Document Type: ddlpres
Token Count: $#tokens

Disposizioni per la riabilitazione storica degli appartenenti alle Forze armate italiane condannati alla fucilazione dai tribunali militari di guerra nel corso della prima Guerra mondiale, attraverso la restituzione dell'onore. Onorevoli Senatori . – In occasione delle celebrazioni della vittoria italiana nella prima Guerra mondiale, oggi Giornata dell'Unità nazionale e delle Forze armate, quale giornata celebrativa del completamento dell'unità nazionale italiana, spesso si fa riferimento alla disfatta di Caporetto, avvenuta un anno prima della conclusione del conflitto mondiale, e in alcuni articoli e in alcune interviste si fa cenno all'offesa all'umanità rappresentata dal « cadornismo » che incolpò della sconfitta la vigliaccheria dei soldati. Il generale Luigi Cadorna fu anche l'autore di una nefasta circolare che autorizzava fucilazioni e processi per diserzione e insubordinazione. Purtroppo neppure l'occasione della ricorrenza del centenario della conclusione della guerra è stata colta per risolvere la ferita aperta dalle inique condanne a morte. Venti anni fa è invece iniziata l'appassionante campagna per la restituzione dell'onore a quattro alpini fucilati a Cercivento, un paese della Valle del But, sede nel luglio 1916 di un processo farsa che coinvolse 80 militari della 109° Compagnia del Battaglione Monte Arvenis, con l'accusa di insubordinazione per essersi rifiutati di compiere una operazione suicida sul Monte Cellon. Le celebrazioni del centenario dell'evento straordinario della prima guerra di massa con conseguenze incredibili come la caduta di imperi potenti, la rivoluzione russa, l'impresa di Fiume, il fascismo, la repubblica di Weimar e infine il nazismo, purtroppo in Italia hanno evitato di fare i conti con la violenza della giustizia militare e di sanare ferite che impediscono una memoria condivisa. Sebbene l'esecuzione di Silvio Ortis, Basilio Matiz, Giobatta Coradazzi e Angelo Massaro non sia stata citata nel libro di Forcella e Monticone pubblicato nel 1968 e intitolato « Plotone d'esecuzione », questa pagina terribile ancora vive nell'animo di quello che è stato definito « il popolo duro » dallo studioso inglese Patrick Heady. Inoltre in questi anni sono stati prodotti spettacoli teatrali, libri, film e sono stati approvati documenti delle istituzioni pubbliche e appelli dei movimenti della società civile. Nella scorsa legislatura l'approvazione della proposta di legge dei deputati Scanu e Zanin per la riabilitazione dei soldati fucilati per atti di indisciplina e diserzione, nonostante sia stata votata all'unanimità da Montecitorio, si è bloccata al Senato sulla base di obiezioni al meccanismo previsto della revisione dei processi e delle possibili ricadute di rivendicazioni economiche, risarcitorie o pensionistiche. In questa legislatura al Senato è stato presentato un disegno di legge (atto Senato n. 991) il cui esame è iniziato sotto la presidenza Garavini della Commissione Difesa. Si sono svolte le audizioni di storici e di esperti che hanno valutato positivamente la soluzione proposta ed è stato istituito un Comitato ristretto. « La memoria dei mille e più italiani uccisi dai plotoni di esecuzione interpella la nostra coscienza di uomini liberi e il nostro senso di umanità »: questa frase espressa autorevolmente dal Presidente della Repubblica Mattarella impegna a trovare una soluzione che restituisca l'onore ai « fucilati per l'esempio ». Sarebbe pertanto incomprensibile oggi non trovare una soluzione condivisa che restituisca l'onore alle centinaia di vittime di un militarismo ottuso e incapace. Altri Stati lo hanno fatto, come Francia e Gran Bretagna. Il Presidente Sarkozy nel novembre del 2008 riabilitò politicamente i 675 militari giustiziati tra il 1914 e il 1918 rendendo omaggio