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SENATO DELLA REPUBBLICA Legislatura 18 Resoconto di Commissione AGRICOLTURA E PRODUZIONE AGROALIMENTARE (9ª) 184 VALLARDI La seduta inizia alle ore 16,20. SINDACATO ISPETTIVO Interrogazione Il sottosegretario BATTISTONI risponde all'interrogazione n. 3-02603, presentata dalla senatrice Abate, riguardo alle misure da attivare a favore delle imprese agricole del territorio della piana di Sibari ed in quello del Pollino, le cui colture sarebbero state danneggiate da una tromba d'aria ivi abbattutasi lo scorso 12 giugno, rilevando quanto segue. Ricorda anzitutto che gli interventi compensativi ex-post del Fondo di solidarietà nazionale per il sostegno alle imprese agricole colpite da avversità atmosferiche eccezionali possono essere attivati solo nel caso in cui le avversità, le colture e le strutture agricole colpite non siano comprese nel Piano assicurativo annuale per la copertura dei rischi con polizze assicurative agevolate. Pertanto, ai fini di una copertura dai rischi climatici, gli agricoltori devono provvedere alla stipula di polizze assicurative agevolate, tra l'altro, da contributo statale fino al 70 per cento della spesa premi sostenuta. Tuttavia, da una rapida indagine sull'andamento delle coperture assicurative agevolate sottoscritte nel corrente anno, è emerso che la capacità assuntiva offerta dalle compagnie non sia riuscita a coprire integralmente le richieste delle imprese agricole, anche per la difficoltà a piazzare i rischi catastrofali, come appunto il gelo, presso le compagnie di riassicurazione internazionali. Questa circostanza, unita al fatto che esistono ancora importanti distretti produttivi che non fanno ricorso alle assicurazioni agricole agevolate, determina uno stato di crisi del settore ogni qualvolta si verifichi un evento climatico avverso di particolare intensità. Non va dimenticato che le assicurazioni agricole agevolate (cui sono stati destinati finanziamenti superiori a 1,3 miliardi di euro per il periodo 20152020, ai quali si aggiungono ulteriori risorse previste per il biennio 2021-2022), rappresentano il principale strumento di intervento messo in campo dallo Stato per fronteggiare le pesanti perdite di reddito subite dalle imprese agricole in caso di calamità naturali. Tuttavia, le esperienze degli ultimi 20 anni hanno dimostrato l'inefficacia dello strumento di intervento cosiddetto ex post (attivabile, come detto, solo nei casi in cui il rischio non sia assicurabile), molto oneroso per la finanza pubblica e con risorse insufficienti per le imprese danneggiate. Evidenzia che la Regione Calabria, territorialmente competente, dopo aver deliberato in merito agli eventi, potrà presentare la proposta di declaratoria che consentirà di attivare, qualora ricorrano le necessarie condizioni, le misure compensative a favore delle imprese agricole tra cui: contributi in conto capitale fino all'80 per cento del danno sulla produzione lorda vendibile ordinaria, prestiti ad ammortamento quinquennale per le maggiori esigenze di conduzione aziendale nell'anno in cui si è verificato l'evento ed in quello successivo, proroga delle rate delle operazioni di credito in scadenza nell'anno in cui si è verificato l'evento calamitoso, esonero parziale (fino al 50 per cento) dal pagamento dei contributi previdenziali ed assistenziali propri e dei propri dipendenti, contributi in conto capitale per il ripristino delle strutture aziendali danneggiate. Per quanto concerne, infine, la richiesta di promuovere presso l'Unione europea la messa a punto di interventi in grado di dare risposte concrete e puntuali a fronte degli eventi come quello segnalato il Sottosegretario rileva che, nell'ambito della prossima programmazione dei fondi comunitari relativi allo sviluppo rurale, si sta mettendo a punto uno nuovo strumento di intervento ex ante sotto forma di fondo di mutualizzazione nazionale, cui potranno accedere tutte le imprese agricole, in grado di intervenire in caso di eventi catastrofali, come quello segnalato dagli interroganti. Nel frattempo, con il prossimo piano di gestione dei rischi 2022, saranno valutate eventuali modifiche finalizzate a migliorare l'efficacia dello strumento assicurativo, aumentandone la capacità assuntiva, favorendo innanzitutto l'allargamento della base assicurata e cercando di facilitare la riassicurazione dei rischi da parte delle compagnie assicurative, anche indirizzando opportunamente il fondo di riassicurazione gestito da Ismea. La senatrice ABATE ( Misto ) ringrazia il Sottosegretario anche per la tempestività della risposta - che ha chiarito gli indirizzi del Governo in merito ai gravi fenomeni atmosferici che hanno recentemente colpito le aree del Pollino e della Sibaritide - e si dichiara soddisfatta. Prende atto delle risposte e dei chiarimenti forniti e accoglie con favore la sollecitazione a promuovere, nell'ambito della prossima programmazione dei fondi europei, nuovi strumenti di intervento in favore delle imprese agricole nel caso di eventi catastrofali. In conclusione invita il Governo ad operare per migliorare l'efficacia delle polizze assicurative per la copertura dei rischi, nonché a vigilare per evitare il verificarsi di fenomeni speculativi. Il presidente VALLARDI dichiara concluso lo svolgimento dell'interrogazione. IN SEDE REDIGENTE Norme per la valorizzazione e la promozione dei prodotti agricoli e alimentari provenienti da filiera corta, a chilometro zero o utile DDL 878 Norme per la valorizzazione e la promozione dei prodotti agricoli e alimentari provenienti da filiera corta, a chilometro zero o utile (Seguito della discussione e rinvio) Prosegue la discussione, sospesa nella seduta del 22 giugno. Il presidente VALLARDI ( L-SP-PSd'Az ), d'accordo con il relatore, propone di rinviare alla prossima settimana il seguito della discussione. La Commissione conviene. Il seguito della discussione è quindi rinviato. AFFARI ASSEGNATI Problematiche del settore agrumicolo in Italia Doc n. 148 Problematiche del settore agrumicolo in Italia (Seguito e conclusione dell'esame, ai sensi dell'articolo 34, comma 1, primo periodo, e per gli effetti di cui all'articolo 50, comma 2, del Regolamento. Approvazione della risoluzione: Doc. XXIV, n. 45 ) Prosegue l'esame, sospeso nella seduta del 22 giugno. Il presidente VALLARDI cede la parola alla relatrice ricordando che quest'ultima ha presentato una nuova proposta di risoluzione, pubblicata in allegato al resoconto del 20 maggio. La relatrice ABATE ( Misto ) ricorda che nel testo della risoluzione, già sottoposto al vaglio della Commissione, sono stati recepiti vari suggerimenti e sollecitazioni a lei pervenuti dai componenti della Commissione. Su tale testo auspica che anche il Governo possa concordare. Il sottosegretario BATTISTONI esprime parere favorevole sui punti a) , b) , c) , d) , f) , i) , j) , k) , l) , m) , n) , o) , p) , q) r) , s) , t) , u) , v) , w) , x) , y) , aa) , bb) , dd) , ee) , ff) , gg) , hh) , ii) , jj) , kk) , ll) , mm) , nn) della proposta di risoluzione. Esprime parere contrario sui punti g) , h) e cc) . Invita a una riformulazione dei punti e) e z) . La relatrice ABATE ( Misto ), dopo aver sottolineato con rammarico la contrarietà del Governo su tutti i punti della sua proposta che prevedevano misure di sostegno finanziario al settore, accoglie i rilievi e le proposte di riformulazione del Governo e presenta una nuova proposta di risoluzione (pubblicata in allegato). Sottolinea come il parere favorevole espresso dal Governo sulla maggior parte degli impegni previsti costituisca un segnale positivo per il comparto agrumicolo e indichi la necessità di predisporre interventi in suo favore. Auspica che, magari proprio a partire dall'approvazione della risoluzione su questo affare assegnato, possa avviarsi un ciclo virtuoso di rinnovamento di un intero settore famoso in tutto il mondo per la produzione di prodotti di eccellenza. Nessun altro chiedendo di intervenire, si passa alle dichiarazioni di voto. Il senatore TRENTACOSTE ( M5S ) rileva come con la risoluzione posta in votazione si compie un passaggio significativo in favore di un settore fortemente caratterizzante l'agricoltura dell'intero Mezzogiorno d'Italia. Il testo prevede una molteplicità di interventi da portare avanti lungo l'intera filiera sino alla fase della commercializzazione, ed è importante che la Commissione si esprima in maniera decisa in un ambito che soltanto in Sicilia occupa circa 32.000 addetti. Preannuncia pertanto in conclusione il voto favorevole del proprio Gruppo. Il senatore TARICCO ( PD ) esprime apprezzamento per il lavoro svolto dalla relatrice, che permette di accendere i riflettori su un settore purtroppo in difficoltà che in questa fase ha bisogno di particolare sostegno da parte del Governo. Sottolinea come la risoluzione tratti diversi temi di estrema importanza quali la necessità di giungere a una definizione puntuale del catasto del settore, l'opportunità di un aumento dei controlli sui prodotti che entrano nel Paese nonché il giusto sostegno ai produttori che scelgono di impiantare nuove varietà di agrumi nei loro terreni. Preannuncia in conclusione il voto favorevole del proprio Gruppo. Anche il senatore BERGESIO ( L-SP-PSd'Az ) , dopo aver ringraziato la relatrice per il paziente lavoro di sintesi che l'ha portata a definire la risoluzione oggi posta in votazione, preannuncia il voto favorevole del proprio Gruppo, sottolineando altresì l'importanza dell'intero settore agrumicolo per l'economia nazionale. La senatrice LONARDO ( Misto ) esprime soddisfazione per il voto finale su un argomento che ha visto impegnata la Commissione per lungo tempo. Ricorda che anche in Campania il settore agrumicolo riveste una rilevanza particolare e condivide il rammarico espresso dalla relatrice riguardo alla contrarietà del Governo su tutte le tematiche per le quali è prevista l'erogazione di risorse in favore del settore. Esprime in conclusione il voto favorevole del proprio Gruppo. Nessun altro chiedendo di intervenire, verificata la presenza del prescritto numero di senatori, la proposta di risoluzione viene posta in votazione e approvata all'unanimità. Affare sui danni causati all'agricoltura dall'eccessiva presenza della fauna selvatica Affare sui danni causati all'agricoltura dall'eccessiva presenza della fauna selvatica Doc n. 337 Danni causati all'agricoltura dall'eccessiva presenza della fauna selvatica (Seguito e conclusione dell'esame, ai sensi dell'articolo 34, comma 1, primo periodo, e per gli effetti di cui all'articolo 50, comma 2, del Regolamento. Approvazione della risoluzione: Doc. XXIV, n. 46) Prosegue l'esame, sospeso nella seduta del 22 giugno. Il relatore LA PIETRA ( FdI ) presenta e illustra una proposta di risoluzione, pubblicata in allegato, in cui sono stati sintetizzati i molteplici contributi pervenuti dai componenti della Commissione su questo tema così importante per il settore agricolo. Rivolge un particolare ringraziamento al senatore Taricco per l'apporto fornito nella stesura definitiva della proposta. Il presidente VALLARDI informa che intende svolgere la funzione di secondo relatore sull'affare assegnato, a fianco del senatore La Pietra. Prende atto la Commissione. Il rappresentante del GOVERNO, con riferimento alla proposta di risoluzione testé presentata, in relazione al punto 1) esprime parere favorevole con la seguente precisazione: "si sottolinea che nell'ottica di indirizzare al meglio l'intervento delle istituzioni preposte, in modo da garantire un'azione coordinata, questa Amministrazione ha già provveduto, in accordo con il Ministero dell'Ambiente, ora transizione ecologica, all'istituzione di un gruppo di lavoro che ha visto la partecipazione anche di funzionari di ISPRA, incaricato fra le altre cose, di formulare proposte per l'adeguamento del quadro normativo e sanzionatorio relativo ai danni da fauna selvatica che ha presentato una relazione conclusiva che è stata posta all'attenzione dei Ministri competenti. Posto quanto sopra, qualunque tentativo di risoluzione della problematica evidenziata che voglia porsi in modo coordinato ma nel contempo efficace già nel breve periodo, non può quindi che partire da quanto già elaborato". In relazione al punto 2) esprime parere favorevole con le seguenti precisazioni: "è stata già avviata una costante e proficua interlocuzione con il Ministero della transizione ecologica per il tramite di un Gruppo di lavoro istituito con il decreto n. 306 del 16 novembre 2018 che ha visto la partecipazione ai lavori dei funzionari dei rispettivi uffici competenti dei due Ministeri coinvolti (Agricoltura e transizione ecologica), rappresentanti del Ministero della Salute, di ISPRA e di Federparchi. Prova della fattiva efficacia del predetto gruppo è l'elaborazione di una specifica relazione finale. Ciò premesso occorre rappresentare ulteriormente che lo strumento della cabina di regia con istituzioni molto variegate e con interessi diversi, pur se teoricamente utile, potrebbe risultare di difficile gestione operativa oltre che poco compatibile con le esigenze di celere e fattiva risposta che richiede la problematica dei danni da fauna selvatica". In relazione al punto 3) esprime parere contrario. In relazione al punto 4) esprime parere favorevole con la seguente precisazione: "circa la disomogeneità di approccio fra le Regioni e l'auspicio di impostare una banca dati centralizzata presso ISPRA, appare necessario preliminarmente un impegno coordinato in tal senso da parte di tutte le Regioni, cui afferisce la competenza in materia di risarcimenti dei danni da fauna selvatica e che in genere operano senza il coinvolgimento di ISPRA. Il MITE ha inoltre rappresentato la disponibilità di ISPRA a realizzare o contribuire a una banca dati centralizzata, qualora ci sia un accordo su tale proposta, ferma restando la necessità di prevedere adeguate risorse finanziarie al fine di soddisfare l'esigenza in esame". In relazione al punto 5) esprime parere contrario, mentre in relazione al punto 6) esprime parere favorevole. In relazione al punto 7) esprime parere favorevole con la seguente precisazione: "afferendo la legge parchi si tratta di competenza di MITE il quale ha evidenziato che già lavora per il concreto funzionamento delle aree contigue, con qualche successo proprio negli ultimi anni. Un indirizzo nazionale per la gestione della fauna selvatica già esiste nelle norme quadro di riferimento (legge n. 157 del 1992 e legge n. 394 del 1991), sono disponibili numerosi documenti tecnici e piani di gestione specifici, che favoriscono l'armonizzazione e il coordinamento degli interventi gestionali". In relazione al punto 8) esprime parere favorevole, mentre in relazione al punto 9) esprime parere favorevole con la seguente precisazione: "In data 26 maggio 2021 si è tenuta presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri  Struttura di missione per le procedure di infrazione, una riunione "pacchetto", con i competenti Servizi della Commissione Europea, per risolvere talune procedure d'infrazione e casi EU Pilot, tra cui anche la n. 2015/2163 relativa alla mancata designazione delle Zone speciali di conservazione (ZSC). In merito allo stato di avanzamento della loro designazione ha relazionato il competente MITE il quale ha sottolineato il massimo impegno attraverso un confronto costante con le Regioni, i Parchi e tutti i soggetti interessati e coinvolti". In relazione ai punti 10), 11) e 12) esprime parere contrario, mentre con riferimento al punto 13) esprime parere favorevole con la seguente precisazione: "sono state adottate, all'esito dell' iter previsto in Conferenza permanente Stato-Regioni, delle Linee guida in materia di igiene delle carni di selvaggina selvatica. Tale ultimo atto dà concreta attuazione ai regolamenti comunitari del pacchetto igiene, con particolare riferimento ai Reg. 852/2004 e 853/2004". In relazione al punto 14) ne propone la seguente riformulazione: "a predisporre un piano di controllo sostenibile per le specie alloctone che alterano gli equilibri ambientali e hanno ripercussioni sulle attività agricole, unitamente alla gestione ecologica e al controllo delle specie di uccelli ittiofaghe, che hanno un impatto sulla fauna ittica e sull'acquacoltura, anche con metodi incruenti di difesa passiva e attiva". In relazione al punto 15) il parere è favorevole, mentre in relazione al punto 16 il parere è contrario; il parere è favorevole in relazione al punto 17) e in relazione alla lettera a) del punto 18), mentre è contrario in relazione alla lettera b) . Il parere è infine favorevole in relazione ai punti 19) e 21) ed è contrario in relazione al punto 20). Il presidente VALLARDI dispone una breve sospensione della seduta per valutare gli effetti del parere espresso dal Governo sulla proposta di risoluzione. La seduta, sospesa alle ore 16,55, riprende alle ore 17. Il presidente VALLARDI , nel cedere la parola al relatore La Pietra, sottolinea come, a suo parere, ci sia qualcuno che evidentemente non vuole che venga portato a conclusione l'affare assegnato in esame, stante i molteplici rilievi e le osservazioni critiche effettuate dal Governo. Il relatore LA PIETRA ( FdI ) concorda con le considerazioni appena svolte dal Presidente e ritiene che vada fatto ogni sforzo per evitare che il complesso lavoro svolto ormai da un anno dalla Commissione non vada perduto. Nel ricordare i troppi passaggi della proposta da lui presentata su cui il Governo