amica, una nostra sorella, una nostra figlia. Sono vicino alla sua famiglia e a tutte le donne vittime di violenza di ogni genere. Riposa in pace Luana: non ti dimenticheremo. (Applausi) . MAUTONE (M5S) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. MAUTONE (M5S) . Signor Presidente, sono trascorsi dieci anni dal barbaro omicidio di Angelo Vassallo, il sindaco pescatore di Pollica, nel Cilento. Ancora non vi sono un volto o un nome per l'autore del barbaro assassinio. Nove colpi di pistola - risuonarono nel silenzio di una notte di fine estate, troncando - da un lato - la vita di un uomo semplice, intelligente, dai rapporti umani senza convenevoli; un amministratore capace e lungimirante, ben voluto dai suoi concittadini e vero artefice della rinascita di un angolo meraviglioso della Campania, Pollica, con le sue marine, Acciaroli e Pioppi. Dall'altro lato, l'omicidio non è riuscito certamente a recidere o distruggere quanto di buono Angelo aveva realizzato. Egli ha portato il paese cilentano all'avanguardia per la qualità dell'ambiente e della vita, della lotta costante al degrado e alla speculazione edilizia; ha combattuto con convinzione lo spaccio di droga, realizzando un'idea di politica che non scende a compromessi o a patti sulla difesa del bene comune. Suo è il merito per aver reso Pollica la capitale mondiale della dieta mediterranea, diffondendo nel mondo gli studi dei coniugi Keys, rendendo il suo Comune l'emblema di un'alimentazione - la dieta mediterranea - e di uno stile di vita oggi celebrato in tutto il mondo e riconosciuto anche dall'Unesco. Difensore della legalità, è simbolo di un Meridione sano e vero, che si rimbocca le maniche, capace di utilizzare per il suo sviluppo e per il motore economico le sue ricchezze naturali; un modello e uno stile di vita slow che tanti turisti e visitatori richiama e tanto interesse ha suscitato nel mondo. Il suo testimone è stato raccolto dai suoi amici e dai suoi concittadini che fieramente stanno portando avanti il suo sogno e la visione della sua collettività cilentana, capace di fare perno sulla tutela ambientale, nel rispetto della legalità. Il sindaco visionario e precursore aveva scritto un futuro per quei territori, fondato sulla valorizzazione delle loro bellezze naturali, sulla diffusione della dieta mediterranea e sull'appartenenza al circuito mondiale della città slow , un nuovo modo di vivere la vita e la quotidianità. A dieci anni dalla sua scomparsa il suo è ancora un delitto senza autori e senza mandanti. In conclusione, signor Presidente, sono e siamo vicini, come istituzione, alla famiglia e ai cittadini nel chiedere alle autorità competenti, alle Forze dell'ordine e alle autorità giudiziarie la ricerca della verità e della giustizia per Angelo Vassallo, il sindaco pescatore. (Applausi) . SAPONARA (L-SP-PSd'Az) . Domando di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. SAPONARA (L-SP-PSd'Az) . Signor Presidente, colleghe senatrici, colleghi senatori, abbiamo parlato di donne e continuiamo a parlare di donne. Questa volta, però, parliamo di casalinghe le quali sentendo parlare del cosiddetto bonus casalinghe - in realtà bonus non è - inserito nel decreto agosto, si sono illuse di vedere riconosciuto, anche se con un minimo corrispettivo, il faticoso lavoro di governo della casa e della famiglia che quotidianamente svolgono: un'illusione perché, in realtà, l'articolo 22 del decreto agosto parla di ben altro. Infatti, seppur spacciato erroneamente come bonus casalinghe, il fondo previsto altro non è che una quota destinata alla formazione delle casalinghe e a incrementare le loro opportunità culturali e l'inclusione sociale. Di fronte a tutto questo, colleghi, Presidente, resto basita e interdetta, perché è come se si dicesse che le donne casalinghe sono delle disadattate, staccate dalla vita sociale e magari anche un po' ignoranti, visto che le si vuole formare e aiutare in percorsi di inclusione. Ritengo tutto questo una vera offesa (Applausi) all'intelligenza dei 7 milioni e mezzo circa di donne che per motivi familiari, o per scelta, svolgono l'attività di casalinga, uno dei mestieri più difficili perché non ci sono ferie, né riconoscimenti monetari per l'attenzione che devono dedicare non solo alla famiglia, ma anche a quanto accade fuori dalle mura domestiche proprio per ben condurre il ménage familiare. Vediamo meglio questo articolo che sembra molto generoso nei confronti delle casalinghe, ma che in realtà con una mano dà e con due prende. Infatti, per accedere alla formazione che l'articolo prevede per le donne coinvolte, esse devono tassativamente avere l'assicurazione prevista per le casalinghe dall'articolo 7 della legge 3 dicembre 1999, n. 493; un'assicurazione che, presa singolarmente, non è sicuramente esosa, visto che ha un costo pari a 24 euro, ma che moltiplicata per 7,5 milioni - supponendo che questo sia il numero delle casalinghe in Italia - dà una cifra pari a 180 milioni di euro. Se invece consideriamo quanto previsto dall'articolo 22 del cosiddetto decreto agosto per il fondo destinato alla formazione di ogni casalinga, otteniamo ben 40 centesimi di euro. In sintesi, il tanto decantato bonus casalingo non va ad affamare le casalinghe stesse, ma andrà a chi si occuperà della loro formazione e soprattutto all'INAIL che, con questo stratagemma, può potenzialmente mettere in cassa 180 milioni di euro. Meglio sarebbe stato prevedere un vero riconoscimento monetario per le casalinghe, considerando che molte di loro sono anche caregiver familiari. (Applausi) . Atti e documenti, annunzio PRESIDENTE . Le mozioni, le interpellanze e le interrogazioni pervenute alla Presidenza, nonché gli atti e i documenti trasmessi alle Commissioni permanenti ai sensi dell'articolo 34, comma 1, secondo periodo, del Regolamento sono pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna. Ordine del giorno per la seduta di mercoledì 9 settembre 2020 PRESIDENTE . Il Senato tornerà a riunirsi in seduta pubblica domani, mercoledì 9 settembre, alle ore 10, con il seguente ordine del giorno: ( Vedi ordine del giorno ) La seduta è tolta (ore 19,07) . Testo integrale della relazione orale della senatrice Valente sul Doc . XXII- bis , n. 3 Signora Presidente, colleghe senatrici, colleghi senatori, la relazione che discuteremo questo pomeriggio, approvata all'unanimità il 14 luglio scorso dalla Commissione d'inchiesta sul femminicidio, presenta i risultati di un'analisi durata circa un anno, che ha messo al centro le modalità di finanziamento e la governance dei servizi e dei centri che operano nel campo della prevenzione e del contrasto alla violenza maschile contro le donne. Se oggi in Italia esiste una rete territoriale integrata che prende in carico le donne che subiscono violenza, ciò è possibile in buona parte grazie ai Centri antiviolenza e alle Case rifugio. Stiamo parlando in molti casi di un'eccellenza, magari poco nota, del nostro sistema di assistenza, pubblico e privato, senza la quale - lo dico chiaramente - nessuna strategia di contrasto alla violenza di genere sarebbe possibile. Ecco perché la Commissione ha ritenuto doveroso verificare le condizioni di lavoro in cui ogni giorno tutte queste realtà e le loro operatrici operano. Si trattava di accendere una luce su criticità note, evidenziate in questi anni dai rapporti del GREVIO, il Gruppo di esperti del Consiglio d'Europa, e da parte delle stesse organizzazioni. Criticità che riguardano principalmente due punti: il volume di risorse pubbliche per il contrasto alla violenza di genere destinate a centri e case rifugio; e la qualità delle politiche in grado di fornire una risposta coordinata e interistituzionale alla violenza. Sul primo punto, la Corte dei Conti nel 2016 ha stimato che l'importo medio annuale dei finanziamenti pubblici per centri e case rifugio è di circa 6.000 euro. Una cifra che basta a malapena a coprire i costi base delle loro attività. Lo dico in apertura: serve fare di più innanzitutto sul tema delle risorse. In piena emergenza, grazie all'impegno di questo Governo e del Parlamento, abbiamo sperimentato che è possibile. Nei prossimi mesi serve che quello sforzo da straordinario diventi un incremento regolare delle risorse per l'intero sistema di prevenzione, contrasto e fuoriuscita dalla violenza. Su questo tema, come sulla capacità di programmazione, scontiamo difficoltà e ritardi che restano ancora, nonostante gli indiscutibili passi in avanti fatti dal 2015 in poi, un ostacolo al pieno raggiungimento degli obiettivi dei diversi piani antiviolenza messi in campo in questi anni. La relazione finale è il risultato di un lungo ciclo di audizioni e di sopralluoghi che ha coinvolto tanti dei 366 centri antiviolenza attivi e un numero significativo delle 264 case rifugio operative. Io qui cercherò di soffermarmi soprattutto sugli aspetti più controversi che sono emersi e brevemente sulle relative raccomandazioni di riforma. Voglio sottolineare però che gli elementi più rilevanti di questa relazione provengono dal contributo fornito dai molti soggetti auditi nel corso di un anno circa di lavoro. Loro sono stati l'elemento principale di conoscenza per la Commissione, grazie al lavoro quotidiano che, talvolta da decenni, svolgono sui territori, a contatto con i bisogni delle donne, portando avanti un approccio culturale simmetrico, non giudicante nei confronti della vittima e quanto più possibile organico rispetto al fenomeno della violenza. Fenomeno che, come sappiamo, nasce dalle asimmetrie di potere, dalle disuguaglianze e dalle discriminazioni tra donne e uomini ancora esistenti nella nostra società. A conclusione di questa prima fase, quindi, un ringraziamento va innanzitutto a loro, per la dedizione e la passione che ogni giorno mettono, nonostante condizioni non facili, ma anche per l'impegno con cui hanno accolto l'invito della Commissione. Rivolgo poi un grazie personale alle colleghe e ai colleghi commissari per aver condiviso un lungo lavoro di ascolto e di sintesi che è stato fondamentale per fornire un quadro soddisfacente del sistema antiviolenza italiano. Vengo al merito, partendo da un dato importante: il numero di donne che si rivolge alla rete di assistenza è in crescita, segno che le donne in situazioni di violenza hanno più fiducia verso i servizi specializzati. Merito anche di una nuova consapevolezza che continua a crescere. C'è però un aspetto ulteriore dietro questo aumento crescente. Se guardiamo al livello di specializzazione di centri e case rifugio, solo il 55 per cento di quelli gestiti da