a tutte le vittime del massacro, compresi « i fucilati per l'esempio », che erano stati condannati per ammutinamento, diserzione, disobbedienza o automutilazioni. Un omaggio e una riparazione già suggerita dieci anni prima da Lionel Jospin secondo il quale quei soldati dovevano essere reintegrati pienamente nella memoria collettiva nazionale. La Gran Bretagna con una legge ha riabilitato la memoria di 306 soldati giustiziati durante la Grande guerra. L'Italia continua a dimenticare 750 soldati condannati a morte e fucilati, a cui vanno aggiunte le vittime delle esecuzioni sommarie. La soluzione deve avere quindi il carattere della riconciliazione. In alcune regioni, in particolare in Friuli Venezia Giulia, è ancora vivo nella popolazione il ricordo delle tragedie di cento anni fa e le istituzioni, dal Consiglio regionale al consiglio della provincia di Udine, hanno chiesto ripetutamente una soluzione di giustizia. Il 20 novembre 2017 l'associazione La Società della Ragione ha organizzato a Udine un convegno affinché venisse approvata dal Parlamento la proposta di legge. In quell'occasione Franco Corleone, che già nel 2000 come sottosegretario alla Giustizia si era occupato del problema, favorendo l'approvazione di un ordine del giorno della Commissione Difesa della Camera dei deputati, illustrò un testo di legge che partendo dallo schema della proposta di legge approvata dalla Camera era centrato sulla restituzione dell'onore alle vittime di decisioni esemplari da parte della Repubblica. Costruire una memoria condivisa sulla base anche dei princìpi della Costituzione, tra i quali l'articolo 27 che sancisce il rifiuto della Repubblica della pena di morte, in nessun caso e senza eccezioni, costituirebbe un segno di forza dei princìpi. Un testo di legge, quindi, teso a costruire una memoria condivisa di quegli eventi sulla base dei principi della Costituzione, contribuisce a ridare forza a un'esigenza storica e sociale che il Consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia – come ricorda anche il Presidente del Consiglio medesimo Piero Mauro Zanin – aveva già formalizzato con una mozione approvata all'unanimità alcuni anni fa ed ora recentemente ribadita con l'approvazione unanime di un ordine del giorno per continuare a non dimenticare l'ingiustizia subita dagli alpini appartenenti alla 109^ compagnia dell'8° Reggimento, Battaglione Arvenis, fucilati a Cercivento. Se di riabilitazione postuma non si potrà parlare, che sia però un'effettiva, cosciente e fondamentale restituzione dell'onore anche a beneficio di un territorio che ha sempre difeso e onorato i suoi figli caduti, così come evidenziato nel documentario « Cercivento, una storia che va raccontata », prodotto dalla Regione e presentato poco più di un anno fa alla Sala Nassyria a Palazzo Madama. Non si può più dire che il problema « è ben altro ». L'approvazione di una legge di riconciliazione e di costruzione di una memoria senza ombre e censure non è dunque un fuor d'opera o un diversivo. Il 12 ottobre è iniziato un digiuno collettivo che intende proseguire fino all'approvazione della legge. La presentazione di questo disegno di legge vuole dare sostegno a questa campagna dal basso, di dialogo e non violenza e rifiutare operazioni al ribasso, sotterfugi, o dilazioni incomprensibili. Franco Corleone ha curato la pubblicazione di un racconto sulla prima Guerra mondiale di un italo-americano, Silvio Villa, intitolato « Un episodio di guerra », sulla esperienza di un amico ritrovato al fronte e che venne ucciso per essersi rifiutato di compiere una azione suicida per i suoi soldati. Nell'introduzione « Eroi e disobbedienti » Corleone racconta la vicenda di Aldo Rosselli, morto sul Pal Piccolo, montagna strategica e aspramente contesa, situata proprio di fronte al Monte Cellon, nel marzo 1916. Era