si è espresso negativamente, sottolinea in particolare la contrarietà del Governo sui punti 10), 11) e 12) che affrontano temi particolarmente qualificanti per l'affare assegnato. Il sottosegretario BATTISTONI, alla luce delle considerazioni espresse dai componenti della Commissione e vista l'importanza dell'affare assegnato, rivede l'orientamento già espresso sulla proposta di risoluzione. Pertanto, al di là dei punti su cui si è già espresso favorevolmente, per i rimanenti punti della proposta si rimette alle valutazioni della Commissione. Il presidente VALLARDI ringrazia il sottosegretario Battistoni per la proposta avanzata, che costituisce un punto di equilibrio rispetto alle legittime richieste espresse dalla Commissione. Il relatore LA PIETRA ( FdI ) ringrazia il sottosegretario per la disponibilità manifestata e presenta una nuova proposta di risoluzione (pubblicata in allegato), in cui accoglie la riformulazione proposta dal Governo. Il senatore TARICCO ( PD ) sottolinea come nel predisporre la proposta di risoluzione la Commissione si sia mossa con estrema cautela, operando in particolare all'interno di quanto stabilito dalla sentenza della Corte costituzionale n. 21 del 2021 intervenuta sulla legittimità costituzionale di una legge della regione Toscana in materia di protezione della fauna selvatica. In tale sentenza la Corte ha rilevato tra l'altro come il costante aumento delle popolazioni di determinate specie di fauna selvatica stia creando situazioni di criticità a danno degli ecosistemi e come tali criticità si manifestino creando significativi danni alle attività agricole sia in termini economici, sotto forma di indennizzi, che a carico degli enti pubblici. Poiché si è tenuto conto di tale sentenza nel predisporre la proposta di risoluzione, non si capisce la contrarietà precedentemente espressa dal Governo su diversi passaggi del testo presentato dal relatore. Ciò premesso, ritiene sia preferibile da parte del Governo intervenire suggerendo modifiche puntuali al testo della risoluzione, piuttosto che limitarsi a esprimere un parere favorevole o contrario sui singoli punti. In alternativa ritiene si possa votare la proposta di risoluzione nella seduta odierna. Il presidente VALLARDI ritiene che non sia opportuno rinviare ulteriormente la votazione finale sull'affare assegnato, considerando che è ormai da molto tempo che l'argomento è all'esame della Commissione. La senatrice FATTORI ( Misto ) ritiene che ciascuno debba assumersi le proprie responsabilità decidendo in coscienza come e quando votare. Da parte propria preannuncia il voto favorevole sulla proposta del relatore. La senatrice NATURALE ( M5S ), dopo aver ricordato che il tema della gestione e del controllo della fauna selvatica riveste un'importanza centrale nel settore agricolo, ritiene doveroso da parte del Governo fornire indicazioni precise e puntuali in relazione ai diversi argomenti trattati nella proposta di risoluzione. Reputa pertanto opportuno rinviare alla prossima settimana la votazione conclusiva sull'affare assegnato. Il senatore BERGESIO ( L-SP-PSd'Az ), dopo aver ringraziato il Sottosegretario per la disponibilità dimostrata, ritiene che la Commissione debba concludere l'esame dell'affare assegnato senza ulteriori rinvii. Ricorda che l'8 luglio è prevista una manifestazione nazionale proprio su questo tema e sarebbe importante da parte della Commissione giungere a tale appuntamento con una risoluzione approvata. La senatrice ABATE ( Misto ) fa presente che, nel momento in cui il rappresentante del Governo ha affermato di volersi rimettere alla decisione della Commissione, si è riconosciuto alla Commissione stessa il diritto/dovere di esprimere la propria posizione sull'argomento in esame. Ritiene pertanto necessario procedere alla votazione nella seduta odierna, trattandosi di un argomento di estrema urgenza. Il presidente VALLARDI , dopo aver ricordato che nelle precedenti sedute si era convenuto di procedere rapidamente alla conclusione dell'esame dell'affare assegnato, mette in votazione la proposta di risoluzione. Verificata la presenza del prescritto numero di senatori la proposta di risoluzione viene quindi approvata. Il senatore TARICCO ( PD ) chiede che il documento approvato dalla Commissione sia trasmesso al Governo. Il presidente VALLARDI fa presente che, ai sensi e per gli effetti dell'articolo 50, comma 3, del Regolamento, il prescritto numero di senatori ha richiesto che la risoluzione testé approvata sia trasmessa alla Presidenza del Senato, per essere sottoposta all'esame dell'Assemblea. SCONVOCAZIONE DELL'UFFICIO DI PRESIDENZA INTEGRATO DAI RAPPRESENTANTI DEI GRUPPI PARLAMENTARI Il presidente VALLARDI avverte che l'Ufficio di Presidenza integrato dai rappresentanti dei Gruppi parlamentari, convocato al termine della seduta odierna per la programmazione dei lavori, non avrà luogo. La Commissione prende atto. La seduta termina alle ore 17,15. Allegato RISOLUZIONE APPROVATA DALLA COMMISSIONE RISOLUZIONE APPROVATA DALLA COMMISSIONE SULL'AFFARE ASSEGNATO N. 148 ( Doc. XXIV, n. 45) La Commissione, a conclusione dell'esame, ai sensi dell'articolo 34, comma 1, primo periodo, e per gli effetti di cui all'articolo 50, comma 2, del Regolamento, dell'affare sulle problematiche del settore agrumicolo in Italia, premesso che: il comparto agrumicolo in Italia, pur godendo dei grandi vantaggi competitivi dati dalla posizione geografica e dal brand Made in Italy , attraversa crisi sempre più frequenti, dovute sia al continuo susseguirsi di eventi meteo estremi  causati dal " climate change " in corso  sia alla fragilità di un comparto che continua a mostrarsi fortemente frammentato al momento della commercializzazione (solo il 20 per cento dei produttori risulta associato in organizzazioni). Attraverso i lavori della Commissione in riferimento all'affare assegnato in esame n. 148 e nel corso delle audizioni conoscitive in cui sono intervenuti, Enti pubblici economici, Organizzazioni professionali con esperti del settore ed Enti di ricerca universitari, si è cercato di raccogliere contributi al problema ed individuare delle possibili soluzioni; considerato quanto segue: 1. Le principali caratteristiche della filiera Il mercato agrumicolo italiano è composto da arance, clementine, limoni, mandarini, pompelmi e altri agrumi tra cui bergamotto, cedro e chinotto, suddiviso in numerose varietà legate ai territori di Sicilia, Calabria, Puglia, Basilicata e Campania. Si va dalle arance rosse (come il Tarocco, Moro e Sanguinello della piana di Catania), a quelle a polpa bionda come l'ovale d'Anapo del siracusano o le arance ombelicate di Ribera, dai mandarini Ciaculli della provincia di Palermo alle clementine della Piana di Sibari e quelle di Taranto, fino alle coltivazioni di bergamotto e cedro della costa tirrenica e ionica della Calabria, e alle arance del Gargano e ai limoni di Amalfi; secondo Ismea l'offerta agrumicola italiana è localizzata nelle regioni meridionali dell'Italia dove Sicilia e Calabria arrivano a oltre l'80 per cento del totale. Le arance rappresentano più del 60 per cento dell'offerta totale, seguite da clementine (17 per cento), limoni (16 per cento), mandarini (5 per cento), pompelmi e altri agrumi per la parte residuale; il calendario di commercializzazione si concentra nel periodo che va dal mese di ottobre ad aprile. I calendari differiscono a seconda delle specie ma a grandi linee: - le clementine sono commercializzate da ottobre a metà febbraio; - le arance da ottobre ad aprile; - mandarini da metà novembre a fine marzo; - limoni sono una specie che fiorisce più volte nell'arco dell'anno; la maggior parte dell'offerta è destinata al consumo fresco, ma una parte cospicua della produzione è conferita alle industrie di estrazione del succo; la struttura e l'organizzazione della filiera agrumicola sono complesse poiché nella stessa area vi sono numerose forme di organizzazione della filiera stessa. Una situazione che deriva dalla contaminazione delle antiche forme commerciali locali con la moderna organizzazione delle filiere ortofrutticole incentrata sulle Organizzazione di Produttori (OP) che rappresenta il presupposto per l'adesione alle azioni e agli interventi previste dall'OCM (l'Organizzazione Comune di Mercato nell'ambito della Politica Agricola Comunitaria); l'eterogeneità si vede anche dal fatto che mentre il 59 per cento del valore della produzione ortofrutticola si deve alle regioni meridionali e il 54 per cento delle OP risiede negli stessi territori, soltanto il 32 per cento del valore commercializzato dal sistema organizzato a livello nazionale deriva dalle OP del Mezzogiorno. Una situazione che si spiega perché tante aziende agricole del Sud sono associate a OP del Centro-Nord; i dati (MIPAAF elaborati da Ismea) riferiti a Sicilia e Calabria (le principali regioni per produzione di agrumi), mostrano le difficoltà delle OP in questi territori. Gran parte delle 30 OP agrumicole ha un fatturato inferiore a 10 milioni di euro il che non permette loro di incidere sull'aggregazione dell'offerta e sulla valorizzazione della produzione; è indice della frammentazione del mercato anche il fatto che nelle più importanti aree dove si producono agrumi, una gran parte della produzione arriva il mercato attraverso soggetti che operano fuori dalle OP. In questi casi le funzioni proprie dell'OP, quali aggregazione dell'offerta, stoccaggio, cernita, calibrazione, confezionamento, sono svolte da una o più figure, che determinano uno "stiramento" della filiera con una perdita di efficienza della stessa e uno squilibrio nella distribuzione del valore aggiunto tra gli attori della filiera. È il caso di quelle filiere che vedono la presenza di attori come raccoglitori, mediatori e grossisti. Per tutti questi motivi, in una stessa area di produzione e per uno stesso prodotto coesistono differenti tipi di organizzazione della filiera che coinvolgono un numero assai variabile di operatori. 1.1 I numeri della filiera Nella campagna 2018/19 la produzione agrumicola ha superato di poco 2,6 milioni di tonnellate ed è composta prevalentemente da arance (61 per cento), seguite da mandarini e clementine (22 per cento) e limoni (16 per cento). Il restante 1 per cento della produzione agrumicola nazionale è costituito da 30.000 tonnellate di bergamotto, 5.000 tonnellate di pompelmi, 800 tonnellate di cedro e 50 tonnellate di chinotto; le importazioni ammontano a circa 430.000 tonnellate, di cui il 44 per cento di arance, il 29 per cento di limoni e il 18 per cento di clementine e mandarini. Ne consegue una disponibilità di prodotto pari a 3 milioni di tonnellate di cui il 57 per cento è destinato al consumo fresco, il 30 per cento va all'industria di trasformazione in succhi ed essenze, l'8 per cento viene esportato, il 4 per cento viene perso lungo la filiera e una quota residuale, inferiore all'1 per cento, viene ritirata dal mercato; la coltivazione di agrumi in Italia è diffusa quasi esclusivamente nelle regioni del Sud e nelle isole: il 99,9 per cento della produzione in valore è riferito alle regioni del Mezzogiorno mentre la piccola quota residua è ascrivibile al Lazio. Per quanto concerne il peso dell'agrumicoltura sul comparto agricolo nel complesso nel Mezzogiorno tale quota è pari al 5 per cento contro l'1,8 per cento del totale Italia. A livello di regioni, spiccano Sicilia e Calabria con un peso dell'agrumicoltura sul valore della produzione agricola totale rispettivamente del 13 e 11 per cento. 2. Le principali dinamiche di lungo periodo La dimensione media delle aziende, riferendosi ai dati dell'ultimo Censimento Ismea disponibile, riferisce che tra il 2000 e il 2010 vi è stato il raddoppio della superficie utilizzata agrumetata da 0,86 a 1,62 ettari per azienda. Un effetto avutosi a causa della riduzione del numero di aziende agricole che producono agrumi, a fronte di una contrazione ben più moderata delle superfici. Ma in media le dimensioni sono molto piccole e non raggiungono i due ettari per azienda (1,68 ettari per azienda in Calabria, 1,84 ettari per azienda in Basilicata e 1,92 ettari per azienda in Sicilia); altri spunti di analisi emergono considerando le variazioni avute nello stesso lasso di tempo dalla Spagna. Essa è al primo posto per il commercio internazionale di agrumi, esporta 15 volte quanto esporta, invece, l'Italia, che si ferma al 13° posto tra gli esportatori mondiali. Ne consegue che, tra il 2008 e il 2019, le esportazioni della Spagna sono aumentate dell'11 per cento in quantità, contro la sostanziale stagnazione in Italia. Nello stesso periodo, il prezzo medio del prodotto spagnolo è cresciuto del 15 per cento, meno della metà di quanto si è registrato dall'Italia. Siamo davanti a due logiche di mercato diverse: la Spagna cerca di mantenere e accrescere la leadership sui mercati dove è già presente, cercando di mantenere prezzi bassi, l'Italia ha puntato alla valorizzazione delle eccellenze nei mercati esteri; le statistiche ufficiali confermano, quindi, il ridimensionamento della filiera agrumicola italiana. 3. La fase agricola I dati dicono che la produzione di agrumi è condotta su piccole dimensioni (la superficie investita media ad agrumi è di 2,4 ettari per azienda in Italia, 2,9 ettari in Spagna e molto meno in Grecia e Portogallo), ma le superfici nelle aziende di giovani sono in media più grandi (3,8 ettari) e diminuiscono all'aumentare dell'età dell'imprenditore (1,8 ettari per gli over 65); le arance sono il principale agrume prodotto in Italia. Secondo i dati congiunturali Istat, su circa 82mila ettari (il 58 per cento della superficie agrumetata nazionale) vengono coltivate arance; negli ultimi cinque anni la superficie è rimasta sostanzialmente la stessa nelle prime tre campagne, mentre ha subito importanti variazioni nelle ultime due; le clementine sono il secondo agrume più prodotto in Italia. La superficie di produzione è rimasta stabile (circa 25.700 ettari pari al 18 per cento della superficie nazionale); i limoni sono il terzo agrume più coltivato, l'unico che ha visto crescere le superfici di produzione negli ultimi cinque anni (con superficie coltivata pari a oltre 22.000 ettari, il 16 per cento della superficie nazionale); meno investimenti si registrano, invece, per i mandarini anche se resistono bene in quelle aree particolarmente vocate della Sicilia. La superficie di produzione è pari a 8.300 ettari (6 per cento della superficie nazionale); il restante 1 per cento è costituito da produzioni di bergamotto (1.500 ettari), pompelmo (280 ettari), cedro (45 ettari) e chinotto (6 ettari). Anche queste specie tuttavia sono nel complesso in ridimensionamento; tra la campagna 2014/15 e quella 2018/19 anche la produzione in volume di agrumi ha mostrato un trend negativo, con una decrescita annua dello 0,6 per cento ( trend negativo dovuto soprattutto ad arance e mandarini mentre in aumento vi è quello di limoni e clementine). I dati sono condizionati non solo dalla diminuzione delle superfici utilizzate ma anche a causa delle continue variazioni climatiche che condizionano la produttività. Oltre a questi due fattori, nel corso degli ultimi cinque anni ci sono stati altre situazioni che hanno condizionato la quantità e la qualità del raccolto: la diffusione del virus tristeza , le alluvioni in Sicilia e Calabria, le eruzioni dell'Etna, le cui ceneri spesso causano problemi di qualità; infine (elaborazione Ismea basata su dati Istat) i dati indicano una consistente riduzione del valore della produzione soprattutto nella campagna 2018/19. Le contrazioni medie annue più considerevoli sono state registrate da arance (tasso variazione medio annuo (tvma) -4,9 per cento) e mandarini (tvma - 4,2 per cento), mentre per limoni e clementine è stato registrato un consistente incremento; le produzioni agrumicole certificate con un marchio d'indicazione geografica (IG) crescono di anno in anno e nella campagna agrumaria 2018/19 hanno raggiunto quota 41.000 tonnellate, con una crescita del 12 per cento rispetto alla campagna precedente. Nonostante il trend sia positivo, l'offerta di agrumi con marchio IG resta per il momento una quota residuale della produzione agrumicola nazionale: infatti, nella campagna 2018/19 ha superato di poco l'1 per cento, mentre l'incidenza degli agrumi sull'offerta di prodotti ortofrutticoli con marchio IG ha raggiunto l'11 per cento. Si tratta di quote modeste ma che potrebbero presentare anche grossi margini di crescita considerata la bassa pressione competitiva che in molti casi caratterizza il prodotto e la forte connotazione territoriale dello stesso; in molti casi, tuttavia, il processo di riconoscimento delle IG non è stato fatto precedere da un'adeguata analisi delle politiche di mercato da intraprendere, a cui si associa una frequente debolezza delle strutture organizzative, che spesso non hanno saputo trasmettere al territorio le potenzialità dell'aggregazione. In questo senso, le dimensioni spesso limitate degli areali produttivi e i nomi non sempre evocativi per un consumatore medio non hanno aiutato; per favorire la funzione di traino all'economia del territorio dei riconoscimenti ottenuti sarebbe importante intraprendere politiche aggregative finalizzate a ridurre i costi di gestione e di controllo dei Consorzi di tutela e, allo stesso tempo, attuare iniziative di organizzazione dell'offerta e di parallela promozione dei prodotti con l'obiettivo di coinvolgere inizialmente una base produttiva ragionevolmente ampia e, successivamente puntare a un suo ampliamento. 