organizzazioni private risulta specializzata esclusivamente in violenza contro le donne. Questo vuol dire che per una parte consistente delle associazioni la violenza di genere è soltanto un pezzo tra gli altri, non l'unico, magari non il principale, della loro attività. Inoltre, tra i centri attivi, ben il 32,5 per cento risulta operativo solo dal 2014. Ecco perché, anche sulla base di questi dati, oggi diventa più chiaro che sarebbe stata necessaria l'introduzione di criteri minimi più stringenti per il finanziamento di tali servizi, che solo in parte sono fissati dal Piano d'azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere. È un punto fondamentale. Chiunque conosca il mondo del lavoro sociale sa che formazione e specializzazione significano competenza e qualità del servizio. E la competenza non è frutto di improvvisazione, ma il risultato di studio, di esperienza prolungata sul campo e di una lettura corretta del fenomeno della violenza. Ecco perché non basta avere più centri, ma dobbiamo sostenerli in maniera adeguata e mirata. Solo così costruiremo una rete di aiuto capillare, personalizzata sui bisogni delle donne, basata sulla prevenzione della violenza, oltre che sulla protezione delle vittime e la repressione del colpevole. Penso, ad esempio, alla figura dell'operatrice di accoglienza, che va messa al centro, nella sua specificità e formazione, molto più di quanto fatto finora anche nell'intesa Stato-Regioni del 2014. Va inoltre valorizzato un approccio di genere, non neutro, integrato, che affronti trasversalmente le disuguaglianze di genere economiche, sociali e politiche, che sono il contesto culturale in cui si genera la violenza contro le donne. Per fare questo, però, c'è bisogno che venga superata l'altra maggiore criticità, dopo la scarsità di risorse, che la relazione mette in evidenza. Sto parlando della lentezza e della farraginosità dei meccanismi legati al finanziamento di centri e case rifugio. La storia di questi anni è la spia di un problema serio, che va affrontato. Perché quando c'è un ritardo a monte, come spesso è capitato, nell'adozione dei decreti di riparto, a cui si aggiunge un modello di erogazione regionale lento come quello attuale, è inevitabile che i danni più grandi si trasmettano a valle. Lo abbiamo visto: centri e case rifugio costretti ad anticipare le spese per uno o due anni, comprese quelle di personale, costretti magari anche a rivolgersi al credito. La conseguenza è che l'organizzazione quotidiana del lavoro diventa ingestibile, e viene meno la possibilità di programmare anche solo a medio termine. Oggi, poi, sono ancora troppi e troppo disomogenei i modelli di governance regionali. Su questi temi la relazione offre alcune soluzioni. Primo, oggi più che mai è indispensabile dare certezza al sostegno pubblico delle loro attività. Va ripensato il sistema di trasferimenti plurimi con vincolo di destinazione ai centri e alle case rifugio, che è la principale causa dei tempi lunghi tra stanziamento delle risorse ed erogazione effettiva. È poi il momento di garantire una programmazione più razionale delle spese. Passare da un sistema di riparto su base annuale ad uno almeno triennale sarebbe un modo per consentire un programma delle spese più a lungo termine. Credo poi che accanto a maggiori risorse, e più stabili nel tempo, serva una migliore selezione delle strutture che percepiranno queste risorse. Perciò, interveniamo sui requisiti minimi richiesti ai centri e case rifugio per accedere ai fondi. Su questo nell'intesa Stato-Regioni del 2014 restano ambiguità ancora da superare, denunciate peraltro, oltre che dalle associazioni, da parte delle stesse Regioni, a cui va il mio ringraziamento per i dati forniti alla Commissione. In particolare, maglie troppo larghe nei requisiti rendono difficile, se non impossibile, una selezione oculata nell'accreditamento. Da questo punto di vista, andrebbe fatta una riflessione anche sulla procedura di erogazione basata sull'offerta più vantaggiosa, molto diffusa per la sua celerità, che però finisce per sfavorire le organizzazioni più competenti e favorire indirettamente le strutture più forti, spesso erogatrici di servizi generici. È necessario invece individuare chiaramente i soggetti in grado di gestire centri e case rifugio sulla base di specifici requisiti di esperienza, organizzativi e a partire dalla specificità della mission . C'è poi bisogno di potenziare le connessioni dei soggetti in rete. Ad esempio, integrando meglio il rapporto tra i centri antiviolenza e le case rifugio nelle fasi di protezione e di supporto sia alle donne sia alle loro figlie e figli. Non bastano i requisiti minimi, servono standard e princìpi guida a cui i centri e le case rifugio possano ispirarsi. Dobbiamo averceli chiari: un approccio che riconosca la natura strutturale della violenza contro le donne, la concezione proprietaria del corpo femminile come causa e conseguenza della disparità di potere e delle disuguaglianze sociali tra donne e uomini; una lettura trasversale della violenza, che misuri le risposte in base alle diverse condizioni sociali, culturali ed economiche delle donne che si rivolgono ai servizi. Questi sono i princìpi con cui si combatte la battaglia più difficile, quella sulla cultura, quella contro la matrice patriarcale e maschilista che genera la violenza di genere. Fino ad oggi abbiamo guardato ai centri e alla rete di aiuto in genere soprattutto come erogatori di un servizio. Serve andare oltre e guardare ad essi come motori di una cultura avanzata delle relazioni tra uomini e donne. Soggetti cioè capaci di offrire modelli di crescita, di educazione progredita nella nostra società. C'è un'ultima proposta ed è l'istituzione di un Osservatorio nazionale indipendente, dedicato al sistema dei servizi antiviolenza e in grado di rendere protagonisti i gestori e i promotori dei centri. Ho finito, Presidente. Questa relazione che consegno al Parlamento e al Governo testimonia che l'approccio a 360 gradi contro la violenza di genere, definito da Istanbul e assunto nell'ordinamento italiano, è realmente quello più efficace per una battaglia che non può limitarsi all'ambito penale, ma deve affrontare disparità, disuguaglianze, pregiudizi e stereotipi di natura sociale, economica e culturale. La violenza di genere non è il terreno delle soluzioni di emergenza. Ecco perché il mio auspicio è che tutte le forze politiche possano assumere questo documento come il primo passo per un'azione legislativa condivisa che sappia trasformare le raccomandazioni qui contenute in interventi rapidi e concreti. Grazie. VOTAZIONI QUALIFICATE EFFETTUATE NEL CORSO DELLA SEDUTA SEGNALAZIONI RELATIVE ALLE VOTAZIONI EFFETTUATE NEL CORSO DELLA SEDUTA Nel corso della seduta sono pervenute al banco della Presidenza le seguenti comunicazioni: Doc . XXII- bis , n. 3: sulla proposta di risoluzione n. 1, i senatori Carbone, Conzatti e Licheri avrebbero voluto esprimere un voto favorevole. Congedi e missioni Sono in congedo i senatori: Alderisi, Barachini, Barboni, Bossi Umberto, Cario, Castaldi, Cattaneo, Causin, Cerno, Cirinna', Collina, Crimi, Crucioli, Damiani, De Poli, De Siano, Di Piazza, Donno, Endrizzi, Faraone, Fattori, Floridia, Giacobbe, Ginetti, Iori, Lorefice, Magorno, Mallegni, Malpezzi, Mangialavori, Margiotta, Marinello, Merlo, Messina Assunta Carmela, Minuto, Misiani, Monti, Nannicini, Napolitano, Pacifico, Quagliariello, Renzi, Ricciardi, Ronzulli, Ruotolo, Sciascia, Segre, Sileri, Stabile, Toffanin, Turco, Unterberger, Vono e Zanda. Sono assenti per incarico avuto dal Senato i senatori: Laforgia, per attività di rappresentanza del Senato; Pagano, per attività dell'Unione interparlamentare. Disegni di legge, annunzio di presentazione Senatore Mautone Raffaele Istituzione presso le aziende ospedaliere della culla per la vita (1930) (presentato in data 07/09/2020). Disegni di legge, assegnazione In sede redigente 1ª Commissione permanente Affari Costituzionali Sen. Corbetta Gianmarco Disposizioni in materia di trasparenza dell'appartenenza ad organizzazioni ed associazioni private da parte di candidati e titolari di incarichi politici (1426) previ pareri delle Commissioni 2ª (Giustizia), 5ª (Bilancio), Commissione parlamentare questioni regionali (assegnato in data 08/09/2020); 2ª Commissione permanente Giustizia Sen. Puglia Sergio ed altri Misure per la tutela dell'agente nel contratto di agenzia (1859) previ pareri delle Commissioni 1ª (Affari Costituzionali), 5ª (Bilancio), 10ª (Industria, commercio, turismo) (assegnato in data 08/09/2020); 4ª Commissione permanente Difesa Sen. Marin Raffaella Fiormaria ed altri Disposizioni in materia di tutela della sicurezza e della salute del personale dell'Arma dei carabinieri (1855) previ pareri delle Commissioni 1ª (Affari Costituzionali), 5ª (Bilancio), 6ª (Finanze e tesoro), 11ª (Lavoro pubblico e privato, previdenza sociale), 12ª (Igiene e sanita') (assegnato in data 08/09/2020); 6ª Commissione permanente Finanze e tesoro Sen. Puglia Sergio ed altri Misure di detassazione dei redditi di lavoro dipendenti e assimilati (1796) previ pareri delle Commissioni 1ª (Affari Costituzionali), 5ª (Bilancio), 11ª (Lavoro pubblico e privato, previdenza sociale) (assegnato in data 08/09/2020); 10ª Commissione permanente Industria, commercio, turismo Sen. Ortis Fabrizio ed altri Modifica all'articolo 4 della legge 8 agosto 1985, n. 443, in materia di artigianato (1815) previ pareri delle Commissioni 1ª (Affari Costituzionali), 5ª (Bilancio) (assegnato in data 08/09/2020); 11ª Commissione permanente Lavoro pubblico e privato, previdenza sociale Sen. La Pietra Patrizio Giacomo ed altri Introduzione del reddito per il lavoro casalingo e riconoscimento del relativo valore sociale ed economico (1617) previ pareri delle Commissioni 1ª (Affari Costituzionali), 5ª (Bilancio) (assegnato in data 08/09/2020); 12ª Commissione permanente Igiene e sanita' Sen. Vitali Luigi, Sen. Mallegni Massimo Disposizioni in materia di riduzione dei tempi di attesa per le prestazioni sanitarie (1719) previ pareri delle Commissioni 1ª (Affari Costituzionali), 5ª (Bilancio), 6ª (Finanze e tesoro), Commissione parlamentare questioni regionali (assegnato in data 08/09/2020); 12ª Commissione permanente Igiene e sanita' Sen. Rufa Gianfranco ed altri Disposizioni in materia di clownterapia (1853) previ pareri delle Commissioni 1ª (Affari Costituzionali), 5ª (Bilancio), 7ª (Istruzione pubblica, beni culturali), Commissione parlamentare questioni regionali (assegnato in data 08/09/2020). In sede referente 1ª Commissione