il fratello maggiore di Carlo e Nello Rosselli, gli antifascisti trucidati nel 1937 da ignobili sicari in Francia. Lo sforzo dunque è quello di tenere insieme la memoria di un interventista mazziniano e quella di montanari e contadini mandati al fronte del tutto inconsapevoli. Nei tre anni di guerra furono coinvolti più di cinque milioni di soldati , a cui vanno aggiunti 200.000 ufficiali. Circa il 6 per cento fu oggetto di denuncia ai tribunali militari, pari a 870.000 soggetti, di cui ben 470.000 erano emigrati che non risposero alla chiamata alle armi (Alberto Tarchiani nel 1915 lamentava che negli Stati Uniti solo 65.000 uomini su 400.000 avessero risposto alla chiamata alle armi). Il 60 per cento delle denunce si tradusse in condanne la cui espiazione venne rimandata a dopo la guerra. Infine, 4.000 furono le condanne a morte comminate dai tribunali (quasi 3. 000 in contumacia) di cui 730 eseguite e 311 non eseguite. Almeno 300 furono le fucilazioni sul campo e le decimazioni. Questi numeri impressionanti testimoniano la straordinarietà della prima Guerra mondiale con un ruolo delle masse assolutamente inedito. La classe dirigente non era in grado di comprendere tale trasformazione e soprattutto non si assunse il compito di motivare i soldati e di spiegare loro le ragioni della guerra. Chi faceva davvero la guerra assisteva a ingiustizie e privilegi. Il Governo e il Comando militare scelsero invece la strada della repressione preventiva con l'emanazione del bando del 28 luglio 1915 di Luigi Cadorna e successivamente delle punizioni dure e insensate fondate su altre circolari. A proposito di Cadorna, della disfatta del 24 ottobre 1917, e del suo bollettino contro i soldati, è opportuno ricordare l'intervento nella seduta segreta della Camera dei deputati del 14 dicembre dell'onorevole Michele Gortani, eletto nel collegio di Tolmezzo. Si tratta di una puntuale requisitoria in ventun interrogativi che sono riportati integralmente nel volume di Diego Carpenedo che è stato senatore della Carnia ed è ora promotore della campagna per ristabilire verità e giustizia per i fatti del 1916 sul Cellon. In particolare Gortani incolpava il Governo di aver sacrificato durante due anni di guerra il miglior fiore della gioventù italiana per l'ostinazione di voler compiere offensive per le quali mancavano i mezzi, di pretendere che i reticolati si dovessero infrangere con i petti umani. Insisteva a chiedere ragione della copertura offerta a innumerevoli errori tattici e strategici, dalla sottovalutazione dei consigli di Cesare Battisti in Trentino nel 1915 alla mancata creazione di una flotta aerea, dall'insuccesso sanguinoso dell'Ortigara all'abbandono del Cadore e della Carnia, munitissime e preziose per la difesa e utili per la riscossa. Questo può servire ad aprire una riflessione sulla giustizia militare come vera giustizia di classe, contro la certezza del diritto e senza un reale diritto della difesa. Nel fondamentale volume « Plotone di esecuzione », uscito nel 1968, un anno dopo la pubblicazione della relazione ufficiale su Caporetto, si parla di 166 sentenze con una scelta su circa 100.000. Ebbene la quasi totalità riguarda la truppa, i soldati politicizzati, socialisti o anarchici, pacifisti, i disperati, i diseredati, i contadini del sud spesso analfabeti: « diserzioni, ammutinamenti, discorsi e corrispondenze disfattiste, casi di autolesionismo, ribellioni di vario tipo, atti di codardia in faccia o in presenza del nemico (su questa elegante questione di diritto si decise spesso la vita di un uomo) ». Tale specificità emerge anche dalla raccolta di lettere di combattenti selezionate da Adolfo Omodeo che Piero Pieri definisce « straordinariamente importante per la storia dell'animo con cui fu combattuta la grande guerra, per la documentazione di quanto, consciamente