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Disposizioni per contrastare la discriminazione di genere e per la prevenzione ed il contrasto al femminicidio. Onorevoli Senatori. -- Sara Di Pietrantonio è l'ultima vittima di femminicidio in Italia: nella notte tra il 28 e il 29 maggio 2016, a Roma, il suo ex fidanzato, Vincenzo Paduano le ha gettato, con premeditazione, materiale infiammabile per bruciarla viva. Nessuno si è fermato e ha lanciato l'allarme mentre la ragazza chiedeva aiuto, scappando per un tratto di via della Magliana, prima di essere raggiunta dal suo carnefice. Questo caso ha profondamente colpito l'opinione pubblica italiana. Dall'inizio del 2016 ci sono stati già cinquantacinque femminicidi. Quarantatrè di questi, secondo i dati riportati dall'Istituto di ricerche economiche e sociali (EURES), sono avvenuti all'interno del nucleo familiare, e la metà all'interno della coppia. Molti reati intrafamiliari finiscono in prescrizione o, quando c'è una sentenza di condanna, si tratta di sanzioni penali del tutto irrisorie e simboliche. Per giunta, il fenomeno della violenza in famiglia è in gran parte ancora sommerso, in quanto nei maltrattamenti e negli abusi intrafamiliari una percentuale molto alta non viene denunciata all'autorità giudiziaria e nei casi in cui viene denunciata la lenta reattività della risposta giudiziaria e dell'ordinamento espone le donne a ulteriore violenza, e in molti casi alla morte. A nostro avviso, occorre riformare il diritto penale, escludere per tali tipologie di reati gli sconti di pena previsti per i riti alternativi (giudizio abbreviato e patteggiamento). Ma occorre anche e soprattutto cambiare la cultura sociale della gente. Il raggiungimento dell'uguaglianza di genere de jure e de facto è un elemento chiave per prevenire la violenza contro le donne. Si riconosce la natura strutturale della violenza contro le donne, in quanto basata sul genere. In Italia il ruolo della donna è ancora relegato a quello di madre e moglie, oppure di oggetto del desiderio sessuale. Nel momento in cui la donna cerca di uscire da questi schemi, nasce il rifiuto del partner maschile alla sua emancipazione che si trasforma in forme di controllo economico, di violenza psicologica, di violenza fisica, e che può arrivare fino all'uccisione della donna. La parola femminicidio è entrato nel lessico comune per descrivere il sempre più frequente assassinio di donne in quanto tali. Questa parola è un neologismo che serve per definire la categoria criminologica del delitto perpetrato contro una donna perché è donna. Essa si usa quando in un crimine la vittima donna è una causa essenziale, un movente del crimine stesso, nella maggior parte dei casi perpetrato nell'ambito di legami familiari. Il concetto di femminicidio comprende non solo l'uccisione di una donna in quanto donna (femminicidio), ma tutti quei comportamenti violenti che provocano o possono provocare un danno fisico, sessuale o psicologico. L'uccisione della donna è quindi solo una delle sue estreme conseguenze, l'espressione più drammatica della diseguaglianza esistente nella nostra società. La violenza sulle donne attiene a profonde motivazioni culturali, ai modelli del rapporto tra i generi, per questo dobbiamo compiere, un salto di qualità nella battaglia culturale, nell'assunzione di responsabilità dello Stato. La violenza, morale, psicologica, fisica, economica, sessuale, da parte del partner è un modo per riappropriarsi di un ruolo gerarchicamente dominante. La violenza diventa quindi uno strumento usato contro la donna che non vuole riconoscere questo potere, questa gerarchia nel rapporto, così come tramandatoci dal passato. Donne uccise dai fidanzati, mariti, compagni, ma anche dai padri a seguito del rifiuto di un matrimonio imposto o di scelte di vita non condivise. Quasi la metà degli omicidi compiuti dagli ex coniugi o compagni avviene nel lasso di tempo dei primi tre mesi dopo la rottura della relazione. L'abbandono è un tarlo che si rinnova a fronte di nuovi eventi (nuovo partner della ex, formalizzazione legale della separazione, affidamento dei figli). Il femminicidio raramente è frutto di un momento d'ira incontrollata. Al cospetto della drammaticità del fenomeno la risposta del nostro ordinamento statuale appare blanda e comunque si è