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Disposizioni in materia di statistiche e politiche di genere. Onorevoli Senatori. -- Da oltre 10 anni il CNEL ha posto il tema della rilevazione delle statistiche di genere alla base di una propria specifica iniziativa legislativa. Nell'attuale Consiliatura, e in occasione della riproposizione della proposta al nuovo Parlamento a seguito delle consultazioni del febbraio 2013, si è ritenuto utile ripresentare un nuovo disegno di legge sul tema, considerando le novità intercorse tra la prima proposta e la situazione attuale sia in termini culturali che in termini istituzionali ed economico-sociali. Almeno due temi fanno, infatti, delle politiche di genere uno dei nodi centrali della attuale crisi italiana. Il primo, e più immediatamente evidente, è quello dello scarto tra la presa di coscienza del proprio ruolo nella realtà economica, sociale e culturale del nostro paese, che coinvolge la parte maggioritaria dell'universo femminile, e la resistenza ad accettare questa nuova realtà da parte del complesso della società. Resistenza che si esprime in forme sempre più accentuate di conflitto per arrivare alle forme di violenza morale e fisica, e a quelle manifestazioni estreme che danno luogo a un crescente numero di «femminicidi». Insieme, la pur evidente crescita del ruolo delle donne nella società italiana non ha ancora rimosso alcune oggettive condizioni di discriminazione che ostacolano una reale parità di genere, sia in termini di riconoscimenti professionali che di pieno inserimento nel processo produttivo. Basta guardare alle più recenti rilevazioni Eurostat per verificare come, con la disoccupazione giovanile, il basso indice di occupazione femminile si collochi tra i fattori negativi del nostro quadro economico sociale, e contribuisca a creare un differenziale negativo tra i tassi di sviluppo della nostra economia e quelli più dinamici di altri paesi dell'Unione europea. Infatti «nonostante la maggiore tenuta dell'occupazione femminile negli anni della crisi, la quota di donne occupate in Italia rimane, comunque, di gran lunga inferiore a quella dell'Ue e concentrata nei servizi: nel 2012 il tasso di occupazione femminile si attesta al 47,1 per cento contro un 58,6 per cento della media Ue27 (59,8 Ue15)» (Rapporto ISTAT 2013, pag. 110). L'interconnessione tra le diverse economie dell'Unione rende, peraltro, indispensabile che i diversi paesi realizzino le condizioni per una maggiore convergenza delle loro politiche economico-sociali. Si colloca certamente in tale quadro l'esigenza di stimolare i diversi paesi a mettere in atto incisivi provvedimenti per la realizzazione di politiche di coesione di genere, anche nel quadro di processi di vigilanza degli organismi europei. È per questi motivi che è tornato di pressante attualità il tema dell'adeguamento della rilevazione, produzione e diffusione delle statistiche di genere in tutti gli ambiti economici, culturali e sociali. Tale impegno era stato assunto solennemente dal Governo italiano insieme ai paesi sottoscrittori della piattaforma della conferenza dell'ONU sulla condizione femminile svoltasi a Pechino nel 1995. Da tale impegno erano scaturite diverse Raccomandazioni dell'Unione Europea ed alcuni disegni di legge, presentati al parlamento italiano nelle precedenti legislature, che non hanno concluso il loro iter . Inoltre, nel quadro dell'ampia collaborazione istituzionale sui temi economico-sociali che il CNEL offre costantemente al Governo e al Parlamento, lo stesso Governo sollecitò il Consiglio, nel 1999, a promuovere la sessione di verifica del «Patto Sociale per lo sviluppo e l'occupazione» dedicata alle Pari opportunità. Nel corso di tale iniziativa emersero serie carenze strutturali nella rilevazione dei dati, e tutte le parti sociali sottolinearono l'esigenza di poter disporre in modo sistematico di una lettura di genere delle statistiche ufficiali, anche al fine di poter effettuare una corretta valutazione dell'impatto delle normative sulle politiche di pari opportunità. Esigenza che, nel corso di questi ultimi anni, si è ulteriormente rafforzata anche alla luce dell'elaborazione dei rapporti periodici sugli andamenti generali, settoriali e locali del mercato del lavoro, che il CNEL svolge annualmente come disposto dall'articolo 10 