permanente Affari Costituzionali Sen. Corbetta Gianmarco Disposizioni sull'istituzione dell'Anagrafe dei candidati e sugli obblighi di trasparenza dei candidati alle elezioni parlamentari, europee e regionali (879) previ pareri delle Commissioni 2ª (Giustizia), 5ª (Bilancio), Commissione parlamentare questioni regionali (assegnato in data 08/09/2020); 1ª Commissione permanente Affari Costituzionali Sen. De Poli Antonio Modifiche agli articoli 116 e 119 della Costituzione, per l'inclusione del Veneto tra le regioni a statuto speciale e in materia di risorse finanziarie delle medesime regioni (1903) previ pareri delle Commissioni 5ª (Bilancio), Commissione parlamentare questioni regionali (assegnato in data 08/09/2020). Governo, richieste di parere per nomine in enti pubblici. Deferimento Il Ministro per i rapporti con il Parlamento, con lettera in data 8 settembre 2020, ha trasmesso - per l'acquisizione del parere parlamentare, ai sensi dell'articolo 2, comma 7, della legge 14 novembre 1995, n. 481 e dell'articolo 37, comma 1- bis , del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214 - le proposte di nomina del dottor Nicola Zaccheo a Presidente dell'Autorità di regolazione dei trasporti (n. 63), nonché della dottoressa Carla Roncallo (n. 64) e del professor Francesco Parola (n. 65) a componenti della medesima Autorità. Ai sensi delle predette disposizioni e dell'articolo 139- bis del Regolamento, le proposte di nomina sono deferite alla 8ª Commissione permanente, che esprimerà i relativi pareri entro il termine del 28 settembre 2020. Interrogazioni, apposizione di nuove firme Le senatrici Giannuzzi e Montevecchi hanno aggiunto la propria firma all'interrogazione 3-01890 della senatrice Corrado ed altri. La senatrice Maiorino ha aggiunto la propria firma all'interrogazione 3-01892 della senatrice Corrado ed altri. Interrogazioni Atto n. 3-01894 BINETTI Al Ministro della salute Premesso che: il Governo sta predisponendo nuovi progetti da finanziare con le risorse del "recovery fund", tra cui è possibile apprezzare alcune buone iniziative come l'istituzione di nuovi presidi per degenze temporanee, investimenti in salute mentale, misure per il contrasto della povertà e alla mobilità sanitaria, risorse per la medicina scolastica, la riforma dell'emergenza-urgenza, il potenziamento del fascicolo sanitario elettronico, eccetera; è vero che sono le prime proposte fatte dal Ministero della salute e che a quanto si apprende sono ancora oggetto di confronto in seno ai tavoli tecnici del Ministero, ma tra le varie iniziative non sembra esserci nulla, proprio nulla, che riguardi le malattie rare e gli indispensabili farmaci orfani; sono molte le associazioni di malati e le società scientifiche di riferimento preoccupate del fatto che le malattie rare siano ancora una volta del tutto dimenticate. Ormai tutti sanno che dal lontano 2013, quando in Italia fu approvato il primo piano nazionale delle malattie rare, tra i primi in Europa, tutto appare congelato, in attesa di un rinnovo che avrebbe dovuto giungere nel 2016. I due Ministri che si sono succeduti nel corso della XVIII Legislatura non hanno mai affrontato con la necessaria chiarezza e determinazione un tema così delicato e complesso, ma al tempo stesso così urgente per tantissime famiglie; la rarità della malattia non può far passare sotto silenzio che i malati sono tutt'altro che rari e ammontano a circa 2 milioni di persone, affette dalle patologie più varie, molte delle quali ancora senza nome. La ricerca, di cui si scopre sempre di più l'urgenza anche in materia di vaccini, langue quando si tratta di malattie rare perché appare tutt'altro che remunerativa e soprattutto dati i numeri bassi dei pazienti, bassissimi in alcuni casi, richiederebbe modelli nuovi per essere accreditata nei suoi risultati; ma il silenzio del Governo in questo caso amareggia tutti i malati che si sentono lasciati soli: la tutela della salute rientra tra i diritti umani tutelati dalla nostra Costituzione, che non fa nessuna eccezione davanti alla rarità della malattia. Anzi la maggiore fragilità di questi pazienti, per giustizia, dovrebbe moltiplicare le risorse da mettere a loro disposizione; il ritardo nella pubblicazione del piano è un vulnus per la democrazia del SSN: non è mai il tempo delle malattie rare e anche ora sembra che, nonostante l'ingente arrivo di risorse per la ricerca e lo sviluppo, per la cura e l'assistenza, non sia ancora arrivato il tempo delle malattie rare, cosa che desta enorme preoccupazione nelle famiglie e nei malati stessi, si chiede di sapere: quando il Ministro in indirizzo intenda pubblicare il nuovo piano nazionale delle malattie rare; se non ritenga che fondi aggiuntivi provenienti dal Ministero dell'economia e delle finanze potrebbero facilitare l'attività di ricerca e di diagnosi e cura anche per queste malattie rare, fondamentali per la vita di tante e tante persone. Atto n. 3-01895 BINETTI Al Ministro dell'istruzione Premesso che: ad una settimana dall'inizio della scuola diverse associazioni di genitori, soprattutto quanti hanno figli portatori di una qualche disabilità, si stanno mobilitando per rivolgere un appello al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro in indirizzo; la ragione che li muove è la naturale, viva preoccupazione per i figli, dal momento che in questi giorni di confronto acceso sulla scuola c'è stata una tipologia di studenti che non è mai stata nominata e a cui non ci si è mai fatto riferimento, per mostrare che il loro disagio era comunque presente nel pensiero e nelle decisioni del Ministro; sono i ragazzi portatori di una qualche disabilità fisica o psicologica, il cui futuro è avvolto nella nebbia più fitta. Non si sa nulla dei loro trasporti; non si capisce se la mascherina dovranno portarla o meno; non si capisce se e come potranno rimanere seduti per tante ore su banchi rotanti; ma soprattutto è passato sotto silenzio il tema dei docenti, e in particolare dei docenti di sostegno, riguardo alla programmazione specifica, orientata agli handicap specifici di cui soffrono i ragazzi; il rischio è che per loro la scuola rappresenti l'ennesimo flop con accumulo di ulteriore ritardo nell'apprendimento rispetto ai coetanei. Avrebbero dovuto recuperare il loro gap di competenze, già compromesso dai mesi di lockdown , mentre invece sembra destinato ad accentuarsi ogni giorno di rispetto allo sviluppo di conoscenze e competenze dei compagni, con vivissima sofferenza anche da parte delle loro famiglie; occorre mettere in evidenza la profonda discriminazione di cui sono oggetto questi ragazzi fin dalla nascita. È come se invece che di diritti e di doveri, a norma degli articoli 2 e 31 della Costituzione, si stesse parlando di gesti di benevolenza a cui ci si possa sottrarre con facilità; la legge 13 luglio 2015, n. 107, recante "Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti", cosiddetta legge sulla buona scuola, all'articolo 1, comma 181, lettera c) , dispone che i decreti legislativi, tra gli altri criteri e principi direttivi, devono essere adottati e finalizzati alla "promozione dell'inclusione scolastica degli studenti con disabilità e riconoscimento delle differenti modalità di comunicazione"; si tratta di individuare correttamente i livelli essenziali delle prestazioni scolastiche, sanitarie e sociali, "tenuto conto dei diversi livelli di competenza istituzionale", per adottare l'inclusione scolastica come elemento caratterizzante la qualità dell'istruzione. L'obiettivo resta sempre quello di garantire la continuità del diritto allo studio degli alunni con disabilità, in modo da rendere possibile allo studente di fruire dello stesso insegnante di sostegno per l'intero ordine o grado di istruzione; l'insegnante di sostegno è un professionista regolarmente scelto e retribuito, che deve poter fare bene il suo lavoro; ma non si sa ancora quanti saranno quelli effettivamente impegnati in questa attività, per quante ore per ogni ragazzo e soprattutto con quali competenze specifiche, dal momento che ogni tipo di disabilità pone esigenze specifiche; la scuola è di tutti, anche dei ragazzi con salute psicofisica fragile; in questi giorni si è sollevata la questione della salute dei docenti fragili, ma neppure in quella occasione si è fatto riferimento ai ragazzi con salute fragile, nonostante si sia entrati nell'ultima settimana prima dell'inizio dell'anno scolastico, si chiede di sapere quali iniziative il Ministro in indirizzo intenda adottare per assicurare a questi ragazzi fin dal primo giorno di scuola, a parità con i loro compagni, tutte le risorse necessarie ad affrontare serenamente e fruttuosamente l'anno scolastico 2020/2021. Atto n. 3-01896 LEONE D'ANGELO LOREFICE PAVANELLI SANTANGELO CROATTI CORRADO VANIN NOCERINO ROMANO DE LUCIA MAIORINO LA MURA TRENTACOSTE ANGRISANI ANASTASI PIRRO L'ABBATE PACIFICO CAMPAGNA MONTEVECCHI PRESUTTO LANNUTTI GIANNUZZI DONNO Al Ministro della difesa Atto n. 3-01897 PUCCIARELLI Al Ministro della difesa Premesso che: per il vocabolario nautico, il "provveditorato navale" è quel servizio che permette l'approvvigionamento per la fornitura navale, ed in particolare concerne il rifornimento generale dell'unità navale; per l'attività di "provveditore marittimo", la Marina militare italiana partecipa al programma NLSP, gestito dalla NATO NSPA, le cui finalità sono quelle di offrire assistenza logistica alle unità navali nei porti di scalo estero; la copertura è pressoché " worldwide ", e si procede affidando la gestione delle soste a " contractors " individuati tramite gara. Tale gara è svolta da NSPA a livello internazionale ed è divisa secondo macro-aree geografiche; l'uso di NLSP non ha carattere obbligatorio: lo stesso, infatti, si affianca ai metodi classici di supporto logistico attivati presso le basi Nato o organizzato dalle strutture diplomatiche italiane competenti per il porto straniero di interesse; tale consuetudine sottrae una fetta di mercato alle aziende italiane medio piccole; la scelta di tale modus operandi comporta uno stringente limite alla partecipazione di aziende italiane, creando un dirottamento delle risorse economiche nazionali verso imprese straniere, che molto spesso, per esigenze organizzative, ricorrono a subappalti e comportando un innalzamento imponente dei costi ovviamente a carico della Marina militare italiana, si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo intenda promuovere, nelle opportune sedi, iniziative volte a tenere maggiormente in considerazione le aziende italiane adibite a svolgere