4. L'industria di trasformazione Il fatturato dell'industria di trasformazione di frutta e agrumi del 2018 è stimato in circa 995 milioni di euro, stabile rispetto all'anno precedente, e rappresenta l'1 per cento circa del totale agroalimentare e l'11 per cento di quello dei prodotti ortofrutticoli trasformati; l'industria di trasformazione costituisce un importante sbocco di mercato della produzione agrumicola nazionale. Per quanto riguarda i succhi di agrumi, per convenzione, si distingue l'industria di prima trasformazione, che si occupa dell'estrazione del succo ed eventualmente della concentrazione e del congelamento del succo tal quale, e l'industria di seconda trasformazione che utilizza i semilavorati prodotti nella fase precedente per realizzare i succhi di agrumi/frutta e/o le bibite gassate a base di succo. Non sono molto frequenti i casi in cui una stessa azienda realizzi entrambe le fasi industriali; l'industria di prima trasformazione degli agrumi è caratterizzata da due differenti tipologie: - imprese di piccole dimensioni, che effettuano solamente l'estrazione del succo naturale a partire dalla materia prima agricola; - imprese di dimensioni medie e grandi che oltre a realizzare l'estrazione del succo naturale realizzano il processo di concentrazione del succo naturale in prodotto concentrato che viene pastorizzato e congelato. Queste imprese lavorano sia la materia prima agricola sia il succo naturale prodotto dalle imprese di piccole dimensioni; l'industria di prima trasformazione agrumaria è localizzata in Calabria e Sicilia, laddove esiste un rapporto di fornitura relativamente stabile tra aziende agricole e imprese di trasformazione, grazie all'ampia disponibilità di materia prima. Le aziende calabresi risultano ubicate principalmente nelle province di Reggio Calabria e Cosenza; nella maggior parte dei casi gli stabilimenti lavorano arance e clementine, mentre più raramente sono specializzate in un solo segmento; in Sicilia le imprese di trasformazione sono localizzate nelle zone di Catania, Messina e Palermo, legate prevalentemente alla trasformazione di limoni, arance e mandarini. 5. Il mercato interno L'indice Ismea dei prezzi all'origine sintetizza l'andamento dei prezzi alla produzione degli agrumi, secondo un paniere composto dalle diverse specie e varietà di agrumi rappresentativo della produzione italiana delle principali piazze di scambio; una prima osservazione generale è relativa al fatto che l'indice dei prezzi all'origine Ismea degli agrumi mostra andamenti parabolici, con punte massime in coincidenza del periodo estivo quando il settore è rappresentato dalla sola produzione di limoni. La forte volatilità dell'indice dei prezzi all'origine degli agrumi è un fenomeno in parte correlato alla stagionalità della produzione e ai cambiamenti che il "paniere agrumi" subisce mese per mese in termini di mix di prodotti che lo compongono; in parte, è legata alle oscillazioni dell'offerta internazionale; costi di produzione degli agrumi sono influenzati da molte variabili quali: la dimensione aziendale, la specie e la varietà coltivata, il sesto d'impianto, le tecniche di produzione (convenzionale, integrata, biologica), il grado di meccanizzazione, le pratiche colturali adottate (concimazioni, irrigazione, diserbo, ecc.), la dislocazione geografica dell'azienda (pianura o collina) e la giacitura dei terreni, l'appartenenza a strutture associative e, non ultimo, la forte dipendenza dall'andamento meteo-climatico; in linea generale, concorrono alla formazione dei costi totali di produzione: - i costi diretti di coltivazione, quali i costi delle materie prime (concimi, fitofarmaci, diserbanti, irrigazione, costi energetici, consulenze tecniche e noleggi) e della manodopera salariata (per la raccolta e le altre operazioni colturali); - i costi indiretti, quali le quote di ammortamento, di manutenzione, le spese di assicurazione, amministrative, gli interessi passivi e gli oneri sociali; le maggiori voci di costo per le aziende che producono agrumi sono la manodopera, i prodotti energetici (energia elettrica e carburanti, che oltre che per le macchine agricole, sono necessari anche per l'adduzione e la distribuzione di acqua irrigua), i fitofarmaci, i concimi. L'analisi dei costi realizzate per le principali specie agrumicole (arance, limoni e clementine) evidenzia come i costi variabili incidano per il 60 per cento sui ricavi. Tra i costi variabili, la manodopera è la principale voce con un'incidenza media del 60 per cento su questa tipologia di costi. Il lavoro manuale per eseguire potatura e raccolta determina circa il 90 per cento del costo totale per la manodopera; a seconda dei casi esaminati, concimi e fitofarmaci incidono in maniera molto diversa sui costi variabili, con quote comprese tra il 16 e il 36 per cento; infine, l'irrigazione, incluso il costo di carburante per l'adduzione e la distribuzione dell'acqua e la manodopera per la gestione dell'irrigazione, incide sui costi variabili con una quota compresa tra il 5 e il 17 per cento; analizzando la dinamica dei prezzi dei fattori produttivi impiegati nelle aziende agrumicole, attraverso l'indice Ismea dei mezzi correnti di produzione degli agrumi, si evidenzia un lieve ma costante aumento dei prezzi degli input nel periodo 2010-2019. La tendenza generale è determinata dagli incrementi registrati per concimi, prodotti energetici e antiparassitari che nel periodo in esame si sono sovrapposti o alternati. Il trend crescente è confermato nelle ultime cinque campagne agrumarie  per convenzione la campagna va dal mese di ottobre a settembre dell'anno successivo  con l'indice dei mezzi di produzione complessivamente aumentato del 2,7 per cento circa. 6. Gli scambi con l'estero dell'Italia La domanda mondiale di agrumi è cresciuta costantemente negli ultimi cinque anni: le importazioni globali sono passate da 10,5 miliardi di euro del 2014 a quasi 14 miliardi del 2018; nello scenario competitivo globale degli agrumi, l'Italia riveste un ruolo di secondo piano, occupando l'undicesimo posto nella graduatoria dei principali importatori e la tredicesima posizione tra gli esportatori; tra gli importatori mondiali di agrumi le prime quattro postazioni sono occupate da USA, Germania, Francia e Russia, ossia paesi con produzione nulla o scarsa e grandi consumi. Al quinto posto si posizionano i Paesi Bassi che importano agrumi sia per soddisfare il consumo interno sia per riesportarli nei paesi dell'Unione europea; focalizzando l'attenzione sull'Italia si osserva innanzitutto che il saldo della bilancia commerciale degli agrumi è strutturalmente negativo. Nelle ultime cinque campagne il passivo è oscillato tra i 104 milioni di euro dell'ultima campagna e i 180 milioni di euro della campagna 2014/15. Nel periodo in esame, le esportazioni hanno oscillato tra 185 (campagna 2014/15) e 255 milioni di euro (campagna 2017/18), mentre le importazioni sono comprese tra un minimo di 335 milioni di euro della campagna 2018/19 e il massimo di 390 milioni di euro di quella 2016/17; nelle ultime cinque campagne agrumicole la spesa per l'importazione di agrumi è oscillata tra 360 e 390 milioni di euro. Il dato relativo all'ultima campagna indica un esborso di 335 milioni di euro con una flessione del 13 per cento rispetto alla campagna precedente. Negli ultimi cinque anni il contributo più rilevante e stabile al deficit commerciale dell'Italia per gli agrumi è derivato dai limoni; per quanto riguarda i fornitori dell'Italia, il 63 per cento delle importazioni proviene dai partner dell'Ue e il restante 37 per cento dai Paesi extra-Ue. La sola Spagna è responsabile dell'approvvigionamento di oltre la metà delle importazioni italiane di agrumi. Il secondo partner europeo dell'Italia sono i Paesi Bassi che pur non producendo agrumi, spediscono in Italia il prodotto che importano prevalentemente dai paesi dell'emisfero australe, primo tra tutti il Sudafrica. Al secondo posto dei fornitori dell'Italia troviamo il Sudafrica che grazie agli accordi commerciali con l'Ue sta incrementando le spedizioni dei suoi agrumi in Europa e in Italia. Nel 2019, il Sudafrica ha garantito il 14 per cento delle importazioni italiane di agrumi. Al terzo posto c'è l'Argentina che invia in Italia soprattutto i limoni e detiene una quota dell'8 per cento delle importazioni italiane di agrumi; riguardo alle esportazioni di arance, il confronto tra Italia e Spagna evidenzia che: − la Spagna è il primo esportatore mondiale di arance: nel 2019 ne ha esportate circa 1,8 milioni di tonnellate con introiti per 1,1 miliardi di euro; − l'Italia è il decimo fornitore mondiale con 104 mila tonnellate e introiti per 100 milioni di euro; − la quota dell'export verso i primi tre paesi clienti è molto simile: 56 per cento della Spagna contro il 55 per cento dell'Italia; − il prezzo medio all'export delle arance è di 0,64 euro/kg per la Spagna e 0,97 euro/kg per l'Italia. Il prodotto italiano è quello con il prezzo medio più elevati. 7. Competitività della filiera e problemi emersi 7.1. Produzione in campo Secondo gli ultimi dati Ismea ( report pubblicato l'8 marzo 2021) la campagna agrumicola appena conclusa conferma i trend negativi precedentemente indicati ed è stata caratterizzata da una produzione abbondante e dalla prevalenza di frutti di piccolo calibro (3 e 4). In un mercato nazionale e internazionale, in cui gli standard sono quelli imposti dalla GDO solo il prodotto di calibro medio-grande spunta quotazioni soddisfacenti per i produttori; il potenziale produttivo ammonta a circa 80.000 ettari. Nel 2020 la superficie in produzione è diminuita del 2,5 per cento su base annua e la flessione è ancora più ampia rispetto al dato medio dell'ultimo triennio (-3,5 per cento); nell'attuale congiuntura di mercato risulta molto importante il ruolo svolto dall'industria della trasformazione dei succhi che, dopo l'azzeramento delle scorte dovuto a due campagne con scarsi raccolti, ritira e lavora ingenti quantitativi di arance, soprattutto frutti medio-piccoli, alleviando in tal modo la pressione dell'offerta, resa particolarmente pesante anche dal concomitante incremento della produzione mediterranea; oltre alla congiuntura sfavorevole, il settore agrumicolo nazionale è penalizzato fortemente dai limiti insiti nella propria struttura. L'agrumicoltura è una realtà a forte connotazione mediterranea e sono coinvolte specifiche aree del Sud Italia. La filiera produttiva è estremamente concentrata geograficamente e un calendario di raccolta più breve rispetto ai nostri diretti competitor spagnoli; le problematiche che attanagliano l'intero comparto agrumicolo sono di varia natura ed entità, tra le quali ricordiamo: 7.1.1. Problematiche naturali: cambiamento del clima Sempre più spesso ormai si verificano eventi atmosferici di natura avversa, dovuti soprattutto al cambiamento climatico che sta avvenendo a livello globale, con gelate tardive che colpiscono le colture durante la fioritura pregiudicando così la formazione dei frutti; esondazioni causate da ingenti quantitativi di pioggia caduti in brevissimo tempo oppure, ancora, lunghi periodi di siccità, contribuendo così alla diminuzione delle rese ad ettaro; un altro problema strutturale che è stato segnalato è la carenza di acqua per l'irrigazione, richiamando l'importanza di interventi pubblici volti a fronteggiare la questione degli approvvigionamenti e delle perdite di acqua degli acquedotti; 7.1.2. Problematiche di carattere fitosanitario Ulteriori problematiche che incombono sul settore agricolo sono rappresentate dalla diffusione di fitopatie estremamente nocive: il Citrus Tristeza virus (CTV):è un virus appartenente al genere Closterovirus , che causa una patologia chiamata "tristezza degli agrumi". Questo virus è originario del sud-est asiatico ma si è rapidamente diffuso in tutto il mondo, provocando grandi epidemie. La malattia si manifesta, soprattutto, su piante innestate su specie sensibili come l'arancio amaro. In Italia si è diffusa nel 2002, specie in Sicilia, Puglia e Calabria; in base agli ultimi monitoraggi effettuati dal Servizio fitosanitario della Regione Sicilia tutta l'isola è ormai da considerare zona d'insediamento, a parte alcune ristrette zone indenni lungo la costa occidentale. Si stima infatti che ormai oltre la metà del patrimonio agrumicolo regionale circa 45.000 (pari a circa 90.000 ettari) sia interessato dalla sindrome. Si parla di un danno nel biennio 2016-2017 di oltre 800.000 tonnellate di agrumi italiani con il CREA che ha chiarito che ci si trova di fronte alla necessità di impiantare un totale di oltre 15.000.000 di nuove piante resistenti al virus, al costo di 14-15.000 euro l'ettaro; in Puglia le zone maggiormente colpite dal virus nel periodo tra il 2010 e il 2015 sono quelle fra Massafra e Palagiano (Taranto) che, insieme a Castellaneta e Ginosa, producono circa il 90 per cento degli agrumi dell'intera regione e in provincia di Taranto in 5 anni, dal 2010 al 2015, il virus ha causato una riduzione del 17 per cento nell'estensione degli agrumeti, ossia circa 2.000 ettari; il CBS  Citrus Black Spot : la "macchia nera degli agrumi", causata dal fungo patogeno wrrjw , rappresenta una devastante malattia che provoca la maculatura dei frutti e delle foglie. Particolarmente suscettibili sono arance e limoni; HLB - Huanglongbing  Citrus Greening Desease : ugualmente temibile è la malattia del "ramo giallo", malattia distruttiva degli agrumi, associata a batteri del genere Candidatus Liberibacter , trasmessi da psille (insetti). Colpisce tutte le specie e le cultivar di agrumi, a prescindere dal portinnesto. Sulle foglie si manifesta con presenza di rami gialli dovuta alle foglie che presentano una maculatura clorotica a chiazze, asimmetrica rispetto alla nervatura centrale, con diverse sfumature di verde e giallo. Invece i frutti si presentano piccoli e asimmetrici. Nella fase di invaiatura mostrano una inversione di colore rispetto a quelli indenni: la parte prossima al peduncolo diventa giallo-arancione e la parte stilare rimane verde. 7.2. Commercializzazione In linea generale è emersa una difficoltà a fare "sistema" da parte degli operatori della filiera. Si tratta di un fattore ancora più determinante in ragione di una elevatissima parcellizzazione produttiva; dal punto di vista commerciale la scarsa capacità delle cooperative di svolgere la loro vera funzione che è quella di attrarre soci (al fine di concentrare l'offerta) ma anche quella di essere rappresentative della base sociale, nonché favorirne la consapevolezza e l'evoluzione imprenditoriale; è stato evidenziato inoltre un problema di riqualificazione della qualità dei prodotti, a causa della presenza di varietà non più gradite dal mercato o in altri casi non rispondenti alla logica dell'ampliamento del calendario produttivo. In Basilicata e in Calabria è stato sollevato il problema della carenza della ricerca pubblica, in particolare sul fronte della selezione di nuove varietà in modo da ridurre l'esposizione verso l'estero e favorire le esportazioni. Per questo motivo è necessario, per favorire il ricambio varietale, dare una nuova finalità al CREA, il più importante Ente italiano di ricerca agroalimentare, definendo un nuovo piano triennale più orientato verso la biodiversità; la grave crisi che interessa il comparto agrumicolo meridionale, in particolare in Sicilia, in Calabria e nel Metapontino, sta compromettendo in modo irreversibile la capacità di fare impresa degli agricoltori, nonché l'occupazione di migliaia di lavoratori dell'indotto. I motivi sono da imputare a molteplici cause: - eccesso di offerta in determinati periodi dell'anno dovuto principalmente alla brevità di mesi in cui l'Italia riesce ad essere presente sui mercati. Infatti tutta l'offerta si concentra in 3-4 mesi, generalmente parte di ottobre, novembre, dicembre e gennaio a causa di una dotazione varietale scarna e non concorrenziale, ciò provoca la saturazione del mercato, che subisce anche l'invasione di prodotti provenienti dall'estero in particolare dal bacino Mediterraneo come Nord Africa e Turchia in primis , a prezzi estremamente competitivi; tutto ciò è causa di concorrenza sleale per questo prodotto, dove i costi di produzione sono molto inferiori a quelli italiani ed europei, a cui si aggiunge anche l'onere economico della raccolta che, con merce collocata sul mercato, genererebbe un introito molto modesto e comunque per nulla compensativo dei costi di produzione; gli effetti degli accordi in materia di liberalizzazione reciproca dei prodotti agricoli tra l'Unione europea e alcuni Paesi della sponda sud del Mediterraneo impattano fortemente sulle economie agricole delle regioni meridionali, in quanto introducono disposizioni tariffarie e concessioni a tutto vantaggio dei Paesi in questione, le cui crescenti esportazioni verso il sud Europa destabilizzano una già difficile realtà produttiva e di mercato; - logistica e trasporti molto deboli e scarsamente efficienti per poter raggiungere in tempi brevi i mercati del nord Europa. A fronte di un'organizzazione efficientissima della Spagna. Debolezza strutturale delle regioni meridionali dovuta molto alla pervasività della mafia all'interno dei settori nodali (es autotrasporti) come dimostrano, ad esempio, il rapporto Eurispes e anche il Report sulla filiera agrumicola; - in media il 20 per cento delle aziende agricole, che rappresentano il 60 per cento della produzione, aderisce a cooperative oppure a Organizzazioni Produttori (OP). Tra Sicilia e Calabria esistono circa 40 OP specializzate nel comparto agrumicolo di dimensione medio-piccole. Altre OP ortofrutticole, invece, radicate al Centro Nord Italia che dispongono di soci produttori e impianti di produzione ubicate nelle zone di produzione del Meridione; - elevato grado di parcellizzazione della fase produttiva e commerciale. Sono infatti presenti troppi marchi commerciali e troppi operatori, ciò ad esclusivo appannaggio della Grande Distribuzione Organizzata nazionale ed internazionale che ha così il potere di incidere e decidere riguardo gli andamenti commerciali. A pagarne le conseguenze maggiori sono i produttori che sono "costretti" a svendere il proprio prodotto, destinato al consumo fresco, a prezzi imbarazzanti ed umilianti piuttosto che vederlo deperire invenduto sulle piante; - prezzi irrisori per il prodotto destinato all'industria di trasformazione: circa 1 centesimo al kg per le clementine e da 5 a 9 centesimi circa al kg per le arance; - costi di produzione più elevati rispetto alla media europea (gasolio, energia elettrica, concimi, agro farmaci, ); - poche risorse finanziarie utilizzate in attività di marketing e promozione dei prodotti a marchio e scarsissima incentivazione al consumo di frutti di piccole dimensioni che pur essendo piccoli presentano medesime qualità organolettiche dei calibri di maggiori dimensioni. 