della propria legge istitutiva. Tali rapporti dimostrano, infatti, che il basso tasso di attività della popolazione femminile in età lavorativa continua ad essere il dato strutturale più problematico del mercato del lavoro italiano, quello che più ci allontana dai target della strategia Europa 2020, e che, per alcuni aspetti, si è ulteriormente aggravato negli ultimi anni (soprattutto nel Sud e per quanto riguarda il lavoro autonomo). Non deve trarre in inganno l'apparente tenuta, e anzi l'apparente andamento in controtendenza, dell'occupazione femminile nel nostro paese in questi anni di crisi. È vero, infatti, che «ad agosto l'occupazione maschile è diminuita dello 0,4 per cento in termini congiunturali e del 2,8 per cento su base annua (mentre) l'occupazione femminile (è cresciuta) dello 0,5 per cento rispetto al mese precedente e dello 0,4 per cento nei dodici mesi»; e che mentre «il tasso di occupazione maschile, pari al 64,7 per cento, (è diminuito) di 0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 1,9 punti su base annua, quello femminile, pari al 47,1 per cento, (è aumentato) di 0,2 punti in termini congiunturali e di 0,3 punti percentuali rispetto a dodici mesi prima» (ISTAT, 1º ottobre 2013). Così come non deve illudere l'apparente maggior dinamismo delle donne nella ricerca di un lavoro, dal momento che, alla crescita del numero dei ricercanti nuova occupazione nell'ultimo anno, «una parte non esigua è ascrivibile all'aumento di chi, prima inattivo e con precedenti esperienze di lavoro, ha deciso di cercare lavoro e di chi è in cerca di prima occupazione, in entrambi i casi soprattutto donne» (Rapporto ISTAT 2013, pag. 95). Infatti persistono ancora difficoltà a trovare lavoro e ciò determina uno scarto tra la popolazione attiva e quella «potenzialmente attiva», pari a circa 3 milioni di unità. Sempre l'ISTAT documenta come «tra le forze di lavoro potenziali (sia) aumentata la quota di quanti dichiarano come motivazione della mancata ricerca lo scoraggiamento: non si cerca più un lavoro perché si ritiene di non poterlo trovare e, anche in questo caso, il fenomeno interessa soprattutto le donne, in particolare nel mezzogiorno,». E sono parimenti espressione evidente di discriminazione di genere altri indicatori presenti nel citato rapporto ISTAT: «Il lavoro atipico rimane più diffuso tra le donne (14,6 per cento in confronto al 10,6 per cento degli uomini), nelle regioni meridionali (14,6 per cento in confronto all'11,4 per cento del Centro-Nord) [ ... ] Molti atipici, inoltre, hanno responsabilità familiari: il 36 per cento è un genitore, percentuale di poco più bassa rispetto a chi invece è figlio --38,5 per cento» ( idem , pag. 101 e cfr. tab. 3,1, pag. 102), Ed è facile intuire su che «genere» gravi, in prevalenza, il ruolo di supporto alle responsabilità familiari. E ancora: «La probabilità che un lavoro temporaneo si trasformi in uno standard è particolarmente ridotta per le donne (11,9 per cento)», contro il 16 per cento per gli uomini. Il carattere duale del nostro mercato del lavoro è confermato anche se si guarda al mondo del lavoro degli immigrati: infatti «negli anni si è accentuato il processo di concentrazione soprattutto delle donne immigrate su poche professioni: appena due professioni (assistenti domiciliari e collaboratrici domestiche) coinvolgono più della metà delle occupate straniere, mentre nel 2008 ne erano necessarie cinque (cameriere, commesse, operaie addette ai servizi delle pulizie, erano le altre tre).» E ancora: se «uno straniero (ha) una probabilità di trovare un'occupazione non qualificata sette volte più alta di un italiano con le stesse caratteristiche, [ ... ] la probabilità per le straniere di lavorare nei segmenti occupazionali caratterizzati da basse skills è circa nove volte superiore a quella delle italiane» ( idem , pag. 108). Ma il fenomeno della crescita del lavoro femminile in settori di scarsa qualificazione professionale riguarda tutte le donne. La crescita dell'occupazione femminile delle italiane riguarda, ad esempio, «soprattutto ... madri italiane con uno o due figli in età scolare, per lo più occupate in impieghi part-time (quasi esclusivamente involontario), principalmente come addette ai servizi di pulizia di uffici ed esercizi commerciali o addette alle attività di segreteria» ( idem , pag. 112). Aumenta la «presenza delle donne nelle professioni già fortemente femminilizzate dedicate al lavoro d'ufficio (l'incidenza delle donne è pari al 71 per cento), ai servizi sanitari e alle famiglie (63,4 per cento sono donne). [ ... ] Rispetto al rendimento del capitale umano, nel 2012 l'incidenza delle donne sovraistruite, ossia impiegate in professioni per le quali il titolo di studio richiesto è inferiore a quello posseduto, continua a essere maggiore di circa 3 punti percentuali di quella degli uomini (23,3 per cento contro 20,6 per cento). La differenza di genere nella quota di sovraistruiti è più accentuata e in crescita per coloro che possiedono un titolo universitario: si passa da 5,1 punti del 2011 a 6,1 punti del 2012, ( idem , pagg. 113-114)». E, per concludere, «La bassa valorizzazione delle competenze, la segregazione occupazionale e la maggiore presenza nel lavoro non standard sono elementi che concorrono a spiegare la disparità salariale femminile. In media, la retribuzione netta mensile delle dipendenti resta inferiore di circa il 20 per cento a quella degli uomini (nel 2012, 1.103 contro 1.396 euro), anche se il divario si dimezza considerando i soli impieghi a tempo pieno (11,5 per cento, rispettivamente 1.279 e 1.444 euro); fra questi, le differenze si mantengono rilevanti per le laureate» ( idem , pagg. 115). Si conferma, quindi, l'esigenza che nella rilevazione delle caratteristiche del nostro mercato del lavoro si dedichi una particolare attenzione alle statistiche di genere. Ma l'esigenza di una maggiore attenzione al rapporto di genere emerge, anche, delineando una drammatica emergenza nel campo della cronaca quotidiana, che documenta una crescita di fenomeni di violenza verso le donne non più ascrivibile solo alla maggiore coscienza civile e alla decisione delle donne di reagire con maggiore determinazione ai soprusi. SOS Stalking denuncia che nei primi nove mesi del 2013 i «femminicidi» in Italia sono aumentati del 15 per cento rispetto all'analogo periodo del 2012. Il fenomeno richiede, per essere efficacemente contrastato, non solo la specifica definizione di nuove fattispecie di reati penali ma anche, e forse soprattutto, l'analisi dei complessi fenomeni sociali che stanno a monte dello scatenarsi della violenza. Anche su questo terreno la sensibilità sociale è fortemente cresciuta, e non solo in Italia. È stata di recente (11 maggio 2011) definita a Istanbul la Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, che è il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante volto a creare un quadro normativo completo a tutela delle donne contro qualsiasi forma di violenza. La convenzione interviene specificamente anche nell'ambito della violenza domestica, che non colpisce solo le donne, ma anche altri soggetti, ad esempio bambini ed anziani, ai quali altrettanto si applicano le medesime norme di tutela. Per entrare in vigore, la Convenzione necessita della ratifica di almeno 10 stati, tra i quali 8 membri del Consiglio d'Europa; al momento, gli stati firmatari sono 30,5 dei quali hanno anche ratificato (Albania, Montenegro, Portogallo, Turchia e Italia). La piena applicazione di tale Convenzione nell'ordinamento interno richiede una specifica normativa che è stata prevista nel decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito in legge, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 199. Anche l'evoluzione di tale fenomeno merita di essere seguita con attenzione e con il progressivo adeguamento della normativa. Si spiega così l'attenzione al tema da parte dell'Unione Europea, che già nel 2010 interveniva con particolare incisività sul tema della coesione di genere (comunicazione della commissione al parlamento europeo, al consiglio, al comitato economico e sociale europeo e al comitato delle regioni -- Strategia per la parità tra donne e uomini 2010-2015 -- Bruxelles, 21.9.2010 COM(2010) 491 definitivo) segnalando come, malgrado «alcune tendenze incoraggianti,» permanessero «però disparità tra donne e uomini e sul mercato del lavoro le donne sono ancora sovrarappresentate nei settori scarsamente retribuiti e sottorappresentate nelle posizioni decisionali». In quel documento, la commissione, partendo dalla considerazione che «le disparità tra donne e uomini violano i diritti fondamentali, impongono