i compiti descritti in premessa, sviluppando un processo di inclusività in sede di programma NLSP. Atto n. 3-01898 URSO CALANDRINI IANNONE LA PIETRA RAUTI TOTARO Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale Premesso che: l'Istituto italiano statale omnicomprensivo di Asmara in Eritrea, fondato nel 1903, è l'istituzione scolastica statale italiana più grande al mondo e negli anni ha rappresentato un elemento di collaborazione qualificante tra Italia ed Eritrea, in virtù di un accordo bilaterale siglato nel 2012; l'Istituto italiano ha formato negli anni generazioni di giovani eritrei e ha rappresentato un presidio stabile di formazione; nonostante l'importanza a tutti nota di questo presidio scolastico in un'area particolarmente importante per i nostri interessi nazionali, il Governo non è riuscito ad evitare la definitiva chiusura della scuola di recente disposta; secondo quanto riferito dal sottosegretario di Stato Merlo in 3ª Commissione permanente (Affari esteri, emigrazione) del Senato a marzo 2020, "di fronte all'emergenza Covid, alle ordinanze locali contro gli assembramenti, e al fatto che diversi docenti si trovavano temporaneamente fuori dal Paese o erano stati posti in quarantena dalle autorità eritree, l'Ambasciatore italiano ad Asmara aveva semplicemente disposto l'interruzione delle attività in presenza, con prosecuzione della didattica con altri mezzi"; in realtà, la chiusura disposta, pur necessaria a causa dell'emergenza da COVID-19, ha tuttavia generato una serie di "incomprensioni", probabilmente dovute al fatto che avrebbe dovuto essere portata a conoscenza e condivisa con le Autorità eritree con la delicatezza che una decisione simile avrebbe meritato, anche in ossequio ad un rapporto storico tra Italia ed Eritrea; al di là delle modalità con le quali la nostra Ambasciata ha ritenuto di voler comunicare la chiusura della scuola, è evidente che occorre immediatamente attivare iniziative diplomatiche serie e convinte per il ripristino dell'importante relazione bilaterale; l'Eritrea, infatti, oltre al legame storico con l'Italia, rappresenta, oggi più che mai, dopo la fine delle tensioni con l'Etiopia e la pace nell'area, un interlocutore privilegiato nel Corno d'Africa; la chiusura della scuola rischia, invece, di interrompere un percorso di vicinanza al Paese e al Corno d'Africa per il quale, nonostante la disattenzione in tal senso da parte del Governo, alcune istituzioni e imprese italiane si sono spese e si spendono quotidianamente contando solo sulle loro forze; il Corno d'Africa e l'Africa tutta più in generale, sono Paesi target della programmazione europea che ha destinato ingenti risorse proprio nell'ottica di consolidare le relazioni diplomatiche e commerciali; è inoltre utile evidenziare come la questione relativa alla gestione amministrativa della scuola di Asmara sia già stata oggetto di un precedente atto di sindacato ispettivo, d'iniziativa della senatrice Isabella Rauti (4-03918, pubblicato il 29 luglio 2020, nella seduta n. 246), rivolto al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, rimasto però senza risposta, si chiede di sapere quali iniziative il Governo intenda attivare per avviare immediatamente un Tavolo di confronto che possa portare alla riapertura della Scuola e al ripristino dei rapporti di collaborazione tra Italia ed Eritrea, oltre che a porre rimedio ad un'incresciosa situazione di tensione nei rapporti con il Paese che rischia di pregiudicare il ruolo dell'Italia nel Corno d'Africa e quindi i nostri interessi nazionali. Interrogazioni orali con carattere d'urgenza ai sensi dell'articolo 151 del Regolamento Atto n. 3-01899 ZAFFINI IANNONE RAUTI URSO GARNERO SANTANCHE' LA PIETRA MAFFONI NASTRI RUSPANDINI TOTARO CALANDRINI DE BERTOLDI Ai Ministri della salute e dell'interno Premesso che: nei giorni scorsi, Walter Ricciardi, professore di Igiene dell'Università Cattolica e consulente del Ministero della salute, esprimendosi in merito alla rapida risalita della curva epidemica, ha affermato che abbassare la guardia ora potrebbe essere controproducente tra due o tre settimane per la diffusione dei contagi, con il rischio così di mettere a repentaglio gli sforzi di contenimento post lockdown , anche in vista del voto del 20-21 settembre; Ricciardi, come riportato dalla stampa nazionale, ha affermato: "dobbiamo mettere sotto controllo questa curva epidemica che si è rialzata. Da noi si è rialzata poco. Ma in altri Paesi come la Spagna e la Croazia si è rialzata moltissimo. Ecco, in quei Paesi oggi non si potrebbe votare. In Italia ancora sì. A maggior ragione si potrà votare se tutte le fasce di età, specie quella tra i 20 e i 40 anni, rimodificano positivamente i propri comportamenti. Se questo viene fatto, sicuramente si potrà andare a votare e riprendere la scuola. Se invece questo non succede e la circolazione del virus riaumenta, ci troveremo nelle condizioni, come in altri Paesi, in cui queste attività sono messe a rischio. Speriamo di no"; al riguardo preme ribadire la necessità di garantire agli elettori l'inalienabile diritto a esprimersi nei tempi stabiliti; garantire tale diritto, compatibilmente con l'andamento dell'epidemia, non significa contemplare l'ipotesi di rinviare per la seconda volta l' election day , ma predisporre tutte le misure necessarie per consentire lo svolgimento della consultazione elettorale in totale sicurezza, al pari di quanto già fatto per la riapertura e la ripresa di tutte le attività del Paese e per garantire l'esercizio del diritto di voto a tutti gli elettori, ivi compresi quelli sottoposti a trattamento domiciliare o in condizioni di quarantena o di isolamento fiduciario per COVID-19; in recepimento di quanto disposto dall'articolo 1 -ter del decreto-legge 20 aprile 2020, n. 26, il Governo ha predisposto un "Protocollo sanitario e di sicurezza per lo svolgimento delle consultazioni elettorali e referendarie dell'anno 2020" e ha emanato un apposito decreto-legge (il decreto-legge 14 agosto 2020, n. 103) concernente "Modalità operative, precauzionali e di sicurezza per la raccolta del voto nelle consultazioni elettorali e referendarie dell'anno 2020"; il Protocollo sanitario individua, tra l'altro, le condizioni necessarie per garantire l'accesso in sicurezza ai seggi prevedendo, in particolare che: non sia rilevata la temperatura corporea, perché il CTS non lo ritiene necessario; sia rimesso alla responsabilità di ciascun elettore il non recarsi alle urne in caso di sintomatologia respiratoria o di temperatura corporea superiore a 37.5°C o si è stati in isolamento domiciliare o quarantena nei 14 giorni precedenti; elettori e rappresentanti di lista debbano indossare le mascherine, mentre per i componenti dei seggi, si specifica che debbano indossare la mascherina chirurgica; il decreto-legge n. 103 del 2020 prevede, tra l'altro, il voto domiciliare per chi sia in quarantena o in isolamento domiciliare, ma impone, a carico degli interessati, nonché dei Comuni e delle ASL, una serie di adempimenti, come il rilascio/ottenimento dei certificati di quarantena e isolamento, cui né gli uni né gli altri saranno in grado di far fronte; considerato che: la misurazione della temperatura per l'accesso ai locali che ospitano i seggi è indispensabile, al pari di quanto avviene per l'accesso nei luoghi di lavoro: sebbene la permanenza dell'elettore all'interno dei locali sia relativamente breve, l'elevato numero di accessi nel medesimo ridotto spazio dei seggi rende necessaria la rilevazione della temperatura corporea all'ingresso; il divieto di accesso ai locali dei seggi in caso di sintomatologia respiratoria o di temperatura corporea superiore a 37.5°C o di quarantena o isolamento domiciliare nei 14 giorni precedenti o di contatto con persone positive negli ultimi 14 giorni non può essere rimesso all'esclusivo buon senso dell'elettore; a parere dell'interrogante, è necessario che i seggi dispongano dell'accesso a una banca dati nazionale che contenga i nominativi e gli estremi di tutti i soggetti sottoposti a misure di quarantena o isolamento: in tal modo il controllo sarebbe immediato ed efficace; la disponibilità di tale banca dati è indispensabile anche per evitare la farraginosità del meccanismo previsto dal decreto-legge n. 103 del 2020 per il voto domiciliare dei soggetti sottoposti alle citate misure, farraginosità che non solo fungerebbe da deterrente anche per il più determinato elettore, ma, considerando l'elevatissimo numero di elettori sottoposti alle misure di quarantena e isolamento, comporterebbe un aggravio di adempimenti insostenibili, soprattutto per i piccoli Comuni, e minerebbe l'efficacia, nonché il corretto e snello funzionamento del meccanismo del voto domiciliare, oltre a compromettere di fatto l'esercizio del diritto di voto da parte degli elettori in condizioni di trattamento domiciliare o di quarantena o di isolamento fiduciario per COVID-19; è necessario che tutti i soggetti che accedono ai seggi siano dotati di mascherine chirurgiche e non solo i componenti dei seggi, anche tenendo apposite scorte all'ingresso per chi ne fosse sprovvisto, si chiede di sapere se i Ministri in indirizzo non intendano rivedere le disposizioni del Protocollo sanitario e del decreto-legge n. 103 del 2020, in modo da garantire l'effettivo svolgimento in sicurezza della prossima tornata elettorale, nonché la reale possibilità per gli elettori in condizioni di trattamento domiciliare o di quarantena o di isolamento fiduciario per COVID-19, di esercitare il proprio diritto di voto, senza dover provvedere ad una serie di adempimenti per i quali è invece indispensabile un automatismo, che garantirebbe snellezza alle procedure e sostenibilità delle stesse per tutti i soggetti coinvolti. Interrogazioni con richiesta di risposta scritta Atto n. 4-04031 PACIFICO Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare Premesso che: la prima decade del 2020, a causa del COVID-19, oltre ad essere caratterizzata dalla storica crisi economica e sociale, rischia di essere annoverata negli annali anche per una crisi sanitaria e ambientale che non trova riscontro negli ultimi 50 anni; risulta all'interrogante che a causa di ritardi burocratici e amministrativi, circa 200.000 tonnellate di pneumatici fuori uso ad oggi non risultano ancora smaltite; se si confrontano i dati dello smaltimento dello scorso anno, pur considerando la riduzione di consumo di pneumatici dovuti al lockdown , questi appaiono tuttavia preoccupanti, si chiede di sapere quali urgenti iniziative intenda assumere il