7.3. Rapporti con le Istituzioni Vi è anche una eccessiva burocratizzazione inerente gli adempimenti amministrativi e le opportunità di finanziamento che, di fatto, rappresenta un muro importante. Allo stesso tempo si registra un eccessivo ritardo nei pagamenti, soprattutto per i PSR. Per questo motivo i PSR vengono spesso considerato inefficaci, inefficienti e di scarso interesse per i produttori a differenza di altri strumenti (ad esempio l'OCM) più flessibili e rispondenti alle esigenze del tessuto produttivo; i referenti regionali, dal loro punto di vista, hanno sottolineato come spesso le opportunità di finanziamento esistenti non vengano utilizzate a causa dalla poca conoscenza o per lo scarso interesse, i produttori, dal canto loro, lamentano la scarsa capacità di coordinamento da parte delle Regioni; da più parti si chiedono maggiori controlli fitosanitari sui prodotti importati, al pari di quelli nazionali, per contrastate le pratiche di concorrenza sleale; altro tema è quello della ricerca e della gestione della manodopera, soprattutto stagionale legata alla raccolta e potatura; considerato infine che: stenta a decollare, essenzialmente per mancanza di risorse, il Programma nazionale di certificazione volontaria degli agrumi gestito dal CREA-OFA, voluto dal Ministero e volto a produrre il primo materiale di propagazione, con controlli fitosanitari e di corrispondenza varietale estremamente severi, al fine di assicurare al settore vivaistico di poter disporre di piante certificate e di elevata qualità; bisogna, quindi, adottare iniziative volte a promuovere accordi di qualità con le industrie di trasformazione, puntando sulla qualità del nostro prodotto, a sostenere il settore agrumicolo, anche attraverso la definizione di una specifica politica di ricorso al credito in favore delle aziende del comparto agrumicolo e intervenendo in maniera strutturale attraverso una attenta e puntuale programmazione, anche tramite la definizione di un Piano agrumicolo nazionale; il decreto-legge n. 27 del 2019, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 44 del 2019, così detto «Decreto Emergenze», prevede misure per il sostegno del settore agrumicolo, riconoscendo un contributo destinato alla copertura, totale o parziale, dei costi sostenuti per gli interessi dovuti per il 2019 sui mutui bancari contratti dalle imprese del settore agrumicolo entro la data del 31 dicembre 2018, al fine di contribuire alla ristrutturazione di tale settore nonché uno stanziamento per la realizzazione di campagne promozionali e di comunicazione istituzionale da destinare al comparto agrumicolo; impegna il Governo: a) a valutare l'opportunità di intervenire presso le competenti sedi unionali al fine di chiedere l'attivazione delle misure di salvaguardia agli accordi tra l'UE e i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo in materia di liberalizzazione reciproca dei prodotti agricoli, dei prodotti agricoli trasformati, del pesce e dei prodotti della pesca e più in generale a intervenire nella medesima sede per la revisione e l'aggiornamento degli Accordi euro mediterranei, siglati con i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo, in considerazione del fatto che tali Accordi provocano gravi perturbazioni al mercato nazionale e segnatamente alle filiere produttive delle Regioni meridionali del nostro Paese; b) a valutare di proporre, nelle opportune sedi europee, che negli accordi di libero scambio con i Paesi extra Unione europea, nel rispetto del principio di reciprocità, siano adottate misure per rafforzare e promuovere le esportazioni di agrumi italiani in mercati con grandi potenzialità, anche attraverso una strategia volta a individuare e risolvere i principali ostacoli quali, ad esempio, la conformità ai requisiti previsti dai protocolli di intesa relativamente al sistema di lavorazione, condizionamento e conservazione, con particolare riferimento al trattamento a freddo necessario al trasporto via aereo, al fine di salvaguardare il comparto agrumicolo; ad adottare iniziative, in sede europea, dirette a potenziare il sistema dei controlli sui prodotti agrumicoli provenienti da mercati esteri, al fine di: c) realizzare di un catasto agrumicolo nazionale quale condizione necessaria per garantire qualsiasi azione di programmazione produttiva orientata al mercato; d) contrastare fenomeni di concorrenza sleale, realizzati anche attraverso l'uso di prodotti fitosanitari non consentiti in ambito UE e l'utilizzazione di lavoro sottopagato o minorile; e) a valutare, da parte delle competenti amministrazioni, l'adozione di misure, nell'ambito delle già previste iniziative di valorizzazione delle produzioni di eccellenza agricole e alimentari, per rafforzare e promuovere le esportazioni di agrumi nazionali al fine di salvaguardare la competitività e l'occupazione; f) rafforzare i controlli all'ingresso degli agrumi e verificarne la tracciabilità anche in ambito Ue onde consentirne il controllo e la verifica su residui di prodotti fitosanitari in Italia non consentiti, al fine di parificare le condizioni di produzione e i costi gravanti sui produttori italiani; g) tutelaresia la filiera agricola sia il costo di produzione dei prodotti ortofrutticoli emanando delle disposizioni in materia di trasparenza delle pratiche commerciali della filiera agrumicola e di elaborazione dei costi medi di produzione dei prodotti ortofrutticoli; h) rafforzare la tracciabilità di prodotto, al fine di impedire pratiche di vendita fraudolenta; i) contenere i danni di un ingresso involontario di nuovi organismi, rafforzando il controllo fitosanitario alle frontiere, implementando le misure di quarantena e rafforzando i servizi fitosanitari regionali; j) spostare l'attenzione anche su altre specie vegetali, comprese le piante ornamentali, in ingresso nel nostro Paese, che possono essere ospiti secondari di patogeni o dei loro vettori. k) ad adottare un vero e proprio Piano agrumicolo nazionale, anche utilizzando a tale scopo il Fondo nazionale agrumicolo, adeguatamente rifinanziato, volto a misure di emergenza consistenti in: l) ritiro dal mercato di una quota parte di agrumi e finanziamento per la distribuzione agli indigenti con cui il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali (MIPAAF) di concerto con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali deve provvedere a ridefinire un Fondo per il ritiro della produzione eccedentaria con un bando e successiva redistribuzione per il tramite degli Enti caritativi riconosciuti e iscritti nel relativo Albo istituito presso l'Agea; m) predisposizione di un programma di valorizzazione dei prodotti agrumicoli nazionali mediante la stipula di convenzioni tra aziende e strutture pubbliche, quali scuole, ospedali ed enti, finalizzate alla fornitura di distributori automatici di spremute e di agrumi freschi e la realizzazione di campagne nazionali di sensibilizzazione e promozione del consumo di agrumi; n) incremento dei canali distributivi di frutta fresca e derivati degli agrumi in particolare rafforzando il settore Ho.Re.Ca. (acronimo di Hotel, Restaurant e Catering ) le cui collocazioni del nostro prodotto, contraddistinto dal brand Made in Italy possono assolvere sicuramente il compito di sviluppare i consumi interni e le quote dell'export; o) rafforzamento dei programmi nazionali per la fornitura dei prodotti agricoli nelle scuole promuovendo il consumo di prodotti derivanti dalla filiera agrumicola nazionale. p) a supportare una strategia di ripristino del potenziale produttivo degli agrumeti colpiti dal virus Tristeza e di quelli con cultivar obsolete, con impianti ormai datati, cosi come misure preventive per il diffondersi di nuove fitopatie ( Citrus black spot e Huanglongbing  Citrus Greening Desease ) coordinando le azioni dei produttori con il sostegno da mettere in campo. Si tratta, per il virus Tristeza di incentivare la riconversione varietale, con azioni finanziarie che siano di ristoro economico sia per la messa a dimora di nuovi impianti, che per il periodo di improduttività come indennizzo per mancato reddito e potenziando le c.d. biofabbriche per la produzione di antagonisti da utilizzare in agrumicoltura e per garantire assistenza tecnica agli agrumicoltori italiani; a realizzare un programma di rinnovo varietale al fine di: q) assicurare una disponibilità di piante virus esente per realizzare il piano annuale di riconversione programmato, attraverso la ricerca e gli investimenti del CREA e utilizzando in maniera sinergica e integrata le risorse provenienti dei Piani di sviluppo rurale (PSR) e dell'OCM attraverso le organizzazioni dei produttori; r) promuovere le produzioni agrumicole in concertazione con la promozione dei territori e del turismo (il valore aggiunto degli agrumi italiani dato dalle capacità evocative dei territori in cui avviene la produzione. Bisogna attivare le mappe mentali dei consumatori e questo deve emergere anche in fase di export ); s) promuovere le linee sia di frutto fresco che dei succhi e derivati non solo di arance, ma anche di clementine, limoni, cedro, bergamotto e agrumi congelati in fette soprattutto per il periodo estivo in cui gli agrumi provengono da paesi dell'emisfero opposto con normative fitosanitarie che non garantiscono salubrità del prodotto italiano (ad es. buccia non edibile e altro); t) vendere direttamente tramite canali tradizionali, e-commerce e filiera corta che costituiscono una modalità di commercializzazione al dettaglio e una ulteriore opportunità per fornire direttamente la ristorazione; u) favorire politiche aggregative per la creazione di consorzi (facendo in tal modo massa critica sui mercati per assicurare alle piccole aziende del settore i costi di produzione) finalizzate a ridurre i costi di gestione e di controllo e, allo stesso tempo, attuare iniziative di organizzazione dell'offerta e di parallela promozione dei prodotti con l'obiettivo di coinvolgere inizialmente una base produttiva ragionevolmente ampia e, successivamente, puntare a un suo ampliamento; v) sostenere anche la creazione di piattaforme e-commerce di vendita aggregata dove le cooperative potrebbero essere hub nei network tra produttori locali e consumatori italiani ed europei; w) incrementare la diffusione dei marchi Bio e Dop e Igp e in particolare nel prodotto Bio; x) promuovere il ricorso alla contrattazione di filiera, come mezzo per sostenere investimenti di rilevanza nazionale, promuovendo, nella prospettiva di accrescere la competitività, l'integrazione di tutti i soggetti della filiera e, conseguentemente, l'innovazione organizzativa e produttiva del settore agricolo e agroalimentare; y) incrementare i consumi pro capite con adeguate campagne promozionali in riferimento anche alle caratteristiche salutistiche del prodotto. z) investire in ricerca e marketing ; aa)incentivare gli imprenditori al fine di creare nuovi impianti agrumetati con varietà volte a soddisfare le esigenze di mercato e dei consumatori, bb)introdurre nuove varietà per allungare il calendario di commercializzazione ed essere più competitivi con le altre nazioni; cc)assistere finanziariamente i produttori che intendono sostituire le varietà datate con varietà resistenti e che consentano di allungare il calendario di commercializzazione; dd)promuovere prodotti a marchio (IGP) e produzioni biologiche; ee)promuovere ed incentivare l'industria di trasformazione (succhi, canditi, ) e surgelati (fette, cubetti di succo, scorze, ecc.); ff) promuovere, in campo agrumicolo, la tutela della biodiversità mediante la valorizzazione di produzioni tipiche locali, favorendo altresì le correlate pratiche agricole e le caratteristiche conoscenze tradizionali, in armonia con la salvaguardia dell'ambiente e della salute umana; gg)facilitare l'accesso al credito per gli imprenditori virtuosi che vogliono acquistare terreni agricoli per ingrandire la propria attività al fine di far aumentare la dimensione aziendale media a livello nazionale; hh)permettere ai produttori di mantenere un prezzo di produzione che eviti pratiche commerciali sleali a danno, soprattutto, della piccola e media impresa; ii) adottare iniziative per rafforzare le misure di contrasto all'utilizzo della manodopera in nero per la raccolta degli agrumi (per come previsto con l'attuazione della legge n. 257 del 2016 in materia di lotta al caporalato) come, ad esempio, istituire un marchio etico tipo " Fairtrade " in cui si certifica che la produzione avviene nel rispetto dei diritti dei produttori e lavoratori; jj) attuare le misure previste dall'articolo 9 del decreto-legge n. 27 del 2019, convertito dalla legge n. 44 del 2019, che prevede, nel limite complessivo di spesa di 5 milioni di euro, un contributo per la copertura dei costi sostenuti per gli interessi dovuti per l'anno 2019 sui mutui bancari contratti dalle imprese entro la data del 31 dicembre 2018, nonché dall'articolo 11 del medesimo decreto-legge, che ha previsto lo stanziamento di 2 milioni di euro per la realizzazione di campagne promozionali e di comunicazione istituzionale da destinare al comparto agrumicolo assieme a quello ovicaprino e olivicolo; kk)promuovere un programma di educazione alimentare nelle scuole, quale parte integrante dell'azione didattica e formativa, per favorire l'adozione di corretti comportamenti alimentari, basati sul modello della dieta mediterranea, nonché la conoscenza dei benefici per la salute umana che possono derivare dal consumo di determinati alimenti, come frutta e verdura, ivi compresi gli agrumi. Allegato SCHEMA DI RISOLUZIONE PRESENTATO DAL RELATORE SCHEMA DI RISOLUZIONE PRESENTATO DAL RELATORE SULL'AFFARE ASSEGNATO N. 337 La Commissione, a conclusione dell'esame, ai sensi dell'articolo 34, comma 1, primo periodo, e per gli effetti dell'articolo 50, comma 2, del Regolamento, dell'affare sulle problematiche inerenti ai danni causati all'agricoltura dall'eccessiva presenza di fauna selvatica, richiamato l'ampio ciclo di audizioni svolto con i soggetti istituzionali competenti ed esperti, nonché il materiale acquisito; premesso che: negli ultimi anni si sta verificando una continua crescita dei danni causati alle attività agricole e zootecniche, alla piscicoltura nonché alla biodiversità dalla fauna selvatica. Il fenomeno assume la dimensione di una vera e propria emergenza in alcune aree del nostro Paese, tanto da compromettere, la capacità di fare impresa degli agricoltori e degli allevatori coinvolti, con evidenti ripercussioni in termini di redditività; elemento imprescindibile per una corretta valutazione del fenomeno è rappresentato dall'analisi qualitativa e quantitativa di dati e informazioni, che permettono di ricostruire un quadro preciso delle problematiche (tipologia dei danni, quantificazione, tipo di colture danneggiate e specie animali interessate) per poter valutare interventi davvero risolutivi; una gestione sempre più in difficoltàdella coesistenza fra animali selvatici e attività agricoledetermina un crescente risentimento fra gli agricoltori, i quali sono due volte vittime, sia per la perdita delle coltivazioni o del bestiame, sia per le lungaggini dei risarcimenti, tra l'altro incongruenti rispetto ai danni subiti; la tipologia di danni, variabile nei diversi contesti geografici e territoriali, è correlata alle attività svolte ed alle specie di selvatici. I danni alle colture agrarie sono provocati pressoché in tutto il Paese soprattutto dal cinghiale, in misura minore e più localizzata, dal cervo, dal capriolo e dal daino, a questi si aggiungono i danni arrecati da uccelli (in particolare corvidi, storni, svassi e cormorani); a partire dagli anni '50 vi è stata una reintroduzione in diverse zone d'Italia, della specie Sus scrofa, provenienti dall'est Europa, senza un attento studio dell'impatto che tale ripopolamento avrebbe comportato su ambiente e biodiversità. In quegli anni, per scopi venatori e in taluni casi per ripopolamento di specie drasticamente ridotte, furono introdotti nel nostro