un pesante tributo all'economia e hanno come conseguenza una sotto utilizzazione dei talenti», aveva richiamato la «Carta delle donne» e definito una strategia in cinque settori prioritari, definiti in tale «Carta» e in un settore che affronta questioni trasversali. Si puntava, nel campo economico, alla pari indipendenza economica, alla pari retribuzione per lo stesso lavoro e lavoro di pari valore, alla parità nel processo decisionale, ma anche, nel campo socio-culturale, alla dignità, integrità e fine della violenza nei confronti delle donne, alla parità tra uomini e donne nelle azioni esterne. Insieme, si promuovevano azioni orizzontali per superare «i rigidi ruoli di genere», per rafforzare la normativa contro ogni discriminazione sessuale, estendendone l'applicazione per una gestione attiva delle buone pratiche. Un ulteriore passo avanti nel collegare rilevazioni e politiche è stato compiuto con la definizione del «Regolamento (UE) n. 99/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio del 15 gennaio 2013 relativo al programma statistico europeo 2013-2017 ( Gazzetta ufficiale dell'Unione europea, legge n. 39/12, del 9/2/2013)», con il quale la produzione di «statistiche di elevata qualità» è esplicitamente collegata al contributo che esse possono fornire «all'attuazione delle politiche dell'Unione, come previsto nel Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE) e nella strategia Europa 2020, nonché di altre politiche incluse nelle priorità strategiche della Commissione per il periodo 2010-2014», tra le quali anche la «uguaglianza di genere». Occorrono, perciò, «statistiche che soddisfino criteri di elevata qualità correlati agli obiettivi specifici da esse perseguiti [ ... ] statistiche multidimensionali complesse a sostegno di politiche complesse. AI fine di rispondere adeguatamente ad esigenze legate alla definizione di politiche è necessario disporre, ove opportuno, di dati disaggregati per genere». Si colloca in tale quadro di rinnovata sensibilità per le statistiche di genere -- e di maggiore consapevolezza del ruolo che esse possono avere nella definizione di politiche che, accrescendo la coesione, rafforzino, complessivamente, l'Unione europea -- la decisione del CNEL di riproporre, in una versione aggiornata, il disegno di legge presentato già nel corso della XV legislatura. Il testo della originaria proposta è stato rivisitato ed aggiornato alla luce non solo di tale maggiore sensibilità, ma anche delle innovazioni istituzionali che, nel corso degli anni, sono intervenute, in materia, nel nostro paese. Infatti, con successivi provvedimenti, a partire dal decreto legislativo 31 luglio 2003, n. 226, è stata istituita una Commissione per le pari opportunità tra uomo e donna, operante nel Dipartimento per le pari opportunità presso la Presidenza del Consiglio dei ministri. Tale commissione, di cui più volte sono state definite funzioni e composizione, è oggi regolata dal decreto del Presidente della Repubblica del 14 maggio 2007, n. 115, è presieduta dal Ministro ed è composta da ventisei membri rappresentativi delle forze sociali, dell'associazionismo femminile, della cultura e delle istituzioni locali. I suoi compiti sono essenzialmente consultivi ed al di fuori del concreto processo di programmazione. Composizione, modalità e tempistica del suo funzionamento configurano la Commissione come un organismo consultivo con funzioni di indirizzo politico che non confligge con il ruolo che, sin dalla prima proposta, il disegno di legge del CNEL assegna al costituendo «Comitato consultivo per le statistiche e le politiche di genere», che dovrebbe svolgere un ruolo più tecnico-operativo in materia sia di definizione degli obiettivi delle statistiche rilevanti ai fini di genere, sia di traduzione del patrimonio statistico in norme operative ai fini delle politiche di genere. Una migliore definizione di tali differenti funzioni potrebbe essere affidata al Governo, in sede di coordinamento degli organismi esistenti (cfr. l'articolo 5, comma 2, del presente disegno di legge). L'ISTAT ha già realizzato numerose azioni di adeguamento delle proprie rilevazioni ai fini della produzione di statistiche di genere, almeno con riferimento alla disaggregazione dei dati secondo il sesso e con lo svolgimento di indagini specifiche in aree