Ministro in indirizzo affinché siano assicurate le attività di smaltimento delle 200.000 tonnellate di pneumatici tuttora giacenti nei depositi, considerato che questi ultimi cominciano ad avere difficoltà nel contenere, in modo sicuro, le ingenti quantità di materiale altamente inquinante. Atto n. 4-04032 GALLICCHIO BOTTO PRESUTTO PIRRO MININNO CORRADO GIANNUZZI ANGRISANI MAIORINO Al Presidente del Consiglio dei ministri Premesso che, per quanto risulta agli interroganti: Mitja Ribicic è stato decorato con l'onorificenza di cavaliere di gran croce dell'ordine al merito della Repubblica italiana (OMRI) in data 25 settembre 1969 in quanto presidente del Consiglio esecutivo federale di Jugoslavia; l'ordine al merito della Repubblica italiana, istituito con la legge 3 marzo 1951, n. 178 (Gazzetta Ufficiale n. 73 del 30 marzo 1951), è il primo fra gli ordini nazionali ed è destinato a "ricompensare benemerenze acquisite verso la Nazione nel campo delle lettere, delle arti, della economia e nel disimpegno di pubbliche cariche e di attività svolte a fini sociali, filantropici ed umanitari, nonché per lunghi e segnalati servizi nelle carriere civili e militari"; il titolo di cavaliere di gran croce è un'onorificenza cavalleresca di altissimo rango; nell'anno 1945, tra il mese di maggio e giugno, migliaia di italiani dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia furono uccisi dai partigiani di Tito, gettati nelle foibe o deportati nei campi sloveni e croati; Mitja Ribicic dall'anno 1945 ha lavorato come alto funzionario dell'OZNA, intelligence militare jugoslava, e nell'UDBA, polizia segreta; a seguito del decesso, avvenuto nel 2013, è stato scoperto che Mitja Ribicic avrebbe avuto un ruolo centrale nel massacro delle foibe, scegliendo personalmente le persone da condannare a morte; in più di un'occasione il Parlamento e i suoi rappresentanti hanno dimostrato il proprio sconcerto riguardo alle onorificenze conferite ai carnefici delle foibe come Tito e i suoi sottoposti, mai revocate; l'istituzione dell'onorificenza dell'ordine al merito della Repubblica italiana e la disciplina del suo conferimento sono contenute nella citata legge n. 178 del 1951, e dal decreto del Presidente della Repubblica 13 maggio 1952, n. 458. Il combinato disposto delle citate previsioni normative appare di fatto impedire la revoca post mortem delle onorificenze concesse, giacché presuppone un iter basato sull'esistenza in vita della persona la cui onorificenza è oggetto di revoca; considerato che: la Repubblica italiana riconosce e condanna il massacro delle foibe, commemorato ufficialmente ogni 10 febbraio in occasione del "giorno del ricordo", istituito con la legge 30 marzo 2004, n. 92; a seguito della richiesta del sindaco di Calalzo (Belluno), Luca De Carlo, e degli esuli dell'associazione Venezia-Giulia e Dalmazia di cancellare le onorificenze a Tito e ai suoi sottoposti per indegnità, il 16 aprile il prefetto di Belluno, Maria Luisa Simonetti, in riscontro alla richiesta, sosteneva che non è ipotizzabile alcun provvedimento di revoca essendo il decorato deceduto e che "la norma prevede (...) che la persona oggetto dell'eventuale revoca debba essere preventivamente informata (...), onde poter presentare una memoria scritta a propria difesa, (...) la possibilità di revocare l'onorificenza, pertanto, (...) presuppone l'esistenza in vita dell'insignito", si chiede di sapere: se il Presidente del Consiglio dei ministri sia a conoscenza dei fatti esposti; se intenda verificare il ruolo avuto dal cavaliere di gran croce dell'ordine al merito della Repubblica italiana Mitja Ribicic nel massacro delle foibe; se non ritenga che le onorificenze della Repubblica italiana, annoverando tra i suoi più illustri insigniti proprio chi ordinò massacri e deportazioni dei propri cittadini, possano perdere il loro altissimo rango e prestigio; se si confermi l'interpretazione della norma e se ritenga di condividere iniziative legislative volte a consentire il ricorso alla revoca per indegnità delle onorificenze della Repubblica italiana anche post mortem , onde impedire che i decorati deceduti possano mantenere il loro status nonostante si siano rivelati indegni e che in futuro si possano ripetere episodi simili: a giudizio degli interroganti ciò costituisce un pericoloso legame, che l'attuale normativa dichiara indissolubile, tra personalità rivelatisi indegne e la Repubblica italiana. Atto n. 4-04033 STABILE Al Ministro della salute Atto n. 4-04034 CIRIANI Al Ministro dell'economia e delle finanze Premesso che: continua a crescere sul territorio la preoccupazione relativa all'annunciata chiusura della stazione del soccorso alpino della Guardia di finanza di Sella Nevea, sita nel comune di Chiusaforte (Udine); si tratta di un presidio operativo storicamente presente e radicato sul territorio, collocato in una posizione fortemente strategica, che consente interventi tempestivi ed efficaci in un'importante zona montuosa che comprende il massiccio del Montasio, il Canin ed il Jôf Fuârt; l'attività della struttura si rivela particolarmente preziosa nel corso della stagione invernale, specie per la sua posizione strategica all'interno del comprensorio sciistico di Sella Nevea che, in caso di valanghe o slavine, consente di fornire pronto e rapido soccorso sulle piste e giungere in tempi brevissimi in soccorso delle persone coinvolte; la stazione, che è comunque pienamente operativa in tutte le stagioni e non limitatamente al periodo invernale, svolge un'attività di vitale importanza per la sicurezza e il presidio del territorio, con interventi di soccorso che talvolta si svolgono, in un efficiente coordinamento operativo, con l'intervento e l'attivazione ausiliaria dell'elisoccorso e delle unità cinofile; proprio la preziosa attività svolta dal soccorso alpino della Guardia di finanza di Sella Nevea e l'importanza rivestita dalla stazione per la sicurezza del territorio hanno costituito i presupposti per il conferimento, nel 2010, della cittadinanza onoraria da parte del Comune di Chiusaforte; a decorrere dal 2011, inoltre, la caserma è stata oggetto di importanti lavori di miglioria: in particolare, sono state realizzate un'autorimessa e 4 canili, per un importo di 170.000 euro, oltre al rifacimento dell'impianto elettrico; l'area antistante alla stazione comprende una piazzola per l'atterraggio degli elicotteri e la caserma è frequentemente utilizzata come base d'appoggio anche per altri interventi di notevole rilevanza per il territorio, ad esempio in ambito speleologico, si chiede di sapere: se il trasferimento della sede della stazione del soccorso alpino della Guardia di finanza di Sella Nevea sia stato valutato con sufficiente attenzione rispetto alle esigenze del territorio e anche dal punto di vista della strategicità logistica dell'attuale ubicazione, anche alla luce dei numerosi e vitali interventi registrati ordinariamente nel corso dell'attività annuale; se sia stata svolta una valutazione in ordine all'impatto, in termini di operatività e tempestività di intervento per le attività connesse che sono oggi garantite e rese comunque possibili in favore dell'intera area del comprensorio montano che gravita intorno alla stazione; se il Ministro in indirizzo non intenda valutare l'opportunità di evitare la chiusura della stazione e il suo trasferimento. Atto n. 4-04035 MARIN Al Ministro dell'interno Premesso che: nel territorio del Friuli-Venezia Giulia sono attualmente presenti circa 800 minori stranieri, provenienti principalmente da Albania, Kosovo, Pakistan, Afghanistan e Bangladesh, per la maggior parte arrivati nella regione perché parenti e conoscenti di persone già insediate nel territorio; la legge 7 aprile 2017, n. 47, è intervenuta in materia di misure di protezione dei minori stranieri non accompagnati, novellando le precedenti disposizioni normative, fra cui l'articolo 19 del decreto legislativo 18 agosto 2015, n. 142, il cui comma 7- quater prevede che "Qualora siano individuati familiari idonei a prendersi cura del minore straniero non accompagnato, tale soluzione deve essere preferita al collocamento in comunità"; il Tribunale dei minori di Trieste e i servizi sociali dei Comuni interessati sembrano prediligere nella quasi totalità dei casi l'accoglienza nelle strutture pubbliche fino al compimento della maggiore età, anche in presenza di parenti disponibili ad ospitarli; i Comuni interessati dall'arrivo dei minori stranieri non accompagnati (Trieste, Cividale del Friuli, Gorizia, Udine) stipulano convenzioni, senza gara d'appalto, con le cooperative di accoglienza, pagando dai 75 ai 100 euro per ogni minore, senza chiedere rendicontazioni per le spese effettuate e senza effettuare controlli sulla corrispondenza fra il numero di minori accolti e i contributi stanziati; i servizi sociali smistano i minori nelle strutture convenzionate, muovendo, indirettamente, migliaia di euro e non assicurano un controllo a posteriori sulle condizioni di vita dei ragazzi in queste comunità, che troppo spesso si trasformano in fucine di delinquenza nelle quali i minori vengono avviati alla criminalità da ragazzi più grandi che, non avendo documenti, vengono accolti come minori anche quando non lo sono, senza sottoporli ad esami specifici per definirne l'età; nei casi in cui esistano dubbi fondati in merito all'età dichiarata da un minore straniero non accompagnato e non sia risultato possibile accertarne l'età attraverso un documento anagrafico, la Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni può disporre esami socio-sanitari volti all'accertamento dell'età; gravi episodi di violenze sono stati legati negli ultimi anni a ragazzi ospitati in comunità: storie di abusi sessuali o di risse, come l'ultima di pochi giorni fa, ai danni di una ragazzina di 15 anni, vittima di violenza a Lignano Sabbiadoro (Udine) per mano di 3 coetanei residenti in una struttura di accoglienza a Milano, si chiede di sapere: se il Ministro in indirizzo non ritenga importante verificare, attraverso appositi controlli, l'applicazione delle disposizioni di legge da parte dei Comuni friulani di frontiera, che prevedono l'affido dei minori stranieri non accompagnati presenti sul nostro territorio in via preferenziale ai parenti; quali siano le motivazioni alla base della decisione della Procura della Repubblica di non procedere nella quasi totalità dei casi, attraverso esami socio-sanitari, all'accertamento dell'età dei minori non accompagnati sprovvisti di documento; quale tipo di vigilanza e presa in carico dei minori sia prevista