Paese anche altre specie di animali selvatici ancora con assenza di studi specifici sull'interferenza con ambiente e fauna locale, fra cui troviamo le minilepri, l'istrice, il capriolo. Tali semplicistiche introduzioni, anche di specie alloctone, hanno rappresentato erappresentano un rischio aggiunto per la diffusione di malattie, oltre alle alterazioni agli ecosistemi; talvolta alcune specie, già presenti in Italia, sono state reintrodotte in zone in cui erano assenti, come accaduto per il capriolo e il cervo; premesso altresì che: le colture maggiormente danneggiate da ungulati sono: castagneti da frutto (localmente con danni a varietà di pregio ed elevato valore economico); vigneti; frutteti; ortaggi; graminacee (orzo, grano, avena, farro, mais); patate. Nei parchi alpini sono oggetto di danno soprattutto le colture foraggere (es. prati da sfalcio, erba medica, lupinella, erbai, orti). Infine, si registrano spesso danni a opere di recinzione ed irrigazione nonché ai muretti a secco; per la zootecnia le problematiche più diffuse riguardano le predazioni, sempre più frequenti e dannose, operate dal lupo (e anche da ibridi tra lupo e cane); danni economici inferiori sono causati da volpi, faine e altri carnivori, ma non da sottovalutare a causa dei rischi connessi alla circolazione di alcune malattie, come ad es. la rabbia silvestre veicolata dalle volpi; le specie animali domestiche oggetto di maggiori predazioni da parte di fauna selvatica sono rappresentate da esemplari di bovini, equini, ovini, caprini, cani e animali da cortile; considerato che: le problematiche e i danni causati dalla fauna selvatica si ripercuotono su molteplici piani: - sul piano economico-produttivo la presenza eccessiva di fauna selvatica, soprattutto di ungulati, sta rendendo difficile in molte aree il normale svolgimento dell'attività agricola con crescenti fenomeni di abbandono di aree rurali e con conseguenze negative anche sulla tenuta idrogeologica dei territori; - per quanto riguarda la presenza invasiva del lupo, questa sta provocando l'abbandono dell'alpeggio e di forma di allevamento allo stato brado, con rischi anche per la biodiversità esistente; - sul piano ecologico/ambientale con la diffusione della problematica crescono le alterazioni ecosistemiche e i disequilibri tra le specie; - sul piano civilistico e sociale, alle gravi perdite di prodotto causate dalla fauna selvatica è connessa anche la complessa problematica della gestione del diritto al risarcimento dei danni patiti da agricoltori e allevatori: finora le politiche degli indennizzi si sono rivelate insufficienti e inadeguate in quanto le procedure interne per ottenere gli indennizzi previsti sono insoddisfacenti, eccessivamente burocratizzate e del tutto insufficientia riparare la reale consistenza del danno subito. Si riscontra, inoltre, un'eccessiva soggettività nella valutazione del danno riscontrato, nonché una diversa metodologia di valutazione tra istituti di gestione confinanti. Questa situazione genera malcontenti e incomprensioni con ripercussioni negative facilmente immaginabili, con conseguente rischio di abbandono delle attività produttive in contesti ambientali in cui queste rappresentano anche un fondamentale presidio del territorio; - sul piano sanitario l'eccessiva pressione della fauna selvatica nei territori rurali (ma anche in alcune aree urbane) rappresenta un rischio in relazione al diffondersi di epizoozie come la peste suina africana (PSA), ma anche un pericolo in termini di pubblica sicurezza per il verificarsi di incidenti stradali con esiti anche mortali nonché per il danneggiamento ad infrastrutture idrauliche, opere di ingegneria naturalistica per la regimazione delle acque ed il contenimento dell'erosione del suolo, ed a interventi di sistemazione agraria; - nonostante il problema non sia solo italiano e nonostante l'esistenza di apposite Convenzioni internazionali (vedi la Convenzione di Berna del 1979 o la Convenzione sulla diversità biologica del 1992) che sanciscono anche l'obbligo per i Paesi contraenti di provvedimenti per il controllo e l'eradicazione delle specie problematiche esistenti, nonché per prevenirne ulteriori reinfestazioni, il problema delle specie invasive alloctone o para autoctone rimane tuttora irrisolto nella maggior parte dei casi; considerato inoltre che: in Italia la legge n. 157 del 1992 (Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio) ha rappresentato un passo significativo nella gestione faunistica e, nonostante gli anni, rimane un punto di equilibrio importante tra diversi valori, interessi, e punti di vista in gioco, ma fotografava una realtà in molti casi decisamente diversa da quella attuale, con specie che risultavano a rischio e che oggi rischiano di essere infestanti e con territori che hanno radicalmente mutato la loro fisionomia e le loro prospettive; fino a quando la presenza di alcuni animali, in particolare gli ungulati, era numericamente limitata e gli esemplari erano diffusi soltanto in determinate aree, i danni all'agricoltura erano di entità per lo più contenuta e considerati dagli addetti ai lavori come una componente del rischio d'impresa che l'agricoltore si assumeva nel suo lavoro. Col passare del tempo, a causa di numerosi fattori quali l'assenza di animali predatori, il regime di tutela e la crescente presenza di aree montane e collinari abbandonate dall'agricoltura, la flessione del numero dei cacciatori ed una inadeguata attività di controllo, si sono venute a creare condizioni per una proliferazione incontrollata, in particolare degli ungulati; per quanto riguarda la caccia , si registra una diminuzione sostanziale del numero dei cacciatori, che è in flessione nel nostro Paese come nella maggior parte dei Paesi europei; in Italia come in larga parte dei paesi, negli ultimi decenni si è assistito ad una crescente deruralizzazione e un contestuale aumento dell'inurbamento, con sottrazione di suolo e di biodiversità nelle aree periurbane anche per l'ampliamento delle infrastrutture e crescita della cementificazione, mentre l'attività agricola e zootecnica nelle aree rurali, sempre più specializzata, ha lasciato incolti molti terreni con bassa produttività e scarsamente meccanizzabili, creando habitat naturali favorevoli al proliferare di varie specie di fauna selvatica; negli ultimi anni si registra con maggiore frequenza in alcuni territoriun'inversione di tendenza da parte di giovani che tornano o che vorrebbero ritornare all'attività rurale nei propri territori , ma che di fronte ad una fauna selvatica ormai fuori controllo vengono scoraggiati nei loro propositi di investire nelle attività agricole e di pastorizia ed indirettamente di presidio del territorio; valutato che: alcune specie rappresentano una crescente minaccia per le produzioni agricole e per le risorse del territorio; negli ultimi anni è cresciuta la presenza del cormorano, specie problematica in quanto ogni esemplare è capace di mangiare oltre 12 kg di pesce al mese, concorrendo unitamente a problematiche di qualità delle acque, ambientali, climatiche, di deflusso minimo, ecc., a determinare un impoverimento, se non la scomparsa di alcune specie ittiche autoctone, in torrenti, fiumi e laghi, nonché danni rilevanti per la piscicoltura e itticoltura. Le misure di contenimento fin qui messe in atto non hanno dimostrato l'efficacia auspicata, a causa della scarsità di fondi destinati e del numero di operatori preposti al controllo della specie ed anche di una sorta di vuoto legislativo, denunciato anche dalla Conferenza Stato-Regioni, che scoraggia ogni assunzione di responsabilità da parte degli enti pubblici, non consentendo, ad esempio, il prelievo controllato della specie dannosa anche nelle torbiere e nelle riserve lacustri; valutato inoltre che: un discorso a parte merita il mancato controllo di alcune specie alloctone che si sono diffuse in modo invasivo, provocando seri danni all'agricoltura e alle infrastrutture: è il caso, ad esempio, delle nutrie (Myocastor coypus), ormai ampiamente diffusa con popolazioni molto consistenti, che pur non più rientrando nella fattispecie riconducibile al regìme di tutela delle specie selvatiche imposto dalla legge n. 157/92, (dopo la previsione puntuale dell'art. 11, comma 12 bis, della l. 11 agosto 2014, n. 116, che ha convertito in legge il d.l. 24 giugno 2014, n. 91) e per la quale, ai sensi della stessa norma, la gestione dovrebbe essere finalizzata all'eradicazione o comunque al controllo delle popolazioni, sonoresponsabili di enormidanni causati alle colture e alle arginature. Per quanto riguarda le colture agricole la nutria danneggia soprattutto mais, colture orticole, barbabietole da zucchero, mentre il danno alle arginature è causato dallo scavo delle tane che possono arrivare ad una profondità di diversi metri all'interno dell'arginatura; per quanto concerne invece gli altriungulati presenti in Italia, vanno fatte delle opportune distinzioni sia di natura biologica sia di natura geografica: - in area alpina anche il cervo esercita un impatto negativo su determinate colture (vedi i meleti in Trentino Alto Adige) e sugli ecosistemi forestali. Tuttavia le esigenze biologiche di questa specie, la sua distribuzione ed i protocolli gestionali finora adottati fanno sì che la dimensione dell'impatto risulti generalmente gestibile, nonostante alcune situazioni locali di criticità; - al di fuori del contesto alpino anche il capriolo, ed il daino possono determinare localmente situazioni di impatto negativo sugli ecosistemi agrari legate alla distribuzione spaziale e stagionale delle risorse, con situazioni territoriali di criticità ma in genere, più facilmente affrontabili e risolvibili, con l'impegno di tutti i soggetti istituzionali ed i portatori di interessi coinvolti; diverso è il caso del cinghiale che, per le sue caratteristiche biologiche, per la dimensione e la distribuzione delle popolazioni presenti e per l'inadeguatezza dei protocolli gestionali finora adottati, riveste un ruolo centrale nella problematica dei danni causati agli ecosistemi agrari. L'impatto negativo del cinghiale sulle coltivazioni si manifesta sia con il danno diretto a molte produzioni agricole sia con il danneggiamento del suolo dovuto alla tipica attività di scavo (rooting); il raggiungimento ormai di una dimensione di criticità della presenza della specie è connesso ad una molteplicità di motivazioni collegate tra loro: il cinghiale in Italia, molto più di altri ungulati selvatici, è infatti andato incontro ad un'eccezionale incremento demografico e distributivo che oggi interessa gran parte del territorio nazionale. Tale incremento ha molte cause: l'aumento complessivo delle superfici boscate, la rinaturalizzazione delle aree marginali degli ecosistemi agrari, il passaggio ad un sostanziale utilizzo monoculturale ed intensivo di molti fondi agrari, lo spopolamento delle aree rurali, la mancata gestione della specie all'interno delle aree protette; in particolare, a causa della crescita esponenziale della specie questo suide si spinge a cercare nuovi spazi per il procacciamento del cibo anche verso i centri abitati; i cinghiali ed altri gli animali selvatici che occupavano determinati territori sono stati costretti ad abbandonarli spostandosi in altre zone, incrementando così la loro presenza in determinate aree e, di conseguenza, la necessità di risorse per il loro sostentamento. In questo senso il consumo di suolo è un fenomeno che può contribuire all'incremento dei danni prodotti dagli animali selvatici i quali, vedendosi erodere le fonti di cibo, sono costretti per approvvigionarsi a spostarsi verso aree limitrofe, occupate dalle coltivazioni umane, oppure avvicinandosi alle periferie delle città; valutato in particolare che: per quanto concerne il cinghiale, la specie che più entra in conflitto con le attività umane, dagli studi e le osservazioni fatte risulta che le attuali popolazioni della specie sarebbero molto prolifiche e di taglia maggiore rispetto alle popolazioni autoctone appenninica e sarda, e vi sarebbero risultanze che indicherebbero la causa nella introduzione, a partire dagli anni Cinquanta, in Italia, dall'Europa centrale, di esemplari molto più prolifici e di taglia maggiore rispetto alle popolazioni autoctone con grande adattabilità, che si sarebbero moltiplicati e diffusi anche in aree dove in precedenza non erano presenti; con la crescita della popolazione dei cinghiali e il conseguente maggior rilievo assunto dalla questione dei danni da loro arrecati all'agricoltura e alla sicurezza umana, negli ultimi anni si è anche intensificato l'impatto e di conseguenza il disagio delle comunità locali interessate; tra le implicazioni che rendono necessario ed urgente un intervento sull'eccessiva proliferazione della specie vi sono i rischi sanitari che l'eccessiva diffusione del cinghiale può esercitare verso il comparto zootecnico. Il numero sproporzionato di cinghiali aumenta in modo esponenziale i rischi di introduzione di alcune patologie, come la peste suina africana (PSA), in grado di creare importanti rischi sanitari per la successiva diffusione degli agenti patogeni sia a carico delle popolazioni selvatiche di cinghiale sia a carico di allevamenti di maiali domestici, occorre inoltre non trascurare la possibilità di trasmissione della TBC, infatti all'esame autoptico di alcuni esemplari sono state rilevate lesioni ascrivibili al batterio della TBC; è chiaro infatti che l'aumento di consistenza delle popolazioni di cinghiali, così come il progressivo estendersi delle aree della presenza della specie rappresentano fattori che aumentano il rischio di esposizione ad eventuali introduzioni del virus nel nostro Paese e che complicano le attività da porre in essere per fronteggiare un'emergenza. Anche se la PSA non è una zoonosi (e pertanto non minaccia direttamente la salute umana) le conseguenze di un'eventuale emergenza legata all'introduzione del virus in Italia avrebbe conseguenze economiche drammatiche, sia per l'impatto diretto sui contingenti dei suini allevati sia per le regole del commercio internazionale e della Commissione Europea che prevedono l'applicazione di severe misure di restrizione in caso di infezione da virus PSA con il blocco delle movimentazioni di suini vivi e prodotti derivati dalla suinicoltura. Il nostro settore zootecnico subirebbe conseguenze pesantissime e, con esso, anche le conseguenze su esportazione e in generale commercializzazione nostri prodotti di eccellenza (prosciutto di Parma, San Daniele, culatello di Zibello, insaccati di Felino, norcineria, ecc.); altro tema cui porre attenzione sono gli incidenti stradali causati da cinghiali e ungulati in genere. Secondo i dati più recenti rilevati dall'osservatorio ASAPS (Associazione Sostenitori ed Amici della Polizia Stradale) nel 2020 si sono registrati 157 incidenti significativi (l'Osservatorio considera solo quelli con persone ferite o decedute) col coinvolgimento di animali, nei quali 16 persone sono morte e 215 sono rimaste seriamente ferite. In 138 casi (ossia nell'88 per cento dei casi) l'incidente è avvenuto con un animale selvatico. A livello regionale, al primo posto negli incidenti con conseguenze gravi alle persone per investimenti di animali figura la Lombardia con 17 sinistri, seguono l'Emilia Romagna con 15, il Piemonte 14, l'Abruzzo 13, la Campania 12, le Marche 11, la Toscana e la Liguria con 10, il Veneto, il Lazio e la Sardegna con 8, la Sicilia 7, il Molise 6, la Puglia 5, il Trentino Alto-Adige, l'Umbria e il Friuli-Venezia Giulia 4, la Calabria 1. Questi dati non esauriscono ovviamente i casi in cui si verificano incidenti in cui sono coinvolti animali selvatici: è evidente infatti che gli incidenti nei quali muore o rimane ferito solo l'animale, con danni ai soli mezzi e non alle persone, sono diverse migliaia ogni anno e risultano di difficile calcolo perché in molti casi gli automobilisti coinvolti non denunciano il sinistro sapendo che difficilmente verranno rimborsati i danni; rilevato che: l'analisi dei danni all'agricoltura causati dalle specie carnivore, richiede una particolare attenzione, mentre infatti per quanto riguarda l'orso il problema appare minore, ma non da sottovalutare, per il lupo è necessario effettuare un esame più articolato ed approfondito; in particolare, anche in assenza di dati certi e comparabili sulla consistenza della attuale popolazione dei lupi in Italia, e stante la difficoltà di reperire informazioni complessive sulle predazioni da lupi certificate da personale qualificato, il fenomeno risulta comunque particolarmente grave e diffuso soprattutto in alcune aree del Paese; in Italia il lupo sta riprendendo possesso dei territori dai quali era stato cacciato, rischiando l'estinzione, negli anni settanta del secolo scorso. I dati provenienti da vari territori porterebbero a pensare che il Lupo (Canis lupus) in Europa non sia più da considerare, almeno globalmente, specie a rischio di estinzione, né in pericolo. Dai dati dei progetti di monitoraggio della presenza del lupo e dalle denunce degli allevatori di ovini , caprini e bovini, specie quelli che operano nell'arco alpino risulterebbe che nel corso degli ultimi anni sarebbero significativamente cresciuti gli attacchi dei lupi e canidi al loro bestiame, ma anche ai loro cani sia conduttori che guardiani. Oggi possiamo affermare che le cronache riferiscono di attacchi di lupi al bestiame soprattutto in alcune regioni italiane come il