tematiche sensibili. Ciò nonostante è imprescindibile compiere un ulteriore sforzo impegnando tutti i soggetti a fornire dati disaggregati uomini/donne al fine di completare tale processo di armonizzazione dei contenuti e delle metodologie di produzione dell'informazione statistica. Poiché, malgrado l'esigenza di un sempre maggiore dettaglio territoriale e di genere dell'informazione statistica ufficiale, trovano priorità e certezza di realizzazione i soli progetti statistici derivanti direttamente o indirettamente da regolamenti o direttive comunitarie (tra cui le rilevazioni statistiche economiche e di contabilità nazionale), e dalla normativa nazionale, sono attualmente a rischio, in conseguenza delle ben note difficoltà della finanza pubblica, elaborazioni e produzioni nuove in aree non coperte e a forte domanda di informazione statistica, che collocherebbero l'Italia all'avanguardia nella sperimentazione e che sarebbero essenziali per la produzione e definizione delle politiche ai diversi livelli gestionali e di governo. Il presente disegno di legge mira dunque a realizzare una sorta di «circolo virtuoso» tra statistiche sociali e statistiche di genere, e a fare in modo che dal rispettivo rafforzamento derivi un miglioramento complessivo dell'informazione statistica e, a valle, delle politiche di coesione di genere. Il Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro, con la propria iniziativa legislativa, oltre a favorire la conoscenza di dati disarticolati uomo/donna necessari per impostare in modo corretto le politiche generali e di settore, secondo la metodologia che viene definita «valutazione di impatto di genere», intende migliorare anche la elaborazione dei rapporti periodici sul mercato del lavoro e lo sviluppo dei contenuti delle relative banche dati. Il termine «statistiche di genere» è quello comunemente utilizzato al livello internazionale per indicare l'attitudine della ricerca statistica nel suo complesso ad assumere il genere come variabile essenziale alla comprensione dei fenomeni sociali. Con tale espressione, si indica dunque un complesso di criteri tali da integrare la variabile del genere nelle metodologie utilizzate per la rilevazione, elaborazione e presentazione delle informazioni statistiche. La metodologia connessa con le statistiche di genere richiede, in primo luogo, che tutti i dati statistici siano raccolti, elaborati e analizzati in modo differenziato secondo il genere, e che vengano resi pubblici in modo da presentare i dati relativi ad entrambi i generi con lo stesso grado di visibilità e leggibilità. Tuttavia le statistiche di genere non sono solo statistiche disaggregate secondo il sesso, ma devono rispondere ad una qualità complessiva dell'informazione statistica, basata sulla sensibilità alle «questioni di genere». L'intera organizzazione della ricerca statistica deve tenere conto, dunque, delle questioni che incidono in modo differenziato sulla situazione di donne e uomini, con particolare riferimento alla divisione dei ruoli, all'accesso alle risorse materiali e/o culturali, all'accesso ai servizi, ai fattori di vulnerabilità sociale. L'organizzazione dell'informazione statistica deve quindi affrontare in modo sempre più stringente la necessità di armonizzare la raccolta, elaborazione, analisi e diffusione delle informazioni statistiche, in coerenza con gli indicatori sensibili al genere che sempre più ampiamente vengono utilizzati al livello internazionale. Anche alla luce di tale esigenza di armonizzazione, e tenendo conto delle metodologie seguite dagli Istituti specializzati delle Nazioni Unite e dell'Unione europea, la produzione di statistiche sensibili al genere deve seguire le seguenti fasi: -- selezione degli argomenti che necessitano di essere indagati; -- individuazione dei dati necessari per comprendere i differenziali di genere, i ruoli di donne e uomini e i rispettivi contributi alle varie sfere della vita; -- valutazione di concetti, definizioni e metodi comunemente usati, alla luce delle «questioni di genere»; -- sviluppo di nuovi concetti, definizioni e metodi, che tengano conto del differenziale di genere; -- raccolta, elaborazione, presentazione delle statistiche in una forma che renda accessibile e facilmente leggibile la differenza di genere; -- sviluppo di progetti di diffusione, allo