da parte dei servizi sociali e dei centri di accoglienza e se il grave episodio accaduto a Lignano Sabbiadoro possa essere imputabile anche ad una negligenza e una mancata sorveglianza dei ragazzi. Atto n. 4-04036 PEPE CAMPARI Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti Premesso che: all'interno del programma nazionale di riforma (sezione III del Documento di economia e finanza 2020), è inserito, nella tabella V.3.4, riguardante i costi e i finanziamenti per la realizzazione degli interventi prioritari infrastrutturali, l'itinerario Salerno-Potenza-Matera-Bari; tale opera presenta un costo totale di 868,58 milioni di euro, con un finanziamento disponibile che ammonta a 571,08 milioni di euro, e un fabbisogno stimato in 297,50 milioni di euro; nella tabella V.3.5 vengono specificate le quattro parti che compongono l'opera citata: a) riqualificazione del raccordo autostradale 5 e della strada statale 407 "Basentana", secondo stralcio e completamento; b) strada statale 658 Melfi-Potenza, messa in sicurezza del tracciato stradale in tratti saltuari e allacciamento stabilimento industriale; c) adeguamento collegamenti strada statale 96 Matera-Bari; d) adeguamento delle sedi esistenti e tratti di nuova realizzazione Salerno-Potenza-Bari, quarta tratta: da zona industriale Vaglio a svincolo della strada provinciale Oppido sulla strada statale 96; la quota di ulteriore fabbisogno da reperire ammonta a 297,50 milioni di euro, e si riferisce alla quarta parte dell'opera, si chiede di sapere: se i 571 milioni di euro dei finanziamenti disponibili risultino concretamente stanziati; se, e in che quota, i 297 milioni di euro di fabbisogno saranno destinati alla realizzazione del traforo presso la zona industriale di Vaglio; quando saranno disponibili i 297 milioni di euro di fabbisogno da reperire, al fine di dar via ai lavori sulla quarta tratta. Atto n. 4-04037 AUGUSSORI Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali Premesso che: l'emergenza epidemiologica da COVID-19 che ha colpito il nostro Paese ha creato gravi ripercussioni soprattutto nell'area del basso lodigiano, la primissima zona interessata dalla diffusione dei contagi; tale area è stata tra le prime ad essere oggetto di provvedimenti restrittivi delle libertà personali e di limitazioni alle attività economiche, cosa che ha indotto il Governo ad introdurre misure finalizzate ad attenuare l'impatto dell'inevitabile crisi economica che ne sarebbe conseguita; l'articolo 16 del decreto-legge 2 marzo 2020, n. 9, recante "Misure urgenti di sostegno per famiglie, lavoratori e imprese connesse all'emergenza epidemiologica da COVID-19", ha pertanto riconosciuto un'indennità di 500 euro, per un massimo di tre mesi, in favore dei collaboratori coordinati e continuativi, titolari di rapporti di agenzia e di rappresentanza commerciale e dei lavoratori autonomi o professionisti che, alla data del 23 febbraio 2020, svolgevano la loro attività lavorativa nei comuni individuati nell'allegato 1 al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 1° marzo 2020 (la "zona rossa", composta dai comuni di Bertonico, Casalpusterlengo, Castelgerundo, Castiglione d'Adda, Codogno, Fombio, Maleo, San Fiorano, Somaglia, Terranova dei Passerini e Vo'); il Ministero del lavoro e delle politiche sociali stimava che la platea dei beneficiari fosse composta da circa 3.500 persone, le quali tuttavia non hanno ancora percepito nulla, nonostante siano trascorsi ormai diversi mesi dall'adozione del provvedimento; inizialmente, non era ben chiara la ripartizione di competenze tra l'INPS (l'istituto erogatore del trattamento) e la Regione (l'ente presso cui gli interessati dovevano presentare la domanda per ottenere l'indennità), sebbene successivamente sia stato chiarito che fosse competenza dell'INPS effettuare il pagamento ed emettere la circolare attuativa per chiarire tempi e modi della richiesta e per definire la platea effettiva dei beneficiari; al momento, a quanto consta all'interrogante, le indennità non sono ancora state liquidate, in quanto mancherebbe una circolare dell'istituto previdenziale che definisca le modalità di presentazione delle richieste e di erogazione del contributo, si chiede di sapere: quali siano i motivi del ritardo nell'emanazione della circolare; quali siano i tempi effettivi di erogazione delle indennità ai lavoratori dell'ex zona rossa aventi diritto. Atto n. 4-04038 STEFANI Al Presidente del Consiglio dei ministri Premesso che: i fenomeni meteorologici estremi che hanno interessato il nostro Paese a fine agosto 2020 sono stati molto severi in particolare per il Veneto provocando colate di fango, abbattimento di centinaia di alberi, scoperchiamento di strutture, danni ad abitazioni e negozi, compromissione di serre e di impianti di protezione delle colture con conseguente compromissione dei raccolti, dei vigneti e delle produzioni agricole in generale; la loro intensità è risultata eccezionalmente forte in Veneto, in particolare a Verona oltre che ad altre città e territori, tanto che presidente della Regione Veneto Zaia ha dichiarato il 24 agosto lo stato di crisi per 45 comuni; solo pochi giorni dopo, il 29 agosto, il Veneto è stato nuovamente interessato da una nuova ondata di maltempo che si è abbattuta con particolare furia e violenza nei comuni di Trissino e Arzignano (Vicenza), ed ha coinvolto anche tratti di superstrada pedemontana veneta. Sono stati segnalati grandinate diffuse, esondazioni e cadute di alberi, con ingenti danni a case e capannoni, distruzione di opere pubbliche e blocco di attività di imprese, tanto che il presidente Zaia ha attivato l'unità di crisi; è ormai evidente che negli ultimi decenni, certe zone dell'Italia sono sempre più frequentemente interessate da eventi atmosferici disastrosi caratterizzati da frequenza di manifestazioni violente, sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi ed intense, sbalzi termici significativi che compromettono la stabilità e la sicurezza dei territori, minando l'incolumità dei cittadini italiani; solo il Veneto ad inizio agosto aveva già dichiarato 3 stati di crisi per avversità atmosferiche eccezionali verificatesi il 21 e il 23 luglio nelle province di Belluno e Vicenza, il 29 luglio nel comune di Auronzo di Cadore, e il 30 luglio nel comune di Canale d'Agordo, si chiede di sapere: quali iniziative si intenda assumere per predisporre i primi aiuti alla luce dei danni provocati a enti pubblici, privati e imprese; se e come si intenda intervenire in maniera concreta e fattiva in una visione a lungo termine per consentire alle Regioni di intervenire nei casi di emergenza e di mettere, poi, in sicurezza i territori. Atto n. 4-04039 SEGRE Al Presidente del Consiglio dei ministri Atto n. 4-04040 BOTTO CROATTI PRESUTTO ANGRISANI LANNUTTI LANZI TRENTACOSTE Al Ministro dell'economia e delle finanze Premesso che: secondo quanto risulta da un articolo di stampa, pubblicato lo scorso 1°settembre dal quotidiano "la Repubblica", edizione di Genova, i 15 consiglieri di amministrazione dell'ente ospedaliero Galliera (fra i quali ci sarebbe anche l'ex arcivescovo di Genova, il cardinale Angelo Bagnasco) avrebbero procurato un danno erariale, a seguito dell'acquisto del bar "Bruna", giudicato "fuori mercato" pari a 350.000 euro, per la realizzazione del nuovo ospedale; l'articolo rileva al riguardo, che la Procura regionale della Corte dei Conti genovese avrebbe evidenziato, a seguito delle indagini condotte dalla Guardia di finanza durate tre anni, che il medesimo bar, storica struttura del 1903, prospiciente a Villa Croce, proprio davanti a quello che dovrebbe diventare l'ingresso del nuovo Galliera, sarebbe stato comprato al costo di 185.000 euro, con lo scopo di demolirlo, a cui sono stati aggiunti altrettanti soldi, in favore del proprietario, elargiti come buonauscita, ovvero come risarcimento per la cessazione dell'attività (tutto ciò prima ancora di arrivare alla fase definitiva della vicenda: sia progettuale, che politico-finanziaria); secondo quanto riferisce una fonte interna dell'ospedale, prosegue ancora l'articolo de "la Repubblica", al momento l'esercizio risulta attivo, affidato in comodato d'uso agli stessi ex proprietari, fino a quando si arriverà all'apertura dei cantieri e a seguito di quanto avvenuto, il Procuratore regionale della Corte dei Conti di Genova ha fatto notificare (durante le settimane di chiusura totale delle attività a causa dell'emergenza epidemiologica COVID-19) "15 inviti a dedurre", che per la magistrutura contabile equivalgono all'avviso di garanzia previsto dal codice penale; al riguardo la stessa Corte dei Conti ha infatti rilevato (all'interno delle motivazioni) che quel prezzo valutato nel 2008, sarebbe stato in totale controtendenza rispetto al mercato immobiliare di quel periodo, addirittura ancora di più rispetto al 2017, anno di piena crisi per il settore immobiliare, determinando pertanto un grave danno economico per le casse dell'ospedale Galliera e pertanto per l'amministrazione dello Stato; le perizie commissionate dalla medesima struttura ospedaliera nel 2008, inoltre, sebbene avessero indicato una cifra non superiore a 178.000 euro, riporta ancora "la Repubblica", non sono tuttavia state sufficienti a vincere le resistenze dei proprietari del locale, considerato che l'amministrazione del Galliera aveva in seguito deciso di elargire la cifra in precedenza esposta; la vicenda, ove confermata, desta ad avviso degli interroganti, dubbi e perplessità in relazione alle modalità con le quali è avvenuta l'acquisizione del bar Bruna da parte del Galliera, sia con riferimento alla cifra complessiva elargita da parte dell'ente pubblico, nei riguardi dell'ex proprietario, evidentemente considerata esagerata dalla magistratura contabile, che nell'ambito delle procedure con cui è avvenuta la trattativa di vendita, si chiede di sapere; se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa; in caso affermativo, se intenda confermare l'esistenza dell'iniziativa avviata dalla Corte dei Conti, nei riguardi dei 15 consiglieri di amministrazione dell'ospedale pubblico Galliera di Genova, come riportato, in merito all'irregolarità con la quale è avvenuta la compravendita dell'immobile interessato; quali iniziative di competenza intenda infine assumere, al fine di stabilire la veridicità di quanto accaduto e se a tal fine, non ritenga opportuno adottare dei meccanismi di rendicontazione e di controllo più rigorosi su come vengono gestite le risorse pubbliche da parte delle strutture ospedaliere a livello