dimostrata inefficace dinanzi alla terribile e crescente realtà della violenza contro le donne e in ambito domestico. Non ci riferiamo solo ai casi che si risolvono con l'omicidio della donna, ma a tutto un quotidiano vissuto di paura e di sopraffazione nell'ambito di relazioni domestiche, familiari e affettive che, pur senza sfociare negli omicidi, coinvolge moltissime persone e conduce a una vita dura e di terrore. Essa riguarda anche il «numero oscuro» rappresentato da tanti fatti che non vengono denunciati dai soggetti deboli, che appaiono assai più numerosi di quelli portati a conoscenza dell'autorità. Sul piano normativo si sono registrate, da ultimo, la legge 4 aprile 2001, n. 154, il decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 aprile 2009, n. 38, recante «misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori», e contenente il rilevante e positivo inserimento nel nostro ordinamento del nuovo delitto di «atti persecutori» codificato come articolo 612- bis del codice penale, e il decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119, recante «disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, nonché in tema di protezione civile e di commissariamento delle province». Sul piano amministrativo e organizzativo l'11 novembre 2010 è stato approvato dal Ministro per le pari opportunità il Piano nazionale contro la violenza di genere e lo stalking . Sono passati cinque anni e non se conosce lo stato di attuazione e non se ne vedono effetti positivi soprattutto per quanto riguarda le misure preventive da porre in essere anche in collaborazione con gli enti locali. Nulla si sa neppure sul Piano d'azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere previsto dall'articolo 5 del citato decreto-legge n. 93 del 2013. Sentiamo, quindi, il dovere di denunciare le omissioni e l'indifferenza che hanno caratterizzato in Italia l'approccio al fenomeno determinandone l'assoluta insufficienza. Moltissimo, troppo, c'è ancora da fare. Nessuna seria analisi è stata fatta sulle possibili radici di un fenomeno caratterizzato da alcune costanti sociali e psicologiche, rappresentate sia dallo stereotipo femminile come figura nei confronti della quale viene spesso esercitato il potere maschile, sia dallo stereotipo maschile come figura che si sente realizzata solo in quanto esercita il potere sulla donna o sui figli, tanto più se minori, sia dall'incapacità (prevalentemente del maschio) di affrontare la separazione e di gestire il conflitto. Sui piani repressivo e generalpreventivo qualche azione in più è stata posta in essere. Ma riteniamo che appare sempre più necessario anticipare fortemente la difesa sociale a fasi antecedenti i fatti violenti divenuti ormai irreversibili, soprattutto quando (come riscontrato in quasi la metà dei casi) vi erano stati episodi precedenti. Il disegno di legge, pertanto, agisce su diversi fronti: culturale, formativo, legislativo. La sua elaborazione ha beneficiato degli apporti teorici e pratici frutto del lavoro e dell'esperienza di donne, criminologhe, associazioni e organizzazioni, che lavorano in tutti gli ambiti del contesto internazionale, nazionale e locale. L'importanza della prevenzione È sul piano dell'introspezione sociale che è mancata del tutto ogni azione efficace a livello delle istituzioni (lo hanno fatto solo soggetti privati come nel caso del già citato rapporto dell'EURES, che contiene analisi molto interessanti sulle componenti familiari, sul profilo dell'autore e, sulle dinamiche psicosociali). È parso che la nostra società non volesse mettersi in discussione nei propri modelli culturali e organizzativi. È in sede di prevenzione che emergono le maggiori carenze. Il fenomeno non è monitorato e non si conoscono dati ufficiali. Nessun programma è stato posto in essere, al di là delle mere declamazioni, per produrre il cambiamento dello stereotipo della donna e della cultura della violenza, né c'è un'analisi dei fattori sociali predisponenti. Ne consegue che non disponiamo di solide basi su cui impostare l'educazione, l'insegnamento scolastico, i programmi dei mezzi di informazione, i compiti dei servizi sociali, il ruolo delle comunità locali e delle regioni, il coordinamento con il privato sociale: tutte cose, invece, puntigliosamente elencate e imposte dagli strumenti