Piemonte, Lombardia e il Triveneto, ma potremmo aggiungere anche la Toscana, il Lazio e l'Abruzzo e la Puglia. I danni riportati dagli allevatori sono costantemente in crescita esponenziale, anche se molti di loro si sono rassegnati dal denunciare i fatti a causa della sfiducia nel sistema degli indennizzi oggi vigente; a livello europeo si stanno cercando le migliori soluzioni ad una pacifica convivenza fra lupi e attività umane, e nel 2018 è stato innalzato al 100% il valore del rimborso che lo Stato può erogare agli agricoltori per l'acquisto di sistemi di prevenzione, insieme al risarcimento per le perdite dovute a eventi di predazione senza considerarlo aiuto di stato. Va segnalato che nella pratica sono meno richiesti i rimborsi per gli investimenti in prevenzione rispetto a quelli per le predazioni; nel caso del lupo il tema della prevenzione assume un rilievo centrale. Le soluzioni di protezione del bestiame come recinti, cani da guardia o supervisione umana, se pur positivi, non sempre hanno però dato gli esiti sperati, e purtroppo in alcunicasi hanno generato effetti collaterali dannosi (si pensi alla capacità dei lupi di saltare oltre i recinti elettrici o ai cani guardiani che in alcune occasioni hanno azzannato turisti ed escursionisti). Il conflitto tra comunità umane e i lupi, in atto già da anni, sta purtroppoconoscendo una rapida escalation e l'incidenza dei danni è in costante crescita. Inoltre, a causa delle preoccupazioni aggiuntive provocate dalla presenza del predatore, si verificano ricadute negative sulla qualità della vita da parte degli abitanti nelle valli, compromettendo la stessa permanenza di agricoltori e allevatori in territori molto fragili, già provati dalla crisi globale e dai cambiamenti climatici, che necessitano della presenza costante dell'uomo. E' necessario attivare e coordinare un programma di interventi a sostegno dell'allevamento e della pastorizia per limitare la disaffezione ed i danni da lupo o canidi che potrebbero generare ripercussioni non solo socio-economiche, ma anche con forte impatto sulla biodiversità. Inoltre l'abbandono dei piccoli e medi allevamenti, con mancanza di ricambio generazionale, pregiudica irrimediabilmente la cura e salvaguardia del territorio , interessato tra l'altro dal grave rischio idrogeologico, specie nelle fasce altitudinali medio-basse. Va inoltre contrastato il pericoloso fenomeno dell'ibridizzazione lupo-cane, anche con la predisposizione di norme che permettano di affrontare efficacemente la situazione anche nell'ottica della stessa tutela della specie; rilevato in conclusione che: per quanto concerne il risarcimento dei danni causati dagli animali selvatici alle colture ed agli allevamenti, la materia è stata delegata alle Regioni e da queste in molti casi alle proprie strutture decentrate. Sul tema si registra una grande disomogeneità a livello nazionale rispetto alle modalità con cui si procede alla perizia dei danni (con l'utilizzo di diversi parametri), ai soggetti preposti allo svolgimento delle relative procedure, alle modalità di quantificazione e risarcimento dei danni nonché ai tempi impiegati per l'erogazione dei conseguenti ristori. In linea generale il ristoro dei danni copre solo una parte del danno diretto ed indiretto effettivamente causato dalla fauna selvatica, ai sensi dell'articolo 26 della legge n. 157 del 1992, a causa della carenza di risorse pubbliche destinate a tale scopo; un passaggio necessario alla gestione del fenomeno risulterebbe la costruzione, presso ISPRA, di una banca dati con parametri condivisi ed univoci tra tutte le regioni che permetta il monitoraggio di una evoluzione comparabile e articolata nel tempo; l'analisi Eurispes, risalente all'ormai lontano 2007, evidenziava che il danno era già all'epoca superiore ai 70 milioni di euro; dallo stesso rapporto si evinceva inoltre che già allora si era registrata la quasi decuplicazione del numero degli animali selvatici sul territorio nazionale; tutto ciò premesso, considerato, valutato e rilevato, impegna il Governo: 1- ad affrontare e risolvere definitivamente il problema dello squilibrio della fauna selvatica nel nostro territorio e dei danni da essa generati per la sicurezza e la salute pubblica, nonché per la salvaguardia della biodiversità, anche sviluppando strategie emergenziali per ridurre i conflitti e facilitando l'accesso alle informazioni sui potenziali effetti negativi delle interazioni uomo-specie problematiche; 2- ad attivare urgentemente con il coinvolgimento del Ministero della Transizione Ecologica ed il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali con il coinvolgimento delle regioni e delle province autonome, delle associazioni di categoria agricole e della pesca, venatorie, ecologiste e le associazioni scientifiche, una cabina di regia per definire un programma di interventi e le necessarie modifiche normative necessarie alla sua attuazione; 3- a valorizzare nelle Regioni e Province Autonome istituti regionali per la fauna selvatica, dotati di autonomia tecnico-scientifica e organizzativa, i quali operano in raccordo con ISPRA, per permettere una omogenea raccolta dei dati a supporto delle azioni di governo e programmazione delle regioni; 4- conseguentemente garantire l'istituzione presso ISPRA  Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale - di una banca dati nazionale aggiornata e di libero accesso, che contenga informazioni relative al censimento della fauna selvatica, alla sua densità e distribuzione sul territorio nazionale e ai relativi danni causati ai cittadini e al settore agricolo, dell'acquacoltura e zootecnico e concordare le modalità di libera consultazione delle pubblicazioni, dei pareri e della documentazione prodotta dall'Istituto; 5- a semplificare le procedure di programmazione faunistica e delle attività venatorie, armonizzandole con le direttive europee e rendendole più dinamiche per adeguare, mitigare e governare le trasformazioni in atto sui territori garantendo l'effettiva partecipazione e consultazione del mondo agricolo a tutela delle proprie attività. In questo quadro andrebbero ridisegnati e ridefiniti al posto degli "ambiti territoriali di caccia", gli "ambiti territoriali di gestione faunistica e venatoria" assicurando loro una natura giuridica meglio definita; 6- a promuovere efficaci piani faunistici che permettano una stabile coesistenza fra attività agricole e protezione ambientale e incremento della biodiversità in linea con quanto previsto dall'Unione Europea, ridefinire i ruoli dei tanti soggetti ora sovrapponibili su determinate aree, unitamente al riordino delle competenze provinciali ripristinando risorse e mezzi ora carenti; 7- a garantire il concreto funzionamento delle aree contigue (art. 32, L. n.394/1991) e adottare una strategia nazionale di gestione della fauna selvatica e nello specifico del cinghiale, che sia basata su un'armonizzazione e coordinamento degli interventi che si eseguono nelle aree protette, nelle aree contigue, negli ambiti pubblici e privati di caccia; 8- a dare mandato al Ministero della Transizione Ecologica di intervenire su ISPRA affinché nell'ambito delle sue attività di organismo consultivo, operi sulla base di dati costantemente aggiornati per rilasciare pareri sempre forniti di supporto scientifico, così come più volte ricordato dal Commissario europeo per l'Ambiente; 9- a provvedere a risolvere le procedure di infrazione in atto sul tema ambientale, nello specifico superare la violazione della Direttiva Habitat e la mancata designazione delle Zone Speciali di Conservazione (ZSC) e la mancata adozione delle misure di conservazione, indispensabili per una gestione sostenibile e controllata del nostro patrimonio naturale e per assicurare il mantenimento o il ripristino, in uno stato di conservazione soddisfacente, degli habitat naturali e delle specie di fauna e flora selvatiche di interesse comunitario; 10- a ripensare il modello di controllo delle specie dannose e pericolose, definite come tali dalle regioni interessate, prevedendo la possibilità, nel caso in cui le regioni dichiarino l'insufficienza dei metodi selettivi ed ecologici, anche con strumenti di cattura e conseguente soppressione, e con piani di abbattimento, attuati dalle regioni, sotto il coordinamento del corpo di polizia provinciale, di pubblici ufficiali o dipendenti pubblici incaricati del servizio, e realizzati, incoerenza con la Sentenza 21/2021 della Corte Costituzionale (che ha respinto la richiesta di cassazione all'art. 37 della legge reg. Toscana n. 3 del 1994, nei commi 3, 4 e 4 ter) con il coinvolgimento gestionale degli ATC e avvalendosi dei proprietari conduttori dei fondi nei quali si attuano i piani di abbattimento, delle guardie forestali e del personale di vigilanza dei comuni, nonché delle guardie venatorie dipendenti dalla Regione, le guardie addette alla vigilanza dei parchi regionali e nazionali, i corpi di polizia municipale, le guardie giurate e le guardie forestali e campestri delle unioni dei comuni subentrate alle comunità montane, le guardie venatorie volontarie convenzionate , le guardie ambientali volontarie, le guardie private riconosciute ai sensi del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, purché i soggetti in questione siano in possesso di licenza di caccia, nonché soggetti che abbiano frequentato appositi corsi di preparazione organizzati dalle regioni stessa sulla base di programmi concordati con l'ISPRA. Tali corsi dovranno fornire una idonea preparazione circa l'ecologia e la gestione delle popolazioni animali selvatiche, la biologia delle specie selvatiche oggetto di controllo nonché sulle tecniche e le modalità con cui effettuare il controllo. A prevedere inoltre che le regioni, per prevenire o eliminare i danni alle produzioni agricole possano autorizzare, in qualsiasi periodo dell'anno, i cacciatori e gli altri soggetti abilitati ai sensi del capoverso precedente, i proprietari o conduttori dei fondi interessati, al controllo dei cinghiali. A definire il suesposto modello di controllo prevedendo un quadro normativo condiviso in Conferenza Stato Regioni, sulla base di linee guida validate dall'ISPRA, e che le regioni definiscano poi con loro provvedimento le specie particolarmente dannose interessate, le condizioni e le modalità degli interventi; 11- a prevedere un sistema nazionale condiviso con le regioni e province autonome di ristoro danni da fauna selvatica, laddove, malgrado le azioni preventive ed i piani di contenimento, le attività agricole, anche connesse, abbiano subito danni, ribadendo che i proprietari ed i conduttori dei fondi hanno diritto al risarcimento integrale della perdita effettivamente subita a causa di animali di proprietà dello Stato, purché abbiano dimostrato di aver messo in atto tutti i sistemi di contenimento di cui al punto 18 lettera b); 12- a snellire le procedure per il rimborso dell'installazione di sistemi di prevenzione e per il risarcimento dei danni subiti, ampliando i canali di finanziamento (anche tramite PSR), prevedendo che il risarcimento debba essere integrale, comprensivo dei danni diretti ed indiretti alle attività imprenditoriali, con criteri di determinazione dei danni e procedure e tempi del risarcimento omogenei sul territorio nazionale, in modo da non avere comportamenti difformi tra zone e/o tipologie di imprese. La gestione dei risarcimenti deve essere di spettanza delle Regioni e delle Province Autonome, che eventualmente possono delegare competenze e responsabilità o usufruire della collaborazione di organismi ed enti subordinati. Per i risarcimenti le Regioni si servono di fondi provenienti dalle tasse di concessione all'abilitazione dell'attività venatoria, eventualmente integrati con fondi nazionali, qualora risultassero insufficienti; 13- a rafforzare la tracciabilità della filiera venatoria. Ai fini della sicurezza e della salute pubblica, ma anche per un generale miglior governo del settore, occorre assicurare un efficace controllo ed adeguata tracciabilità della filiera venatoria, partendo dalla presenza di centri di raccolta, sosta e lavorazione della selvaggina, idonei ed autorizzati. In linea generale va regolamentato il principio che per tutti gli animali, specie per gli ungulati, non direttamente consumata dal cacciatore, ma in qualsiasi altro modo commercializzata ed immessa al consumo deve essere tracciata e passare per i centri di raccolta autorizzati; 14- a predisporre un piano di controllo sostenibile per le specie alloctone che alterano gli equilibri ambientali e hanno ripercussioni sulle attività agricole, unitamente alla gestione ecologica e al controllo delle specie di uccelli ittiofaghe, che hanno un impatto sulla fauna ittica e sull'acquacoltura, anche con metodi incruenti di difesa passiva e attiva (copertura con fili, reti e serre, guardiania, cannone a gas, emettitori multipli di ultrasioni, suoni e lampi di luce, ecc.); 15- a dare attuazione al nuovo "Piano di conservazione e gestione del Lupo in Italia" che prevede tra l'altro l'attualizzazione dei dati sulla distribuzione e consistenza del lupo sulle Alpi e un rafforzamento delle indicazioni per Ministeri e Regioni per la definizione di documenti, l'inserimento fra i temi oggetto di informazione e comunicazione dell'impatto dei cani vaganti e degli ibridi lupo-cane sulla conservazione della specie; 16- a ripensare l'approccio di gestione del cinghiale sul territorio, puntando alla prevenzione efficace, principio generale di notevole rilevanza che deve guardare al futuro in maniera intelligente e concreta, evitando sprechi di tempo e di denaro pubblico, e attivando un piano straordinario di riequilibrio per la sostenibilità ambientale della specie, coordinandolo con attenzione a quanto previsto al punto 10. Contestualmente attivare un progetto di reintroduzione del cinghiale maremmano più piccolo e meno prolifico attraverso prelievi di esemplari presenti nella Tenuta presidenziale di Castelporziano, Parco del Circeo e Tenuta di San Rossore; 17- ad attivarsi al fine di emanare norme efficaci che colmino i vuoti legislativi e quindi porre in essere senza indugio tutti i decreti attuativi in materia rimasti ancora in sospeso, dando priorità a quello previsto dall'art. 19 bis, comma 5 della Legge n. 157/1992; 18- a rivedere il quadro normativo a partire dalla legge 157/1992: a) affinché la gestione della fauna selvatica sia finalizzata alla conservazione e alla diffusione delle specie animali, anche in rapporto di compatibilità con l'ambiente e con le attività antropiche, soprattutto quelle agricole; b) determinando le linee guida, affinché le Regioni e le Province Autonome di Trento e di Bolzano, nell'ambito dei piani faunistico-venatori stabiliscano: - gli interventi di prevenzione dei danni da fauna selvatica; - le misure ordinarie di controllo della fauna selvatica; - le misure straordinarie di controllo della fauna selvatica, nel caso in cui gli interventi di prevenzione dei danni e le misure ordinarie di controllo della fauna stessa, siano inefficaci a realizzare gli scopi di contenimento della medesima; - gli incentivi, le regole ed i percorsi di formazione e di sperimentazione per la difesa attiva dalle specie dannose come tali definite dalle regioni sulla base delle situazioni territoriali sulla base di linee guida condivise a livello nazionale tra MIPAAF e MITE e le regioni e province autonome; - i criteri di risarcimento adeguati a ristorare l'effettivo pregiudizio patrimoniale sofferto dalle attività produttive e in particolare quelle agricole, dalla fauna selvatica; 19- a semplificazione delle procedure di risarcimento dei danni prodotti dalla fauna selvatica e dall'attività venatoria; 20- a prevedere lo scorporo del risarcimento o dell'indennizzo per i danni di alcune specie selvatiche o inselvatichite dalla quota massima prevista per gli aiuti delle aziende agricole rientranti nel regolamento de minimis; 21- a prevedere criteri più corrispondenti agli effettivi danni da fauna selvatica subiti dalle attività produttive e conseguenti adeguati risarcimenti, anche per una maggiore tutela ecologica-ambientale, evitando le alterazioni ecosistemiche ed i disequilibri tra le specie ovvero di danneggiamento di beni protetti, di valore storico-culturale. Allegato RISOLUZIONE APPROVATA DALLA COMMISSIONE RISOLUZIONE APPROVATA DALLA COMMISSIONE SULL'AFFARE ASSEGNATO N. 337 ( Doc. XXIV, n. 46) La Commissione, a conclusione dell'esame, ai sensi dell'articolo 34, comma 1, primo periodo, e per gli effetti dell'articolo 50, comma 2, del Regolamento, dell'affare sulle problematiche inerenti ai danni causati all'agricoltura dall'eccessiva presenza di fauna selvatica, richiamato l'ampio ciclo di audizioni svolto con i soggetti istituzionali competenti ed esperti, nonché il materiale acquisito; premesso che: negli ultimi anni si sta verificando una continua crescita dei danni causati alle attività agricole e zootecniche, alla piscicoltura nonché alla biodiversità dalla fauna selvatica. Il fenomeno assume la dimensione di una vera e propria emergenza in alcune aree del nostro Paese, tanto da compromettere la capacità di fare impresa degli agricoltori e degli allevatori coinvolti, con evidenti ripercussioni in termini di redditività; elemento imprescindibile per una corretta valutazione del fenomeno è rappresentato dall'analisi qualitativa e quantitativa di dati e informazioni, che permettono di ricostruire un quadro preciso delle problematiche (tipologia dei