scopo di rendere più conosciute le informazioni statistiche. Gli indicatori, in particolare, devono essere periodicamente rivisti alla luce dell'esperienza nazionale e internazionale, e rielaborati in modo da coprire un'informazione differenziata secondo il genere. Il presente disegno di legge intende assicurare che l'informazione statistica venga fornita in modo da tener conto delle metodologie sensibili al genere e da consentire all'ISTAT di svolgere un ruolo pilota nei confronti di tutte le attività di ricerca e raccolta dati da parte di tutti i soggetti della pubblica amministrazione. L'articolo 1 del disegno di legge evidenzia come, insieme alle modalità di raccolta e alla successiva fase di produzione ed elaborazione dei dati derivanti direttamente da documenti amministrativi o da precedenti rilevazioni, sia possibile migliorare anche il livello dì qualità della diffusione e comunicazione delle informazioni statistiche, che riveste centrale importanza e che, attualmente, avviene solo di rado separatamente per uomini e donne. L'offerta di informazione esistente, infatti, può già essere direttamente prodotta con la differenziazione per genere, attraverso la diffusione di metodi e standard comuni, l'armonizzazione degli archivi amministrativi e la valorizzazione delle fonti organizzate pubbliche e private (archivi, registri cartacei o informatici, basi di dati), ed, eventualmente, la modifica o nuova impostazione della modulistica utilizzata. Nella produzione di informazioni statistiche, infatti, è centrale la raccolta di dati direttamente presso le persone fisiche o attraverso i documenti amministrativi derivanti dall'attività istituzionale delle amministrazioni o mediante fonti organizzate pubbliche e private ove, relativamente alle persone fisiche, il sesso e l'età degli individui, quali variabili strutturali delle unità della popolazione, sono nella quasi totalità dei casi già previsti nel questionario o documento amministrativo, e consentono perciò un trattamento statistico finalizzato alla produzione di statistiche disaggregate secondo il genere. L'articolo 2 contiene una lista delle macro aree tematiche con esclusione di quelle aree nelle quali la produzione di statistiche secondo indicatori sensibili al genere è già obbligatoria in base ai regolamenti europei. Tra queste, sono comprese tutte le statistiche riguardanti il lavoro e l'economia, inclusi i dati relativi ai differenziali salariali, all'inoccupazione e alla disoccupazione di lunga durata, agli orari di lavoro. L'articolo 3 prevede l'istituzione presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le pari opportunità di un Comitato consultivo per le statistiche e le politiche di genere con il compito di formulare proposte operative per la predisposizione di statistiche e politiche di genere. In particolare, il Comitato, che opera in raccordo con la commissione per le pari opportunità tra uomo e donna, istituita con il decreto legislativo 31 luglio 2003, n. 226, formula proposte di adeguamento degli indicatori e delle metodologie sensibili al genere a quelli usati dalle organizzazioni internazionali in applicazione del Regolamento (CE) n. 1177/2003 del Parlamento europeo e del Consiglio del 16 giugno 2003 relativo alle statistiche comunitarie sul reddito e sulle condizioni di vita (G.U. legge 165 del 3/7/2003), e del Regolamento (UE) n. 99/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio del 15 gennaio 2013 relativo al programma statistico europeo 2013-2017; favorisce e promuove la realizzazione e la diffusione di statistiche di genere, anche'attraverso il censimento di tutte le ricerche e pubblicazioni d'interesse per l'informazione statistica ufficiale relativa al Programma statistico nazionale, realizzate anche da soggetti che non fanno parte del Sistema statistico nazionale, e favorisce la diffusione delle migliori pratiche in materia; effettua ricognizioni della normativa vigente finalizzate alla rilevazione di eventuali ostacoli alla produzione di statistiche e alla formulazione di politiche di genere, proponendo le necessarie modifiche; trasmette al Governo, alla Conferenza unificata, al CNEL, al fini delle deliberazioni di rispettiva competenza in relazione al documento di cui al comma 7- bis dell'articolo 10 della legge 31 dicembre 2009, n. 196, (introdotto dal