nazionale. Atto n. 4-04041 PETRENGA Ai Ministri dell'istruzione e per gli affari regionali e le autonomie Premesso che a quanto risulta all'interrogante: con delibera di Giunta comunale n. 203 del 29 novembre 2019, la città di Caserta proponeva un nuovo piano di dimensionamento per le scuole del 1° ciclo per l'anno scolastico 2020/2021 che, in buona sostanza, modificava l'intera rete scolastica, nonostante la quasi totalità della stessa rientrasse nei parametri indicati dalle vigenti linee guida regionali; tale proposta di modifica, voluta dal Comune di Caserta, veniva deliberata nonostante non avesse trovato favorevole accoglimento, né da parte delle dirigenze delle istituzioni scolastiche interessate, né dalle organizzazioni sindacali di categoria che, unanimemente, oltre ad aver stigmatizzato il comportamento dell'ente comunale sulla loro mancata partecipazione alla formulazione della proposta, eccepivano la palese inosservanza di tutti i principi sottesi alla normativa disciplinante il processo di dimensionamento: dal principio della territorialità al principio della continuità educativa e didattica; ad ogni buon conto, la Regione Campania, con delibera n. 616 del 4 dicembre 2019, senza alcuna istruttoria, approvava il piano di dimensionamento proposto dal comune di Caserta con la citata delibera comunale; la delibera regionale di approvazione del nuovo piano di dimensionamento scolastico per le scuole del 1° ciclo della città di Caserta per l'anno scolastico 2020/2021 veniva, tuttavia, impugnata innanzi il Tribunale amministrativo regionale per la Campania - Napoli - dall'I.C. "De Amicis - Da Vinci" di Caserta che, per effetto di tale nuovo dimensionamento, veniva a scomparire nonostante lo stesso risultasse in perfetta armonia con i parametri di dimensionamento minimo, anzi raggiungendo il numero massimo di iscritti previsto, pari a 1.160 alunni; con decreto presidenziale n. 1543 del 20 agosto 2020, il TAR Campania accoglieva l'istanza di misure monocratiche provvisorie presentata dall'istituto ricorrente per la seguente motivazione: «alla luce delle contestazioni svolte in ricorso in ordine al difetto di motivazione del provvedimento regionale di dimensionamento, siccome fondato su una delibera comunale adottata in base a presupposti controversi e comunque antecedenti alle sopravvenienze determinate dall'emergenza epidemiologica ancora in atto", e per l'effetto ordinava agli uffici competenti della Regione Campania il riesame del gravato provvedimento dovendo rideterminarsi sulla questione entro 10 giorni dalla pubblicazione del decreto presidenziale, il cui termine ultimo scadeva lo scorso 30 agosto; ebbene, nonostante l'ordine statuito dal Tribunale amministrativo regionale, alla data della presente interrogazione, gli uffici regionali ancora non hanno ottemperato al giudicato presidenziale, lasciando in una sorta di «limbo giuridico» non solo il competente Ufficio scolastico regionale per la Campania, che si è trovato inevitabilmente ad avviare l'anno scolastico, seguendo un piano di dimensionamento che de facto il TAR Campania ha già ritenuto «controverso», ma anche l'intero corpo docente e le famiglie di una città intera, che sono piombati in un'incertezza sul percorso formativo e sulla regolarità delle funzioni didattiche del prossimo anno scolastico, già fortemente compromesso dalla grave emergenza epidemiologica del COVID-19; a parere dell'interrogante, pur volendo tralasciare le questioni di merito che sono oggetto del giudizio in corso, ciò che emerge è la grave omissione degli uffici della Regione Campania, che hanno completamente disatteso ed ignorato un provvedimento dell'autorità giudiziaria; tale incomprensibile ed inaccettabile comportamento ingenera, specie in un territorio come la Regione Campania, un messaggio grave ed intollerabile e cioè che le sentenze o, in ogni caso, i provvedimenti dell'autorità giudiziaria in generale, possono essere disattesi o elusi; e ciò è ancora più grave quando a compiere tale illegittimo comportamento è un'istituzione dello Stato che, invece, dovrebbe rappresentare il primo presidio di legalità sul territorio teso al rispetto delle leggi e delle determinazioni delle autorità costituite e riconosciute dall'ordinamento, si chiede di sapere se i Ministri in indirizzo, ognuno per le rispettive competenze, non ritengano che le circostanze descritte richiedano un intervento urgente teso a chiarire e a far luce sugli elementi controversi della vicenda esposta. Atto n. 4-04042 IANNONE Al Ministro dell'istruzione Premesso che: con decreto del Ministero dell'istruzione la dirigente regionale dell'Ufficio scolastico della Campania ha definito il quadro delle reggenze per gli istituti scolastici della Regione privi al momento di un dirigente scolastico; l'elenco ha lasciato basito il Vallo di Diano, ancora una volta penalizzato dalle decisioni assunte dall'alto e che, anche per la scuola e l'istruzione che dovrebbero essere i capisaldi di una società, viene vergognosamente mortificato; un istituto scolastico fiore all'occhiello per il Vallo di Diano e che negli anni conta un numero crescente di iscritti per l'altissima formazione offerta, si vede assegnare una reggenza, anziché il riconoscimento di un dirigente scolastico, come auspicato, visto l'ormai prossimo pensionamento dell'attuale preside Liliana Ferezola: si tratta dell'Istituto omnicomprensivo di Padula, comprendente anche il Liceo scientifico "Carlo Pisacane" che, soprattutto negli ultimi anni, vanta grandi eccellenze, ma soprattutto un numero crescente di iscrizioni; secondo il decreto della direzione dell'Ufficio scolastico regionale, ad essere stata scelta per la reggenza di 1 anno a partire dal 1° settembre 2020 e fino al 31 agosto 2021 è la preside Maria D'Alessio che, al momento, risulta essere anche la dirigente scolastica dell'istituto "Pomponio Leto" di Teggiano, che peraltro è anche sede di un altro Liceo scientifico; per la prima volta, quindi, l'ufficio scolastico regionale assegna una reggente ad un istituto superiore: una decisione che lascia senza parole il mondo della scuola, ma anche le comunità locali che si chiedono, a questo punto, quale sia il disegno a cui si sta lavorando; una decisione arrivata nel più totale silenzio delle istituzioni e di chi è deputato a difendere e rappresenta al momento il territorio: con la reggenza dell'Istituto omnicomprensivo di Padula salgono a 6 gli istituti privi di dirigente scolastico effettivo anche se, nei casi precedenti, si trattava sempre di istituti scolastici di prima formazione; per ciò che riguarda le altre scuole, si osserva che per l'istituto comprensivo di Sant'Arsenio è stata confermata reggente Antonella Vairo, per l'istituto di Sala Consilina-Viscigliete confermata Patrizia Pagano, l'istituto comprensivo Teggiano potrà contare anche quest'anno sulla guida di Rosaria Murano, per l'istituto comprensivo Camera la reggenza è stata affidata a Rosalba De Ponte, mentre Antonietta Cantillo resta alla guida anche per il prossimo anno scolastico dell'istituto comprensivo di Buonabitacolo, si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza della decisione dell'USR Campania e se ritenga d'intervenire per tutelare la dignità delle istituzioni scolastiche del Vallo di Diano, un'area della provincia di Salerno non popolata da cittadini di serie B. Atto n. 4-04043 URSO CALANDRINI DE BERTOLDI FAZZOLARI IANNONE LA PIETRA MAFFONI NASTRI PETRENGA RAUTI ZAFFINI Al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale Premesso che: nei giorni scorsi, gli organi di stampa, anche esteri, hanno riportato la denuncia di alcuni esponenti dell'opposizione venezuelana nei confronti del console generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Milano, Gian Carlo Di Martino, accusato di aver scritto un articolo per il quotidiano "aporrea.org", nel quale chiede letteralmente di "mettere una taglia" sulla testa di Julio Borges, già Presidente dell'Assemblea nazionale del Venezuela, di Tomás Guanipa, Segretario di Primero Justicia, uno dei principali partiti d'opposizione, ed Ambasciatore del Governo ad interim del Venezuela in Colombia, e di tutti gli altri esponenti politici definiti dallo stesso "terroristi, fuggiaschi in Colombia"; la denuncia sarebbe stata già trasmessa ufficialmente al Ministro in indirizzo da Mariela Magallanes, deputata dell'opposizione al Governo di Nicolas Maduro; considerato che: già in passato il Console Di Martino si è reso protagonista di un episodio di inaudita gravità: in un intervento, pubblicato sullo stesso quotidiano, aveva stilato una sorta lista di proscrizione di parlamentari intenti ad "incoraggiare la violenza e il terrorismo",nella quale figuravano tutti i membri del Parlamento in esilio, tra cui Américo De Grazia e la stessa Mariela Magallanes, arrivati nel dicembre 2019 sul territorio italiano, dopo aver trovato rifugio per quasi un anno nell'Ambasciata d'Italia a Caracas; non è assolutamente tollerabile che un diplomatico accreditato presso la Repubblica italiana rivolga minacce e intimidazioni nei confronti di esponenti dell'Assemblea nazionale, unico organo riconosciuto come legittimo dalla Repubblica italiana; sarebbe, pertanto, del tutto opportuno sospendere il riconoscimento diplomatico al Console generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Milano, Gian Carlo Di Martino, si chiede di sapere quali azioni il Ministro in indirizzo intenda intraprendere nei confronti del console generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Milano, Gian Carlo Di Martino. Atto n. 4-04044 ZAFFINI Al Ministro della salute Premesso che: a giugno 2020 la dottoressa Maria Van Kerkhove, capo del team tecnico anti COVID-19 dell'OMS, ha dichiarato che: «È molto raro che una persona asintomatica possa trasmettere il coronavirus», una dichiarazione che ha acceso il dibattito su uno dei temi più controversi in relazione all'epidemia da COVID-19, cioè la potenzialità infettiva dei soggetti privi di chiari sintomi respiratori; la dottoressa ha spiegato che, analizzando i dati di diversi Paesi che stanno seguendo "casi asintomatici", è emerso che questi non hanno trasmesso il virus ; la stessa Van Kerkhove ha successivamente corretto parzialmente quanto detto, specificando che le sue affermazioni si basavano solo su due o tre studi e che era frutto di un «malinteso» sostenere che la trasmissione asintomatica è rara a livello globale; inoltre ella chiariva anche che la sua era una posizione personale e non ricollegabile ad una linea ufficiale dell'OMS; Walter Ricciardi, membro del Comitato