danni, quantificazione, tipo di colture danneggiate e specie animali interessate) per poter valutare interventi davvero risolutivi; una gestione sempre più in difficoltàdella coesistenza fra animali selvatici e attività agricoledetermina un crescente risentimento fra gli agricoltori, i quali sono due volte vittime, sia per la perdita delle coltivazioni o del bestiame, sia per le lungaggini dei risarcimenti, tra l'altro incongruenti rispetto ai danni subiti; la tipologia di danni, variabile nei diversi contesti geografici e territoriali, è correlata alle attività svolte ed alle specie di selvatici. I danni alle colture agrarie sono provocati pressoché in tutto il Paese soprattutto dal cinghiale, in misura minore e più localizzata, dal cervo, dal capriolo e dal daino, a questi si aggiungono i danni arrecati da uccelli (in particolare corvidi, storni, svassi e cormorani); a partire dagli anni '50 vi è stata una reintroduzione, in diverse zone d'Italia, della specie Sus scrofa , provenienti dall'Est Europa, senza un attento studio dell'impatto che tale ripopolamento avrebbe comportato su ambiente e biodiversità. In quegli anni, per scopi venatori e in taluni casi per ripopolamento di specie drasticamente ridotte, furono introdotti nel nostro Paese anche altre specie di animali selvatici ancora con assenza di studi specifici sull'interferenza con ambiente e fauna locale, fra cui troviamo le minilepri, l'istrice, il capriolo. Tali semplicistiche introduzioni, anche di specie alloctone, hanno rappresentato erappresentano un rischio aggiunto per la diffusione di malattie, oltre alle alterazioni agli ecosistemi; talvolta alcune specie, già presenti in Italia, sono state reintrodotte in zone in cui erano assenti, come accaduto per il capriolo e il cervo; premesso altresì che: le colture maggiormente danneggiate da ungulati sono: castagneti da frutto (localmente con danni a varietà di pregio ed elevato valore economico); vigneti; frutteti; ortaggi; graminacee (orzo, grano, avena, farro, mais); patate. Nei parchi alpini sono oggetto di danno soprattutto le colture foraggere (es. prati da sfalcio, erba medica, lupinella, erbai, orti). Infine, si registrano spesso danni a opere di recinzione ed irrigazione nonché ai muretti a secco; per la zootecnia le problematiche più diffuse riguardano le predazioni, sempre più frequenti e dannose, operate dal lupo (e anche da ibridi tra lupo e cane); danni economici inferiori sono causati da volpi, faine e altri carnivori, ma non da sottovalutare a causa dei rischi connessi alla circolazione di alcune malattie, come ad es. la rabbia silvestre veicolata dalle volpi; le specie animali domestiche oggetto di maggiori predazioni da parte di fauna selvatica sono rappresentate da esemplari di bovini, equini, ovini, caprini, cani e animali da cortile; considerato che: le problematiche e i danni causati dalla fauna selvatica si ripercuotono su molteplici piani: - sul piano economico-produttivo la presenza eccessiva di fauna selvatica, soprattutto di ungulati, sta rendendo difficile in molte aree il normale svolgimento dell'attività agricola con crescenti fenomeni di abbandono di aree rurali e con conseguenze negative anche sulla tenuta idrogeologica dei territori; - per quanto riguarda la presenza invasiva del lupo, questa sta provocando l'abbandono dell'alpeggio e di forme di allevamento allo stato brado, con rischi anche per la biodiversità esistente; - sul piano ecologico/ambientale con la diffusione della problematica crescono le alterazioni ecosistemiche e i disequilibri tra le specie; - sul piano civilistico e sociale, alle gravi perdite di prodotto causate dalla fauna selvatica è connessa anche la complessa problematica della gestione del diritto al risarcimento dei danni patiti da agricoltori e allevatori: finora le politiche degli indennizzi si sono rivelate insufficienti e inadeguate in quanto le procedure interne per ottenere gli indennizzi previsti sono insoddisfacenti, eccessivamente burocratizzate e del tutto insufficientia riparare la reale consistenza del danno subito. Si riscontra, inoltre, un'eccessiva soggettività nella valutazione del danno riscontrato, nonché una diversa metodologia di valutazione tra istituti di gestione confinanti. Questa situazione genera malcontenti e incomprensioni con ripercussioni negative facilmente immaginabili, con conseguente rischio di abbandono delle attività produttive in contesti ambientali in cui queste rappresentano anche un fondamentale presidio del territorio; - sul piano sanitario l'eccessiva pressione della fauna selvatica nei territori rurali (ma anche in alcune aree urbane) rappresenta un rischio in relazione al diffondersi di epizoozie come la peste suina africana (PSA), ma anche un pericolo in termini di pubblica sicurezza per il verificarsi di incidenti stradali con esiti anche mortali nonché per il danneggiamento ad infrastrutture idrauliche, opere di ingegneria naturalistica per la regimazione delle acque ed il contenimento dell'erosione del suolo, ed a interventi di sistemazione agraria; - nonostante il problema non sia solo italiano e nonostante l'esistenza di apposite Convenzioni internazionali (vedi la Convenzione di Berna del 1979 o la Convenzione sulla diversità biologica del 1992) che sanciscono anche l'obbligo per i Paesi contraenti di provvedimenti per il controllo e l'eradicazione delle specie problematiche esistenti, nonché per prevenirne ulteriori reinfestazioni, il problema delle specie invasive alloctone o para autoctone rimane tuttora irrisolto nella maggior parte dei casi; considerato inoltre che: in Italia la legge n. 157 del 1992 (Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio) ha rappresentato un passo significativo nella gestione faunistica e, nonostante gli anni, rimane un punto di equilibrio importante tra diversi valori, interessi, e punti di vista in gioco, ma fotografava una realtà in molti casi decisamente diversa da quella attuale, con specie che risultavano a rischio e che oggi rischiano di essere infestanti e con territori che hanno radicalmente mutato la loro fisionomia e le loro prospettive; fino a quando la presenza di alcuni animali, in particolare gli ungulati, era numericamente limitata e gli esemplari erano diffusi soltanto in determinate aree, i danni all'agricoltura erano di entità per lo più contenuta e considerati dagli addetti ai lavori come una componente del rischio d'impresa che l'agricoltore si assumeva nel suo lavoro. Col passare del tempo, a causa di numerosi fattori quali l'assenza di animali predatori, il regime di tutela e la crescente presenza di aree montane e collinari abbandonate dall'agricoltura, la flessione del numero dei cacciatori ed una inadeguata attività di controllo, si sono venute a creare condizioni per una proliferazione incontrollata, in particolare degli ungulati; per quanto riguarda la caccia , si registra una diminuzione sostanziale del numero dei cacciatori, che è in flessione nel nostro Paese come nella maggior parte dei Paesi europei; in Italia come in larga parte dei paesi, negli ultimi decenni si è assistito ad una crescente deruralizzazione e un contestuale aumento dell'inurbamento, con sottrazione di suolo e di biodiversità nelle aree periurbane anche per l'ampliamento delle infrastrutture e crescita della cementificazione, mentre l'attività agricola e zootecnica nelle aree rurali, sempre più specializzata, ha lasciato incolti molti terreni con bassa produttività e scarsamente meccanizzabili, creando habitat naturali favorevoli al proliferare di varie specie di fauna selvatica; negli ultimi anni si registra con maggiore frequenza in alcuni territoriun'inversione di tendenza da parte di giovani che tornano o che vorrebbero ritornare all'attività rurale nei propri territori, ma che di fronte ad una fauna selvatica ormai fuori controllo vengono scoraggiati nei loro propositi di investire nelle attività agricole e di pastorizia ed indirettamente di presidio del territorio; valutato che: alcune specie rappresentano una crescente minaccia per le produzioni agricole e per le risorse del territorio; negli ultimi anni è cresciuta la presenza del cormorano, specie problematica in quanto ogni esemplare è capace di mangiare oltre 12 kg di pesce al mese, concorrendo unitamente a problematiche di qualità delle acque, ambientali, climatiche, di deflusso minimo, ecc., a determinare un impoverimento, se non la scomparsa di alcune specie ittiche autoctone, in torrenti, fiumi e laghi, nonché danni rilevanti per la piscicoltura e itticoltura. Le misure di contenimento fin qui messe in atto non hanno dimostrato l'efficacia auspicata, a causa della scarsità di fondi destinati e del numero di operatori preposti al controllo della specie ed anche di una sorta di vuoto legislativo, denunciato anche dalla Conferenza Stato-Regioni, che scoraggia ogni assunzione di responsabilità da parte degli enti pubblici, non consentendo, ad esempio, il prelievo controllato della specie dannosa anche nelle torbiere e nelle riserve lacustri; valutato inoltre che: un discorso a parte merita il mancato controllo di alcune specie alloctone che si sono diffuse in modo invasivo, provocando seri danni all'agricoltura e alle infrastrutture: è il caso, ad esempio, delle nutrie ( Myocastor coypus ), ormai ampiamente diffusa con popolazioni molto consistenti, che pur non più rientrando nella fattispecie riconducibile al regìme di tutela delle specie selvatiche imposto dalla legge n. 157 del 1992, (dopo la previsione puntuale dell'articolo 11, comma 12- bis , della legge 11 agosto 2014, n. 116, che ha convertito in legge il decreto-legge 24 giugno 2014, n. 91) e per la quale, ai sensi della stessa norma, la gestione dovrebbe essere finalizzata all'eradicazione o comunque al controllo delle popolazioni, sonoresponsabili di enormidanni causati alle colture e alle arginature. Per quanto riguarda le colture agricole la nutria danneggia soprattutto mais, colture orticole, barbabietole da zucchero, mentre il danno alle arginature è causato dallo scavo delle tane che possono arrivare ad una profondità di diversi metri all'interno dell'arginatura; per quanto concerne invece gli altriungulati presenti in Italia, vanno fatte delle opportune distinzioni sia di natura biologica sia di natura geografica: - in area alpina anche il cervo esercita un impatto negativo su determinate colture (vedi i meleti in Trentino Alto Adige) e sugli ecosistemi forestali. Tuttavia le esigenze biologiche di questa specie, la sua distribuzione ed i protocolli gestionali finora adottati fanno sì che la dimensione dell'impatto risulti generalmente gestibile, nonostante alcune situazioni locali di criticità; - al di fuori del contesto alpino anche il capriolo, ed il daino possono determinare localmente situazioni di impatto negativo sugli ecosistemi agrari legate alla distribuzione spaziale e stagionale delle risorse, con situazioni territoriali di criticità ma in genere, più facilmente affrontabili e risolvibili, con l'impegno di tutti i soggetti istituzionali ed i portatori di interessi coinvolti; diverso è il caso del cinghiale che, per le sue caratteristiche biologiche, per la dimensione e la distribuzione delle popolazioni presenti e per l'inadeguatezza dei protocolli gestionali finora adottati, riveste un ruolo centrale nella problematica dei danni causati agli ecosistemi agrari. L'impatto negativo del cinghiale sulle coltivazioni si manifesta sia con il danno diretto a molte produzioni agricole sia con il danneggiamento del suolo dovuto alla tipica attività di scavo ( rooting ); il raggiungimento ormai di una dimensione di criticità della presenza della specie è connesso ad una molteplicità di motivazioni collegate tra loro: il cinghiale in Italia, molto più di altri ungulati selvatici, è infatti andato incontro ad un'eccezionale incremento demografico e distributivo che oggi interessa gran parte del territorio nazionale. Tale incremento ha molte cause: l'aumento complessivo delle superfici boscate, la rinaturalizzazione delle aree marginali degli ecosistemi agrari, il passaggio ad un sostanziale utilizzo monoculturale ed intensivo di molti fondi agrari, lo spopolamento delle aree rurali, la mancata gestione della specie all'interno delle aree protette; in particolare, a causa della crescita esponenziale della specie questo suide si spinge a cercare nuovi spazi per il procacciamento del cibo anche verso i centri abitati; i cinghiali ed altri gli animali selvatici che occupavano determinati territori sono stati costretti ad abbandonarli spostandosi in altre zone, incrementando così la loro presenza in determinate aree e, di conseguenza, la necessità di risorse per il loro sostentamento. In questo senso il consumo di suolo è un fenomeno che può contribuire all'incremento dei danni prodotti dagli animali selvatici i quali, vedendosi erodere le fonti di cibo, sono costretti per approvvigionarsi a spostarsi verso aree limitrofe, occupate dalle coltivazioni umane, oppure avvicinandosi alle periferie delle città; valutato in particolare che: per quanto concerne il cinghiale, la specie che più entra in conflitto con le attività umane, dagli studi e le osservazioni fatte risulta che le attuali popolazioni della specie sarebbero molto prolifiche e di taglia maggiore rispetto alle popolazioni autoctone appenninica e sarda, e vi sarebbero risultanze che indicherebbero la causa nella introduzione, a partire dagli anni Cinquanta, in Italia, dall'Europa centrale, di esemplari molto più prolifici e di taglia maggiore rispetto alle popolazioni autoctone con grande adattabilità, che si sarebbero moltiplicati e diffusi anche in aree dove in precedenza non erano presenti; con la crescita della popolazione dei cinghiali e il conseguente maggior rilievo assunto dalla questione dei danni da loro arrecati all'agricoltura e alla sicurezza umana, negli ultimi anni si è anche intensificato l'impatto e di conseguenza il disagio delle comunità locali interessate; tra le implicazioni che rendono necessario ed urgente un intervento sull'eccessiva proliferazione della specie vi sono i rischi sanitari che l'eccessiva diffusione del cinghiale può esercitare verso il comparto zootecnico. Il numero sproporzionato di cinghiali aumenta in modo esponenziale i rischi di introduzione di alcune patologie, come la peste suina africana (PSA), in grado di creare importanti rischi sanitari per la successiva diffusione degli agenti patogeni sia a carico delle popolazioni selvatiche di cinghiale sia a carico di allevamenti di maiali domestici, occorre inoltre non trascurare la possibilità di trasmissione della TBC, infatti all'esame autoptico di alcuni esemplari sono state rilevate lesioni ascrivibili al batterio della TBC; è chiaro infatti che l'aumento di consistenza delle popolazioni di cinghiali, così come il progressivo estendersi delle aree della presenza della specie rappresentano fattori che aumentano il rischio di esposizione ad eventuali introduzioni del virus nel nostro Paese e che complicano le attività da porre in essere per fronteggiare un'emergenza. Anche se la PSA non è una zoonosi (e pertanto non minaccia direttamente la salute umana) le conseguenze di un'eventuale emergenza legata all'introduzione del virus in Italia avrebbe conseguenze economiche drammatiche, sia per l'impatto diretto sui contingenti dei suini allevati sia per le regole del commercio internazionale e della Commissione europea che prevedono l'applicazione di severe misure di restrizione in caso di infezione da virus PSA con il blocco delle movimentazioni di suini vivi e prodotti derivati dalla suinicoltura. Il nostro settore zootecnico subirebbe conseguenze pesantissime e, con esso, anche le conseguenze su esportazione e in generale commercializzazione nostri prodotti di eccellenza (prosciutto di Parma, San Daniele, culatello di Zibello, insaccati di Felino, norcineria, ecc.); altro tema cui porre attenzione sono gli incidenti stradali causati da cinghiali e ungulati in genere. Secondo i dati più recenti rilevati dall'osservatorio ASAPS (Associazione Sostenitori ed Amici della Polizia Stradale) nel 2020 si sono registrati 157 incidenti significativi (l'Osservatorio considera solo quelli con persone ferite o decedute) col coinvolgimento di animali, nei quali 16 persone sono morte e 215 sono rimaste seriamente ferite. In 138 casi (ossia nell'88 per cento dei casi) l'incidente è avvenuto con un animale selvatico. A livello regionale, al primo posto negli incidenti con conseguenze gravi alle persone per investimenti di animali figura la Lombardia con 17 sinistri, seguono l'Emilia Romagna con 15, il Piemonte 14, l'Abruzzo 13, la Campania 12, le Marche 11, la Toscana e la Liguria con 10, il Veneto, il Lazio e la Sardegna con 8, la Sicilia 7, il Molise 6, la Puglia 5, il Trentino Alto-Adige, l'Umbria e il Friuli-Venezia Giulia 4, la Calabria 1. Questi dati non esauriscono ovviamente i casi in cui si verificano incidenti in cui sono coinvolti animali selvatici: è evidente infatti che gli incidenti nei quali muore o rimane ferito solo l'animale, con danni ai soli mezzi e non alle persone, sono diverse migliaia ogni anno e risultano di difficile calcolo perché in molti casi gli automobilisti coinvolti non denunciano il sinistro sapendo che difficilmente verranno rimborsati i danni; rilevato che: l'analisi dei danni all'agricoltura causati dalle specie carnivore richiede una particolare attenzione: mentre infatti per quanto riguarda l'orso il problema appare minore, ma non