successivo articolo 4), entro il 31 gennaio di ciascun anno, una relazione sull'attività svolta nell'anno precedente e su quella da svolgere, recante in allegato i dati statistici e le analisi quantitative, sull'impatto di genere delle politiche svolte nel periodo di riferimento. Il Comitato provvede all'aggiornamento periodico degli indicatori relativi alle rilevazioni. Il Comitato è composto da un rappresentante della Presidenza del Consiglio dei Ministri -- Dipartimento per le Pari opportunità che lo presiede, da due rappresentanti designati dalla Conferenza unificata, di cui all'articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, da due rappresentanti designati dal Consiglio Nazionale dell'economia e del lavoro (CNEL), da due rappresentanti dell'ISTAT e da due esperti. L'articolo 4 prevede le modifiche da introdurre nell'articolo 10 della legge n. 196 del 2009 al fine di inserire pienamente l'attività del Comitato nel processo per la formazione dei documenti nazionali di programmazione e finanza pubblica. L'articolo 5 stabilisce, in apposito allegato, l'articolazione delle rilevazioni che l'ISTAT deve fornire, in sede di prima applicazione, al fine di assicurare immediatamente l'operatività della legge con un adeguato standard di informazione statistica. Nello stesso articolo si demanda al Governo il compito di dettare norme per il coordinamento dell'attività dei soggetti esistenti nella pubblica amministrazione in tema di statistiche e politiche di genere. In coerenza con il progressivo ridimensionamento degli oneri a carico della pubblica amministrazione per il funzionamento di organi di consulenza, si stabilisce che dall'attuazione della presente legge non devono derivare oneri a carico della finanza pubblica e che le amministrazioni interessate reperiscano le risorse eventualmente occorrenti all'interno dei rispettivi bilanci.. Art. 1. 1. Gli uffici, enti, organismi e soggetti privati che partecipano all'informazione statistica ufficiale inserita nel programma statistico nazionale, hanno l'obbligo di fornire i dati e le notizie per le rilevazioni previste dal programma statistico nazionale e di rilevare, elaborare e diffondere i dati relativi alle persone disaggregati per uomini e donne. 2. Le informazioni statistiche ufficiali sono prodotte in modo da assicurare: a) la disaggregazione e l'uguale visibilità dei dati relativi a donne e uomini; b) l'uso di indicatori sensibili al genere. 3. L'Istituto nazionale di statistica (ISTAT) assicura l'attuazione delle disposizioni del presente articolo da parte dei soggetti costituenti il Sistema statistico nazionale (SISTAN) anche mediante direttive del comitato di indirizzo e coordinamento dell'informazione statistica, e provvede all'adeguamento della modulistica necessaria all'adempimento da parte delle amministrazioni pubbliche degli obblighi relativi alla raccolta delle informazioni statistiche. Art. 2. 1. L'Istituto nazionale di statistica (ISTAT) e il SISTAN assicurano la realizzazione, con cadenza periodica, di indagini sociali ed economiche secondo un approccio di genere nelle seguenti macro aree tematiche: a) formazione continua, uso di nuove tecnologie e fruizione culturale; b) conciliazione tra tempi di vita e lavoro, tra lavoro e famiglia, reti di aiuto; c) partecipazione sociale e politica; d) presenza di donne e uomini nei luoghi decisionali; e) salute e stili di vita; f) fecondità e natalità; g) criminalità; h) violenze; i) reddito e povertà; j) condizioni di vita delle immigrate e degli immigrati per provenienza. 2. La relazione al Parlamento sull'attività dell'Istituto nazionale di statistica (ISTAT), di cui all'articolo 24 del decreto legislativo 6 settembre 1989 n. 322, è integrata da una relazione sull'attuazione dell'articolo 1 e del comma 1 del presente articolo. Art. 3. 1. È istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri -- Dipartimento per le Pari opportunità il Comitato consultivo per le statistiche e le politiche di genere, di seguito denominato Comitato. 