o no, fossero permeate del migliore spirito mazziniano le migliaia di ufficiali di complemento, eletta espressione della media e piccola borghesia italiana che, credenti per la prima cosa nella religione del dovere, avevano guidato nell'aspra lotta il popolo italiano, condividendone sacrifici e speranze ». Chiosa Forcella: « Non si discute l'entusiasmo, il valore, lo spirito di sacrificio e la “religione del dovere” che le migliaia di ufficiali di complemento, espressione della piccola e media borghesia, dimostrarono nel corso della guerra. Sta però il fatto che le lettere dei caduti raccolte dall'Omodeo e i valori che esse testimoniano costituiscono soltanto la testimonianza dell'animo con cui gli ufficiali di complemento combatterono la loro guerra. Non dicono nulla, o quasi, sull'animo con cui la combatterono i soldati. La storia che ci raccontano i documenti di quest'ultimi è sensibilmente diversa da quella che raccontano i loro comandanti ». Tanti giganti della letteratura si sono confrontati con la realtà e la follia della prima Guerra mondiale e con lo sfondamento di Caporetto, da Gadda a Hemingway che intitolò il suo capolavoro con un titolo evocativo « Addio alle armi » e che nella sua prefazione si riferisce al « continuo, prepotente, mortifero e sciatto crimine della guerra ». E come non citare Giuseppe Ungaretti che stampò proprio a Udine il mitico « Il Porto sepolto » in ottanta copie nel 1916? Quello della prima Guerra mondiale fu periodo caratterizzato dalla presenza di istanze diverse, come messo in luce dallo storico Mario Isnenghi, e da grandi contraddizioni. È utile riportare una frase di Renato Serra, acuto critico letterario morto sul Podgora nel 1915 e che ebbe una testimonianza di intenso rispetto da parte di Antonio Gramsci sul « Grido del Popolo » del 20 novembre 1915: « Ma ora non possiamo aspettarci più nulla da Renato Serra: la guerra l'ha maciullato, la guerra della quale egli aveva scritto con parole così pure, con concetti così ricchi di visioni nuove e di sensazioni nuove. Una nuova umanità vibrava in lui; era l'uomo nuovo dei nostri tempi, che tanto ancora avrebbe potuto dirci ed insegnarci. Ma la sua luce s'è spenta e noi non vediamo ancora chi per noi potrà sostituirla. Laggiù in città si parla forse ancora di partiti, di tendenze opposte; di gente che non va d'accordo; di gente che avrebbe paura, che si rifiuterebbe, che verrebbe a malincuore. Può esserci anche qualche cosa di vero, finché si resta per quelle strade, fra quelle case. Ma io vivo in un altro luogo. In quell'Italia che mi è sembrata sorda e vuota quando la guardavo soltanto; ma adesso sento che può esser piena di uomini come son io, stretti dalla mia ansia e incamminati per la mia strada, capaci di appoggiarsi l'uno all'altro, di vivere e di morire insieme, anche senza saperne il perché: se venga l'ora. E questa è tutta la certezza che mi bisognava. Non mi occorrono altre assicurazioni sopra un avvenire che non mi riguarda. Il presente mi basta; non voglio né vedere né vivere al di là di quest'ora di passione. Comunque debba finire, essa è la mia; e non rinunzierò neanche a un minuto dell'attesa, che mi appartiene » (da « Esame di coscienza di un letterato », La Voce , Firenze, 1915). Riteniamo utile consegnare alla riflessione anche il testo dell'orazione civile pronunciata dallo storico Guido Crainz il 1° luglio 2016 a Cercivento, in occasione dell'anniversario della fucilazione di quattro alpini in Carnia a cui partecipò anche il Presidente Franco Marini: « È accaduto qui, un secolo fa: nella prima Guerra moderna, che travolgeva imperi e culture, modi di pensare e modi di vivere dell'intera Europa. All'indomani di essa “nulla era rimasto immutato fuorché le nuvole”, scriveva Walter Benjamin ». Di quella guerra stiamo parlando e qui si è svolto il