da sottovalutare, per il lupo è necessario effettuare un esame più articolato ed approfondito; in particolare, anche in assenza di dati certi e comparabili sulla consistenza della attuale popolazione dei lupi in Italia, e stante la difficoltà di reperire informazioni complessive sulle predazioni da lupi certificate da personale qualificato, il fenomeno risulta comunque particolarmente grave e diffuso soprattutto in alcune aree del Paese; in Italia il lupo sta riprendendo possesso dei territori dai quali era stato cacciato, rischiando l'estinzione, negli anni settanta del secolo scorso. I dati provenienti da vari territori porterebbero a pensare che il lupo ( Canis lupus ) in Europa non sia più da considerare, almeno globalmente, specie a rischio di estinzione, né in pericolo. Dai dati dei progetti di monitoraggio della presenza del lupo e dalle denunce degli allevatori di ovini , caprini e bovini, specie quelli che operano nell'arco alpino risulterebbe che nel corso degli ultimi anni sarebbero significativamente cresciuti gli attacchi dei lupi e canidi al loro bestiame, ma anche ai loro cani sia conduttori che guardiani. Oggi possiamo affermare che le cronache riferiscono di attacchi di lupi al bestiame soprattutto in alcune regioni italiane come il Piemonte, Lombardia e il Triveneto, ma potremmo aggiungere anche la Toscana, il Lazio e l'Abruzzo e la Puglia. I danni riportati dagli allevatori sono costantemente in crescita esponenziale, anche se molti di loro si sono rassegnati dal denunciare i fatti a causa della sfiducia nel sistema degli indennizzi oggi vigente; a livello europeo si stanno cercando le migliori soluzioni ad una pacifica convivenza fra lupi e attività umane, e nel 2018 è stato innalzato al 100 per cento il valore del rimborso che lo Stato può erogare agli agricoltori per l'acquisto di sistemi di prevenzione, insieme al risarcimento per le perdite dovute a eventi di predazione senza considerarlo aiuto di stato. Va segnalato che nella pratica sono meno richiesti i rimborsi per gli investimenti in prevenzione rispetto a quelli per le predazioni; nel caso del lupo il tema della prevenzione assume un rilievo centrale. Le soluzioni di protezione del bestiame come recinti, cani da guardia o supervisione umana, se pur positivi, non sempre hanno però dato gli esiti sperati, e purtroppo in alcunicasi hanno generato effetti collaterali dannosi (si pensi alla capacità dei lupi di saltare oltre i recinti elettrici o ai cani guardiani che in alcune occasioni hanno azzannato turisti ed escursionisti). Il conflitto tra comunità umane e i lupi, in atto già da anni, sta purtroppoconoscendo una rapida escalation e l'incidenza dei danni è in costante crescita. Inoltre, a causa delle preoccupazioni aggiuntive provocate dalla presenza del predatore, si verificano ricadute negative sulla qualità della vita da parte degli abitanti nelle valli, compromettendo la stessa permanenza di agricoltori e allevatori in territori molto fragili, già provati dalla crisi globale e dai cambiamenti climatici, che necessitano della presenza costante dell'uomo. E' necessario attivare e coordinare un programma di interventi a sostegno dell'allevamento e della pastorizia per limitare la disaffezione ed i danni da lupo o canidi che potrebbero generare ripercussioni non solo socio-economiche, ma anche con forte impatto sulla biodiversità. Inoltre l'abbandono dei piccoli e medi allevamenti, con mancanza di ricambio generazionale, pregiudica irrimediabilmente la cura e salvaguardia del territorio , interessato tra l'altro dal grave rischio idrogeologico, specie nelle fasce altitudinali medio-basse. Va inoltre contrastato il pericoloso fenomeno dell'ibridizzazione lupo-cane, anche con la predisposizione di norme che permettano di affrontare efficacemente la situazione anche nell'ottica della stessa tutela della specie; rilevato in conclusione che: per quanto concerne il risarcimento dei danni causati dagli animali selvatici alle colture ed agli allevamenti, la materia è stata delegata alle Regioni e da queste in molti casi alle proprie strutture decentrate. Sul tema si registra una grande disomogeneità a livello nazionale rispetto alle modalità con cui si procede alla perizia dei danni (con l'utilizzo di diversi parametri), ai soggetti preposti allo svolgimento delle relative procedure, alle modalità di quantificazione e risarcimento dei danni nonché ai tempi impiegati per l'erogazione dei conseguenti ristori. In linea generale il ristoro dei danni copre solo una parte del danno diretto ed indiretto effettivamente causato dalla fauna selvatica, ai sensi dell'articolo 26 della legge n. 157 del 1992, a causa della carenza di risorse pubbliche destinate a tale scopo; un passaggio necessario alla gestione del fenomeno risulterebbe la costruzione, presso ISPRA, di una banca dati con parametri condivisi ed univoci tra tutte le regioni che permetta il monitoraggio di una evoluzione comparabile e articolata nel tempo; l'analisi Eurispes, risalente all'ormai lontano 2007, evidenziava che il danno era già all'epoca superiore ai 70 milioni di euro; dallo stesso rapporto si evinceva inoltre che già allora si era registrata la quasi decuplicazione del numero degli animali selvatici sul territorio nazionale; tutto ciò premesso, considerato, valutato e rilevato, impegna il Governo: 1- ad affrontare e risolvere definitivamente il problema dello squilibrio della fauna selvatica nel nostro territorio e dei danni da essa generati per la sicurezza e la salute pubblica, nonché per la salvaguardia della biodiversità, anche sviluppando strategie emergenziali per ridurre i conflitti e facilitando l'accesso alle informazioni sui potenziali effetti negativi delle interazioni uomo-specie problematiche; 2- ad attivare urgentemente con il coinvolgimento del Ministero della transizione ecologica e del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali e con il coinvolgimento delle Regioni e delle Province autonome, delle associazioni di categoria agricole e della pesca, venatorie, ecologiste e le associazioni scientifiche, una cabina di regia per definire un programma di interventi e le necessarie modifiche normative necessarie alla sua attuazione; 3- a valorizzare nelle Regioni e Province autonome istituti regionali per la fauna selvatica, dotati di autonomia tecnico-scientifica e organizzativa, i quali operano in raccordo con ISPRA, per permettere una omogenea raccolta dei dati a supporto delle azioni di governo e programmazione delle regioni; 4- conseguentemente a garantire l'istituzione presso ISPRA  Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale - di una banca dati nazionale aggiornata e di libero accesso, che contenga informazioni relative al censimento della fauna selvatica, alla sua densità e distribuzione sul territorio nazionale e ai relativi danni causati ai cittadini e al settore agricolo, dell'acquacoltura e zootecnico e concordare le modalità di libera consultazione delle pubblicazioni, dei pareri e della documentazione prodotta dall'Istituto; 5- a semplificare le procedure di programmazione faunistica e delle attività venatorie, armonizzandole con le direttive europee e rendendole più dinamiche per adeguare, mitigare e governare le trasformazioni in atto sui territori garantendo l'effettiva partecipazione e consultazione del mondo agricolo a tutela delle proprie attività. In questo quadro andrebbero ridisegnati e ridefiniti al posto degli "ambiti territoriali di caccia", gli "ambiti territoriali di gestione faunistica e venatoria" assicurando loro una natura giuridica meglio definita; 6- a promuovere efficaci piani faunistici che permettano una stabile coesistenza fra attività agricole e protezione ambientale e incremento della biodiversità in linea con quanto previsto dall'Unione europea, ridefinire i ruoli dei tanti soggetti ora sovrapponibili su determinate aree, unitamente al riordino delle competenze provinciali ripristinando risorse e mezzi ora carenti; 7- a garantire il concreto funzionamento delle aree contigue (articolo 32, legge n. 394 del 1991) e adottare una strategia nazionale di gestione della fauna selvatica e nello specifico del cinghiale, che sia basata su un'armonizzazione e coordinamento degli interventi che si eseguono nelle aree protette, nelle aree contigue, negli ambiti pubblici e privati di caccia; 8- a dare mandato al Ministero della transizione ecologica di intervenire su ISPRA affinché nell'ambito delle sue attività di organismo consultivo operi sulla base di dati costantemente aggiornati per rilasciare pareri sempre forniti di supporto scientifico, così come più volte ricordato dal Commissario europeo per l'ambiente; 9- a provvedere a risolvere le procedure di infrazione in atto sul tema ambientale, nello specifico superare la violazione della direttiva Habitat e la mancata designazione delle Zone Speciali di Conservazione (ZSC) e la mancata adozione delle misure di conservazione, indispensabili per una gestione sostenibile e controllata del nostro patrimonio naturale e per assicurare il mantenimento o il ripristino, in uno stato di conservazione soddisfacente, degli habitat naturali e delle specie di fauna e flora selvatiche di interesse comunitario; 10- a ripensare il modello di controllo delle specie dannose e pericolose, definite come tali dalle regioni interessate, prevedendo la possibilità, nel caso in cui le regioni dichiarino l'insufficienza dei metodi selettivi ed ecologici, anche con strumenti di cattura e conseguente soppressione, e con piani di abbattimento, attuati dalle regioni, sotto il coordinamento del corpo di polizia provinciale, di pubblici ufficiali o dipendenti pubblici incaricati del servizio, e realizzati, in coerenza con la sentenza n. 21/2021 della Corte costituzionale (che ha respinto la richiesta di cassazione all'articolo 37 della legge regionale Toscana n. 3 del 1994, nei commi 3, 4 e 4- ter ) con il coinvolgimento gestionale degli ATC e avvalendosi dei proprietari conduttori dei fondi nei quali si attuano i piani di abbattimento, delle guardie forestali e del personale di vigilanza dei comuni, nonché delle guardie venatorie dipendenti dalla Regione, le guardie addette alla vigilanza dei parchi regionali e nazionali, i corpi di polizia municipale, le guardie giurate e le guardie forestali e campestri delle unioni dei comuni subentrate alle comunità montane, le guardie venatorie volontarie convenzionate , le guardie ambientali volontarie, le guardie private riconosciute ai sensi del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, purché i soggetti in questione siano in possesso di licenza di caccia, nonché soggetti che abbiano frequentato appositi corsi di preparazione organizzati dalle regioni stesse sulla base di programmi concordati con l'ISPRA. Tali corsi dovranno fornire una idonea preparazione circa l'ecologia e la gestione delle popolazioni animali selvatiche, la biologia delle specie selvatiche oggetto di controllo nonché sulle tecniche e le modalità con cui effettuare il controllo. A prevedere inoltre che le regioni, per prevenire o eliminare i danni alle produzioni agricole possano autorizzare, in qualsiasi periodo dell'anno, i cacciatori e gli altri soggetti abilitati ai sensi del capoverso precedente, i proprietari o conduttori dei fondi interessati, al controllo dei cinghiali. A definire il suesposto modello di controllo prevedendo un quadro normativo condiviso in Conferenza Stato-Regioni, sulla base di linee guida validate dall'ISPRA, e che le regioni definiscano poi con loro provvedimento le specie particolarmente dannose interessate, le condizioni e le modalità degli interventi; 11- a prevedere un sistema nazionale condiviso con le regioni e province autonome di ristoro danni da fauna selvatica, laddove, malgrado le azioni preventive ed i piani di contenimento, le attività agricole, anche connesse, abbiano subito danni, ribadendo che i proprietari ed i conduttori dei fondi hanno diritto al risarcimento integrale della perdita effettivamente subita a causa di animali di proprietà dello Stato, purché abbiano dimostrato di aver messo in atto tutti i sistemi di contenimento di cui al punto 18 lettera b); 12- a snellire le procedure per il rimborso dell'installazione di sistemi di prevenzione e per il risarcimento dei danni subiti, ampliando i canali di finanziamento (anche tramite PSR), prevedendo che il risarcimento debba essere integrale, comprensivo dei danni diretti ed indiretti alle attività imprenditoriali, con criteri di determinazione dei danni e procedure e tempi del risarcimento omogenei sul territorio nazionale, in modo da non avere comportamenti difformi tra zone e/o tipologie di imprese. La gestione dei risarcimenti deve essere di spettanza delle Regioni e delle Province utonome, che eventualmente possono delegare competenze e responsabilità o usufruire della collaborazione di organismi ed enti subordinati. Per i risarcimenti le Regioni si servono di fondi provenienti dalle tasse di concessione all'abilitazione dell'attività venatoria, eventualmente integrati con fondi nazionali, qualora risultassero insufficienti; 13- a rafforzare la tracciabilità della filiera venatoria. Ai fini della sicurezza e della salute pubblica, ma anche per un generale miglior governo del settore, occorre assicurare un efficace controllo ed adeguata tracciabilità della filiera venatoria, partendo dalla presenza di centri di raccolta, sosta e lavorazione della selvaggina, idonei ed autorizzati. In linea generale va regolamentato il principio che per tutti gli animali, specie per gli ungulati, la selvaggina non direttamente consumata dal cacciatore, ma in qualsiasi altro modo commercializzata ed immessa al consumo deve essere tracciata e passare per i centri di raccolta autorizzati; 14- a predisporre un piano di controllo sostenibile per le specie alloctone che alterano gli equilibri ambientali e hanno ripercussioni sulle attività agricole, unitamente alla gestione ecologica e al controllo delle specie di uccelli ittiofaghe, che hanno un impatto sulla fauna ittica e sull'acquacoltura, anche con metodi incruenti di difesa passiva e attiva; 15- a dare attuazione al nuovo "Piano di conservazione e gestione del Lupo in Italia" che prevede tra l'altro l'attualizzazione dei dati sulla distribuzione e consistenza del lupo sulle Alpi e un rafforzamento delle indicazioni per Ministeri e Regioni per la definizione di documenti, l'inserimento fra i temi oggetto di informazione e comunicazione dell'impatto dei cani vaganti e degli ibridi lupo-cane sulla conservazione della specie; 16- a ripensare l'approccio di gestione del cinghiale sul territorio, puntando alla prevenzione efficace, principio generale di notevole rilevanza che deve guardare al futuro in maniera intelligente e concreta, evitando sprechi di tempo e di denaro pubblico, e attivando un piano straordinario di riequilibrio per la sostenibilità ambientale della specie, coordinandolo con attenzione a quanto previsto al punto 10. Contestualmente attivare un progetto di reintroduzione del cinghiale maremmano più piccolo e meno prolifico attraverso prelievi di esemplari presenti nella Tenuta presidenziale di Castelporziano, Parco del Circeo e Tenuta di San Rossore; 17- ad attivarsi al fine di emanare norme efficaci che colmino i vuoti legislativi e quindi porre in essere senza indugio tutti i decreti attuativi in materia rimasti ancora in sospeso, dando priorità a quello previsto dall'articolo 19- bis , comma 5, della legge n. 157 del 1992; 18- a rivedere il quadro normativo a partire dalla legge n. 157 del1992: a) affinché la gestione della fauna selvatica sia finalizzata alla conservazione e alla diffusione delle specie animali, anche in rapporto di compatibilità con l'ambiente e con le attività antropiche, soprattutto quelle agricole; b) determinando le linee guida, affinché le Regioni e le Province Autonome di Trento e di Bolzano, nell'ambito dei piani faunistico-venatori stabiliscano: - gli interventi di prevenzione dei danni da fauna selvatica; - le misure ordinarie di controllo della fauna selvatica; - le misure straordinarie di controllo della fauna selvatica, nel caso in cui gli interventi di prevenzione dei danni e le misure ordinarie di controllo della fauna stessa, siano inefficaci a realizzare gli scopi di contenimento della medesima; - gli incentivi, le regole ed i percorsi di formazione e di sperimentazione per la difesa attiva dalle specie dannose come tali definite dalle regioni sulla base delle situazioni territoriali sulla base di linee guida condivise a livello nazionale tra MIPAAF e MITE e le regioni e province autonome; - i criteri di risarcimento adeguati a ristorare l'effettivo pregiudizio patrimoniale sofferto dalle attività produttive e in particolare quelle agricole, dalla fauna selvatica; 19- alla semplificazione delle procedure di risarcimento dei danni prodotti dalla fauna selvatica e dall'attività venatoria; 20- a prevedere lo scorporo del risarcimento o dell'indennizzo per i danni di alcune specie selvatiche o inselvatichite dalla quota massima prevista per gli aiuti delle aziende agricole rientranti nel regolamento de minimis ; 21- a prevedere criteri più corrispondenti agli effettivi danni da fauna selvatica subiti dalle attività produttive e conseguenti adeguati risarcimenti, anche per una maggiore tutela ecologica-ambientale, evitando le alterazioni ecosistemiche ed i disequilibri tra le specie ovvero di danneggiamento di beni protetti, di valore storico-culturale.