sovranazionali e soprattutto dalla Convenzione di Istanbul «sulla prevenzione e la lotta contro la violenza di genere e la violenza domestica». Ancora meno sono stati impostati studi e programmi volti a porre in campo tecniche di gestione del conflitto a opera di tutti i servizi sociali di base in collegamento con scuola, polizia, comuni e altri soggetti. Eppure si tratta di un intervento che, imposto dalla Convenzione di Istanbul e già sperimentato in alcune realtà anglosassoni, si rivelerebbe di straordinaria importanza anche per l'educazione alla socialità e alla tolleranza come presupposti per impiantare una seria cultura della comunità, di cui il nostro Paese avrebbe estremo bisogno. Ecco perché è urgentissimo che il Parlamento se ne occupi presto e bene. La violenza, per essere realmente combattuta ha bisogno di un cambiamento culturale, e nessuna legge, anche la più rigorosa dal punto di vista penale, può fermarla se non è accompagnata da una volontà di cambiamento nel rapporto tra i sessi e le persone. Appare pertanto decisivo il ruolo di prevenzione che possono svolgere le scuole sin da quelle materne, con iniziative di sensibilizzazione, informazione, formazione ed educazione alla relazione. Importante anche la presenza di nuclei specializzati tra le Forze dell'ordine e nelle Aal, nonché di pool antiviolenza, anche con protocolli d'intesa tra le istituzioni. Le istituzioni devono farsi carico del fenomeno a 360º: ciò significa agire anche sugli uomini che la perpetrano, attraverso programmi riabilitativi con l'obiettivo di comprendere i motivi alla base della violenza e porre fine alla stessa all'interno delle relazioni affettive. Il disegno di legge affronta tutti questi aspetti della prevenzione con misure educative volte ad arginare il circuito della violenza, in quanto è proprio in sede di prevenzione che emergono le maggiori carenze. Il testo del disegno di legge Il capo II (Formazione, informazione, sensibilizzazione, promozione culturale) prevede una maggiore formazione e specializzazione degli operatori del settore, in modo da poter assicurare alle vittime di violenza un sostegno immediato e adeguato. Tale formazione comprende anche quella dei giudici al fine di rafforzare le loro competenze. Si prevede inoltre, nella stessa ottica di prevenzione delle cause del femminicidio, l'effettivo inserimento nelle scuole di figure professionali altamente specializzate per l'educazione alla relazione, al rispetto, all'amore. Cominciando già dalle scuole materne, dove cominciano a instaurarsi gli stereotipi di genere. È fatto obbligo di includere nei programmi scolastici temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati, il reciproco rispetto, la soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, la violenza contro le donne basata sul genere e il diritto all'integrità personale. Il capo III del disegno di legge è volto a potenziare le forme di assistenza e di sostegno alle donne vittime di violenza e ai loro figli attraverso una diffusa ed effettiva presenza in tutto il territorio nazionale dei Centri antiviolenza e Case-rifugio. Inoltre, si promuove l'istituzione di programmi di riabilitazione destinati agli autori della violenza. Infine, il capo IV (Misure di carattere penale e preventivo) prevede l'introduzione del delitto di violenza psicologica (richiesto dalla Convenzione di Istanbul), esclude per i reati di cui all'articolo 572 del codice penale gli sconti di pena previsti per i riti alternativi e prevede programmi di riabilitazione per i maltrattamenti da parte dell'amministrazione penitenziaria.. I OBIETTIVI 1 (Definizioni e finalità) 1 La presente legge è volta a contrastare ogni forma di violenza e discriminazione di genere, in quanto lesiva della libertà, della dignità e dell'inviolabilità della persona. 