2. Il Comitato, in raccordo con la Commissione, svolge le seguenti funzioni: a) in conformità al Regolamento (CE) n. 1177/2003 del Parlamento europeo e del Consiglio del 16 giugno 2003, relativo alle statistiche comunitarie sul reddito e sulle condizioni di vita, e al Regolamento (UE) n. 99/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio del 15 gennaio 2013, relativo al programma statistico europeo 2013-2017, formula proposte per l'armonizzazione degli indicatori all'interno delle macro aree tematiche di cui al precedente articolo 2, comma 1, e delle metodologie sensibili al genere con quelli utilizzati dalle organizzazioni internazionali; b) favorisce l'avvio di sperimentazioni finalizzate alla definizione di metodologie ed indicatori relativi alla misurazione di fenomeni sociali ed economici non ancora compiutamente indagati; c) favorisce e promuove la realizzazione e la diffusione di statistiche di genere anche attraverso il censimento di tutte le ricerche e pubblicazioni di interesse per l'informazione statistica ufficiale inserita nel programma statistico nazionale, realizzate anche da soggetti che non fanno parte del sistema statistico nazionale; d) effettua ricognizioni della normativa vigente finalizzate alla rilevazione di eventuali ostacoli alla produzione delle statistiche e all'attuazione di politiche di genere proponendo le necessarie modifiche; e) formula proposte e suggerimenti finalizzati all'individuazione di nuove esigenze informative, di tematiche emergenti nonché di analisi, studi, ricerche e metodologie di particolare interesse in un'ottica di genere; f) entro il 31 gennaio di ciascun anno, trasmette al Governo, alla Conferenza unificata e al CNEL, ai fini delle deliberazioni di rispettiva competenza in relazione al documento di cui al comma 7- bis dell'articolo 10 della legge 31 dicembre, n. 196, del 2009, come introdotto dall’articolo 4 della presente legge, una relazione sull'attività svolta nell'anno precedente e su quella da svolgere, recante in allegato i dati statistici e le analisi quantitative, sull'impatto di genere delle politiche svolte nel periodo di riferimento. 3. Il Comitato, anche sulla base di una proposta del CNEL, individua la tempistica delle rilevazioni e gli indicatori all'interno delle macro aree tematiche previste all'articolo 2. 4. Il Comitato, nominato con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, è composto da una rappresentante della Presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento per le pari opportunità che lo presiede; da due rappresentanti designati dalla Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281; da due rappresentanti designati dal Consiglio Nazionale dell'economia e del lavoro (CNEL); da due rappresentanti dell'Istituto nazionale di statistica (ISTAT) e da due esperti individuati sulla base delle specifiche professionalità nel settore legislativo e degli studi di genere. 5. La Presidenza del Consiglio dei Ministri -- Dipartimento per le pari opportunità definisce, con proprio decreto, la durata e le modalità organizzative di funzionamento del Comitato. Art. 4. 1 All'articolo 10 della legge 31 dicembre 2009, n. 196, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni: a) al comma 3, lettera f) , dopo le parole: «alla sanità» sono inserite le parole: «alle politiche per l'occupazione giovanile e per la parità di genere»; b) dopo il comma 7 è inserito il seguente: «7- bis . Il Ministro dell'economia e delle finanze, d'intesa con la Presidenza del Consiglio dei Ministri -- Dipartimento per le pari opportunità, presenta alle Camere, entro il 10 aprile dell'anno successivo a quello di riferimento, in allegato al DEF, una relazione sugli interventi realizzati con riferimento alle politiche per l'occupazione giovanile e per la parità di genere di cui al precedente comma 3, lettera f) ». Art. 5. (Norme transitorie e finali) 1. In sede di prima applicazione, la tempistica delle rilevazioni e gli indicatori di cui all'articolo 2 sono quelli previsti dall'allegato A della presente legge. 2. Il Governo, entro sei mesi dall'insediamento del Comitato di cui all'articolo 3, comma 1, adotta misure per il coordinamento e la specifica finalizzazione degli organismi attualmente in funzione nella pubblica amministrazione al fine di migliorare l'efficacia delle proposte e delle realizzazioni in tema di politiche di genere. Art. 6. 1. Dall'attuazione della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Le amministrazioni interessate provvedono agli adempimenti previsti con le risorse umane strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente nei rispettivi bilanci.