esecutivo dell'Organizzazione mondiale della Sanità e consigliere del Ministro in indirizzo, è stato molto critico nei confronti delle suddette dichiarazioni, sostenendo invece che la trasmissione del virus da parte degli asintomatici è tipica di questa epidemia e lo dimostra la sua contagiosità; anche il Presidente del Consiglio superiore di Sanità, Franco Locatelli, ha classificato le dichiarazioni della Van Kerkhove come un'uscita non felice ed ha aggiunto che "abbiamo delle pubblicazioni scientifiche che documentano come anche un asintomatico può avere carica virale significativamente elevata"; l'infettivologo genovese, Matteo Bassetti, è andato oltre e ha tenuto al riguardo una posizione ancor più precisa, elencando 4 categorie di asintomatici: gli asintomatici che resteranno tali e che sono portatori sani del virus e che dovrebbero avere una bassa carica virale e quindi bassa probabilità di contagiare; gli asintomatici che, nel giro di qualche giorno, svilupperanno poi i sintomi, i cosiddetti pre-sintomatici, ovvero quelli nella fase di incubazione, e questi presenterebbero invece una più alta carica virale con una conseguente maggiore probabilità di essere contagiosi; i paucisintomatici, ovvero soggetti che presentano sintomi lievissimi e che possono passare inosservati, con una carica virale ancora diversa probabilmente più elevata; i "non più sintomatici" quelli che sono guariti e che, dopo due tamponi negativi, tornano ad avere positività, ma che hanno probabilmente carica virale bassissima o addirittura nulla e non sono in grado di trasmettere l'infezione; per Bassetti bisognerebbe quindi concentrarsi sulla "quantità" di virus presente sul tampone o su altro materiale testato, facendo in sostanza un esame sia qualitativo che quantitativo del virus perché solo così si potrebbe stabilire la soglia sopra la quale si è contagiosi oppure no, e non limitarsi a verificare se uno è positivo o negativo; a pochi giorni dal divampare del dibattito, sono state diffuse le nuove linee guida dell'Organizzazione Mondiale della Sanità sulla certificazione della guarigione dal COVID-19; esse prevedono che bastino tre giorni senza sintomi (inclusi febbre e problemi respiratori) per il rilascio dall'isolamento dei pazienti che hanno contratto l'infezione da nuovo coronavirus; «I criteri aggiornati», ha specificato l'OMS, «riflettono i recenti risultati secondo cui i pazienti i cui sintomi si sono risolti possono ancora risultare positivi per il virus SarsCoV2 mediante tampone RT-PCR per molte settimane. Nonostante questo risultato positivo del test, è improbabile che siano infettivi e pertanto che siano in grado di trasmettere il virus a un'altra persona»; al riguardo il Ministro in indirizzo, in una lettera al CTS, scriveva: «Le nuove linee guida dell'Oms relative alla modalità di certificazione della guarigione segnano un cambiamento che può incidere significativamente sulle disposizioni finora adottate e vigenti nel nostro Paese. Chiedo di poter affrontare il delicato tema nel CTS, fermo restando il principio di massima precauzione che ci ha guidato finora»; nei giorni scorsi il Governo è tornato ad adottare misure restrittive a causa dell'innalzamento dell'indice di contagio che, tuttavia, presenta una percentuale altissima di soggetti asintomatici, più del 27 per cento dei contagiati, sempre che siano attendibili i risultati dell'indagine epidemiologica condotta, si chiede di sapere se, con riferimento al dibattito sulla contagiosità degli asintomatici come delineatosi anche alla luce delle nuove Linee guida dell'OMS sul rilascio dall'isolamento dei pazienti che hanno contratto l'infezione, il Ministro in indirizzo abbia acquisito il parere ufficiale del CTS e se non intenda comunque richiedere al Comitato un dettagliato parere, basato sulle evidenze scientifiche disponibili, circa il livello di contagiosità e la carica virale dei cosiddetti pazienti asintomatici. Atto n. 4-04045 DE BONIS Ai Ministri per il Sud e la coesione territoriale, dell'interno e dell'economia e delle finanze Premesso che: il giornale "Il Mattino" del 2 settembre 2020 ha riportato un articolo-inchiesta riguardante l'ennesima sperequazione che si è consumata tra Nord e Sud Italia; a proposito dei fondi da destinare ai Comuni nel periodo contrassegnato dalla pandemia si evince che le città del Meridione sono sempre le più mortificate. Infatti, la chiusura delle scuole ha portato un bonus netto per i Comuni che forniscono servizi di mensa scolastica a supporto del tempo pieno e, in fase di distribuzione dei fondi si è scoperto il divario: a Verona, ad esempio, sono andati 3 milioni di euro e a Messina, solo 50.000 euro; in particolare, Messina conta 230.000 abitanti e Verona 260.000 e la finalità del fondo è la medesima: garantire ai messinesi e ai veronesi, come ai cittadini di tutti gli altri comuni italiani, di beneficiare dei servizi fondamentali nonostante la crisi della pandemia. Ma, al momento di ripartire la somma, a Verona sono stati assegnati 3.293.000 euro e a Messina 54.000 euro: milioni di euro contro migliaia; in merito al bonus sulle mense chiuse vi è un allegato del Ministero dell'interno con il riparto di 3 miliardi di euro fra tutti i Comuni italiani più le unioni di Comuni e le Comunità montane. Nell'allegato l'elenco comunale non segue alcun ordine logico: inizia con Cinquefrondi, paese dell'Aspromonte, e finisce con Trani, in Puglia. Il primo Comune campano in lista è Benevento, preceduto da Agrigento e seguito da Thiesi, che è in provincia di Sassari: insomma un ordine sparso che sembra fatto a posta per non essere compreso; il decreto-legge n. 34 del 2020 (cosiddetto decreto rilancio), come convertito, all'articolo 106, rubricato "Fondo per l'esercizio delle funzioni fondamentali degli enti locali", precisa che "sono individuati criteri e modalità di riparto tra gli enti di ciascun comparto del fondo di cui al presente articolo sulla base degli effetti dell'emergenza Covid -19 sui fabbisogni di spesa e sulle minori entrate, al netto delle minori spese"; a definire i criteri vi è un apposito tavolo tecnico presso il Ministero dell'economia e delle finanze con tre esperti nominati dagli enti locali (uno per i Comuni, uno per le Città metropolitane e uno per le Province). Il tavolo ha prodotto a fine luglio un documento di 40 pagine in cui in sostanza si afferma che le minori entrate (imposte, multe e così via) sono stimate in quasi 5 miliardi di euro mentre quanto alle minori spese per la "forte incertezza del contesto" non si considerano i risparmi nei servizi scolastici e nella raccolta dei rifiuti. Quindi i Comuni hanno concordato, con il consenso dei Ministeri dell'economia e dell'interno, che del risparmio dovuto alla chiusura per 4 mesi delle scuole, con la sospensione per esempio del servizio di mensa e del trasporto scolastico, non si tiene conto; considerato che: la legge stanziava 3 miliardi di euro e aggiungere o togliere una voce dalla formula non sposta un euro: restano 3 miliardi da assegnare ai Comuni. Peraltro le perdite di entrate accertate superano quella cifra. A cambiare, con la "regola" dei servizi scolastici, è la distribuzione della somma fra i territori: il tempo pieno a scuola infatti è una delle cose più sperequate in Italia. Nella primaria (le elementari) è una realtà per il 58 per cento degli alunni del Lazio, il 57 del Piemonte, il 54 per cento della Lombardia. Ma nel Mezzogiorno i valori si riducono alla metà se non a un quarto: in Campania il servizio è garantito solo al 22 per cento degli iscritti, in Puglia al 19, in Sicilia al 12 per cento. Secondo l'interrogante si tratta di una vera vergogna nazionale che non andava certo corretta con il fondo da 3 miliardi di euro; tuttavia la chiusura delle scuole ha portato un bonus netto per i Comuni che forniscono servizi di mensa scolastica a supporto del tempo pieno, di cui per legge sarebbe stato obbligatorio tener conto, almeno in parte: invece con la giustificazione dell'incertezza si è considerato inesistente il risparmio di spesa. Ma non finisce qui: i Comuni già beneficati hanno pure ottenuto un secondo bonus , cioè il ristoro del mancato incasso del contributo delle famiglie, contributo per una spesa che con tutta evidenza non c'è stata; in definitiva, se il servizio mensa fosse stato ben diffuso in tutta Italia, si sarebbero avuti semplicemente più soldi per le mense e meno per il calo delle multe. Invece la concentrazione dei servizi al Centro-Nord porta un doppio bonus alle aree già più ricche, riducendo il beneficio a disposizione di chi è indietro nei servizi. E così Torino, con meno abitanti di Napoli, ha ricevuto per servizi a domanda individuale non effettuati un bonus di 7,6 milioni di euro contro 2,2 milioni di Napoli, Firenze con meno abitanti di Palermo 5,5 milioni di euro contro 300.000 euro, Padova con meno abitanti di Catania 2,1 milioni contro 133.000 euro, si chiede di sapere quali iniziative, non più procrastinabili, si intenda adottare perché questo metodo di distribuire risorse, a giudizio dell'interrogante indegno e rivolto sempre a danno del Mezzogiorno d'Italia, non si ripeta più e se non si ritenga utile dare attuazione a concrete misure in grado di evitare le sperequazioni e contrastare le disuguaglianze esistenti tra Centro, Nord e Sud del Paese. Interrogazioni, già assegnate a Commissioni permanenti, da svolgere in Assemblea L'interrogazione 3-01770, del senatore Malan, precedentemente assegnata per lo svolgimento alla 3ª Commissione permanente (Affari esteri, emigrazione), sarà svolta in Assemblea, in accoglimento della richiesta formulata in tal senso dall'interrogante. L'interrogazione 3-01014, della senatrice Corrado ed altri, precedentemente assegnata per lo svolgimento alla 7ª Commissione permanente (Istruzione pubblica, beni culturali, ricerca scientifica, spettacolo e sport), sarà svolta in Assemblea, in accoglimento della richiesta formulata in tal senso dall'interrogante. Interrogazioni, da svolgere in Commissione A norma dell'articolo 147 del Regolamento, le seguenti interrogazioni saranno svolte presso le Commissioni permanenti: 3ª Commissione permanente (Affari esteri, emigrazione): 3-01898 del senatore Urso ed altri, sulla chiusura dell'Istituto italiano statale omnicomprensivo di Asmara in Eritrea; 4ª Commissione permanente (Difesa): 3-01897 della senatrice Pucciarelli, sul programma NLSP di assistenza logistica alle unità navali italiane nei porti di scalo estero. Interrogazioni, ritiro È stata ritirata l'interrogazione 3-01258 del senatore Astorre ed altri.