2 Ai fini della presente legge, si intende per: a «violenza nei confronti della persona»: un atto, verificabile, di violenza espressamente finalizzato a provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica; b «violenza domestica»: un atto, verificabile, di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verifica all'interno della famiglia o del nucleo familiare o tra coniugi o partner , indipendentemente dal fatto che l'autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima e che tra l'autore e la vittima sia cessata la relazione o sia intervenuta separazione, ancorchè solo di fatto; c «discriminazione di genere»: una distinzione o limitazione basata sul sesso, o sull'orientamento di genere, che ha lo scopo o l'effetto di compromettere o annullare il riconoscimento, il godimento o l'esercizio da parte della persona dei diritti umani e delle libertà fondamentali. II FORMAZIONE, INFORMAZIONE, SENSIBILIZZAZIONE, PROMOZIONE CULTURALE 2 (Misure per la promozione, da parte dei media , della soggettività femminile) 1 È fatto obbligo di sensibilizzare gli operatori dei settori dei media per la realizzazione di una comunicazione e informazione, anche commerciale, rispettosa della figura femminile, volta a non rappresentare la donna come oggetto sessuale, ad eliminare comunicazioni che associno il sesso alla violenza e, inoltre, ad eliminare espressioni quali «omicidio passionale» e « raptus ». 3 (Campagne di sensibilizzazione, informazione e formazione) 1 È fatto obbligo di informare e sensibilizzare la collettività, attraverso percorsi educativi e informativi, al fine di eliminare gli stereotipi culturali radicati nel nostro tessuto culturale. 2 Le amministrazioni pubbliche, nell'ambito delle proprie competenze, promuovono la formazione e la specializzazione di tutti gli operatori del settore, ivi compresa la formazione dei giudici al fine di rafforzare le loro competenze. 4 (Educazione scolastica contro la violenza e la discriminazione di genere) 1 Il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, nei limiti degli stanziamenti di bilancio disponibili a legislazione vigente, promuove l'educazione alla relazione contro la violenza e la discriminazione di genere nell'ambito dei programmi scolastici delle scuole di ogni ordine e grado, al fine di sensibilizzare, informare, formare gli studenti e prevenire la violenza nei confronti delle donne, anche attraverso un'adeguata trattazione della tematica nei libri di testo. L'educazione alla relazione è volta a favorire il rapporto con l'altro ed è fondata su una cultura delle pari opportunità. 2 Il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, nei limiti degli stanziamenti di bilancio disponibili a legislazione vigente, promuove l'istituzione, nei consigli d'istituto e nei collegi dei docenti delle scuole di ogni ordine e grado, del referente altamente specializzato per l'educazione alla relazione, preposto alla sollecitazione di misure educative a favore delle pari opportunità tra i generi e della promozione della soggettività femminile. 3 Con decreto del Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, adottato, di concerto con il Ministro competente per le pari opportunità, entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono stabilite le misure di attuazione delle disposizioni di cui ai commi 1 e 2. III TUTELA DELLE VITTIME DI VIOLENZA E DIFFUSIONE DEI CENTRI ANTIVIOLENZA SU TUTTO IL TERRITORIO NAZIONALE 5 (Nuclei specializzati in ambito forense e psicologico per l'assistenza delle vittime di violenza) 1 Le aziende ospedaliere e le aziende sanitarie locali assicurano l'attivazione di almeno un nucleo specializzato in ambito forense e psicologico per i problemi correlati alla violenza nei confronti delle donne. 2 Il nucleo specializzato di cui al comma 1, al fine di assicurare assistenza integrata alle vittime di violenza, garantisce l'intervento di personale sanitario adeguatamente formato per l'accoglienza, l'assistenza e la cura delle vittime di violenza. Il personale sanitario deve avere una specifica preparazione in campo forense e possibilmente anche in campo psicologico. L'assistenza richiesta garantisce, oltre agli interventi per la cura della vittima, l'adeguata effettuazione di esami, prelievi e refertazioni, che possono essere utilmente prodotti come prove della violenza in un'eventuale fase giudiziaria. 3 Il personale sanitario operante presso il nucleo specializzato di cui al comma 1 segue corsi di formazione appositamente organizzati. 