dramma di un secolo fa: dentro una tragedia mondiale e al tempo stesso dentro il vissuto di una comunità. Sono molte le ragioni che ci portano qui: in primo luogo il dovere di onorare Silvio Gaetano Ortis, Giovanni Battista Coradazzi, Basilio Matiz e Angelo Primo Massaro, fucilati ingiustamente. Il dovere di onorare loro e i loro compagni lo ha fatto bene Diego Carpenedo ne « La compagnia fucilati »; loro, le loro famiglie e i loro discendenti, nel dolore di allora e nella sofferenza per l'esclusione dei loro cari dalla memoria nazionale. Questo però non è solo un luogo del dolore: è il luogo da cui ha preso forza la richiesta che questa esclusione cessi, seguito di una riflessione nazionale. È stato un segnale al Paese il cippo messo vent'anni fa dal comune di Cercivento: « un atto di riparazione deciso dal basso, un corale gesto di pietà storica », come ha scritto Maria Rosa Calderoni, che a questa storia si è appassionata. Siamo qui anche perché questo luogo invita ad interrogarsi su grandi nodi: il dolore e la morte, il modo di intendere la patria e l'onore, la vita e il rispetto de1l'umanità. C'è tutto, in questa vicenda, e sono noti i fatti e il clima in cui si svolse, ricostruiti per la prima volta molti anni fa da Gian Paolo Leschiutta. Eravamo nel pieno di una guerra che immetteva a forza milioni di uomini nella « grande storia », nei suoi aspetti più terribili e feroci. Strappandoli alla loro vita quotidiana, trascinandoli violentemente in una « modernità » che non ha più come cardine il progresso, come era stato sino ad allora, ma la distruzione e l'annientamento. Un trauma radicale per l'intero Occidente. E quella guerra ferocemente moderna fu combattuta – non solo in Italia – con una cultura militare arcaica, con codici autoritari e disumani. Un aspetto a lungo rimosso: lo portava alla luce quasi mezzo secolo fa un libro scritto da uno storico intensamente cattolico, Alberto Monticone, e da un intellettuale rigorosamente laico, Enzo Forcella. In quel libro, « Plotone di esecuzione », Forcella si interrogava sulle centinaia di migliaia di denunce e sui processi per « discorsi disfattisti, diserzioni, ammutinamenti, ribellioni in faccia o in presenza del nemico » (su questa elegante questione di diritto – annotava – si decide spesso la vita di un uomo). Alberto Monticone ci aiutava invece a ricordare le leggi militari di allora: entriamo nella « grande guerra », osservava, con gli stessi codici con cui Carlo Alberto aveva combattuto la prima Guerra di indipendenza. Ancora Monticone ci ricordava il clima di quel 1916, con l'offensiva austriaca che a maggio travolge lo schieramento italiano in Trentino (la Strafexpedition ). Già allora, come farà dopo Caporetto, il generale Cadorna nega responsabilità ed errori dei vertici militari e rovescia ogni colpa sulla presunta codardia dei soldati: e parlava di uomini che si stavano battendo con enorme senso del sacrificio in una guerra devastante. L'offensiva austriaca provoca l'inasprirsi di misure già durissime: Cadorna ordina con sempre più forza di ricorrere a processi ed esecuzioni sommarie, e il 1° novembre introduce ufficialmente il sorteggio per procedere alla fucilazione. Fra quelle due date, fra il maggio ed il novembre del 1916, vi è il dramma che si è svolto qui. I fatti sono duri come le rocce, a partire dall'ordine di attacco dato a un plotone del Battaglione Monte Arvenis: conquistare la cima orientale del Monte Cellon, una cresta liscia e priva di elementi che possano facilitare l'avanzata; conquistarla in pieno giorno, senza il sostegno dell'artiglieria e senza azioni di appoggio. Un'azione decisa irresponsabilmente dai vertici militari, e agli alpini del plotone apparve subito per quel che era: una insensata azione suicida. Conoscono i luoghi, quegli alpini: è di Timau Matiz ed è di Paluzza