4 Le aziende ospedaliere, con particolare attenzione alle strutture ospedaliere di pronto soccorso, e le aziende sanitarie locali assicurano che almeno una parte del personale sia adeguatamente formato per l'accoglienza, l'assistenza integrata e la cura delle vittime di violenza sessuale, maltrattamenti, stalking . Con decreto del Ministro della salute, di concerto con i Ministri della giustizia e del lavoro e delle politiche sociali, sono stabilite le modalità per la formazione del personale di cui al primo periodo attraverso seminari organizzati da esperti specializzati nella prevenzione della violenza di genere e sostegno alle vittime provenienti dai consultori pubblici, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Nella rete dei consultori pubblici o nelle unità sanitarie è possibile individuare le professionalità adeguate agli scopi della presente legge. 5 Il personale specializzato, secondo quanto previsto dal decreto di cui al comma 4, può predisporre piani di organizzazione annuale e di aggiornamento, richiedere l'appoggio di professionalità esterne al servizio pubblico come le organizzazioni non governative e le case e i centri delle donne. 6 (Programmi di riabilitazione destinati agli autori di violenze di genere, di abusi sessuali o maltrattamenti in famiglia) 1 È assicurato lo sviluppo e l'attivazione di azioni di recupero e di accompagnamento dei soggetti responsabili di atti di violenze di genere, di abusi sessuali o maltrattamenti in famiglia. Si tratta di interventi per l'ascolto e la riabilitazione psicologica, su base volontaria, degli autori di tali violenze. 7 (Diffusione e rafforzamento su tutto il territorio nazionale dei centri antiviolenza e dei servizi di assistenza alle donne vittime di violenza) 1 Le case e i centri destinati all'accoglienza, all'ospitalità o alla residenza temporanea, i centri d'ascolto, di accoglienza, di consulenza legale e psicologica, di raccolta dati, di informazione e di ricerca, di seguito denominati «case e centri delle donne», che agiscono senza fini di lucro e sono autonomi nelle metodologie, nei progetti, nella gestione e nelle modalità di rapporto con le istituzioni pubbliche o private, assicurano sostegno e solidarietà ad ogni donna, cittadina italiana o straniera, presente sul territorio italiano. 2 Le case e i centri delle donne si avvalgono di competenze appositamente acquisite e maturate nelle pratiche e nell'esperienza dell'accoglienza. 3 Al fine di offrire solidarietà ed accoglienza a tutte le donne che a essi si rivolgono e ai propri figli minori, è d'obbligo la diffusione e il rafforzamento dei centri antiviolenza e dei servizi di assistenza su tutto il territorio nazionale. Un terzo dei Fondi disponibili deve essere riservato all'istituzione di nuovi centri e di nuove case rifugio. IV MISURE DI CARATTERE PENALE E DI PREVENZIONE 8 (Modifiche al codice penale) 1 Dopo l'articolo 610 del codice penale è inserito il seguente: «Art 610- bis . - (Violenza psicologica) . – Chiunque con violenza o minaccia compromette seriamente l'integrità psicologica di una persona è punito con la reclusione da uno a cinque anni. Se la condotta è riconducibile a taluno dei delitti di cui all'articolo 572 la pena è aumentata». 9 (Modifiche al codice di procedura penale) 1 Al comma 2 dell'articolo 442 del codice di procedura penale, dopo le parole: «In caso di condanna,» sono inserite le seguenti: «eccetto che per taluno dei delitti di cui all'articolo 572 del codice penale,». 2 Al comma 1- bis dell'articolo 444 del codice di procedura penale sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «, e quelli di cui all'articolo 572 del codice penale». 10 (Previsione di programmi di riabilitazione da parte dell'amministrazione penitenziaria) 1 Entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, con decreto del Ministro della giustizia, adottato ai sensi dell'articolo 17, comma 3, della legge 17 agosto 1988, n. 400, sono stabiliti i programmi specifici di riabilitazione che sono realizzati dall’amministrazione penitenziaria e tenuti da personale qualificato anche esterno al carcere per i detenuti condannati per uno o più dei delitti previsti dalla sezione I del capo III del titolo XII del libro secondo del codice penale e dagli articoli 572, da 609- bis a 609- octies e 612- bis del medesimo codice, nonché dei reati di cui all'articolo 3 della legge 20 febbraio 1958, n. 75. 2 A seguito dei primi tre mesi di trattamento, il magistrato può valutare la frequenza e l'applicazione del detenuto nell'ambito di taluno dei programmi di cui al comma 1 ai fini della concessione dei permessi o della libertà condizionata.