Ortis; è ancora della Carnia, di Forni di Sopra, Coradazzi, ed è di Maniago invece Massaro. Si vedano però tutti i luoghi di nascita degli alpini di quel plotone: oltre a questi comuni troviamo quelli di Comeglians, Verzegnis, Illegio, Ravascletto, Socchieve, Enemonzo, Cimolais, Claut, Ovaro, Cavazzo, Caneva di Tolmezzo; ma anche Caneva di Sacile, e poi Sacile, Fanna, Aviano, Pordenone, Castions e altri paesi ancora. Una vera e propria « geografia del Friuli » completata da una presenza, sia pur esigua, dell'Italia centrale e meridionale. Sono questi alpini che considerano suicida e insensata quell'azione: propongono di conquistare la cima in altro modo (con un'azione notturna, e con i necessari appoggi e coperture, e magari con ai piedi i silenziosi « scarpets » della Carnia invece dei rumorosi scarponi), ma non ci fu nulla da fare, e di fronte all'irresponsabile diniego del comandante si rifiutano di uscire dai baraccamenti. Di qui l'arresto del plotone e l'accusa di rivolta di fronte al nemico, molto più grave di altre possibili, come l'ammutinamento (eccole, le « eleganti questioni di diritto su cui si decide spesso la vita di un uomo », per dirla con l'amara ironia di Forcella). Di qui i processi e l'esecuzione dei quattro alpini, senza preoccuparsi troppo se siano realmente responsabili di quei fatti (Matiz non vi partecipa direttamente e non è neppure accusato di averlo fatto), mentre ad altri ventinove alpini vennero comminate pene da quattro a quindici anni. Comunque si proseguì con gli attacchi frontali, ma la storia insegna che la tattica suggerita dai « rivoltosi » venne, in seguito, applicata e si rivelò vincente. Ma l'onore dei quattro fucilati, così come quello di tutti coloro che allora furono giustiziati sommariamente e ingiustamente deve ancora essere restituito. Nel 1919 un'amnistia ha sì cancellato le sentenze, ma non ha fatto né risorgere i morti né ridato loro la giusta riabilitazione. Siamo in ritardo rispetto agli altri Paesi europei belligeranti. Confidiamo che il Parlamento approvi la proposta di legge sui giustiziati per colpe disciplinari, che ridarà loro almeno la riabilitazione della memoria. Quattro alpini, con il loro valore e le loro storie. E con il loro amore per la patria: Ortis è stato decorato al valor militare per la guerra di Libia, e Massaro è tornato da Düsseldorf, dove lavorava, per combattere per l'Italia. Uomini in carne ed ossa, con le loro vite e i loro affetti, condannati con un processo sommario: un processo-farsa. Le carte d'archivio non documentano tutto, ma documentano abbastanza per farci comprendere la disumanità e l'enormità di quel processo e di quella sentenza. E c'è qualcosa che le carte d'archivio non riusciranno mai a raccontare: lo stravolgimento dei vissuti; le sofferenze delle vittime, dei loro familiari, dei loro commilitoni ed amici. Uno stravolgimento che inizia prima della condanna e prima ancora dell'episodio che porta ad essa. Uno stravolgimento dei princìpi di umanità, e al tempo stesso uno stravolgimento che coinvolge un intero mondo e anche i luoghi: e in questo caso i luoghi erano spesso conosciuti e amati. Non avviene solo qui, non avviene solo in Carnia. Molte testimonianze europee hanno al centro proprio lo stravolgimento della natura prodotto dalla guerra. « Alberi falciati come campi di grano », scriveva Henri Barbusse, antimilitarista convinto ma volontario per difendere la Francia invasa. E un soldato tedesco annotava: « Il bosco che circonda il campo di battaglia sarà assassinato con la stessa certezza con cui il soldato sarà ucciso mentre guida l'attacco. Il bosco assassinato è il mio compagno ». È lo stesso stravolgimento evocato quarant'anni fa da Leonardo Zanier, poeta della Carnia e del mondo, parlando proprio di queste montagne, Las Monts : « iù das Gjermanias/ e su das Sicilias/ (giù dalle Germanie e su dalle Sicilie – diceva quella poesia) a emplelas di canonadas/ (a riempirle di cannonate). Las barelas van suvueitas/ e tornin iù cjamadas/ (le barelle salgono vuote e scendono cariche) ». In quella stessa raccolta (che richiama la prima Guerra mondiale fin dal titolo, Che Diaz ... us al meriti ) Zanier proponeva il suo Projekt für einen Grabstein al pass di Mont di Cros, Progetto per una lapide al passo di monte Croce , giustamente in due lingue. Proponeva di dedicarla a « Joseph Schneider von Mauthen, ch'a vena stai sartor (Giuseppe Schneider, che vorrebbe dire sarto, di Mauthen) e a Bepo di Lanudesc, murador, ex emigrant in Austria » che si erano uccisi a vicenda sul Freikofel. Qui si è svolta dunque la tragedia del giugno e del luglio del 1916 e qui la dobbiamo ricordare, grati a quanti ce l'hanno fatta conoscere, ma in realtà l'avevamo già vista, questa storia: con altri protagonisti e su altri fronti ma la stessa, identica storia. L'aveva raccontata a tutto il mondo nel 1957 un maestro del cinema come Stanley Kubrick in un film-capolavoro: « Orizzonti di gloria ». Difficile dimenticare quel film dopo averlo visto: con gli alti comandi che vogliono imporre a tutti i costi una missione suicida; con un plotone che la rifiuta ed è accusato di tradimento; e con l'esecuzione difesi dal loro sensibile comandante, uno straordinario Kirk Douglas. Il film fu vietato in Francia per quasi vent'anni, sino al 1975: una grande amarezza per Kubrick, che si attenuò solo pochi mesi prima della sua morte. È infatti del novembre del 1998 il discorso del Presidente francese Lionel Jospin che chiedeva di accogliere nella memoria collettiva i soldati fucilati nella prima Guerra mondiale « pour l'exemple »: « soldati che avevano già duramente e gloriosamente combattuto », disse Jospin. Dieci anni dopo, nel 2008, le parole di Jospin sono state fatte proprie dal Presidente Nicolas Sarkozy e alcuni atti simbolici sono stati compiuti: nel Museo dell'esercito, all' Hotel national des Invalides , oggi vi è uno spazio dedicato ai « fusillés pour l'exemple » (fucilati per l'esempio): un'espressione terribile. In Inghilterra è stata approvata dieci anni fa, nel 2006, una misura di legge che considera « caduti per la patria » i fucilati in seguito a sentenze dalle corti marziali (e già in precedenza ad essi era stato dedicato un memoriale). La stessa via era stata già percorsa dalla Nuova Zelanda e dal Canada. In questo più ampio scenario si colloca il ripensamento ancora incompiuto dell'Italia, avviato vent'anni fa proprio da qui, sostenuto in modo crescente dalle amministrazioni e dalla popolazione di Cercivento, della Carnia e della regione. Con i primi risultati, a partire dalla risoluzione del 2000 della Commissione Difesa della Carnera che auspicava un processo di revisione (risoluzione fatta propria dal Governo: poteva annunciarlo con soddisfazione il sottosegretario alla Giustizia di allora, Franco Corleone, che si era impegnato per questa causa). In tempi più recenti sono cresciuti appelli ed iniziative – si sono espressi anche il Consiglio regionale e quello della provincia di Udine – sino alla proposta di legge per la riabilitazione dei soldati fucilati per atti di indisciplina e diserzione, approvata all'unanimità dalla Camera nel maggio 2015 e rimasta ferma poi al Senato. Non c'è dubbio: « la memoria dei mille e più italiani uccisi dai plotoni di esecuzione interpella la nostra coscienza di uomini liberi e il nostro senso di umanità », come è stato autorevolmente detto. Li interpella, perché chiedere questa riflessione, e chiedere atti ufficiali che la rendano pubblica e condivisa, non significa certo voler riscrivere la storia con spirito orwelliano, come qualcuno ha detto per opporsi alla legge. Non significa cioè volerla modificare a proprio arbitrio, annullando ogni altro pensiero. Riflettere su questi eventi non significa neppure mettere in discussione la disciplina in sé, o l'esercito in sé come forse qualcuno ha paventato o paventa. Lo dico avendo negli occhi le parate che si tengono il 2 giugno di ogni anno: questo è l'esercito di un Paese democratico, e proprio per questo è giusto chiedere che le ingiustizie e le disumanità del passato siano condannate in modo fermo e chiaro. E che le vittime incolpevoli siano almeno riabilitate agli occhi del Paese: l'unica consolazione, purtroppo, che possiamo offrire ai loro discendenti. Non si chiederebbe questa revisione se non si avesse un vero amore per la patria: una patria che deve identificarsi con la giustizia e l'umanità. Anche per questo dobbiamo essere molto grati a chi ha avviato questa riflessione con il coraggioso cippo posto in quei luoghi vent'anni fa. Anche per questo, un secolo dopo, siamo qui a dire: Onore a voi, Silvio Gaetano Ortis, Giovanni Battista Coradazzi, Basilio Matiz, Angelo Primo Massaro.. 1 1 La Repubblica, che ai sensi dell'articolo 27 della Costituzione non ammette la pena di morte, decide la restituzione dell'onore agli appartenenti alle Forze armate italiane che, nel corso della prima Guerra mondiale, furono fucilati con sentenze emesse dai tribunali militari di guerra, ancorché straordinari. Promuove ogni iniziativa volta al recupero della memoria di tali caduti, in particolare ogni più ampia iniziativa di ricerca storica volta alla ricostruzione delle drammatiche vicende della prima guerra mondiale, con specifico riferimento ai tragici episodi dei militari condannati alla pena capitale. 2 1 I nomi dei militari delle Forze armate italiane che risultino essere stati fucilati nel corso della prima guerra mondiale in forza del disposto dell'articolo 40 del codice penale per l'esercito, approvato con regio decreto 28 novembre 1869, e della circolare del Comando supremo n. 2910 del 1° novembre 1916, sono inseriti, su istanza di parte presentata al Ministro della difesa, nell'Albo d'oro del Commissariato generale per le onoranze ai caduti. 2 Dell'inserimento di cui al comma 1 è data comunicazione al comune di nascita del militare per la pubblicazione nell'albo comunale. 3 Nel complesso del Vittoriano in Roma è affissa la seguente iscrizione: « Nella ricorrenza del centenario della Grande guerra e nel ricordo perenne del sacrificio di un intero popolo, l'Italia onora la memoria dei propri figli in armi, vittime della crudele giustizia sommaria. Offre la testimonianza di solidarietà ai soldati caduti, ai loro familiari e alle popolazioni interessate, come atto di riparazione civile e umana ». Lo stesso testo è esposto, con adeguata collocazione, in tutti i sacrari militari. 3 1 Sugli eventi oggetto della presente legge relativi alle fucilazioni e alle decimazioni, il Ministero della difesa dispone la piena fruibilità degli archivi delle Forze armate e dell'Arma dei carabinieri per tutti gli atti, le relazioni e i rapporti legati alle operazioni belliche, alla gestione della disciplina militare nonché alla repressione degli atti di indisciplina o di diserzione, ove non già versati agli archivi di Stato. 4 1 Al fine di promuovere una memoria condivisa del popolo italiano sulla prima guerra mondiale il Comitato tecnico-scientifico per la promozione di iniziative di studio e ricerca sul tema del « fattore umano » nella prima guerra mondiale, di cui al decreto del Ministro della difesa 16 dicembre 2014, promuove la pubblicazione dei propri lavori, in forme che assicurino la massima divulgazione. 5 1 All'attuazione delle disposizioni della presente legge le amministrazioni interessate provvedono nell'ambito delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente e, comunque, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.